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Gheula Canarutto Nemni

Nella diversità siamo tutti uguali

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mass media

Facebook e la complicità con i futuri assassini

All’attenzione di Mark Zuckerberg e degli amministratori di Facebook 

Qualche giorno fa ho segnalato un gruppo che incita in maniera esplicita alla violenza contro gli ebrei. L’incitamento avviene in maniera chiara con vignette, didascalie e post. 

Mi avete risposto che se la pagina o le sue foto ‘sono offensive o di cattivo gusto, il vostro suggerimento è smettere di seguirla o vederne meno contenuti’.  

Caro Mark Zuckerberg, gentili amministratori, vi chiedo di prendere due-tre minuti del vostro prezioso tempo. Leggete i commenti sotto al post che voi mi consigliate di non guardare più. 

Accantonate per qualche istante ciò che state facendo, perché da questi minuti potrebbe dipendere il domani di molte persone. 

La propaganda è stata uno strumento fondamentale per l’ascesa del nazismo. Joseph Goebbels costruì a tavolino una immagine distorta, falsa e negativa, dell’ebreo. La campagna mediatica gli servi’ per rendere odioso, odiato e nemico, l’ebreo. 

Quindi meritevole di morire. Dopo pochi anni sei milioni di ebrei erano stati inceneriti nei forni crematori. 

Tutto iniziò da lì. Da un naso adunco, da dita allungate e deformi che tengono ben stretti dei sacchetti pieni di soldi. 

Tutto iniziò con delle immagini che i passanti avrebbero potuto ignorare, che le persone la cui sensibilità veniva urtata, avrebbero potuto non guardare. 

Credete davvero che, se la gente si fosse voltata dall’altra parte, la Shoa’ non sarebbe mai avvenuta?   

La soluzione non sta nell’ignorare un problema, ma nel risolverlo. 

L’incendio non lo si doma ignorando le fiamme. L’incendio si spegne buttando acqua sul fuoco, dandosi da fare perché si estingua. 

Non è nascondendo le pagine antisemite dal mio profilo, che qualcosa la’ fuori cambierà. 

Non è vedendo meno post anti-semiti che le persone inizieranno a guardare l’ebreo nello stesso modo con cui guardano ogni altro individuo al mondo. 

Non sono io che devo chiudere gli occhi. Siete voi che dovete aprirli, prima che sia troppo tardi. Prima che nelle pagine di storia del prossimo secolo venga scritto che la nuova campagna antisemita iniziò nel secondo decennio del 2000 sulle pagine di un social network chiamato Facebook. 

Ci sono pagine che, secondo voi, non violano gli specifici standard della vostra Comunità. 

Rivedeteli questi standard, non lasciate gestire le segnalazioni ad algoritmi o ragazzini troppo giovani per capire. 

Il silenzio di molti paesi fu complice del piano nazista. 

Facebook si trova oggi davanti a un bivio. 

Se rimanere quel luogo di ritrovo, quella piazza virtuale in cui tutto avviene in maniera civile, democratica e rispettosa dei diritti.  

Oppure trasformarsi in un muro tappezzato di manifesti di Goebbels ed essere complice di chi semina odio e predica violenza e morte. 

Gheula Canarutto Nemni 

 Pesach (la Pasqua ebraica) e la Stampa. Perché sull’ebraismo non fate scrivere chi lo vive ogni giorno?

 Mentre scrivo sto assumendo la decisione di mettermi a dieta.
Dopo soli tre giorni e mezzo di festa so che dovrò dedicare almeno un’ora al giorno alla ginnastica ed eliminare drasticamente ogni forma di carboidrati. Almeno finché avrò fatto la pace con la bilancia.
È’ una festa complicata la nostra, è’ vero. Svuotiamo gli armadi, puliamo la casa, eliminiamo ogni traccia di pane e cibi lievitati dal nostro orizzonte. Laviamo, tiriamo a lucido. La nostra casa non è mai così pulita. Ma abbiamo pochi minuti per assaporare il rumore del vuoto della nostra cucina. La copriamo, così nulla rischierà di entrare in contatto con ciò che poco prima aveva toccato il chametz, il cibo lievitato. E ricominciamo. Le patate vengono sbucciate, le uova dosate, le cipolle e carote soffritte. Il pollo arrostito,  Le pentole si riempiono, l’aroma di famiglia, di affetti, di nutrimento, si diffonde per la casa, nell’androne, negli appartamenti dei vicini.
Con il cibo cucinato possiamo   sfamare almeno altre quattro famiglie, oltre alle cinque che in ogni sera di festa si siedono  intorno al nostro tavolo.
Al mattino di festa, andiamo in sinagoga. Ma non ci restiamo per l’intero giorno. A pranzo torniamo a casa e di nuovo mangiamo.

