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Gheula Canarutto Nemni

Nella diversità siamo tutti uguali

Category

libero pensiero

Gli ultraortodossi e lo Stato di Israele

Negli anni ’70, la mia nonna venne eletta presidentessa di una importante associazione femminile ebraica.

Al suo discorso di insediamento parlò della alià, il ritorno alla terra di Israele, il sogno costante ed eterno del popolo ebraico.

Ma aggiunse, non lo chiamiamo

chazarà, ritorno,

ma alià, salita.

Eppure la terra di Israele non si trova a 3000 metri sopra al livello del mare.

C’è scritto nella Torà che gli occhi di D-o sono costantemente sulla terra di Israele, dal primo giorno dell’anno all’ultimo. La terra di Israele è il posto più sacro del mondo, per questo definiamo alià, il nostro ritorno.

Per potere vivere in Eretz Israel dobbiamo salire spiritualmente, migliorando costantemente il nostro rapporto e dialogo con D-o.

Questa terra, disse la mia nonna, dobbiamo guadagnarla con i nostri meriti.

Il suo incarico durò un giorno. Alià, per i membri dell’associazione, era da interpretare come la salita sulle scale dell’aereo con destinazione Tel Aviv…

Il 17 luglio del 1977, poche ore prima dell’inizio dei trattati di Camp David, Menachem Begin si recò dal Rebbe.

Vengo a domandare la benedizione del Rebbe prima dell’incontro, disse Begin ai giornalisti.

Perché il popolo ebraico è un popolo eterno e il nostro destino non dipende da un incontro tra leader politici, aggiunse.

Il Rebbe completò la sua frase.

La nostra esistenza dipende dalla nostra spiritualità, dal nostro attaccamento a Torà e Mizvoth. E’ questo il segreto della sopravvivenza del popolo ebraico.

La vita in terra di Israele, non deve limitarsi ad un insediamento materiale, ma deve essere un insediamento spirituale.

Ricordatevi, disse il Rebbe, che la terra di Israele è stata da D-o in regalo a tutto il popolo ebraico.

Daresti indietro un regalo che ti è stato donato con così tanti miracoli, con così tanto amore?

Nessun ebreo ha il diritto di dare ad altri popoli una parte della terra di Israele.

Questa terra appartiene a noi da quando D-o l’ha promessa ad Abramo.

E noi dobbiamo insediarla come la insediò Abramo, trasformandola in un posto in cui si percepisce la Torà, in cui ci si innalza spiritualmente, per farla diventare un faro di luce tra le nazioni.

Sionista è chi ama la terra di Israele a tal punto da essere pronto a raffinarsi spiritualmente per poterla meritare di nuovo ogni giorno.

Gheula Canarutto Nemni

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Roberto Saviano e il cecchino israeliano

Roberto Saviano,

Il mestiere del giornalista è un mestiere importante, difficile e colmo di effetti collaterali.

Una fotografia di una modella ritoccata potrebbe portare una bambina di 13 anni a suicidarsi perché troppo grassa, un titolo imparziale potrebbe spostare l’ago della bilancia delle elezioni.

Un tweet senza previa informazione, ma pensato forse per avere tante condivisioni, può diventare un’arma in mano a dei giustificatori di assassini.

Quando un giornalista del tuo calibro scrive, sa di essere letto. E molto.

Sa di potere influenzare il pensiero di tanti.

Sa che i suoi lettori immaginano che la verità sia stata appurata a priori.

Quando hai twittato sul video dei soldati israeliani che commentano sul palestinese a cui viene sparato al confine, quanto tempo hai dedicato per approfondire la notizia prima di trasformarla in un insieme di parole fazioso?

Quante fonti hai consultato per capire quando si fosse svolta la vicenda e in che modalità? Perché il tutto è accaduto a fine dicembre 2017 e non negli ultimi giorni.

Sei sicuro che chi sta esultando nel video sia chi sta sparando per difendere il proprio paese? Perché chi sta sparando si trova altrove e chi sta facendo le riprese sta solo monitorando il campo.

