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Gheula Canarutto Nemni

Nella diversità siamo tutti uguali

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L’odio spiegato a mio figlio 

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Nella vita diamo tante cose per scontate. L’amore per il bello, per il buono, per il lato positivo. Pensiamo sia naturale buttarsi in mezzo alla strada per salvare un bambino che corre dietro alla palla, insegnare a leggere, a scrivere, trasmettere l’amore per la conoscenza, spegnere un fuoco prima che si trasformi in un incendio indomabile.

Presumiamo che tutti siano stati allevati con gli stessi valori.

Purtroppo non è sempre così.

Non tutti stanno dalla parte del bene. Quello che tu definisci male, altri lo chiamano bene. E viceversa.

Non in tutte le società si insegna a costruire, a salvaguardare la vita. Ci sono giovani a cui viene trasmesso sui banchi di scuola che la costruzione del proprio futuro passa attraverso la distruzione del presente degli altri.

In molti posti l’eroe non salva. L’eroe uccide.

In questi giorni hai visto le fiamme lambire la terra, tingere di rosso il cielo. Hai visto incenerire palazzi, prendere fuoco automobili, intere famiglie fuggire dalla propria casa prima che fosse troppo tardi. Hai visto sparire, inceneriti, migliaia e migliaia di alberi piantati in terreni aridi, annaffiati con la fede, curati con la speranza di vedere fiorire il deserto.

Davanti ai tuoi occhi la voglia di distruggere, di devastare, di terrorizzare, trova persino giustificazione.

Non ti perdere d’animo, amore mio. E’ da migliaia di anni che remiamo contro le correnti del mondo. Che concediamo la libertà agli schiavi quando le civiltà intorno negavano loro ogni diritto. Che riteniamo più rieducativo costringere un ladro a vivere in una famiglia dove imparerà cosa sia il rispetto, piuttosto che rinchiuderlo in una prigione dove imparerà nuove tecniche per rapinare. Sono infiniti secoli che costruiamo sinagoghe dove ce le hanno chiuse, sequestrate, trasformate in chiese, bruciate. Abbiamo insegnato l’amore per il dubbio, per la domanda quando intorno si accettava solo l’univocità della risposta.

Puntualmente arriva la sfida ai nostri valori, l’ascia che colpisce e tenta di abbattere ciò che, con estrema fatica, abbiamo costruito. Ce la faremo, con l’aiuto di D-o, anche stavolta. Con l’aiuto di Chi ci ha insegnato a comprendere l’amore di una madre uccello per il proprio figlio, a salvaguardare l’ambiente, a rispettare la natura anche durante la battaglia.

I tuoi avi non hanno mai smesso di combattere per la diffusione del bene, di quel bene che costruisce e abbraccia, che semina gioia, nascita, impegno e costruzione.

Domani, sui solchi neri lasciati dalle radici soffocate dal fuoco, ci sarà qualcuno che all’alba, guardando il sole rosso che sgorga di nuovo dal cielo, farà dei piccoli fori nel terreno bruciato e pianterà dei nuovi semi. Li nutrirà con quella cenere venuta dall’odio. E che il tuo popolo, per l’ennesima volta, cercherà di trasformare in bene.

Gheula Canarutto Nemni

 

Sparare (a un nemico) o non sparare. Questo è il dilemma

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Caro soldato che hai sparato a un terrorista che pochi attimi prima aveva accoltellato un tuo commilitone alla schiena.

Il mondo oggi ti è contro, c’è chi chiede di farti un processo.

Ti giudicano, pensano non avresti dovuto sparare, si mettono nei tuoi panni.

Ma la divisa, per difendere i civili dalla gente che li odia, la stai portando tu, non loro.

La responsabilità della vita altrui è sulle tue spalle, non su quei signori seduti comodi sulla poltrona della propria casa.

E’ molto facile giudicare a posteriori, quando non c’è alcuna tensione, quando non sei circondato da nemici che vorrebbero vederti morto nel minor tempo possibile.

Caro ragazzo che hai premuto il grilletto temendo che il terrorista portasse addosso una cintura esplosiva.

