Un potere innegabile

wife crown of her husband

 

 

 

 

 

 

Tutto inizia con un sonno profondo e una costola sottratta. L’uomo si sveglia senza una parte di sé da cui ha preso vita la compagna dei suoi giorni futuri.  Solo allora, dopo che si trova sdoppiato, gli viene ricordato che, a un certo punto del cammino, dovrà lasciarsi alle spalle il passato e creare insieme alla propria metà, un comune destino. La storia continua con un uomo di nome Abramo, il primo a proclamare l’unicità di D-o nel mondo e con sua moglie Sarah, una donna il cui livello di profezia, così dicono gli stessi maestri, è di gran lunga superiore a quello del proprio compagno. Ad Abramo D-o dice “in tutto ciò che ti dirà Sarah, ascolta la sua voce”, perché Sarah si è impuntata. Ha percepito, più di suo marito, che Isacco con le sue qualità sarebbe diventato un degno patriarca. E che Ismaele, con la sua influenza negativa, va allontanato. Arriva Rebecca che senza alcun tentennamento devia le benedizioni da Esaù a Giacobbe, ritenendo quest’ultimo più degno di tramandare ogni morale ed insegnamento. Da quel figlio nasce Yehudà, il cui destino viene travolto da una donna di nome Tamar. Con un sigillo, una corda e un bastone, Tamar fa capire in maniera estremamente pudica ed elegante che è lui, Yehudà, il padre dei figli che aspetta. E lo risparmia dalla vergogna. Yehudà, colpito dalla grandezza, saggezza e lungimiranza della donna, sentenzia “ ha più ragione di me”, questa signora vede più lontano persino di un capo tribù.  Nove generazioni dopo, dalla loro unione, uscirà David, il re della nostra nazione. Shlomo, Salomone, il suo diretto discendente, proclamerà che “una donna di valore è la corona del marito”, ponendo una pietra miliare per il femminismo futuro.  Viene la halachà e sancisce: un figlio è ebreo solo se nato da madre ebrea. E ora, ditemi voi, chi ancora pensa che l’ebraismo non dia abbastanza spazio, importanza e protagonismo alle donne?

Gheula Canarutto Nemni

Penso diversamente quindi sono

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Era un periodo in cui non ci si preoccupava troppo di trovare il legittimo proprietario di ciò che piaceva. Se una cosa la si desiderava, semplicemente si prendeva. Erano anni in cui il cuore si versava davanti a entità ben tangibili e visibili. La ricerca di una Divinità eterea, secondo i più, non serviva. Correva un’era durante la quale il valore della vita era soggettivo e contingente. Una morale universale era il concetto più remoto a cui fare riferimento. Erano giorni in cui limiti e confini erano passati di moda. La famiglia era una nozione ormai antiquata, le specie, come D-o le aveva create, una configurazione della natura da tempo superata. Era un periodo in cui il pensiero del mondo si era perfettamente omogeneizzato, vivere come gli altri era una pratica comoda e priva di effetti collaterali indesiderati.  La coscienza un’appendice emarginata e dimenticata. La riflessione autonoma e indipendente richiedeva troppe energie dalla gente, essere e pensare come tutti era comodo, efficace ed efficiente. Correvano gli anni del diluvio universale.  L’aria era impregnata del conformismo dilagante. E dei colpi di martello dell’unico anticonformista di quel tempo.  Le assi si stavano lentamente trasformando in un’arca.  E il sogno di riuscire a scuotere il mondo dal suo intorpidimento, diventava di giorno in giorno, una vana speranza. Noè, Noach, ci provò per centovent’anni a farli ragionare. Di fare capire agli individui della sua generazione che appiattirsi sul pensiero comune, può risultare così pericoloso da portare alla totale distruzione. Dopo centovent’anni di tentativi, il conformismo ebbe la meglio. Trascinando con sé, negli abissi profondi, tutti quelli che non avevano avuto il coraggio di guardare il mondo con lenti diverse. Di questi individui che osservavano l’acqua mentre oltrepassava le loro spalle e in silenzio annegavano insieme al proprio mondo, non conosciamo nemmeno un nome. E’ Noach il protagonista assoluto di questo momento di trasformazione. Solo di lui e della sua famiglia consociamo la vita in ogni dettaglio. Sono i diversamente allineati, quelli che rimangono quasi senza fiato pur di continuare a nuotare controcorrente che incidono i libri di storia. Sono quelle voci fuori dal coro, quelle minoranze spesso derise, che sopravvivono alle correnti dei tempi. Sono i Noach, i Noè di ogni generazione che hanno il potere di forgiare il futuro del mondo. Sono quelli che si battono ogni giorno pur di non cadere nella trappola del tutti uguali a ogni costo, i privilegiati della sopravvivenza. Solo loro, quelli che non smettono nemmeno per un istante di pensare in maniera diversa, possono dire,  dopo migliaia di anni, io sono.