Questi sono i giorni in cui ricordiamo l’uscita dall’Egitto, in cui ringraziamo D-o di averci salvato. Essendo usciti un po’ di fretta il pane dei nostri avi non era lievitato. Ma questo fu l’unico effetto collaterale di quella libertà così agognata. Dal momento dell’uscita dall’Egitto fino al ricevimento della Torah passarono giusto 49 giorni. Non 40 anni. E i rimanenti anni durante i quali gli ebrei rimasero nel deserto se è vero che furono contemplati come riparazione per un comportamento sbagliato, si rivelarono anni di coccole divine. C’era la manna dal cielo, l’acqua dal pozzo di Miriam, i vestiti crescevano addosso e venivano lavati dalle nuvole.  Colonne di nuvole e fuoco che si alternavano nella protezione dai nemici della nazione ebraica. La Torah si studiava da Mose’, il quale l’aveva sentita direttamente da D-o. Quando gli ebrei mandarono gli esploratori per capire come conquistare la terra, capirono che un periodo spiritualmente e materialmente così felice non si sarebbe mai più presentato. E così cercarono di ritardare l’entrata nella terra d’Israele.
Gentile redazione della Stampa, nella nostra tradizione la sofferenza non ha un ruolo centrale. Anzi. Il ruolo catartico nella tradizione ebraica ce l’ha a pieno titolo la gioia.
Le nostre feste si basano sul cibo, sugli amici, sui canti, su cene che si protraggono fino all’una di notte.
Hanno provato ad ucciderci, ci siamo salvati. E ora mangiamo.

P.s scusatemi, ma ora devo proprio tornare a cucinare. E se vorrete, la mia casa è sempre aperta per un incontro ravvicinato con questo tipo ebraico così sconosciuto…

Gheula Canarutto Nemni

 

valabrega la stampa

Lettera aperta a Noa, a Naomi Wolf e a tutti quelli che parlano a nome mio

corriere-della-seraLettera aperta a Noa, a Naomi Wolf e a tutti quelli che parlano a nome mio

Venerdì 25 luglio il Corriere della Sera ha pubblicato una lettera di Noa, la cantante israeliana. Canto e piango per i due popoli. Un’altra strada c’è: tendere la mano ai moderati. Pochi giorni dopo l’intervista di Alessandra Farkas a Naomi Wolf, dal titolo Tocca a noi ebrei all’estero schierarsi.
Bene, oggi tocca a me. Non so se il Corriere della Sera mi darà spazio. Non ho una bella voce e non ho mai fatto parte di nessuna amministrazione americana. Però sono un’ebrea. E per di più italiana. E di voci ebraiche italiane durante questo periodo se ne sono sentite davvero poche.

Più volte ho scritto al Direttore. Non mi ha mai risposto. Fa niente. Conosco la forza del web. Che spesso  stravolge anche i numeri della carta stampata. La libertà di parola, la possibilità di fare sentire anche la mia voce, me la creo da sola.

Gentili Noa, Naomi Wolf e tutti quelli che parlano a nome mio

da settimane è in atto un conflitto senza precedenti.  Ci sono missili sparati nei cieli israeliani con lo scopo di uccidere civili, donne e bambini, mentre dormono, cogliendoli nel sonno notturno. Ci sono tunnel che sfociano dentro a sale da pranzo in cui intere famiglie stanno sedute ogni giorno, tunnel da cui avrebbero dovuto sbucare terroristi assetati di sangue ebraico per uccidere più israeliani possibile. Siamo in Israele.