Se qualcuno avesse premuto quel grilletto a Bruxelles, a Lahore, in Turchia, ci sarebbero più di cento persone ancora vive.

E non vedove, vedovi, orfani e genitori che piangono sulla tomba del proprio figlio.

Nella Torah si racconta di un ladro che entra in casa di una persona con l’intenzione di derubarla.

Se il derubato uccide il ladro, per la Torah il derubato è innocente.

Perché, dice la Torah, chi entra in un posto con delle cattive intenzioni, sa che mette la propria vita in pericolo.

Mentre il rappresentante della religione più diffusa al mondo dimentica di nominare Israele tra i paesi vittime del terrorismo, mentre la società occidentale piange molto meno per chi è morto in un parco a Lahore, per chi viene decapitato in Siria e quella stessa società versa una quantità maggiore di lacrime per chi stava a un banco del check in a Bruxelles, mentre intorno a noi si dividono gli esseri umani in vittime di prima e seconda categoria, noi ebrei discutiamo sull’etica di sparare o meno a un terrorista che ha già cercato di uccidere.

Caro soldato, voglio solo che tu sappia una cosa.

Il tuo gesto ha probabilmente permesso a molti futuri bambini di venire al mondo.

Grazie a te, gli anni di altre persone potranno essere sfogliati sul calendario.

Chi è misericordioso con i crudeli finisce per essere crudele con i misericordiosi, sta scritto.

E quello che sta succedendo nel mondo oggi non è altro che il figlio del buonismo a tutti i costi.

Gheula Canarutto Nemni

 

Chissà se agli ebrei religiosi è permesso difendersi. Lettera aperta a David Grossman, Eshkol Nevo (con l’aiuto inaspettato di Noa)

Cari David Grossman, Eshkol Nevo e coloro che hanno deciso di rendere me, i miei figli, i frequentatori della mia sinagoga e gli ebrei del mondo che portano una kippà in testa e dal tramonto del venerdì sera osservano il riposo per venticinque ore, colpevoli per ciò che è successo in Israele.

Complici di un pazzo appena uscito di prigione che, vestito (o travestito) da ortodosso ha ucciso senza pietà una ragazza di 17 anni.

Motore propulsore di una mano che nel mezzo della notte ha incendiato una casa uccidendo un bambino e il padre.

Noi ebrei osservanti e la religione che viviamo ogni giorno, siamo stati messi sul banco degli imputati.

E allora, come in ogni processo dove regni la vera giustizia, mi arrogo il diritto di difendermi di fronte a queste accuse immoralmente generalizzate.

Eshkol Nevo ricorda nel proprio articolo che per l’ebraismo salvare vite ha la precedenza sul sabato.

Per l’ebraismo salvare la vita ha la precedenza su tutte le regole, non solo sul sabato. La Torah è chiamata Torah di vita.

L’ebraismo è la religione di un D-o che impone il silenzio agli angeli quando provano a lodarlo per la vittoria contro gli egiziani. Non cantate davanti alla morte. Anche l’essere umano, per malvagio che sia, è una creatura delle Mie mani.

L’ebraismo è la religione che insegna a cacciare via la madre per evitarne la sofferenza quando si prendono le uova dal nido di un uccello.

E’ quell’insieme di regole che vieta di mescolare la carne con il latte perché la carne del vitello morto non entri in contatto con il latte che gli ha dato la vita

E’ la tradizione in cui è proibito mangiare il sangue, perché in esso scorre la vita, e anche un singolo uovo in cui sia presente una minima chiazza rossa, non viene permesso.

David Grossman si domanda chi sia la persona capace di un simile gesto. E la cerca tra ‘forze che si esaltano alla fiamma di una fede religiosa e nazionalista e ignorano completamente i limiti della realtà e le regole della morale e del buon senso’. 

Sì, i colpevoli di questi gesti ignorano sicuramente i limiti della realtà e le regole della morale e del buon senso. E proprio perché ignorano questi limiti non possono essere definiti uomini di fede.