Hai sentito nel video i ragazzi dire: ‘c’è un bambino accanto a lui, non può sparare’? Perché i soldati israeliani anche se trovano di fronte a loro il terrorista più ricercato al mondo, non prenderebbero il rischio di ferire un bambino che gli sta accanto.

Hai indagato sull’identità della persona a cui stanno sparando? Sai che gli e’ stato sparato alle gambe solo per neutralizzarlo?

Per essere un giornalista che contribuisce a migliorare il nostro mondo non basta coprirsi la bocca per condannare l’uso dei gas in Siria. I gesti simbolici costano poco e fanno tanto effetto mediatico.

Un giornalista dovrebbe fornire commenti su fatti esistenti, la sua indignazione rivolta ad eventi deplorevoli realmente accaduti.

Il giornalista è la lente attraverso la quale i lettori decifrano il mondo.

‘Se qualcuno di voi vorrà fare questo mestiere, sfuggite alla tentazione dello scoop. Ricordate che esso è la scorciatoia dei somari. Se volete fare questo mestiere, ricordatevelo bene. È un mestiere che richiede molta umiltà, molta e il protagonismo è in contrasto con questa legge fondamentale’, disse Indro Montanelli nella sua ultima lezione di giornalismo.

Gheula Canarutto Nemni

Noi sottoscritti Vauro, Boldrini, Papa Francesco, insieme con i giornalisti dell’Ansa, ci impegniamo a commemorare gli ebrei e a rispettarne la memoria

A noi gli ebrei piacciono così.

Ci piacciono dietro i cartelli ‘il lavoro rende liberi’, con addosso solo la pelle.

Ci piacciono mucchi di cadaveri esposti alla neve e al vento finché qualcuno verrà a fotografarli per dire che si’, è stato davvero.

A noi gli ebrei piacciono con gli sguardi impauriti in bianco e nero, esseri indifesi portati alla morte davanti ai sorrisi degli indifferenti.

Ci piace commemorarli questi ebrei, ci piace aprire musei con i loro oggetti rituali conservati a dovere.

A noi gli ebrei piacciono quando stanno zitti, quando viene tolto loro il diritto di parola. Ci piacciono quando i fucili sono puntati verso di loro. Ci piacciono prostrati a terra, espropriati, espatriati, deportati, massacrati. Ci piace averne pena.

Invece questi ebrei hanno alzato la cresta.

Osano impugnare le armi per difendere la loro terra, quel fazzoletto che l’Onu ha pensato di concedere loro come rifugio dopo che sei milioni di loro erano stati trucidati nei nostri stati, nel nostro continente, nel nostro mondo, con l’aiuto della nostro silenzio e della nostra indifferenza.

Parlano, discutono, controbattono persino, questi discendenti di Abramo.

Hanno addestrato i loro figli a non farsi più portare come bestie al macello.

Hanno insegnato il diritto alla vita anche degli ebrei, nonostante gli sia stato negato per secoli e secoli.

Ma chi si credono di essere per definire terrorista chi imbraccia mitragliatrici per falciarli nei bar, nei ristoranti, chi si imbottisce di tritolo e di chiodi per continuare il lavoro dell’inquisizione, dei progrom, dei nazisti?

Questi ebrei così presuntuosi da arrogarsi il diritto di vivere nel proprio stato.

Rinuncino a quelle terre contese e vegano da noi.

Non possiamo certo assicurare loro una vita serena, magari permetteremo pure che li uccidano ogni tanto davanti alle loro scuole, chiuderemo gli occhi davanti alle loro nonne pugnalate in casa , ai loro giovani uccisi mentre fanno la spesa.

Ma noi, noi idealisti, pacifisti, noi sottoscritti

Papa,

Vauro,

Boldrini,

Erdogan,

giornalisti dell’Ansa e delle Iene.

Noi, gli ebrei, li commemoreremo sempre con estremo rispetto.

