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Gheula Canarutto Nemni

Nella diversità siamo tutti uguali

Quando l’Occidente mette in dubbio la legittimità di Israele, nega l’esistenza di D-o stesso

 

Fiat lux, e luce sia, ordinò D-o e per la prima volta un raggio trafisse l’universo. Ci sia una divisione tra il cielo e la terra, continuò D-o, facendo comparire l’orizzonte. Vi siano alberi, fiori, la luna, il sole, le stelle. Le foglie iniziarono a respirare l’ossigeno e a sintetizzare la luce per trasformarla nel proprio nutrimento. E poi arrivarono i pesci, i volatili, le pecore, i cavalli. L’uomo.

Iniziò la storia del mondo.

E D-o disse ad Abramo ‘questa terra la darò a te e ai tuoi discendenti’ ed apparve a Isacco suo figlio, per ribadire la propria promessa. E Giacobbe scappò dal fratello Esaù. Durante la fuga si mise a dormire e D-o gli promise in sogno ‘darò la terra su cui sei sdraiato a te e ai tuoi discendenti’.

E poi arrivarono i discendenti di Abramo, Isacco e Giacobbe che continuarono a leggere e a studiare la Torah, la parola di D-o e i suoi insegnamenti.

E poi arrivarono i discendenti dei discendenti e non smisero mai di credere nemmeno per un attimo alle promesse che D-o, il Creatore del mondo, aveva fatto ai loro padri.

E poi arrivarono degli uomini che dicevano di essere persone di fede, credenti. Uomini che non si facevano smuovere dalle teorie sul big bang e i buchi neri. Persone che avrebbero cavalcato nel Medioevo per migliaia di chilometri pur di liberare i propri luoghi sacri e riportare la parola di D-o là dove regnavano gli infedeli.

La storia si popolò di individui che avrebbero giurato di dire la verità sul libro più letto e venduto del mondo, su un testo in cui credevano fermamente.

E questi stessi individui, che si dichiaravano credenti, si riunirono per decidere le sorti di un fazzoletto di terra umido, desertico, senza nessun appeal razionale.

Abbracciarono rappresentati del terrore mettendo da parte stragi, bambini sgozzati, terrore, orrore, massacri di innocenti che avvenivano sotto ai loro occhi silenti e dedicarono le proprie energie a un puntino geografico quasi invisibile sul mappamondo.

La storia si riempì di uomini dal buonismo selettivo, dalla coscienza relativa, dalla fede limitata a ciò che era più confortevole.

Quando l’occidente si siede a tavolino per discutere la legalità e legittimità dello Stato di Israele e il rappresentante della cristianità abbraccia degli assassini non è di politica né di diritti umani che si discute. Ma di D-o. Di D-o e della Sua parola.

Perché se un individuo crede che sia stato D-o a generare la luce a soffiare dentro di lui l’anima stessa, se prega a D-o, quello stesso D-o che ha creato il mondo, se crede nella veridicità della Bibbia e la considera un libro sacro, quello stesso individuo non può mettere in discussione la parola divina quando D-o dichiara ad Abramo, Isacco, Giacobbe, Mosè, Isaia, che la terra appartiene al popolo ebraico.

Chi mette in dubbio che la terra di Israele appartenga al popolo ebraico, sta mettendo in dubbio la propria fede, sta negando la veridicità della Bibbia. E l’esistenza di D-o stesso.

Gheula Canarutto Nemni

 

 

 

A Chanuka gli ebrei  festeggiano la vittoria della luce sul buio, del bene sul male. Nonostante tutto. 

Yehi or, fiat lux, luce sia, disse D-o. 

La luce comparve timida, nel buio immenso. 

Accennò qualche passo, un po’ tentennante, timorosa di scomparire per sempre inghiottita dal buio. 

Fatti avanti, sussurrò una voce dietro di lei. 

La luce alzò la testa e si guardò intorno. Il buio le lanciò uno sguardo di sfida.

