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Gheula Canarutto Nemni

Nella diversità siamo tutti uguali

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violenza

E se tu fossi più potente di quello che pensi?

Tutto iniziò da lì.

Da quei minimi, silenziosi, quasi impercettibili, atti immorali.

Il degrado non ebbe inizio tutto d’un colpo, ma seguì una lenta, continua e inarrestabile, evoluzione.

Erano passati 1656 anni dalla creazione del mondo, dall’istante in cui Adamo era stato cacciato dal giardino dell’Eden.

La voce di D-o che domandava ad Adamo: dove sei?

sembrava far parte di un passato molto remoto.

Gli uomini iniziarono rubando piccole somme di denaro, così limitate da non essere nemmeno prese in considerazione dalla legge.

Le loro anime, abituate alle piccole trasgressioni, si fecero forza e osarono di più.

Diventò consuetudine prendere la donna d’altri, dare vita a relazioni proibite senza vergogna.

Quando D-o si affacciò al mondo e vide da dove era tutto partito e a che punto era arrivato, dichiarò che l’uomo aveva superato ogni limite.

Dopo centovent’anni mandò il diluvio, spazzando via ogni cosa all’infuori di Noach, Noè e la sua arca.

Questa settimana Vogue Arabia racconta la storia di Ahed Tamimi, la ragazza diciassettenne diventata simbolo della ‘resistenza palestinese’.

Una ragazza cresciuta in una famiglia definita di ‘attivisti’ dai media italiani e internazionali.

Una famiglia che le ha insegnato a farsi portavoce di messaggi come ‘Ciascuno deve fare la sua parte, accoltellando, lanciando pietre o cercando il martirio’.

Qualche settimana, su Vanity Fair, Daria Bignardi ha definito Ahed Tamimi ‘un’icona palestinese’.

Quando D-o decise di distruggere l’intera umanità con il diluvio, non lo fece né per la gravità degli atti immorali né per l’idolatria.

La terra si era riempita di hamas, di furti, dice la Torà.

Il mondo civile aveva concesso spazio a piccole, quasi innocue, trasgressioni alla legge.

E da lì è iniziato tutto.

Il declino di una società non arriva tutto d’un colpo. Inizia lentamente. Con qualche parola, con alcune immagini, con silenzi assensi.

Il mondo civile oggi concede spazio a interviste innocue, a manifestazioni pacifiche, all’uso di parole che lentamente, continuamente e inarrestabilmente, si insinuano nell’immaginario collettivo, facendo risorgere un nuovo antisemitismo.

Non esiste una trasgressione troppo piccola.

Non esiste una parola che non abbia il suo peso.

Fare passare una terrorista per un’icona è un piccolo, silente passo verso la formulazione di una nuova moralità di cui si conosce l’inizio.

E di cui si dovrebbe temere la continuazione.

Un piccolo passo può avere un enorme peso. Nel bene e nel male.

Gheula Canarutto Nemni

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Facebook e la complicità con i futuri assassini

All’attenzione di Mark Zuckerberg e degli amministratori di Facebook 

Qualche giorno fa ho segnalato un gruppo che incita in maniera esplicita alla violenza contro gli ebrei. L’incitamento avviene in maniera chiara con vignette, didascalie e post. 

Mi avete risposto che se la pagina o le sue foto ‘sono offensive o di cattivo gusto, il vostro suggerimento è smettere di seguirla o vederne meno contenuti’.  

Caro Mark Zuckerberg, gentili amministratori, vi chiedo di prendere due-tre minuti del vostro prezioso tempo. Leggete i commenti sotto al post che voi mi consigliate di non guardare più. 

Accantonate per qualche istante ciò che state facendo, perché da questi minuti potrebbe dipendere il domani di molte persone. 

La propaganda è stata uno strumento fondamentale per l’ascesa del nazismo. Joseph Goebbels costruì a tavolino una immagine distorta, falsa e negativa, dell’ebreo. La campagna mediatica gli servi’ per rendere odioso, odiato e nemico, l’ebreo. 

Quindi meritevole di morire. Dopo pochi anni sei milioni di ebrei erano stati inceneriti nei forni crematori. 

Tutto iniziò da lì. Da un naso adunco, da dita allungate e deformi che tengono ben stretti dei sacchetti pieni di soldi. 

Tutto iniziò con delle immagini che i passanti avrebbero potuto ignorare, che le persone la cui sensibilità veniva urtata, avrebbero potuto non guardare. 

Credete davvero che, se la gente si fosse voltata dall’altra parte, la Shoa’ non sarebbe mai avvenuta?   

La soluzione non sta nell’ignorare un problema, ma nel risolverlo. 

L’incendio non lo si doma ignorando le fiamme. L’incendio si spegne buttando acqua sul fuoco, dandosi da fare perché si estingua. 

Non è nascondendo le pagine antisemite dal mio profilo, che qualcosa la’ fuori cambierà. 

Non è vedendo meno post anti-semiti che le persone inizieranno a guardare l’ebreo nello stesso modo con cui guardano ogni altro individuo al mondo. 

Non sono io che devo chiudere gli occhi. Siete voi che dovete aprirli, prima che sia troppo tardi. Prima che nelle pagine di storia del prossimo secolo venga scritto che la nuova campagna antisemita iniziò nel secondo decennio del 2000 sulle pagine di un social network chiamato Facebook. 

Ci sono pagine che, secondo voi, non violano gli specifici standard della vostra Comunità. 

Rivedeteli questi standard, non lasciate gestire le segnalazioni ad algoritmi o ragazzini troppo giovani per capire. 

Il silenzio di molti paesi fu complice del piano nazista. 

Facebook si trova oggi davanti a un bivio. 

Se rimanere quel luogo di ritrovo, quella piazza virtuale in cui tutto avviene in maniera civile, democratica e rispettosa dei diritti.  

Oppure trasformarsi in un muro tappezzato di manifesti di Goebbels ed essere complice di chi semina odio e predica violenza e morte. 

Gheula Canarutto Nemni 

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