Noi per gli ebrei avremo un occhio così di riguardo, ci concentreremo così tanto su di loro, da dimenticare le stragi di siriani, di curdi, ci focalizzeremo così tanto sul popolo ebraico da concedere a Erdogan la parola sui diritti dell’uomo mentre li starà lui stesso violando dietro a casa nostra.

Dedicheremo in ricordo degli ebrei una targa, un giardino, un bell’articolo una volta all’anno, delle pietre d’inciampo, una vignetta satirica.

Né dal tuo miele ne’ dal tuo pungiglione, disse Giacobbe a Esaù quando si ritrovarono dopo molti anni.

Shalom, chi usa la parola pace, chi ci crede davvero, deve essere shalem, intero, coerente.

Pretendete dagli altri ciò che pretendete dagli ebrei.

Applicate gli stessi criteri umanitari, la stessa etica e la stessa morale a tutta l’umanità, ebrei e non ebrei, in maniera obiettivamente indistinta.

Allora ci sarà Shalom davvero.

Gheula Canarutto Nemni

Perchè sei antisemita? Lettera aperta di Mireille Knoll al proprio assassino

 

‘Sporca ebrea!’ mi urli mentre le ginocchia mi fanno male da quanto ho strofinato il mio pavimento, le mie mani bruciano da quanto ho pulito la mia cucina per la mia Pasqua e nella mia casa non c’è più una briciola né di sporco né di pane.

‘Hai avvelenato i miei pozzi!’ mi accusi davanti ai tuoi figli malati dall’assenza completa di norme sanitarie nella tua alimentazione, mentre io, dopo avere macellato gli animali, li sottopongo a ferrei controlli sul loro stato di salute.

‘Solo voi non prendete la sifilide!’ mi sputi in faccia mentre sto circoncidendo mio figlio in nome di una fede che migliora anche la qualità della vita.

‘Hai impastato il tuo pane azzimo con il sangue dei nostri figli!’ E io sto controllando le uova per accertarmi che non abbia nemmeno un puntino di sangue che me lo renderebbe proibito. E mi domando: da dove nasce questa accusa?

‘Controlli l’economia mondiale!’ Mi alzo la manica dove c’è impresso a fuoco il numero che ha sostituito il mio nome mentre ero internata in campo di concentramento. E ti rispondo: ti sei mai domandato da dove sono arrivato?

‘Hai ucciso il mio Dio’ mi dici mentre mi torturi affinché cambi il mio credo. ‘Il mio D-o è eterno’ sussurro esalando l’ultimo respiro.

‘Mireille, aprimi sono io’ e io, che da quando eri piccolo ti ho accolto nella mia casa e ti ho cantato le canzoni che i tuoi genitori non ti cantavano e ti ho dato l’amore che la tua famiglia non ti dava, ti ho aperto. Ti ho sorriso come sempre e ti ho fatto entrare. Ma tu hai iniziato a urlarmi sporca ebrea, hai avvelenato i miei pozzi, mi hai fatto ammalare, stai impastando il tuo pane azzimo con il sangue di mio figlio, sei più ricca di me, voglio santificare il nome del mio dio con il tuo sangue. E io ti guardo incredula e non capisco perché all’improvviso la storia sia piombata proprio nella mia casa, in queste mura abitate da una vecchietta di 85 anni che è riuscita a sopravvivere miracolosamente all’odio nazista ma non alla ferocia di un islamista.

E mentre le mie membra bruciano e la mia anima fa ritorno al Creatore, mentre le mie ceneri si uniscono a quelle dei miei cari rastrellati nel Vel d’Hiv e trasformati in fumo nelle ciminiere di Auschwitz, io Mireille Knoll, una anziana signora ebrea francese nata prima della guerra in Francia e uccisa nella sua casa di Parigi nel marzo 2018 da un vero antisemita, descritto da un sostantivo senza virgolette, un ragazzo allevato ed educato nell’odio assoluto di un popolo dal quale ha imparato a credere nel D-o unico e nella Bibbia, io idealista incallita che sono tornata a vivere in Francia nonostante la Francia mi avesse già tradita una volta, ti guardo e ti vorrei dire ‘ma io non ti odio’ nel momento in cui tu mi pugnali.

