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Gheula Canarutto Nemni

Nella diversità siamo tutti uguali

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Il fertility day della Shoà

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Correva l’anno 1944. Fela Herling si trovava tra i pochi ancora in vita, nel campo di concentramento di Buchenwald. Separata dal marito un mese prima, come ultimo atto d’amore (miracolosamente sopravvivranno entrambi), avevano concepito un figlio. Quando si accorse di essere in gravidanza, Fela si vide passare davanti tutte le scene di cui non avrebbe mai voluto essere la protagonista.

Essere un neonato o una donna in gravidanza nei campi di concentramento significava spalancare la porta all’angelo della morte. Fela però decise di sfidare la storia. E di tenere il figlio. Riuscí a nascondere il proprio stato fino alla fine. E, miracolosamente, diede alla luce un maschio. Simcha, che in ebraico significa gioia. Fela aveva deciso di dare vita alla vita in un mondo dove regnava la morte.
In questi giorni del 2016, comodi nei nostri salotti, discutiamo del Fertility day.

Di una campagna voluta dal ministero per riempire gli asili e, come ci insegnano gli economisti, per permettere almeno l’equilibrio tra le entrate e le uscite pensionistiche.

Cosa comporti davvero mettere al mondo un figlio, lo si scopre solo quando non si dorme per tre mesi di seguito.

La vita invita ad accantonare le proprie esigenze, a ridimensionare i propri sogni, ad abbracciarne di nuovi che non da sempre ci appartengono. Quando si mette al mondo un figlio si supera la barriera che delimita il confine individuale di ogni persona. E si scopre la capacità di andare oltre a se stessi.

A raccontare le difficoltà che le donne affrontano in italia ogni volta che solo osano sognare una gravidanza, ci impiegheremmo interi mesi.

Migliaia di pagine si potrebbero riempire con le esperienze di chi è stato messo da parte al rientro dopo la maternità, di chi è stato costretto a ripensare alla propria carriera.

Sussidi dello stato, leggi ad hoc, agevolazioni e rispetto per chi svolge ogni giorno il lavoro di madre, renderebbero il nostro compito molto più facile.

Ma niente giustifica il tirarsi indietro.

Ci sono coppie che mettono al mondo figli con il solo amore e la voglia di dare, come ricchezza iniziale.

Nonostante l’assenza di regole, nonostante la carriera messa a rischio, nonostante la derisione di colleghi e l’ostracismo di quelle donne che per la carriera hanno rinunciato a venire svegliate durante la notte da un pianto assordante di un neonato affamato.

Il 23 marzo 1945 un neonato di nome Simcha apri’ gli occhi in un campo di concentramento. Grazie a una madre che non pensò a nulla, se non all’amore e all’infinito.

Non è mai il momento giusto della vita per mettere al mondo un figlio. Manca sempre qualcosa. Uno o due zeri in più nel conto corrente, il forno a microonde, la posizione ideale nel mondo professionale.

Eppure Fela non ci pensó due volte.

Se dobbiamo proprio celebrarlo il Fertility day, facciamolo il 23 marzo, il giorno in cui Fela ci insegnò il coraggio di mettere al mondo un figlio. Nonostante tutto.

Gheula Canarutto Nemni

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La Giornata della memoria? Giornata dell’identità ebraica, se posso scegliere, grazie

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Vennero bruciati i libri della Torà, chiusi i mikveh per le donne.

Vennero tagliate la barba e le peot agli uomini in mezzo alla strada.

Venne imposto di mangiare durante lo yom kippur, di trasgredire le regole.

L’ebreo che camminava, che mangiava, che costruiva la propria vita famigliare, che in ogni proprio gesto quotidiano ricordava D-o e le Sue leggi, forse senza nemmeno saperlo, avrebbe dovuto sparire senza lasciare una minima traccia.

L’ebreo avrebbe dovuto trasformarsi in un ricordo, in una sfumatura storica da fare studiare agli alunni, in un passato remoto a cui guardare senza il rischio di vederselo di nuovo comparire davanti con i suoi canti, con i suoi dondolii durante le preghiere, con la sua fede, con i suoi ideali.

I nazisti ci provarono con tutti i mezzi.

A fare diventare gli ebrei pura memoria.

Si dimenticarono di studiare attentamente questa nazione.

Per la quale la memoria non cammina mai da sola.

Ricordati il giorno dello shabat per santificarlo, sta scritto quando nella Torà si menzionano i Dieci Comandamenti per la prima volta.

Osserva il giorno dello shabat per santificarlo, così si ritrova invece la seconda volta.

Ricordati e osserva vennero pronunciati da D-o contemporaneamente, dicono i nostri maestri.

Senza la storia noi siamo nessuno. Senza una madre da cui partire, senza una nonna da cui farsi raccontare, senza un moto della testa che si volge indietro alla ricerca delle radici da cui tutto prese vita, senza i profumi, persino gli incubi, un uomo non esiste davvero.

L’ebraismo si basa sulla memoria. La Pasqua è il ricordo dell’uscita dall’Egitto e la trasformazione di un gruppo di genti in una nazione. Shavuot è il ricordo del momento in cui gli ebrei ricevettero la Torà accettando su di sé i comandamenti e le leggi divine. Sukkot è il ricordo delle nuvole che protessero il popolo ebraico durante i quarant’anni nel deserto.

Nell’ebraismo la memoria è sacra. Perché dalla memoria si impara a vivere l’oggi e il domani.

