autografiSono uscita di casa pronunciando una preghiera. D-o fai che l’atmosfera stasera sia come quella che c’è intorno al tavolo del venerdì sera. Mentre le candele si muovono al ritmo delle nostre melodie e il profumo delle challot riempie l’androne stuzzicando il palato dei vicini di casa.   Fai che le persone respirino un’aria di valori, di buone intenzioni, di innovazioni, di un ebraismo diverso, orientato al presente e al futuro e non solo con lo sguardo rivolto al passato.

Non ricordo molto. Sono fatta così. Quando c’è un evento che mi coinvolge, il giorno dopo non ricordo quasi nulla. Mi rimane solo addosso un alone, una infinitesima sensazione. Anche stavolta è andata così. E nel cuore mi è rimasto quel sentimento di pace interiore, di benessere dell’anima, di avercela fatta, grazie all’aiuto di D-o,  mirando al cuore della gente, ad arrivare a toccarlo profondamente.

C’erano tante persone, non le abbiamo contate. C’erano amici, amiche, persone mai viste prima, giornalisti, scrittori, un melting pot di culture, professionalità, età e sesso.

C’erano ebrei laici e ebrei osservanti, non ebrei che si definivano cattolici praticanti e non ebrei atei o agnostici. Un campionario umano meraviglioso, ognuno con il suo background e probabilmente un fine diverso per cui si è preso la briga di attraversare la città grondando di sudore alle sei di sera, di prendere un treno, da un’altra città d’Italia (una signora di Torino che mi ha fatto salire le lacrime agli occhi), di uscire dal lavoro due ore prima per venire a sentire la nostra serata.

Lentamente su questo canale racconterò cosa è venuto fuori. E’ troppo per essere condensato in un’unica sessione.

Qui voglio iniziare a ringraziare.

D-o, che mi ha concesso l’opportunità di iniziare dal basso, incontrando ogni potenziale lettore, inventando cento dediche diverse per ogni acquirente del libro e ha esaudito le mie preghiere al di là delle mie stesse aspettative.

Il Rebbe, al quale ho domandato una brachà prima di uscire di casa. Gli ho domandato di farmi continuare il suo lavoro, di riuscire a diffondere l’ebraismo là dove ancora non è arrivato.

Marina (Gersony) che ha avuto la pazienza di sopportare i miei sbalzi d’umore (Marina, sfonderemo i mondi. Marina, non facciamo più niente), i miei desideri di stampa, giornalisti, scrittori e premi Nobel, fermando la gente per strada, distribuendo inviti ai suoi condomini, bombardando di email le personalità più famose.

Francesca (Amè) che ha un sorriso contagioso e la capacità di fare sembrare semplice la cosa più complessa del mondo. Una donna che si sveglia come me alle sei del mattino e addirittura corre al parco (mentre io me ne sto in camera mia su un comodo materassino) e può rileggere alla sera il proprio nome sulle testate più famose d’Italia. E con tutto questo, ha accettato di venire a parlare della storia di Deb e delle sue sfide quotidiane in un mondo che non la capisce molto.

Daniela Cattaneo Diaz, che pur non avendomi mai vista prima, ha optato per puntare sulla mia storia e le mie visioni. Si è cuccata un’intera famiglia di uomini che non le stringeva la mano e 10 scatoloni colmi di libri dalle tre del pomeriggio. Una generosità rara e preziosa che mi è rimasta nel cuore.

Giuseppe Zanotti. E la sua capacità di raccontare sogni realizzati, visioni incondizionate, insieme con sentimenti semplici e racconti di un passato famigliare che tocca le corde più profonde del cuore.

I miei figli. Che si sono messi a custodia dei libri, vigilando che nessuno se li portasse a casa senza permesso. E a mezzanotte, dopo la presentazione, mi hanno abbracciato dicendomi: “Mami, era stupendo”

Mio marito. Segue vignetta “Senza parole”