 

Gheula Canarutto Nemni

Un messaggero cristallino

water sukkotPer cosa  corriamo ogni giorno della nostra vita?

Cosa inseguiamo svegliandoci all’alba e andando a dormire quando le stelle già da tempo brillano nell’atmosfera?

Cosa ci porta a spingere sull’acceleratore della vita, a fermarci solo nelle corsie di emergenza, a dimenticare cosa ci scalda davvero il cuore e placa la nostra sete?

Cosa cerchiamo ogni giorno con tutti noi stessi? Forse il denaro, quel pezzo di carta ammiccante che promette ogni bene terreno?

Forse il potere, quella capacità di ammaliare le folle, di muovere gli altri come se fossero automi o pedine, di far scaturire comportamenti con

un semplice battito di ciglia?

E se fosse il denaro, una volta ottenuto come vorremmo fosse il nostro stato d’animo?

E se fosse il potere, una volta raggiunto, quale sogneremmo come sentimento prevalente dentro al nostro cuore?

La verità è solo una, caro lettore.

Ognuno di noi, dalla prima lieve apertura delle palpebre sulla luce del mondo, desidera una sola cosa.

La felicità.

Con il denaro ci si illude di comprarla. Con il potere di catturarla.

E forse la vita è solo un grande slalom per sfidarci a trovarla.

C’è una festa chiamata il tempo della nostra gioia. Per celebrarla si versava sull’altare l’elemento più puro e semplice che la natura ci offre. Senza gusto né corpo. Senza tinta nè sostanza. Un elemento senza il quale nessuno sopravvivrebbe. L’acqua. E noi che corriamo inseguendo ciò che ci illudiamo ci renderà felici,  noi che rinunciamo ai nostri giorni pur di sognare la notte gioie illusorie, la vera fonte di ogni sorriso ce l’abbiamo a portata di mano. Dietro a una parola di un figlio, uno sguardo grato di un povero che abbiamo aiutato, nel solco  lasciato dai tefilin che abbiamo appena messo, nella gratitudine di un ospite che abbiamo appena saziato, in un piccolo ma sicuramente  enorme passo avanti verso Chi ci ha creato.

D-o possiede infiniti messaggeri depositari dei segreti di una felice esistenza. L ‘acqua con la sua semplicità, purezza,  gratuità, facilità di ottenimento, ce lo ricorda col suo essere protagonista una volta all’anno. A noi non resta che coglierne il semplice, profondo, eterno messaggio.

Buon tempo della felicità

Gheula Canarutto Nemni

Se non ora quando…

D-o, fai che non viva tutti i miei giorni credendomi povero quando in realtà ero il più ricco. Fai che non pronunci parole ai miei occhi giuste, per poi capire che erano le più sbagliate di tutte. Fai che non semini a fatica dei semi, per poi scoprire che il loro frutto è il più amaro. Fai che non guardi avanti convinto di sapere quale sia il vero traguardo, per poi comprendere che la linea era stata tracciata per trarmi in inganno. Fai che non mi volti indietro dopo cent’anni e che tutto ciò per cui avevo corso abbia meno valore di un mucchio di polvere. Fai che non realizzi quando ormai sarà troppo tardi, come avrei dovuto vivere la mia vita per essere un tuo degno figlio.  Fai che non mi ritrovi in un giorno lontano a domandarmi cosa davvero significa essere ebreo.  Fai che, circondato dai miei discendenti quando i capelli avranno il colore somma di tutti i colori, io possa sorridere soddisfatto e fiero dei loro nomi, delle feste che rispetteranno, dei sabati che osserveranno. Fai che faccia adesso ciò che è giusto fare, che cammini ora verso dove è giusto camminare, che dica ora quello che è giusto dire, che pensi adesso quello che è giusto pensare. Concedimi l’illuminazione per forgiare un destino di cui nel futuro andrò fiero. Fai che non appartenga a quella categoria di esseri umani in grado di comprendere solo a posteriori.