Perché la fede non è altro che un insieme di pensieri, parole e azioni con lo scopo di migliorarci, di trasformaci in ogni istante in persone spiritualmente e moralmente superiori al momento precedente.

Non reprimere, come sempre reprimiamo le ingiustizie, scrive Eshkol Nevo.

Caro Nevo, vorrei aggiungere che per migliorare il nostro mondo non è solo la parola di condanna che conta. Un mondo migliore non dovrebbe mai cadere nella trappola della generalizzazione, nella creazione di un calderone dove gettare senza distinzione tutti gli ebrei che osservano.

Vergognarci di noi, aggiunge Nevo.

Vergognarci di noi ma non per gli atti di persone che con noi non hanno proprio nulla in comune.

Dobbiamo vergognarci perché siamo capaci di buttare in bocca a chi ci odia la legittimità di odiarci, la giustificazione di definirci come un nemico da abbattere.

Ieri erano gli ebrei usurai, domani saranno gli ebrei che bruciano i bambini.

Ed in nome di questa autocoscienza urlata ai quattro venti, in cui ci si getta la cenere sul capo per atti di singoli individui (che il mondo, quando succede con altre società, ha la capacità, anche di fronte a una realtà evidentemente contraria, di chiamare cellule impazzite) si fornisce l’autorizzazione silente a violenze contro il popolo ebraico.

Nevo ce l’ha su con i rabbini che hanno il potere di fermare questa follia.

‘Ecco ho messo davanti a te la vita e il bene, la morte e il male’, dice D-o nel libro di Deuteronomio al capitolo 30, verso 15.

‘Scegli la vita’, implora D-o nel verso 20.

Nel mondo esiste il libero arbitrio, esiste la possibilità di scegliere il male. Non sono i rabbini la causa e il momento finale del libero arbitrio.

Il potere di scelta sta nelle mani dell’individuo stesso.

E anche nel mondo ebraico, come dappertutto, esistono pazzi camuffati da religiosi che esercitano a pieno questo diritto.

La vera fede ebraica, quella che si basa sulla Torah, sceglie sempre e solo la vita.

La Torah è ‘l’albero della vita’ e le sue strade sono strade di pace. L’ebraismo è la religione dell’ama il tuo prossimo come te stesso, scrive Noa, la cantante israeliana, nel suo status di Facebook del 5 agosto.

Vergognarci di far parte del popolo che prodotto queste persone, aggiunge Nevo.

No, non mi coprirò il capo di cenere per quello che è successo. Come da italiana non mi sento colpevole quando la mafia scioglie i bambini nell’acido. Non è la mia cultura la fonte a cui attingono i pazzi che si fanno giustizia da sé.

Io con quelle persone non c’entro niente.

Un tribunale ebraico veniva giudicato severo se in settant’anni di attività condannava a morte una persona.

Perché nell’ebraismo il respiro di ogni essere vivente è un valore assoluto.

Gheula Canarutto Nemni

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Elezioni Israele marzo 2015

Ognuno di noi è un granello di sabbia in una immensa spiaggia. Un ingranaggio determinante in un meccanismo collaudato. Un pezzo di un puzzle di qualche miliardo di parti. Uno squarcio in una fotografia a 360 gradi. Ognuno di noi è la gamba senza la quale traballerebbe la sedia. Un filo elettrico senza il quale la luce non si accenderebbe. La batteria che fa muovere le lancette di un orologio. Ma anche una lancetta, senza la quale chi guarda l’orologio non saprebbe che ore sono. Siamo una vena, un’arteria, grazie alla quale l’organismo vive. Siamo un elettore in grado di spostare i destini politici di intere nazioni. Ognuno di noi è importante, fondamentale. Capace, se solo lo desidera, di dare un contributo indispensabile e insostituibile, all’intero universo. Voglio te, ti dicono durante le campagne elettorali. Voglio il tuo voto, il tuo appoggio. Anche se sei solo uno, per loro vali tanto. Ti portano ai seggi, ti inondando la mail di slogan e volti. Promettono, barattano, contrattano. Tutto per il tuo sostegno. E tu capisci che non è vero quello che ci vogliono fare credere. Che nella moltitudine le nostre azioni si perdono. No, al ballottaggio si può arrivare e vincere anche per un solo voto. Una singola, piccola azione può ribaltare i pronostici e gli esiti. Tu sei fondamentale, ti dicono i politici del momento. E tu ti ricordi che, come dicono i saggi, per te, solo per te, per il tuo essere un granello, un ingranaggio, una pedina fondamentale, per le tue potenzialità da utilizzare al meglio, è stato creato il mondo.