Ci sono razzi sparati da bambini, mitragliatrici impugnate da esseri poco più alti delle armi che imbracciano, ci sono creature di pochi anni che invece di venire vestite per andare a scuola vengono bardate a festa con cinture esplosive. Ci sono neonati che vengono imbottiti di tritolo con lo scopo di attirare, attraverso il proprio pianto, i soldati israeliani. Neonati che vengono fatti esplodere per poter trascinare con sé il nemico. Ci sono membri di organizzazioni che seminano terrore, che impiccano e fucilano chi osa ribellarsi alle regole degli assassini, che usano bambini per farsi scudo e potere diffondere le fotografie a chi non si farà troppe domande.Ci sono ambulanze in cui vengono nascosti kamikaze pronti al suicidio, ci sono campus estivi in cui i bambini imparano l’arte della guerra come noi in Italia impariamo a dipingere e suonare. Ci sono ospedali e scuole in cui si trovano arsenali in grado di fare proseguire la guerra per interi anni. Ci sono giornalisti minacciati di morte se racconteranno ciò che vedono al mondo. C’è un manuale con un insieme di regole ben chiaro per i  reporter che vogliono raccontare cosa succede a Gaza. Siamo a Gaza.

Ci sono asfalti divelti, macchine distrutte, sinagoghe assediate, bandiere di Israele bruciate ed ebrei tenuti in ostaggio. Siamo a Parigi. Non a Gaza.

Ci sono cori di ‘morte agli ebrei’ per le strade, minacce di morte a un giornalista che porta un cognome semita, atti vandalici in luoghi di culto ebraici. Siamo a Miami. Non a Gaza.

Ci sono imam che inneggiano all’uccisione degli ebrei, ovunque si trovino.  Siamo a San Donà di Piave. Siamo in Italia. Non siamo a Gaza.

L’odio per Israele non proviene  solo da Gaza. L’estremismo, il terrorismo, non è concentrato in quei pochi chilometri quadrati.

E quindi, vi prego, smettetela di cercare nel vostro, nel mio popolo, la causa di ogni fallimento di pace. Cercatela lì, in ogni parte del mondo, dove le madri nutrono i figli con sogni di morte. Propria e altrui.

I sorrisi dei palestinesi rilasciati dalle prigioni israeliane in nome di una ipotetica pace, offuscati dalle lacrime delle famiglie che hanno visto ritornare a casa solo pezzi di corpi dei propri cari, fatti saltare per aria proprio da quegli uomini, sono ancora impressi nella nostra memoria.

I tentativi fatti da Netanyahu e dai suoi predecessori di sedersi al tavolo dei negoziati si possono ritrovare in qualsiasi giornale. Forse il nome Oslo ricorderà qualcosa.

Più volte Israele ha teso la mano a una controparte, tra cui l’Olp, anche se questa dichiarava apertamente di volere conquistare tutta la terra santa. E di non accontentarsi solo di una parte di essa.

 

Noa, Naomi e tutti voi che parlate a nome del mio popolo,

la guerra non è proprio scritta nel Dna del popolo ebraico.

Siamo un insieme di studiosi, di occhialuti e filosofi, di persone che arano la terra con un libro in mano. Siamo un popolo di sognatori, di persone che non si arrendono davanti alla realtà. Immaginiamo campi fioriti lì dove c’è il deserto assolato. Prosciughiamo paludi per costruirci grattacieli a cento piani. Nei nostri ospedali curiamo i feriti siriani, maciullati dai loro fratelli. Assistiamo persino i terroristi. Quelli che non sono ancora riusciti a raggiungere il proprio paradiso, pur avendoci provato.

Non inneggiamo alla morte di nessuno, gli estremisti di cui parlate li possiamo contare sulle dita di mezza mano. Nessuno di noi si aggira con le accette per le strade di Londra, non minacciamo di morte chi si presenta ai cortei pro-Israele con una bandiera palestinese.