Affido a voi, angeli che raccogliete tutte le preghiere per poi farne spartiti di vita umana da portare al cospetto del Re, a voi che unite le lacrime in grandi brocche da poggiare sulla bilancia con cui D-o giudica il mondo, a voi che non chiudete le orecchie quando la urla dell’anima oltrepassano il muro del suono spirituale, affido queste mie parole.

E prima che le porte dei cieli si chiudano e Tu apponga un sigillo alla busta che contiene il mio nuovo anno, illuminami D-o per favore sul potere di un solo attimo, sull’infinità del presente, di adesso, sulla magia delle buone intenzioni, sulla capacità dell’anima ebraica di trasformare la propria vita in un solo istante.

 

Gmar chatimà tovà,

che la busta di ognuno di noi contenga solo buone cose.

Gheula Canarutto Nemni

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Ora tocca a te

rosh hashanàRespira a fondo, rilassa l’anima, volgi lo sguardo verso l’alto e ricomincia. Slaccia le cinture che  ti legano al mondo, allenta la presa che ti affonda nella mondanità, stacca la spina da accumulo, prestigio, onori e rincorse. Oggi è il tuo giorno. E lo sarà anche domani. Per quarantotto ore occupati solo di te stesso, sii egoista. Non ti fare distrarre, non ammettere deroghe nè rimandare. È la tua grande occasione. Di ricominciare. Fai una lista mentale. Elenca i regali che hai ricevuto nell’anno passato. I respiri, i sorrisi, le cadute e le risalite, gli inciampi e i salti in alto, le occasioni, i sogni realizzati, gli ospiti, il sole, le stelle e il cielo. Concentrati su quelle cose che dai per scontate e che invece Qualcuno si adopera costantemente per farti avere. Pensa a quel pezzo di spirito talvolta dimenticato che giace silente sotto strati di corse quotidiane e finte cose importanti. Spolveralo dall’angolo in cui lo hai cautamente riposto con la speranza che non si intrometteresse. Riattacagli il sound, dandogli voce per questi due giorni di Rosh Hashanà, il capo dell’anno, le ore in cui si ricomincia a decidere il tuo destino. Lascia che il richiamo dello shofar scuota la tua anima dalle fondamenta. Questo ė quello che ti chiede il Padrone dell’universo in queste ore sacre, di riscoprire la tua innata capacità ebraica di rimetterti in discussione, quella rara dote  che ti dà la forza di premere pausa, magari perfino rewind. Per poi sfiorare il tasto play di una nuova pagina, dove Lui e la Sua Torà non sono appendici e post scriptum della tua vita, ma protagonisti indiscussi del tuo quotidiano. È la tua grande occasione, non fartela fuggire. Le porte del Cielo sono spalancate e il Padrone del mondo ti sta aspettando. Vagli incontro con un piccolo dono, con una mizvà, con qualche minuto di studio in più, che prima non c’erano. Beati gli esseri a cui è data l’opportunità di dimenticare il passato, aprire una nuovo capitolo di vita e ricominciare. E tu, ebreo ovunque tu sia in questo momento, sei tra questi eletti. Non te lo dimenticare.