 

Gheula Canarutto Nemni

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Quando la Mogherini segue la halachà

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Se soltanto sapessero che stanno aiutando la realizzazione di un piano divino. Se immaginassero che le loro parole invece che colpire nel segno voluto, colpiscono in tutt’altra direzione. Se fossero consapevoli di essere nient’altro che una pedina nelle mani di Chi vuole che parlino, dicano, giudichino, nei modi in cui li sentiamo ogni giorno, forse la Mogherini, Kerry, Obama e chi ne segue le orme, si tirerebbero indietro dalla funzione che stanno svolgendo in maniera quasi perfetta. Quando condannano Israele per la costruzione di qualche casa, incapaci di condannare chi uccide a sangue freddo civili innocenti che aspettano un autobus. Quando urlano contro uno stato sovrano dove regnano indiscussi i diritti civili e si dimenticano di urlare contro quegli stati dove i diritti dell’uomo vengono calpestati, ignorati e violati ogni secondo. Quando aprono inchieste sulla morte di terroristi armati in casa d’altri mentre, indisturbati, in casa propria condannano a morte sulla sedia elettrica presunti innocenti. Quando chiudono gli occhi davanti all’immagine di un terrorista assassino che fuma una sigaretta sul balcone di un ospedale israeliano dove viene curato dopo aver ucciso e continuano a tenerli chiusi sulla tratta di schiave, sull’uccisione di centinaia di correligionari, su centinaia di migliaia di vittime innocenti subito oltrepassati i confini. Non c’è nessuna logica dietro a questa, apparentemente inspiegabile, applicazione ferrea dei due pesi e due misure. Nessun altro popolo ha mai subito questo eccesso di moralismo da parte del mondo. Nessun ‘altra nazione ha mai dovuto giustificare la propria legittima difesa. Nessuno stato ha mai visto mettere in discussione le proprie conquiste dopo guerre di sopravvivenza. Ma con gli ebrei è tutto diverso. Perché così sta scritto. Nero su bianco, su pergamene e fogli di Torà ingialliti. E’ una cosa risaputa che Esav odia Yaakov, dice Rashi nel 1200, riportando quello che Mosè ha sentito sul monte Sinai. E’ scritto nel Dna del mondo. Che quel fratello gemello dia addosso a Yaakov senza neppure la dignità di una valida motivazione. Esav è l’antenato del mondo occidentale. E continua imperterrito, senza interruzione, da migliaia di anni, a portare avanti la propria missione. La Mogherini, Kerry, Obama e chi ne segue le orme sono pedine inconsapevoli che alimentano la nostra fede. Confermandoci, ancora una volta, l’eternità della Torà e di ogni suo singolo dettaglio.

 

Gheula Canarutto Nemni

Un’anima parte di un’anima. Sean Carmeli

20.000 persone hanno risposto all’appello. 20.000 persone sono venute ad accompagnare Sean nella sua strada per il Cielo. 20.000 ebrei hanno risposto amen al kadish del padre, scortando Sean fino a D-o. Che la sua anima riposi accanto ai grandi giusti del popolo. Non sarai mai più solo.

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Antisemitismo. Prevenire è meglio che curare

antisemitismo_02Mi sono sempre domandata perché, invece di dedicare infinite risorse, economiche e umane, alla cura dei tumori, non si concentri l’attenzione sui fattori che lo innescano, quegli input fisici e cellulari che fanno crescere nel corpo un nemico creato da se stesso. Se si scoprisse la causa, almeno quella principale, l’epidemia si potrebbe fermare all’origine, invece che affrontarla con cure costose e devastanti. Prevenire è meglio che curare, diceva una vecchia pubblicità di quando ero bambina. Non ne capivo molto il senso. Oggi invece sì.