Non facciamo proselitismo, la nostra religione non la vogliamo imporre a nessuno. Secondo l’ebraismo ogni individuo nasce con un valore intrinseco e non vale di più a seconda della religione che professa. Non dipingete il vostro popolo con tinte che non ha mai posseduto.

Noa, Naomi, il popolo ebraico aborrisce l’estremismo. La nostra nazione ha da sempre combattuto con le parole, con le idee, con una penna in mano.

Quando mettete sullo stesso piano un estremismo che minaccia di morte gli infedeli da ogni parte del mondo, un estremismo che dipinge ‘N’ rosse sulle case cristiane per sapere chi andare ad uccidere domani, che mozza le teste e lapida le donne, quando mettete sullo stesso piano questi individui e il mio popolo, temo conosciate davvero poco la vostra propria gente.

 

Forse farebbe comodo a tutti potere mettere sul piatto della bilancia i due contendenti. Così il conflitto sarebbe una normale guerra, tra due parti.

Purtroppo invece la realtà è molto diversa. Da una parte c’è un paese, Israele, una democrazia nel cui parlamento siedono arabi e sul cui territorio vivono più di un milione e mezzo di arabi israeliani. Dall’altra c’è una cultura che non vuole nessun infedele sulla propria terra. Nessun ebreo entro i confini palestinesi. Una cultura che alleva madri che sognano figli terroristi e assassini di infedeli. Da un lato c’è il popolo israeliano che imbraccia le armi solo per difendersi, dopo che per anni da Gaza hanno sparato e sparano missili su case, ospedali e asili. Dall’altro ci sono persone che crescono con un unico scopo di sbucare da un tunnel e fare un massacro. Che sognano di invadere Trafalgar Square e sgozzare il primo ministro britannico.

Da un lato c’è chi aspira alla vita. Dall’altra c’è chi non vede l’ora di rinunciarvi pur di toglierla agli altri.

Chi salva una vita salva un mondo intero è l’inno degli ebrei, in qualsiasi parte del mondo.

Il paradiso dagli ebrei si guadagna salvando le vite. Non togliendole a chi professa una religione diversa.

Cara Noa, gentile Naomi, esiste un modo per uscire da tutta questa spirale di violenza e morte. C’è un’altra strada.

Si chiama educazione alla vita. Cosa che noi ebrei facciamo da migliaia di anni.

A nome mio e di milioni di altri ebrei del mondo.

Gheula Canarutto Nemni

 

 

 

 

Antisemitismo. Prevenire è meglio che curare

antisemitismo_02Mi sono sempre domandata perché, invece di dedicare infinite risorse, economiche e umane, alla cura dei tumori, non si concentri l’attenzione sui fattori che lo innescano, quegli input fisici e cellulari che fanno crescere nel corpo un nemico creato da se stesso. Se si scoprisse la causa, almeno quella principale, l’epidemia si potrebbe fermare all’origine, invece che affrontarla con cure costose e devastanti. Prevenire è meglio che curare, diceva una vecchia pubblicità di quando ero bambina. Non ne capivo molto il senso. Oggi invece sì.

L’Europa e il mondo sono invasi da un cancro che si è risvegliato dalle ceneri di Auschwitz, dalle macerie dei villaggi polacchi rasi al suolo da contadini antisemiti, dalle fiamme di sinagoghe e case di studio, accese durante le migliaia di pogrom del passato, dagli autodafè spagnoli eretti nelle piazze per dimostrare che chi non ha trovato la via della verità merita solo la morte. Oggi l’antisemitismo è qui, tra noi, come un tumore maligno che si risveglia e invade con i suoi tentacoli il corpo del mondo. Noi corriamo ai ripari facendo indossare ai nostri figli un cappello mentre camminano per la strada o prendono la metropolitana, andando a pregare barricati da camionette della polizia e metal detector, portando i nostri figli a scuola e sentendo il cuore in gola. Dobbiamo fare veloce, nessuno sosti davanti all’entrata. Lì fuori non siamo più al sicuro.

Barricarsi, proteggere, provare a nascondersi, è l’unica cura rimasta dopo che la malattia è stata dichiarata diffusa a tutti i livelli dell’organismo. Questa è la cura, di una malattia che tutti accettano con passività.