 Non temere, sei più forte, disse di nuovo la voce. 

La luce prese coraggio e avanzò. 

Non credo ai miei occhi, le disse il buio. Chi pensi di essere per camminare così, nel mio territorio? 

Una tua piccola, infinitesima molecola lo può sconfiggere, suggerì la voce. 

Il cuore della luce era in tumulto. Da un lato la paura del proprio nemico, dall’altra la consapevolezza di essere stata creata con uno scopo preciso. 

Si fece coraggio ed entrò negli animi delle persone di fede, nel pensiero degli idealisti, nelle azioni di chi non si vuole arrendere. Si trasformò in molecole e attraversò l’universo alla velocità più alta del mondo. 

C’è una nazione che, una volta l’anno, per otto giorni, festeggia questa creatura coraggiosa che con un minimo accenno è in grado di sconfiggere un grande nemico. Con una piccola fiamma, illuminare un’intera stanza. 

C’è un popolo a cui è stato insegnato che I lumi vadano accesi in un crescendo, un lume in più ogni giorno,  uno dopo l’altro, perché la luce contagia chi le sta accanto.

Fiat lux, disse D-o creando il miracolo del buono, del positivo, del futuro, in un mondo che fino ad allora era stato buio.

 Yehi or, comandò D-o donando il potere all’essere umano di cambiare il proprio destino in un secondo, il potere di diffondere il bene e sconfiggere il male con un piccolissimo gesto. 

Una volta all’anno noi, figli ed eredi di persone che armate solo di luce e di bene, hanno difeso la sopravvivenza del nostro popolo, ricordiamo al mondo che il bene, la luce, se davvero si vuole, possono sconfiggere il male peggiore. 

Chanukah sameach! 

Gheula canarutto nemni 

Il segreto per capire la kabalah

kabalahSi affacciò alla finestra.

Le parole del maestro gli rimbombavano ancora in testa.

Non limitarti a quanto vedi con i tuoi occhi, ragazzo mio. Se fosse stato questo l’atteggiamento degli studiosi, dei ricercatori, degli scienziati, ora non avremmo la luce in casa. Vedi tu forse la corrente correre lungo il filo quando premi l’interruttore? Visualizzi davanti a te le onde che partendo da una semplice scatoletta, attivano mondi virtuali sul tuo computer? Puoi visualizzare cosa muove il satellite in mezzo alle stelle quando viene comandato dalla lontana terra?

Quello che vediamo è solo una infinitesima parte di ciò che esiste davvero. La realtà che sta davanti ai nostri occhi è un velo. E dietro al velo energie invisibili alimentano, modificano, innescano moti di cui ignoriamo ancora l’esistenza. Per secoli gli scienziati considerarono il concetto di D-o un peso per la ragione e venerarono il meccanismo causa-effetto che non lasciava spazio ai miracoli, alla provvidenza, alla fede. Finchè arrivò Einstein, un uomo allergico alle apparenze e disse tutto è energia e questo è tutto quello che esiste, ritrovando l’atomo lungo il proprio cammino.

Quindi non ti stupire quando ti dicono che una tua semplice preghiera può apportare cambiamenti dall’altra parte del globo. Non meravigliarti se certi cibi permessi contengono un tipo di energia e altri, proibiti, ne contengono un’altra. Nessuno ha mai visto o misurato una particella o un’onda di gravità. Eppure tu stai attaccato al terreno. Non vedi l’energia dentro alla materia. Eppure è lì, ed aspetta solo che tu la riscopra, che tu usi il vino per fare kidush, il denaro per fare tzedakà, un’ora del tuo tempo per insegnare a tuo figlio che le parole dello shemà lo legheranno per sempre al proprio Creatore.