L’Europa e il mondo sono invasi da un cancro che si è risvegliato dalle ceneri di Auschwitz, dalle macerie dei villaggi polacchi rasi al suolo da contadini antisemiti, dalle fiamme di sinagoghe e case di studio, accese durante le migliaia di pogrom del passato, dagli autodafè spagnoli eretti nelle piazze per dimostrare che chi non ha trovato la via della verità merita solo la morte. Oggi l’antisemitismo è qui, tra noi, come un tumore maligno che si risveglia e invade con i suoi tentacoli il corpo del mondo. Noi corriamo ai ripari facendo indossare ai nostri figli un cappello mentre camminano per la strada o prendono la metropolitana, andando a pregare barricati da camionette della polizia e metal detector, portando i nostri figli a scuola e sentendo il cuore in gola. Dobbiamo fare veloce, nessuno sosti davanti all’entrata. Lì fuori non siamo più al sicuro.

Barricarsi, proteggere, provare a nascondersi, è l’unica cura rimasta dopo che la malattia è stata dichiarata diffusa a tutti i livelli dell’organismo. Questa è la cura, di una malattia che tutti accettano con passività.

Ormai nessuno pensa nemmeno a come riuscire ad estirpare questo male dalla mente dell’umanità.

Eppure la soluzione sarebbe così facile, quasi banale.

Immaginate una campagna mediatica in cui si racconti cosa fa Israele per curare i siriani massacrati dai loro fratelli musulmani. In cui si dica la verità su quello che succede dietro le quinte di un bambino ferito dai soldati israeliani. Su come, la maggior parte delle volte, viene allestita la scena, preparato un succo di pomodoro rosso e dopo che i fotoreporter vanno a bersi il caffè al bar, il finto ferito si alza e riceve la paga per l’ora di recitazione.

Immaginate pagine di giornale, telegiornali, in cui si racconta e ricorda il motivo per cui si sta mettendo a ferro e fuoco un’area popolata da molti terroristi.  Per riportare a casa tre ragazzini che, all’uscita da scuola, con l’anima piena di ottimismo verso l’umanità, prendono un passaggio da una presunta brava persona. Che invece li trascina con sé nel baratro, nel mondo del terrorismo globale, dove non importa se sei ebreo, cristiano o presbiteriano. Non sei parte dell’Islam e meriti solo la morte peggiore.

Immaginate giornalisti che insegnano la morale che da millenni guida e tiene al mondo il popolo ebraico. Una morale basata sulla parola vita, non solo tua, ma anche del tuo peggiore nemico, di chi ha fatto a brandelli esseri umani, bambini con in bocca un pezzo di pizza, mamme con il cucchiaino del gelato porto verso la bocca di un neonato che verrà sepolto vicino a loro. Nell’aldilà l’ebreo viene premiato solo se avrà rispettato quel soffio divino presente in ogni essere umano, ebreo e non. E in questo mondo c’è chi osa contrapporlo a chi nell’aldilà viene premiato in proporzione al numero di anime che falcerà da questa terra.

Ma come al mondo probabilmente fa più comodo il giro d’affari innescato dai miliardi spesi nelle cure dei tumori piuttosto che investire massicciamente nella prevenzione, così il mondo preferisce barricare gli ebrei, denunciare gli sputi, gli sfregi, le sparatorie, indagare sugli atti terroristici ex post, sulle sparatorie a Bruxelles, a Lione, sulle pietre ad Anversa e il saluto nazista in Ucraina, piuttosto che cercare di evitarli attraverso una massiccia campagna di vera informazione.

Nella Torah c’è l’obbligo di erigere una balaustra, una protezione nei punti dove la vita di una persona potrebbe essere in pericolo, dove si rischierebbe di cadere. Chi non previene è ritenuto pienamente responsabile nel caso accada qualcosa.

