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Gheula Canarutto Nemni

Nella diversità siamo tutti uguali

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kabalà

Un ebreo è sempre un ebreo che è sempre un ebreo

 

Si accomodi pure, gli disse il medico.

Isacco spostò la sedia, imbarazzato. Era la prima volta che varcava la soglia di uno psicologo. Ma lui non ce la faceva più. Avvertiva dentro di sé un senso di inadeguatezza, di incapacità di affrontare la realtà. Tutto gli sembrava troppo pesante, troppo grande, troppo difficile da sopportare.

“Tutto in che senso?” gli domandò lo psicologo. Tutto. Il risveglio, il mettere giù un piede dal letto, il guardarmi allo specchio. Andare a lavorare, le liti dei miei figli…

”Lei è ebreo?” gli domandò a bruciapelo il dottore. Isacco si spostò sulla sedia di scatto. Non mi bastano quelli là fuori a ricordarmelo, pensò dentro di sé, aggiungendo alla lista mentale delle cose che non sopportava anche quella seduta che avrebbe dovuto essere terapeutica. “Che differenza le fa se sono ebreo o meno? Tutti i pazienti dovrebbero essere uguali per lei!” tuonò Isacco.

“Si calmi,” gli pregò il medico, “sono pronto a spiegarle”. Isacco provò a rilassarsi. Ma dentro di sé si sentiva ancora ribollire. L’ebraismo era l’ultima cosa di cui voleva ricordarsi. “Conoscerà sicuramente quel detto. Un ebreo è sempre un ebreo che è sempre un ebreo. Vede, caro Isacco, essere ebrei è scritto nel dna della persona. Uno che nasce ebreo può cercare di non esserlo per tutta la sua vita, può provare a ignorare questo proprio status. La sua essenza rimarrà, suo malgrado, volente o nolente, eternamente ebraica. Partendo da questo presupposto, lei ha davanti a sè due opzioni.

La prima di continuare a provare medicinali, cure antidepressive, sedute terapeutiche, viaggi in estremo oriente. Sono le alternative razionali che la sua mente cerca per colmare quel vuoto che sente dentro di sè alternato alla sensazione di un peso profondo,  a quell’incapacità di affrontare il mondo.

La seconda opzione è di partire dalla consapevolezza dell’esistenza della sua anima ebraica. E provare a darle voce, a nutrirla con Torah e mizvoth. Immagini un individuo che nasce con un talento incredibile di pittore. Un talento di cui egli stesso non è a conoscenza. Metta questo individuo per vent’anni dietro a una scrivania a fare conti. Tra i numeri vedrebbe emergere schizzi di ogni dimensione e colore, ritratti di paesaggi cittadini, palme e fiori. E, con molta probabilità, sarebbe il prossimo paziente in attesa là fuori. Un ebreo che non dà voce alla propria ebraicità è come un artista che non mette a frutto il proprio talento. Sentirà sempre una sorta di inspiegabile frustrazione dentro di sé.”

Isacco lo guardò senza emettere sillaba. Si ricordò di quella volta che aveva partecipato a una cena del venerdì sera, alla sensazione di irrefrenabile gioia con cui era uscito da quella casa illuminata come nel 1800 dal lume delle candele. Forse aveva capito qualcosa di se stesso. Si alzò, tendendo la mano al medico che aveva di fronte.

“Mi sono dimenticato di domandarle il suo nome” disse Isacco prima di uscire.

“Mi chiamo chassidut”, gli disse il dottore sparendo tutto d’un tratto.

TanyaE lasciando sul tavolo un libro intitolato Tanya, accompagnato da un bigliettino.

Lo studi, vedrà che le farà bene. Rimango, come per qualsiasi altro ebreo di questo mondo, sempre a sua disposizione… 

Buon Rosh Hashanà della chassidut

Gheula Canarutto Nemni

L’accento

numeriC’è la cabala e la kabalà. C’è quella con la ‘c’ iniziale e quella con l’accento sulla ‘a’. C’è quella che cerca di indovinare i numeri dell’Enalotto, l’oroscopo del mese prossimo, la posizione degli astri quando nascerà un figlio. Quella con la ‘c’ all’inizio, inseguita da chi è alla ricerca di una vita più facile, di un futuro meno incerto, di carte da scoprire e segnali propiziatori da interpretare. Quella senza accento, che scarica l’uomo delle proprie responsabilità rimettendo il suo destino nelle mani di numeri e pianeti, che illude l’individuo sulla possibilità di ottenere ciò che vuole senza sforzo e con un pizzico di magia. E poi c’è la kabalà, quella rivelata sulla terra da Rabbi Shimon bar Yochai. Quella che racconta l’intenzione che sta dietro alla creazione del mondo, alla discesa di D-o, attraverso diverse contrazioni, in un universo dal buio così profondo. Quella che descrive il possibile equilibrio armonico di giustizia e misericordia, di forza e bontà nelle sfere divine e la potenzialità di riconciliazione di questi opposti, grazie allo studio e al lavoro costante dell’uomo,  a livello terreno. Questa è la kabalà, quella vera, originale, con l’accento sulla ‘a’. Un accento che pone l’accento sull’individuo, mettendolo al centro del proprio mondo, fautore di ciò che gli sta intorno. Un accento in più che attribuisce alla vita dell’uomo un significato profondo, la responsabilità del destino, l’importanza dello sforzo e di un duro lavoro interiore per potersi svegliare domani, una persona migliore. Una strada aperta da Rabbi Shimon bar Yochai che, alla vigilia di shabat, prima del tramonto, vide un uomo correre con due rami di mirto in mano. “Per cosa sono?” gli domandò. “Sono in onore dello shabat” gli rispose. “Perché non ne basta solo uno?” gli chiese. “Uno è per il comandamento ‘ricorda’ e l’altro è per ‘osserva’. Rabbi Shimon si rivolse al figlio e gli disse “guarda come sono preziosi i comandamenti per i figli di Israele” diventando così il tramite di una filosofia, di una mistica accentata, in grado di trasformare le buone intenzioni, le piccole azioni, i pensieri di un uomo in costante cammino, in profonde rivoluzioni.

Gheula Canarutto Nemni

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