In ogni generazione c’è sempre chi tenta di sterminarci. In ogni generazione nasce una accusa falsa, una nuova menzogna. Ma la resistenza all’odio è parte del dna ebraico e le Mireille Knoll continueranno ad aprire la porta armate di fede in D-o e in un uomo migliore.

Gheula Canarutto Nemni

 

 

 

 

 

 

Lettera a mio figlio. Da aprire il giorno dopo il matrimonio

Caro amore mio,

Quaranta giorni prima che l’anima scenda nel mondo una voce nei cieli dichiara: la figlia di questo è destinata al figlio di quest’altro. Ancora prima di diventare qualcuno, sei già stato destinato a qualcuno. A creazione quasi ultimata, D-o disse non è bene che l’uomo stia da solo, gli farò un aiuto adeguato a lui. La donna comparve nell’universo maschile. E da quel giorno, nessun respiro, nessun battito di cuore, sarebbe potuto venire al mondo senza la collaborazione di ish e isha, uomo e donna, esseri così diversi costretti a incontrarsi.

Caro amore, il giorno dopo il matrimonio non ci sarà solo la forma della tua testa sul cuscino in stanza. Parlerai e non sarà solo l’eco a ripetere le tue parole. Camminerai e non ci sarà solo il rumore dei tuoi passi sul terreno. Sorriderai e non sarà una lastra di vetro a restituirti il sorriso. Il giorno dopo il matrimonio un pensiero diverso dal tuo ti costringerà a uscire da te stesso, un altro paio di occhi ti insegnerà a guardare oltre il tuo raggio visivo, altri passi ti insegneranno a camminare a un ritmo diverso dal tuo. A volte dovrai rallentare, perché lei sarà rimasta indietro, altre volte dovrai accelerare perché lei sarà già più avanti. Il giorno dopo il matrimonio, quando le luci si saranno spente e i fiori inizieranno ad appassire, quando il vestito bianco sarà tutto sgualcito e macchiato e le tue scarpe sporche e consumate dai balli, quando le celebrazioni saranno finite, lì inizierà la vera celebrazione, quella della vita. Di un domani che è possibile solo se uomo e donna procedono insieme, adattandosi l’uno al respiro dell’altro, di un futuro che esiste solo perché due persone così diverse riescono a uscire dai propri binari individuali e a costruire insieme un percorso comune. Caro Amore, il giorno dopo il matrimonio vi ritroverete voi due soli. Dovrai imparare a stare zitto quando avrai voglia di parlare, a parlare quando vorresti riposare. Dovrai assaggiare nuovi gusti, fingendo di apprezzarli quando proprio non ti piacciono. Dovrai sorridere a battute che non capirai, dovrai uscire quando sarai stanco e stare a casa quando magari avresti voluto uscire. Dovrai lavorare su te stesso, cambiare, modificare le tue abitudini, abbassarti, innalzarti, adeguarti a chi ti sta accanto. Questa è la condizione che D-o ha posto per perpetrare il genere umano. Uscire dal proprio io, dalla propria esistenza tranquilla e crescere insieme alla metà dell’anima che ci completa.

Auguri amore mio, che insieme possiate dare vita ad una costruzione eterna.

La tua mamma

Gheula Canarutto Nemni

I super eroi si sono ispirati alle feste ebraiche?

Esiste una frazione di secondo tra lo stimolo e la risposta, un attimo di esitazione tra l’input che proviene dall’esterno e l’output con cui reagiamo.

Un momento di riflessione si intercala tra il vuoto e l’azione di chi oserà colmarlo. In quel secondo, in quell’attimo, in quel momento, si crea la distinzione.