Una volta era la Chiesa e le sue predicazioni antisemite. Poi sono arrivati i protocolli dei Savi di Sion e la soluzione finale. Oggi si nasconde la parola antisemitismo dietro a un paravento talmente trasparente, che solo chi è in malafede non è in grado di vedere la mano che ci sta dietro. Una mano assettata di sangue infedele.

Non sogno un J’accuse a posteriori. Non ho bisogno di scuse del mondo quando ormai il tumore avrà fatto il suo lavoro. Sogno una massiccia operazione mediatica che racconti ad ogni essere vivente che questo maledetto male ha infestato la terra dai tempi della Babilonia, dell’impero romano, dell’Inquisizione, della Russia zarista, della Germania nazista. Israele ancora non esisteva ma il mondo da sempre ha cercato e trovato infinte scuse. Per dare addosso all’ebreo.

Finchè questo non succederà e la stampa, i telegiornali, inonderanno le case con notizie parziali e faziose, il mondo mediatico sarà colpevole di ogni atto antisemitico e terroristico ai danni di ogni ebreo, ovunque si trovi nel mondo. Perché la maggior parte di questi sono frutto di un indottrinamento alimentato con le bugie e diffamazioni antisemite che riempiono l’aria del mondo in ogni secondo.

Gheula Canarutto Nemni

Yom Haazmaut e osservanza. Non sempre binari paralleli

 

Yom Haazmaut e osservanza non corrono su due binari paralleli. Yom Haazmaut e mondo ortodosso (per accontentare chi vuole attaccare un’etichetta a gruppi e persone a tutti i costi) possono, con grande stupore e meraviglia di molti, andare a braccetto. E procedere verso un cammino comune di ideali e valori. Sempre che Yom Haazmaut si faccia durare un anno intero e non solo un giorno all’anno.

Yom Haazmaut è il giorno in cui gli ebrei di Israele e della diaspora, festeggiano il proprio sionismo. Ecco, forse ci siamo. Forse il sionismo si può tingere di diverse tinte. La tinta comunemente riconosciuta è quella secondo la quale per venticinque ore si sovraffollano i parchi di Israele con grigliate e barbecue, lanciando al massimo il volume di Ipod e radio.

Finiti i festeggiamenti però, tra queste stesse persone ci sono alcuni che, sedendosi al tavolo di trattative con i nemici del nostro popolo, antepongono desideri personali di gloria e strategie geopolitiche contingenti alla presente e futura sicurezza del proprio popolo. Regalando pezzi di terra di Israele a chi, ipoteticamente e in un futuro remoto, forse rinuncerà per qualche ora a sognare un mondo privo di presenza ebraica.

Sono nipote di una donna che, appena assunta la carica di presidentessa delle donne ebree d’Italia, ricordò che alià significa salire. Perché Israele è la terra dove si va per salire, per migliorarsi spiritualmente, per seguire ancora meglio, grazie al fatto di trovarci nella nostra terra, i precetti della Torà. La sua carica durò meno di ventiquattr’ore. Si preferiva cantare canzoni popolari ebraiche piuttosto che pensare a come adoperarsi e faticare per garantire l’esistenza futura del nostro popolo.

Ho scelto come maestro un uomo che, indirizzandosi ai propri studenti diceva: ricordatevi che la difesa della nostra terra sta nelle vostre mani. Quando studiate Torà dotate Israele di uno scudo spirituale. Ma se non avete voglia di stare per 10 ore al giorno chinati su un Talmud o su uno Shulchan Aruch, indossate una divisa e andate a combattere . Perché il vostro sangue non è più prezioso di quello degli altri.

Un uomo che indirizzandosi ai soldati di Tzahal rimasti lesi a vita per ferite riportate in guerra, diceva di non essere d’accordo con il modo in cui li definivano. I nechei Tzahal, gli handicappati di Tzahal, non erano handicappati, ma privilegiati. E avrebbero dovuto essere chiamati mezuianei tzhaal, i migliori. Perché se un individuo è stato privato di un organo, di un arto o di una facoltà, significa che D-o l’ha dotato di altre doti speciali, per affrontare e superare le limitazioni fisiche con cui affronta ogni nuovo giorno.