Sintonizzati sulla frequenza della realtà che desideri e non potrai fare a meno di ottenere quella realtà. Non c’è altra via. Questa non è filosofia. Questa è fisica, insegnò Einstein. Raccontando quello che la chassidut, rielaborando la kabalah per adattarla alla portata dei meno esperti,  aveva rivelato più di due secoli prima al mondo intero.

Gheula Canarutto Nemni

Quando domandiamo ‘D-o, perché?’, forse una risposta c’è

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Un giovane studente del Ramban si ammalò gravemente. Il suo maestro andò a trovarlo. L’immagine del giovane, mentre viveva gli ultimi momenti di vita terrena, lo colpì profondamente, aprendo il varco a una domanda che avrebbe voluto porre al Responsabile di tutto questo.

“I Cieli sono separati da cancelli. Ogni cancello possiede la propria chiave” disse il Ramban al giovane studente. “Ti dò le chiavi per aprirli tutti. Quando avrai superato anche l’ultimo ti domando di farmi un favore”.

Lo studente posò lo sguardo sul proprio maestro. “Quale?” gli chiese.

“Dopo avere varcato tutti i cancelli ed avere attraversato tutti i Cieli, arriverai davanti al Trono Celeste. Lì, porgi una sola domanda”

Ramban prese fiato. “ D-o, perché?”

Poco tempo dopo lo studente lasciò la terra. Per sei mesi il suo maestro non ricevette risposta. Finchè una notte il giovane gli apparve in sogno. ”Maestro”, gli disse, “ho varcato tutti i Cieli. Sono arrivato lì dove tu mi hai detto.”

“Hai domandato a D-o perché? Perché una giovane vita come la tua ha dovuto essere interrotta così presto?”

“No, maestro. Non ho domandato nulla. Perché qui, dove mi trovo, la tua domanda non necessita più di una risposta”.

Pochi giorni fa una giovane anima è stata strappata da questa terra. Potremmo riempire le giornate con infiniti punti di domanda. Continuare a chiedere che dal Cielo ci spieghino perché, perché queste cose accadono. Ma forse quello che ci si aspetta da noi, è altro.

E i vivi metteranno la lezione nel proprio cuore, dice Kohelet.

Ogni attimo di permanenza su questa terra, è un’occasione che D-o ci regala.

Possiamo scegliere di riempire queste miriadi di istanti con punti di domanda, con dubbi. Le nostre energie vitali, quelle che ci spronano a fare, a dare, a migliorarci, caleranno drasticamente.

Ogni domanda sul perché D-o faccia tutto questo, aprirà il  varco al vuoto, all’inerzia, alla stanchezza spirituale.

Le domande spengono il fuoco che si ha dentro e alimentano quella parte di noi che è stata creata per ostacolare la nostra crescita come esseri umani.

L’inerzia è il crimine più grande che l’essere umano possa compiere contro le proprie ore. 

Cara Alisa, ancora una volta ce la metteremo tutta per fare assorbire la lezione dal nostro cuore.

Ancora una volta un’anima speciale ha transitato su questa terra per scuoterci e ricordarci il vero scopo per il quale siamo stati creati. La Torà, le mizvot, tramandare ciò che ci è stato trasmesso.

In questo momento sono le azioni, quelle buone, che contano. La luce, il bene.

Alla fine dei conti, dopo avere sentito tutto, l’importante è temere D-o e osservare i Suoi comandamenti, perché questo è tutto l’uomo, ci dice nelle ultime righe Kohelet. 

Che il Cielo possa consolare la famiglia di Alisa e fare vivere a tutto il nostro popolo solo momenti felici

Gheula Canarutto Nemni

Una domanda per il Corriere della Sera: ma davvero credete che gli ebrei siano accumulatori, speculatori e lobbisti?

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Gentile Corriere della Sera,

Steven Mnuchin fa parte di una delle famiglie di origine ebrea più in vista della finanza newyorchese. Suo padre, socio di Goldman Sachs, ha accumulato un patrimonio di 40 milioni di dollari. Ha condotto speculazioni sugli immobili, guadagnando ingenti profitti mentre esplodeva la bolla immobiliare. Mnuchin ha potuto contare sull’appoggio di Kushner: entrambi fanno parte della comunità ebraica di New York.