E così il ricordo dell’uscita dall’Egitto si trasforma nel dovere quotidiano di uscire dai propri limiti e proiettarsi al di là di ciò che si è oggi.

Il ricordo del ricevimento della Torà si trasforma nell’emozione con cui ci si deve svegliare in ogni nuovo giorno come se si avesse appena ricevuto il dono più grande.

Le nuvole, protezione nel deserto più di 3300 anni fa, protezione dal caldo e dai pericoli incombenti, rappresentano la fede da riporre in D-o in ogni momento.

La storia, la memoria, la memoria storica non è mai per l’ebreo un punto di arrivo.

L’ebreo non ricorda per il semplice gusto di mettere alla prova la propria capacità di memorizzare.

L’ebreo non si concentra su un evento passato per lasciarlo lì, nella catena del tempo, isolato. La storia è un anello, un tassello, la storia è uno scalino già arrampicato di una scala che nel mezzo contiene il presente. E in fondo il futuro che ancora ci aspetta.

Il ricordo è un cassetto in cui gli ebrei ripongono le proprie esperienze passate. Un tesoro fatto di gioie, dolori, traguardi e sofferenze.

Per gli ebrei ricordare è un dovere, come osservare lo shabat e mettersi i tfilin ogni giorno. Agli ebrei è proibito dimenticare.

La memoria per l’ebreo, però, è solo l’inizio.

E questo i nazisti lo sapevano bene.

Per questo non hanno provato a cancellare il passato. A loro, che il mondo si ricordasse di quella razza chiamata ebraica, una volta esistita, non dava alcun fastidio.

Loro, degli ebrei, volevano cancellare il presente e il futuro.

Volevano cancellare quel senso della continuità del proprio essere nel corso del tempo, accompagnato dalla consapevolezza della propria diversità dagli altri individui, quello che il vocabolario definisce identità.

Era l’identità ebraica che i nazisti volevano annientare.

Ricordati è la memoria da cui partire. Osserva è il modo in cui farla continuare a vivere, a pulsare.

Memoria e vita vissuta con un’identità ebraica piena, senza compromessi, sono concatenati in una struttura portante.

Celebrare solo la memoria di chi è stato cancellato fisicamente da questa terra perché ebreo, è come risuscitare un morto facendolo rimanere nella propria bara.

Questo ebrei sono stati sterminati perché portavano in sé un’identità pulsante, una storia continua.

C’è solo un modo per onorare la memoria di sei milioni di ebrei scomparsi. Garantire la libertà ai loro figli, ai discendenti, agli eredi spirituali di questi sei milioni di ebrei, di vivere la propria identità senza compromessi, di potersi dondolare di nuovo durante la preghiera senza paura di essere interrotti da un terrorista, di camminare in mezzo alla strada con una kippah senza doversi guardare le spalle.

Al mondo chiediamo questo.

La nostra risposta deve consistere, non in parole e meditazione, ma nelle azioni e nel comportamento giusti. Vita significa assumersi la responsabilità di trovare la giusta risposta ai suoi problemi e portare a termine i compiti che essa assegna ad ogni individuo (Viktor Frankl, Man’s Search for Meaning)

A noi ebrei il compito di riportare in vita chi è morto cantando ani maamin, io credo, mentre veniva portato nei forni.

E c’è solo un modo di farlo. Riprendere la loro preghiera, i loro tfilin, le loro celebrazioni, da dove sono stati interrotti.

Gheula Canarutto Nemni

 

 

 

 

 

 

Un sogno tramandato

bambina shoàMi chiamo Anna. Ho dodici anni. Ho occhi e capelli castani. La mia adolescenza è appena iniziata. Ma la mia vita sta per finire. Mi chiamo Rebecca. Ho cinque anni. Ho occhi azzurri e capelli biondi. Non festeggerò mai il mio compleanno di sei anni. Mi chiamo Isaac. Non so esattamente quanti anni ho. Forse uno. Forse due. L’unica cosa certa è che mi hanno separato dalla mia mamma. E che non la rivedrò mai più. Mi chiamo Ruben. Sarei dovuto nascere tra due mesi. La mia anima non giungerà mai in questo mondo. Qualcuno ha deciso che non meritiamo di vivere. Che siamo colpevoli di una diversità insopportabile. La lingua parlata dai nostri genitori è troppo differente da quella del posto. Il nostro modo di vestire non segue sempre le mode dettate dagli stilisti. I nostri nomi, durante l’appello, risuonano come suoni stranieri tra le mura di scuola. La nostra identità è troppo sentita per passare inosservata. Il nostro orgoglio come nazione troppo potente per rimanere silente. Coloro che ci hanno negato il futuro avevano un unico progetto in testa. Un sogno tramandato dal faraone fino al 1938. Cancellare per sempre l’esistenza del popolo a cui apparteniamo. Annientare il nostro presente per evitare un vostro domani. Un disegno, grazie a D-o, mai trasformato in realtà. Voi, che vi trovate lì oggi, a leggere comodi in una sinagoga o tra le accoglienti pareti di casa, potete scegliere. Se piangere per noi, commiserandoci e ricordandoci. O riportarci in vita. Quando una bambina di nome Anna compirà dodici anni e prenderà su di sé tutte le mizvot. Quando una bambina di nome Rebecca accenderà una candela al venerdì sera. Quando un bambino di nome Isaac pronuncerà ‘torà’ tra le sue prime parole. Quando un bambino di nome Ruben vedrà la luce e farà il brit milà all’ottavo giorno. Il sogno dei nostri nemici andrà in frantumi. E voi ci avrete ridato la nostra vita rubata.

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