Shanà tovà umetukà,

che D-o ci conceda un anno solo dolce

Gheula Canarutto Nemni

Mi dò da fare per il futuro del mondo…

bambini carrozzineQuando lo diciamo noi, umili donne talvolta lavoratrici. Quando alziamo la testa per esprimere la nostra opinione al riguardo. Quando ci capita di intervenire per dire la nostra sul tema. Quando tutti la pensano diversamente da noi e ci batte il cuore all’impazzata a prendere in mano quel microfono. Quando ti guardano con aria mista di compassione e pietà perché le ruote della carrozzina che spingi sono così consumate da dimostrare altri abitanti prima di questo. Tu ti domandi. Ma sono l’unica a pensarla così? A credere che se non si cambia il modo di correre e vivere, questo mondo tra qualche decennio sarà ridotto a un unico grande ospizio universale? Sono la sola (con pochissime eccezioni) a cercare di combattere perché alla domanda “che lavoro fai?” si possa rispondere “la madre” con lo stesso gusto e orgoglio che si può avere nel rispondere “l’ingegnere aerospaziale” o “il neurochirurgo”? La maggior parte delle volte sì. Siamo sole. Un esercito sparute di donne che forse molti pensano non ce l’abbiano fatta  a fare nient’altro che le madri e per questo cercano di ricordare al mondo più volte al giorno l’importanza della propria funzione, del proprio ruolo nella storia del futuro. Ma poi apri per caso il Corriere della Sera di qualche giorno prima. I bambini si sa, non concedono molto tempo per dedicarsi alle letture del giorno stesso. E lì, tra notizie di cronaca e fallimenti politici, trovi un’intervista a un uomo famoso, a un medico ammirato e stimato. Un articolo in cui si parla del calo della fertilità maschile. Causata, così spiega il famoso medico, dall’annullamento sempre più forte, della differenza tra i generi. “La donna oggi deve sviluppare aggressività, fare carriera, comandare persone, competere con gli uomini” e questo attenua “la polarità che è all’origine del fenomeno dell’attrazione in natura. I poli opposti si attraggono, quelli uguali si respingono.” Il dottore non se la sente di proporre come soluzione un ritorno al passato, a una ridefinizione dei ruoli. Demanda alla scienza il ruolo di sostituto dei fenomeni naturali. La fecondazione assistita è un ottimo rimedio a tutto ciò, dice. Solo alla fine si sbilancia e il sapore delle buone tradizioni ricompare magicamente. I politici facciano leggi che aiutano i giovani a procreare. Altrimenti si rischia un futuro senza bambini. Grazie dott. Umberto Veronesi. Per qualche minuto mi sono sentita indispensabile per il futuro come uno dei suoi ricercatori.

Gheula Canarutto Nemni

La famiglia Karnowski

israel Joshua Singer
israel Joshua Singer

Di cognome fa Karnowski. Di nome David. Di fatto, come molti prima, durante e dopo di lui, un ebreo alla ricerca affannosa dell’equilibrio segreto. Quel bilanciamento perfetto tra lingua del posto parlata in maniera impeccabile, cultura approfondita sulla storia, la filosofia e le scienze, e quella religione antica a cui appartiene. La famiglia Karnowsky potrebbe anche chiamarsi famiglia Cohen, Ginzburg o Levi. E’ una famiglia tipica ebraica. Con le proprie abitudini, i propri dubbi, i propri lessici famigliari, il proprio modo di vivere lo shabat, il proprio modo di interpretare il kasher, il proprio modo di vedere D-o. E’ una famiglia che inizia con un capostipite David, che non vuole più saperne di quei “selvaggi, bifolchi, oscurantisti e retrogradi” chassidim, quegli ebrei ancora non benedetti dal lume della ragione come lo sono invece tanti ormai nella Germania moderna. E’ un capostipite che, nella propria ricerca della “buona, vecchia, aurea, via di mezzo” dà al figlio due nomi. Moshe, col quale l’avrebbero chiamato alla lettura della Torah quando sarebbe stato più grande e Georg, un nome tedesco da usare nella vita di tutti i giorni. “Sii un ebreo a casa tua e un uomo quando ne esci” gli augura in ebraico e in tedesco a otto giorni di vita.  Il figlio cresce ogni giorno più conscio del proprio nome tedesco e sempre meno di quello ebraico. Al momento di scegliere una moglie, prende Teresa, un’infermiera bionda che con i Karnowski non condivide nessuna storia e destino passati. Il padre David ricerca tra le proprie macerie di vita la colpa che genererà dei futuri nipoti non ebrei. “Siamo goyim in casa ed ebrei per strada” gli  rivela un maestro. Qualcuno là fuori, nella Berlino degli anni ’30 è sempre troppo pronto a ricordargli la propria essenza nonostante il tedesco impeccabile e le poesie recitate meglio dei germanici stessi. Israel Joshua Singer muore nel 1944. Le leggi razziali le fiuta dagli stati Uniti, dove trascorre gli ultimi anni della sua vita. I suoi personaggi così colmi di dubbi millenari sembrano dotati di poteri veggenti. “Mio D-o, che cosa ci è successo?” domanda sopraffatto dal dolore Georg a Colui nel quel non aveva mai creduto,” dopo che il  figlio avuto dalla moglie non ebrea gligrida in faccia “Giudeo!”. “Allora forse, alla fin dei conti, avevano ragione quei chasidim assolutamente non al passo coi tempi” pensa disperato David. La buona, vecchia, aurea via di mezzo, così inseguita, non è per gli ebrei una via di mezzo. Ma una via senza ritorno.  Lo leggi tutto d’un fiato questo romanzo di Israel Joshua Singer. E la tua testa annuisce mentre dagli occhi sgorgano lacrime. Perché “nonostante tutto siamo ancora qui”. Questa volta non sei tu a parlare dell’importanza di continuare a seguire la Torah e le mizvot per poter continuare a parlare del futuro ebraico. “Non si può annientare lo spirito, come non si può annientare il Divino, rabbi Karnowski”, l’ha detto Israel Joshua Singer morto nel 1944.  Questa volta riporti parole che, come le quotazioni di un pittore dopo la sua morte, valgono ogni giorno sempre di più.