 

Caro direttore,

ho evidenziato in corsivo le parole chiave di alcune frasi dell’articolo comparso sul Corriere a cura di Alessandra Muglia.

Se non avessi avuto davanti a me un cellulare di ultima generazione, avrei giurato di essere davanti a un articolo scritto durante le leggi razziali.

Gli ebrei, per il Corriere, non lavorano nella finanza. Le famiglie ebraiche (non ebree. Staremo forse antipatici ma ci teniamo alla declinazione linguistica corretta) detengono in mano il potere della finanza. Gli ebrei non lavorano e guadagnano come il resto del mondo. Gli ebrei accumulano patrimoni. Gli ebrei conducono speculazioni, mai semplici operazioni. Guadagnano ingenti profitti, non normali guadagni.

E si appoggiano a vicenda.

Fanno tutti parte, questi speculatori, accumulatori, finanzieri, della…comunità ebraica.

Se qualcuno domani si trasformerà in un antisemita convinto, lo dovremo anche a un articolo apparso nel novembre 2016 sul Corriere della Sera.

 

P.s Per favore, mantenete la coerenza della vostra linea editoriale. Non pubblicate nessun articolo per ricordare la shoà il 27 gennaio, giornata della memoria.

Rispettare una nazione, una religione, una cultura, significa rispettarne i vivi. Non i morti.

Gheula Canarutto Nemni

 

L’odio spiegato a mio figlio 

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Nella vita diamo tante cose per scontate. L’amore per il bello, per il buono, per il lato positivo. Pensiamo sia naturale buttarsi in mezzo alla strada per salvare un bambino che corre dietro alla palla, insegnare a leggere, a scrivere, trasmettere l’amore per la conoscenza, spegnere un fuoco prima che si trasformi in un incendio indomabile.

Presumiamo che tutti siano stati allevati con gli stessi valori.

Purtroppo non è sempre così.

Non tutti stanno dalla parte del bene. Quello che tu definisci male, altri lo chiamano bene. E viceversa.

Non in tutte le società si insegna a costruire, a salvaguardare la vita. Ci sono giovani a cui viene trasmesso sui banchi di scuola che la costruzione del proprio futuro passa attraverso la distruzione del presente degli altri.

In molti posti l’eroe non salva. L’eroe uccide.

In questi giorni hai visto le fiamme lambire la terra, tingere di rosso il cielo. Hai visto incenerire palazzi, prendere fuoco automobili, intere famiglie fuggire dalla propria casa prima che fosse troppo tardi. Hai visto sparire, inceneriti, migliaia e migliaia di alberi piantati in terreni aridi, annaffiati con la fede, curati con la speranza di vedere fiorire il deserto.

Davanti ai tuoi occhi la voglia di distruggere, di devastare, di terrorizzare, trova persino giustificazione.

Non ti perdere d’animo, amore mio. E’ da migliaia di anni che remiamo contro le correnti del mondo. Che concediamo la libertà agli schiavi quando le civiltà intorno negavano loro ogni diritto. Che riteniamo più rieducativo costringere un ladro a vivere in una famiglia dove imparerà cosa sia il rispetto, piuttosto che rinchiuderlo in una prigione dove imparerà nuove tecniche per rapinare. Sono infiniti secoli che costruiamo sinagoghe dove ce le hanno chiuse, sequestrate, trasformate in chiese, bruciate. Abbiamo insegnato l’amore per il dubbio, per la domanda quando intorno si accettava solo l’univocità della risposta.