Tra chi subisce passivo nascondendosi dietro alla scusa, chi sono io per provare a cambiare il mondo in cui vivo e chi decide di scendere in prima linea per tentare comunque, pur non essendo nessuno.

Tra chi si assopirà nella comodità dello status quo e chi invece oserà sfidarlo.

In quello spazio temporale l’individuo può scegliere.

Se rimanere uno tra tanti e perdersi tra la folla in attesa che qualcun altro prenda l’iniziativa.

O innalzarsi al di sopra di tutti e trasformarsi in una pietra miliare della storia del mondo.

Una corda viene calata ogni giorno dal Cielo.

E’ l’occasione che viene concessa a ogni persona di diventare l’artefice del proprio destino e di ciò che gli sta intorno.

La maggior parte delle persone ignora l’opportunità concessa, preferendo rimanere al sicuro protetto da mura di indifferenza.

Un piccolo, esiguo numero di individui, si aggrappa alla corda. Saranno loro a fare la differenza.

Quando Mordechai raccontò a Ester del pericolo che tutto il suo popolo stava correndo, Ester si trovò di fronte a un bivio.

Avrebbe potuto rispondere,

sei tu Mordechai il capo della generazione, chi più di te potrebbe e dovrebbe fare qualcosa per salvare la nostra nazione?

Oppure guardare verso l’alto e lì vedere la corda che D-o le stava calando, accompagnata dalle parole: questa è la tua occasione.

La meghilà che leggiamo a Purim prende il nome da Ester, non da Mordechai. Prende il nome da una donna da cui nessuno si aspettava niente, una donna che, non essendo il leader della generazione, non era tenuta a darsi da fare.

Ester avrebbe potuto stare al sicuro nel palazzo reale, mentre fuori veniva pianificato il genocidio del suo popolo.

Meghilat Ester racconta il detto dei Pirkei Avoth Bemakom sheein anashim hishtadel lihiot ish, in un posto dove non ci sono uomini, cerca tu di essere un uomo.

Ester si tolse gli abiti del confort e sicurezza individuali e indossò quelli degli eroi, grazie ai quali il domani è migliore di oggi.

Il progresso, l’avanzamento, il rinnovamento non sono responsabilità esclusiva dei leader, delle istituzioni.

Non possiamo sempre aspettare che qualcuno prenda l’iniziativa in nome e per conto nostro.

Ognuno, senza distinzione di titolo e di posizione, può dare il via a un nuovo inizio.

In ogni momento della vita abbiamo due scelte.

Fare un passo indietro nella sicurezza di ciò che già esiste. O un passo avanti verso ciò che, grazie al nostro contributo, potrà esserci.

Purim sameach!

Gheula Canarutto Nemni

Please do not celebrate the Holocaust Remembrance Day

We cannot define ourselves as the people of remeberance.

We are not a nation that stops and cries  in front of historical artifacts kept in a display case.

We are not the nation of museums, people who catch each other saying ‘once upon a time’…

The concept of memory in and of itself does not belong to us.

Memories that allow you to get up as the same person as the previous day are not part of our DNA.

We don’t love commemorations and cliches, we don’t scatter ashes or keep mourning for longer than the law requires.

Our calendar has special dates to remember the destroyed sanctuary of Jerusalem. Our year has special days dedicated for when we cry over the lost golden period of our history.

At the beginning of that day, we sit down on the floor, we say sad prayers, we tell stories about destruction and death. But in the afternoon we get up, we dry our eyes and we ask G-d to build something new on our tears. We ask Him to transform all the past heaps of rubble into a foundation superior to the old one.

In Hebrew, a cemetery is called a ‘house of life’. It is a place where people who left this world rest in peace. But it is even a place of warning, of reflection, where those who are alive recall the real goal they were created for and their moral duty to use, in a positive way, every minute of life they were granted.

Jewish memory is never only a simple memory for its own sake.

Jewish memory is a path that takes one on a journey to a better self.