Gheula Canarutto Nemni

Se ancora…

napoleone bonaparteEra il 9 di Av. Non importa di che anno. Tutto assume una dimensione relativa quando in ballo c’è l’Assoluto. Napoleone Bonaparte passeggiava per la strada quando sentì piangere dall’interno di un edificio.

“Cosa succede lì dentro?” domandò.

“E’ una sinagoga ebraica” gli risposero.

“Perché piangono?” domandò.

“Per la distruzione del loro Santuario” gli risposero.

“Quando è successo?” domandò.

“Quasi 1800 anni fa” gli risposero.

“Piangono ancora dopo 1800 anni? Se ancora piangono dopo tutti questi anni, sicuramente ritorneranno alla loro terra e vedranno ricostruito il loro Santuario” disse Napoleone.

E così Napoleone Bonaparte, in un giorno di Tishà Beav, sentenziò l’eternità del popolo ebraico. Condensandolo in un unico motto. Se ancora. Se ancora piangono per il Tempio. Se ancora ridono a Purim. Se ancora mangiano come i loro avi. Se ancora mettono i tefilin. Se ancora si fermano per lo shabat. Finchè ci sarà quell’ancora, saremo legati a quell’ancòra che da più di tremila anni ci fa affondare le radici nella storia del mondo. Finchè ci sarà quell’ancora, noi saremo qui. A dispetto dei venti di guerra e dei gridi di pace. Ma, solo a una condizione. Se ancora.

La mia libertà? La ritrovo nella famiglia e nelle tradizioni religiose

Stamattina ho aperto gli occhi e, come ogni giorno da quando ho imparato a parlare, ho ringraziato D-o per avermi dato una nuova opportunità di vita. Mi sono lavata e vestita. Una gonna di jeans che copre le ginocchia, una maglia bianca con la manica a tre quarti, un paio di orecchini di H&M. Ho percorso la tratta camera-cucina in punta di piedi. Come ogni madre nel mondo, godo di libertà vigilata. Da parte dei miei figli.

Come fai? Mi domandano donne che hanno optato per una vita priva di vincoli famigliari. Come farei senza, rispondo. Perché in questa vita delimitata dalle esigenze di altri essere umani, in questo rumore di sottofondo che si interrompe solo per qualche ora notturna, in questi chili di bucati e spaghetti da gestire ogni giorno, trovo rinnovata la mia libertà di donna.