Ormai nessuno pensa nemmeno a come riuscire ad estirpare questo male dalla mente dell’umanità.

Eppure la soluzione sarebbe così facile, quasi banale.

Immaginate una campagna mediatica in cui si racconti cosa fa Israele per curare i siriani massacrati dai loro fratelli musulmani. In cui si dica la verità su quello che succede dietro le quinte di un bambino ferito dai soldati israeliani. Su come, la maggior parte delle volte, viene allestita la scena, preparato un succo di pomodoro rosso e dopo che i fotoreporter vanno a bersi il caffè al bar, il finto ferito si alza e riceve la paga per l’ora di recitazione.

Immaginate pagine di giornale, telegiornali, in cui si racconta e ricorda il motivo per cui si sta mettendo a ferro e fuoco un’area popolata da molti terroristi.  Per riportare a casa tre ragazzini che, all’uscita da scuola, con l’anima piena di ottimismo verso l’umanità, prendono un passaggio da una presunta brava persona. Che invece li trascina con sé nel baratro, nel mondo del terrorismo globale, dove non importa se sei ebreo, cristiano o presbiteriano. Non sei parte dell’Islam e meriti solo la morte peggiore.

Immaginate giornalisti che insegnano la morale che da millenni guida e tiene al mondo il popolo ebraico. Una morale basata sulla parola vita, non solo tua, ma anche del tuo peggiore nemico, di chi ha fatto a brandelli esseri umani, bambini con in bocca un pezzo di pizza, mamme con il cucchiaino del gelato porto verso la bocca di un neonato che verrà sepolto vicino a loro. Nell’aldilà l’ebreo viene premiato solo se avrà rispettato quel soffio divino presente in ogni essere umano, ebreo e non. E in questo mondo c’è chi osa contrapporlo a chi nell’aldilà viene premiato in proporzione al numero di anime che falcerà da questa terra.

Ma come al mondo probabilmente fa più comodo il giro d’affari innescato dai miliardi spesi nelle cure dei tumori piuttosto che investire massicciamente nella prevenzione, così il mondo preferisce barricare gli ebrei, denunciare gli sputi, gli sfregi, le sparatorie, indagare sugli atti terroristici ex post, sulle sparatorie a Bruxelles, a Lione, sulle pietre ad Anversa e il saluto nazista in Ucraina, piuttosto che cercare di evitarli attraverso una massiccia campagna di vera informazione.

Nella Torah c’è l’obbligo di erigere una balaustra, una protezione nei punti dove la vita di una persona potrebbe essere in pericolo, dove si rischierebbe di cadere. Chi non previene è ritenuto pienamente responsabile nel caso accada qualcosa.

Una volta era la Chiesa e le sue predicazioni antisemite. Poi sono arrivati i protocolli dei Savi di Sion e la soluzione finale. Oggi si nasconde la parola antisemitismo dietro a un paravento talmente trasparente, che solo chi è in malafede non è in grado di vedere la mano che ci sta dietro. Una mano assettata di sangue infedele.

Non sogno un J’accuse a posteriori. Non ho bisogno di scuse del mondo quando ormai il tumore avrà fatto il suo lavoro. Sogno una massiccia operazione mediatica che racconti ad ogni essere vivente che questo maledetto male ha infestato la terra dai tempi della Babilonia, dell’impero romano, dell’Inquisizione, della Russia zarista, della Germania nazista. Israele ancora non esisteva ma il mondo da sempre ha cercato e trovato infinte scuse. Per dare addosso all’ebreo.

Finchè questo non succederà e la stampa, i telegiornali, inonderanno le case con notizie parziali e faziose, il mondo mediatico sarà colpevole di ogni atto antisemitico e terroristico ai danni di ogni ebreo, ovunque si trovi nel mondo. Perché la maggior parte di questi sono frutto di un indottrinamento alimentato con le bugie e diffamazioni antisemite che riempiono l’aria del mondo in ogni secondo.

Gheula Canarutto Nemni

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