During Passover, when we tell the miracolous escape from Egypt, we eat matzah to remember how hastily Jews ran away from their enslavement. We dip bitter herbs to recall the bitter taste of being subjugated to somebody else. But at the end we celebrate freedom, our ability to keep our values, traditions and thoughts free from any external influence.

Celebration focuses on the past, it helps to treasure and transmit its stories and lessons. But celebration means to become stronger, more aware, thanks to those mistakes, to those succeses and  those pains, that belong to the past.

Memory helps us walk the paths of tomorrow in a better way.

There is no instant of our life that cannot become a springboard. Even the most painful events can become the first of the next steps.

As runners on a historical course, we study the past match so we can be better runners in the next game.

The word zecher, memory, shares the same root with rakaz, to concentrate.

We remember our life and we concentrate on the past days so we are able to live our future in a better way.

When we commemorate our dead, we don’t only stop in front of their pictures and cry. We gather people to study, we offer food and drink in their memory,  trying to give continuity to those things death has stopped.

So…

If today you are heading to a Holocaust memorial, if you are going to listen to a survivor’s personal story, if you are opening the pages of Anne Frank’s diary, if you are crying for our dead, please do all these things in our way.

Listen and learn, read and reflect, process a personal change.

In Jewish history past tense always runs with present.

Past is suspended until the next breath.

Memory is when children finish what their fathers left incomplete.

Memory is the next generation that brings life again where is there is destructiion and death.

Memory for Jews is transforming a sigh into a better future day.

Gheula Canarutto Nemni

Per favore, non associate gli ebrei con la memoria

Noi non siamo il popolo della memoria.

Non siamo persone che si fermano a piangere davanti a reperti storici conservati dentro a una teca.

Non siamo popolo da museo, gente che si dà pacche sulle spalle, che si consola con un c’era una volta…

Noi non possediamo il concetto di ricordo fine a se stesso.

Il ricordo che riesce a fare svegliare immutati il giorno dopo, non fa parte del nostro retaggio.

Non amiamo le commemorazioni, le frasi di circostanza, il cospargimento di ceneri sulla testa, un lutto che si protrae oltre al tempo stabilito per legge.

Il nostro calendario segna date in cui ricordare il santuario distrutto, in cui piangere per il periodo d’oro della nostra storia, andato perso. All’inizio della giornata ci sediamo per terra, recitiamo lamentazioni, riportiamo alla memoria eventi tristi, scene di distruzione agghiaccianti. Ma a metà digiuno ci rialziamo,  asciughiamo gli occhi e preghiamo che su quelle lacrime venga costruito qualcosa di nuovo, di migliore, che le macerie passate fungano da base per qualcosa di livello superiore a ciò che è andato distrutto.

Da noi il cimitero si chiama casa della vita, un luogo in cui riposa chi ha lasciato questo mondo, ma anche un posto di monito, di riflessione, in cui i vivi interiorizzano e rammentano il vero scopo per cui sono stati creati e il dovere di ognuno di fare buon uso di ogni attimo di vita concesso.

La memoria ebraica non è ricordo fine a se stesso.

La memoria ebraica è ricordo che porta al rinnovamento.

A Pesach, quando raccontiamo il miracolo dell’uscita dall‘Egitto, mangiamo la matzà, il pane azzimo, per ricordare la fretta con cui il popolo ebraico era scappato dalla schiavitù d’Egitto, intingiamo le erbe amare, per riportare alla memoria la durezza di essere asserviti a qualcun altro. Ma poi è la libertà che celebriamo, la nostra capacità e desiderio di mantenere oggi valori, ragionamenti, usi e costumi al di là di chi vorrebbe tutti omologati.

La celebrazione fa focalizzare sul passato, aiuta a farne tesoro, a custodirne e tramandarne le storie e il significato. E a guardare al domani più forti, più consapevoli, grazie agli errori, alla sofferenza e ai successi.

La memoria da noi serve per camminare meglio domani.