Mentre tutto il mondo intorno prova a suggerirti percorsi di carriera e stipendi a cinque zeri e a convincerti che la libertà sta nel vivere una vita senza legami e obblighi famigliari, io la mia libertà la trovo qui. Nelle limitazioni che derivano dalla creazione e gestione di una famiglia.

Ho preso in mano il libro delle preghiere, approfittando della quiete prima della tempesta. Pronuncio le stesse frasi da circa trentacinque anni. A sei anni ho imparato a distinguere una alef da una beth. E a riversare il mio cuore a D-o con le stesse parole usate dagli ebrei portati in esilio da Gerusalemme a Roma nell’anno 70, scacciati dalla Spagna nel 1492, trasformati in fumo di ciminiera ad Aushwitz e Dachau. Mangio cibo kasher, come i miei antenati, rispetto lo shabat, venticinque ore di black out tecnologico in grado di riconnettermi a D-o e alla mia famiglia. Sono un piccolo anello di una lunghissima catena.

Sono una donna ebrea ortodossa. Dotata, secondo il Talmud, di una capacità intuitiva superiore all’uomo, un quid in più che fa trasmettere l’ebraismo solo per via matriarcale, che rende donne come Sarah, profetesse superiori al marito Abramo. Un’intelligenza esaltata dai rabbini che porta donne come Noa ad amare la terra di Israele a tal punto da farla diventare un’agguerrita avvocatessa della Bibbia. Un quid che fa tessere le lodi della donna al venerdì sera in un canto femminista pronunciato da milioni di uomini nello stesso momento. Cercare di osservare le leggi che D-o diede a Mosè più di tremila anni fa non è facile nel nostro mondo.

Come fai? Mi domandano persone che si tolgono decine di centimetri di indumenti appena il termometro sale sopra ai venti gradi, guardando le mie maniche lunghe con aria compassionevole. Come farei senza, rispondo.Perché in questo stile di vita che in ogni secondo ti richiede un esame di coscienza per diventare una persona migliore e i salti mortali per trovare una gonna che non sia troppo corta, in queste figure di donne che racconto ai miei figli (maschi e femmine) prima di andare a dormire, trovo rinnovata la mia libertà di essere umano.

Mentre tutto il mondo intorno prova a suggerirti di vivere una vita senza regole e limitazioni, io la mia libertà la ritrovo qui, nelle tradizioni religiose.

Nella lunghezza di una manica, nelle preghiere recitate dai miei figli prima di addentare un pezzo di cioccolato, nelle parole di Rabbi DovBer, un rabbino del 1800. «I cieli baciano la terra con i raggi del sole, la risvegliano con le gocce di poggia. Così impregnata, la terra dona la vita, la nutre, la sostiene. Le sfere spirituali più alte, i mondi degli angeli e delle anime, non posseggono questo potere, di dare vita dal nulla, di trasformare la morte in respiro. Perché la terra, nella sua essenza, va ben oltre i Cieli. I Cieli sono la luce di D-o. Ma la terra è un’estensione della Sua essenza primordiale. E proprio da questa essenza proviene il potere di generare l’esistenza. Questo è il motivo per il quale è l’uomo che va dietro alla donna e non viceversa. Perché l’anima dell’uomo va alla ricerca di ciò che gli manca, della vera essenza dell’esistenza. E sa che solo nella donna potrà trovare ciò che lui non possiede».

Gheula Canarutto Nemni

Pubblicato l’1 luglio 2013 su La 27 esima ora (Corriere della Sera)

http://27esimaora.corriere.it/articolo/la-mia-liberta-la-ritrovo-nella-famiglia-e-nelle-tradizioni-religiose/

Una nuova battaglia per Gheula: la verità sulle donne ortodosse (di Israele e del mondo)

barbra streisand 2

 

 

 

 

Il giovedì era il mio giorno da incubo, il giorno del tema. A 11 anni ti costringevano a soffermarti sulla vita, sulle frasi dei poeti, sui terremoti e a scrivere intere pagine di quaderno sviscerando ogni sillaba. Mi sedevo accanto a mia madre e insieme analizzavamo il titolo, cercando di capirne bene le parole e il senso. “Pregiudizio cosa vuol dire?” le domandai una volta mentre tiravo su con la forchetta l’ultimo spaghetto dal piatto. “Vuol dire che le persone ti giudicano senza sapere davvero chi sei. Pre vuol dire prima. E’ un giudizio che si forma in un momento sbagliato. Il giudizio dovrebbe formarsi sempre dopo. Dopo aver conosciuto, aver parlato, aver discusso. Mai prima, ricordatelo” Me lo ricordo ancora. Dopo trent’anni.

