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 Sono figlia di un uomo che a 15 anni incideva sulle panchine ‘w la libertà’. Mi ha chiamata Gheula. Che in ebraico significa libertà..

Mi sono sposata giovane, a due mesi dalla maturità mi sono ritrovata a diventare esperta di batterie di pentole e lenzuola in percalle, mentre nella mia testa cercavo di memorizzare date di battaglie e formule logaritmiche.

Nel mondo ebraico osservante è vietato qualsiasi contatto fisico prima del matrimonio. Per questo due ragazzi che si vengono a conoscere, attraverso il meccanismo dei shiduchim e si innamorano, devono sposarsi entro breve.

Da me questo lasso di tempo si è concluso con il matrimonio il 2 di maggio, due mesi prima degli esami di maturità.
Non per questo però ho voluto rinunciare agli studi prima e alla carriera poi.
Ho insegnato per sette anni in università e poi ho lasciato. Le donne rimanevano sempre indietro e gli uomini, chissà perché, continuavano ad andare avanti.
Un giorno ho deciso, ricca dell’esperienza di ricerca fatta in università, di intervistare ex colleghe, amiche, compagne di master, per capire cosa stesse succedendo in Italia. Dove stessero finendo le pari opportunità.
E ho iniziato a scrivere. Dovevo buttarmi alle spalle anni di linguaggio accademico, così mi sono letta tutta d’un fiato i libri di Sophie Kinsella.
Chi l’ha detto che per trasmettere messaggi profondi bisogna annoiare il lettore?
Io volevo fare ridere, riflettere, piangere, commuovere e ridere di nuovo.

C’è lo scontro generazionale tra la protagonista Deb Recanati, pronta a realizzarsi sia come madre che come donna – nonostante i sacrifici richiesti dalla carriera accademica e i colleghi che guardano più al suo stato di famiglia che alle sue capacità – e la madre, con la sua laurea mai messa a frutto e che sul tenere insieme famiglia e carriera l’avverte: «è come se provassi a creare una miscela di acqua e olio. Prima o poi uno dei due sovrasta l’altro».
C’è la realtà di una famiglia ortodossa che è incredibilmente simile a quella di qualsiasi altra famiglia. L’unica differenza il rispetto della religione che obbliga al cibo kasher e allo shabat, il giorno del riposo ebraico, in cui cellulare e computer vengono spenti per 25 ore.

Ogni feedback dei lettori mi commuove come se ogni volta ricevessi un nuovo premio letterario.
Ogni libreria che espone in vetrina il mio romanzo, rinnova in me la consapevolezza che nella vita, anche se tutti ti dicono che non puoi avere tutto, tu comunque puoi e devi provare ad ottenerlo.

Il mio romanzo si intitola “(Non) si può avere tutto” con il ‘non’ tra parentesi.
È un’autobiografia.

 L’autobiografia degli abitanti femminili del pianeta.

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