Non esiste vissuto che non possa trasformarsi in trampolino di lancio, anche le basi più dolorose possono essere il prossimo passo in avanti.

Come corridori su percorsi della storia, studiamo le corse passate per potere correre al meglio la prossima gara.

La parola zecher, ricordo, ha la stessa radice di rakaz, concentrazione. Ricordiamo il nostro vissuto e ci concentriamo affinché i giorni passati possano aiutarci a vivere nel modo migliore quelli che devono ancora venire.

Nelle date in cui ricordiamo i nostri cari, non ci fermiamo solo a guardare con le lacrime agli occhi le loro fotografie. Riuniamo persone a studiare, pronunciamo benedizioni e compiamo atti di bontà in nome del caro scomparso, cercando di dare continuità a quello che la morte ha interrotto.

Se oggi state per varcare la soglia di un memoriale, se state per ascoltare la testimonianza di un superstite, se state aprendo le pagine del diario di Anna Frank o state piangendo per i nostri morti, per favore fatelo seguendo le regole ebraiche, rispettando i nostri criteri di celebrazione.

Ascoltate per imparare, leggete per riflettere, elaborate un cambiamento interiore che duri nel tempo.

Nella storia declinata all’ebraica, il tempo passato corre sempre con il presente. Il passato rimane in sospeso se non si trasforma in respiro.

Il ricordo serve perché i figli completino ciò che i padri hanno lasciato incompiuto.

Memoria è generazioni che ricostruiscono ciò che i predecessori hanno distrutto.

Commemorare è trasformare un sospiro in un futuro migliore.

Gheula Canarutto Nemni

Sei più importante di quello che pensi

Tanti auguri a te che stai compiendo gli anni in questo momento.

Che stai soffiando sulle candeline che coprono ogni anno un po’ di più la superficie della torta.

Tanti auguri a te che sei su questa terra con uno scopo ben preciso. Che sei stato mandato qui con una missione da compiere, un vuoto da colmare, un angolo buio da illuminare.

Tanti auguri alla persona che D-o ha deciso di creare, al pezzo mancante della creazione in cui il Creatore ha deciso di soffiare un’anima.

Senza di te questo mondo non sarebbe potuto essere, senza di te non sarebbe lo stesso.

Sei uno dei motivi per cui il sole sorge al mattino e la primavera segue l’inverno.

Nel giorno del compleanno D-o concede una forza particolare dall’alto, un potere di assumere buone decisioni per i prossimi giorni.  In queste ore è consigliato sedersi e domandarsi chi siamo, da dove veniamo, perché ci troviamo qui in questo preciso momento.

Nel giorno del compleanno D-o ci sta più accanto del solito. Ci prende per mano e dice: allora, stai usando tutte le forze di cui ti ho dotato? Stai mettendo in atto tutto il potenziale che ti ho regalato?

E sì, aspetta la nostra risposta.

Sta lì finché non Gli promettiamo di dare una svolta positiva alla nostra vita. Di dare un po’ più di attenzione al prossimo, di dare più nutrimento alla nostra anima, di provare a dedicare qualche minuto in più per l’educazione dei nostri figli.

Non siamo qui per caso, non c’è stata nessuna fatalità nella nostra presenza in terra.

E’ tutto parte di un piano meticoloso che ci vede protagonisti indiscussi del nostro tempo.

Questo angolo di mondo potrà venire perfezionato solo da me, da noi, da voi, che ci troviamo qui in questo momento, questo pezzo di storia potrà venire migliorato solo da noi che lo stiamo attraversando.

Tanti auguri a chi compie gli anni nei prossimi 365 giorni, a chi si alzerà al mattino un po’ più vecchio ma anche più saggio.

Il compleanno è l’occasione per ringraziare per ciò che ci è stato concesso, per l’onore di essere venuti al mondo.

Ed è il momento per prendere buone decisioni e rispondere a D-o, sì, ci sto provando.

Gheula Canarutto Nemni

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