Oggi apro uno dei miei blog preferiti, la 27esima ora. E ci trovo un articolo di Cecilia Zecchinelli, Una nuova battaglia per Barbra: la parità per le donne ortodosse di Israele. Tags: battaglie, diritti umani, discriminazioni, tradizioni. «È sconfortante leggere di donne che in Israele sono costrette a sedersi in autobus sui sedili in fondo o sono colpite con sedie di metallo quando vogliono pregare pacificamente e legalmente. O ancora di donne che non possono cantare nelle cerimonie pubbliche», ha detto la star… Le parole di Barbra si riferiscono chiaramente agli ultraortodossi, gli “haredim” ovvero “coloro che tremano per il timore di Dio”, che respingono ogni modernità e continuano a vivere come nell’Europa dell’Est a fine Ottocento”, scrive la giornalista.

Forse non tutti hanno subito il trauma del tema del giovedì. Peccato. Perchè avrebbero imparato fin dalla quinta elementare a formulare un giudizio sulle persone solo dopo averle conosciute.

Io mi dichiaro una charedit, non “tremo per il timore di D-o” ma Lo temo, Lo amo e cerco di seguirne le leggi. Non vivo come a fine 1800. Uso macchina, Iphone (o Samsung a seconda di quello che mi lasciano bontà loro i miei figli), sto scrivendo da un Mac.

“Per le migliaia di donne haredim d’Israele invece il canto è un peccato, così come mostrare capelli, braccia e gambe, mentre non lo è – ad esempio ­– lavorare, visto che la stragrande maggioranza dei loro uomini si dedica solo alla preghiera e i sussidi pubblici spesso non bastano”

Io non mostro le braccia e le gambe, è vero. E lo faccio soprattutto perchè D-o mi chiede di farlo. Ma non ci vedo nessuna discriminazione, secondo il tag utilizzato dalla signora Zecchinelli. Ci  trovo un grande rispetto, per chi mi vede e mi giudica non in base a ciò che incontrano i sui occhi ma in base a quello che dico e che penso. Ci vedo un rispetto per le donne, che non vengono ridotte a oggetti ma rimangono dei soggetti.

Non indosso paramenti quando prego,(“paramenti sacri che i rabbini ultraortodossi limitano agli uomini”) ma non per questo mi sento figlia di un dio minore. D-o mi concede di avvicinarmi a Lui in ogni momento, senza talit, tfilin o segni che invece toccano agli uomini. Non li devo portare questi segni. Perchè sono superiore. Sono parte delle donne charediot, non charedim, come scrive la nostra giornalista. l’aggettivo si declina al femminile, le donne ebree sono fiere della propria femminilità.

“La condizione delle donne ultraortodosse non è un mistero per chi vive qui o conosce Israele” ma forse lo è per la nostra giornalista e per tutte quelle persone che immaginano un mondo e lo giudicano senza prendersi la briga di conoscerlo.

Noi siamo qui, dice Matteo Caccia nel suo programma di Radio24. Noi siamo qui, pronte a farci conoscere, a parlare, a spiegare il perchè di una manica lunga, di una gonna, di una preghiera con uomini e donne separati.

Noi siamo qui, se qualcuno vuole trasformare il proprio pre-giudizio in un post-giudizio.

Gheula Canarutto Nemni

una charedit milanese (di nascita)

p.s E chissà se un giorno la 27esima ora farà scrivere un articolo che parla di ebraismo a un’ebrea con i tags: battaglie, diritti umani, discriminazioni, tradizioni. Lì forse si potrà spiegare che da noi non c’è discriminazione, che i diritti umani vengono rispettati al di là della comune immaginazione, che le battaglie le facciamo solo per portare più luce in questo mondo e che tradizioni fanno rima con vere emancipazioni….