Un uomo che stringeva la mano di quegli uomini feriti nell’anima pronunciando ‘grazie’, thank you, riservando loro uno sguardo di stima e mai di compassione.

Un uomo che, quando la politica parlava di dare terre in cambio di pace, si sgolava fino a perdere la voce, ricordando la sacralità di ogni centimetro della terra di Israele. E di ogni goccia di sangue dei nostri soldati, versata per rimettere in mano ebraica queste terre.

Se sionista significa uscire nei parchi a grigliare carne e hot dogs e vestirsi di bianco e blu per venticinque ore, non è questo che mi è stato insegnato.

Se sionista significa invece dare tutti se stessi, spiritualmente e materialmente, per la difesa e la crescita della terra dei nostri avi, io, ebrea italiana nipote di Alba Soliani Rabello e discepola del Rebbe di Lubavitch, non permetterò mai a nessuno di privarmi, in nome di etichette e tristi divisioni, di questo ideale.

Gheula Canarutto Nemni

http://moked.it/blog/2014/05/07/yom-haazmaut-e-osservanza/Schermata 2014-05-07 alle 18.10.47

Il grido dell’anima nel 1898 e nel 2014

j'accuse Super Bowl Ad SodaStream.JPEG-0351313 gennaio 1898. Un giornalista pubblica una lettera aperta intitolata ‘J’accuse’ sulla prima pagina del quotidiano francese L’Aurore. Accusa esponenti dell’esercito francese di aver voluto, per svariati e ingiustificabili motivi, mettere alla gogna e poi condannare senza prove né logica, un soldato, un ufficiale. La storia spiegherà con una sola motivazione l’accanimento cieco contro quell’uomo. Egli era ebreo. L’antisemitismo strisciava contro la liberté, fratenirté, égalité e prendeva il sopravvento, ostacolato solo da poche voci fuori dal coro. Come quella di Emile Zola in difesa di Alfred Dreyfus. 31 gennaio 2014. Un giornalista pubblica un post intitolato ‘Vicky Christina Jerusalem’ sulla rivista inglese The Economist. Scarlett Johansson è sul banco degli imputati per non essersi tirata indietro nella campagna pubblicitaria della Soda Stream, azienda che produce piccoli apparecchi domestici per la gazzosa casalinga. La Soda Stream è situata in un punto del globo molto hot, oltre che per la temperatura, per via della definizione geo politica. West Bank. Ossia l’unica parte di terra a questo mondo messa in discussione dopo una guerra di conquista. M.S, l’autore dell’articolo, accusa la Johansson di una colpa terribile. Fare da testimonial per una azienda israeliana colpevole di dare lavoro a più di 500 palestinesi. La storia avanza, la civiltà progredisce, la globalizzazione è irrefrenabile. A gennaio, come a febbraio, marzo, aprile e in ogni altro giorno dell’anno. Nel 1898, nel 2014 e in qualunque insieme di numeri si fermi il calendario. L’antisemitismo è sempre lì. Sotto le spoglie della giustizia francese, camuffato da strenuo difensore dei diritti di certi umani (i siriani, i coreani, i cinesi, non smuovono il cuore di questi idealisti). Quanto alla gente che accuso, non li conosco, non li ho mai visti, né ho contro di loro né rancore né odio. Sono per me solo entità, spiriti di malcostume sociale. E l’atto che io compio non è che un mezzo rivoluzionario per accelerare l’esplosione della verità e della giustizia. Ho soltanto una passione, quella della luce, in nome dell’umanità che tanto ha sofferto e che ha diritto alla felicità. La mia protesta non è che il grido della mia anima (Emile Zola). A noi ebrei non rimane che continuare la sua passione anticonformista. Raccogliere la sua eredità e quella delle poche voci fuori dal coro della storia. Dare voce alla nostra anima  e  combattere il buio della storia con la nostra arma più potente. La luce della Torà.

Gheula Canarutto Nemni

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