Puntualmente arriva la sfida ai nostri valori, l’ascia che colpisce e tenta di abbattere ciò che, con estrema fatica, abbiamo costruito. Ce la faremo, con l’aiuto di D-o, anche stavolta. Con l’aiuto di Chi ci ha insegnato a comprendere l’amore di una madre uccello per il proprio figlio, a salvaguardare l’ambiente, a rispettare la natura anche durante la battaglia.

I tuoi avi non hanno mai smesso di combattere per la diffusione del bene, di quel bene che costruisce e abbraccia, che semina gioia, nascita, impegno e costruzione.

Domani, sui solchi neri lasciati dalle radici soffocate dal fuoco, ci sarà qualcuno che all’alba, guardando il sole rosso che sgorga di nuovo dal cielo, farà dei piccoli fori nel terreno bruciato e pianterà dei nuovi semi. Li nutrirà con quella cenere venuta dall’odio. E che il tuo popolo, per l’ennesima volta, cercherà di trasformare in bene.

Gheula Canarutto Nemni

 

Unesco. Lettera aperta ai cristiani di tutto il mondo. Per sopravvivere ci vuole il coraggio di essere sempre uguali a se stessi

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In questi giorni nei quali tanto si discute del voto dell’Unesco sui luoghi sacri agli ebrei, sorge una domanda. Ai cristiani di tutto il mondo.

Non è facile preservare la propria identità, dare continuità a quello in cui si crede. Il passaggio di padre in figlio rischia sempre di fare perdere qualche pezzo di quello che si vuole trasmettere, per strada.

Non è così naturale che tra cento anni ci siano ancora persone che la pensano come pensiamo noi oggi, che alzino gli occhi al cielo invocando aiuto e protezione dalla stessa Entità in cui noi crediamo.

Fare sopravvivere l’ebraismo fino ai nostri giorni, è stata un’impresa ardua.

Per trasmetterlo intatto, immutato, con lo stesso cocktail di fede, di domande, di dubbi e risposte, di studio e osservanza, ci è voluto un impegno infinito.

E una narrazione sempre uguale a stessa, senza alcuna interruzione.

Per la nazione ebraica la narrazione dei fatti avvenuti nel passato, non è una semplice storiella con alcuni insegnamenti morali. La storia, per gli ebrei, è la linfa vitale che l’ha tenuto in vita. La storia è la connessione con le radici, il collegamento con le origini, il cuore degli avi che batte nel cuore dei discendenti.

Tre volte al giorno, quattro durante il sabato e le feste, gli ebrei volgono il corpo e la mente verso la storia. Verso Est. Mizrach. Verso Gerusalemme, dove una volta stava il santuario e ora c’è solo un Muro a dare vita ai ricordi. Cerchiamo Est e troviamo re Davide e re Salomone, il grande sacerdote. Ritroviamo la civiltà ellenistica, gli imperatori romani e i loro decreti contro la l’osservanza della Torah.

Judea capta per il mondo è l’incisione su una moneta antica, un’epigrafe per celebrare la vittoria di un impero che non esiste più. Per gli ebrei Judea capta è un matrimonio la cui celebrazione non è completa senza un bicchiere rotto sotto al piede dello sposo in memoria del santuario di Gerusalemme distrutto, è una serie di digiuni che culminano nel digiuno del 9 di Av, in cui si piange per fatti avvenuti duemila anni fa, con lacrime vere.

Est per gli ebrei non è un punto cardinale. È una direzione verso la quale, per migliaia di anni, si sono rivolti i cuori.

Il pane azzimo, i digiuni, i cedri, le capanne, l’est. Sono i dettagli immutati, la ripetizione senza apportare alcun cambiamento, di una narrazione identica nel corso del tempo.

L’identità si tramanda con la consapevolezza di appartenere a qualcosa di certo.

E poi viene l’Unesco e con la votazione di decine di stati totalitari, paesi in cui nessuno gode del diritto di voto, cerca di riscrivere la storia.

Quella stessa storia che gli ebrei si tramandano da migliaia di anni.

E che, in teoria, si tramandano anche i cristiani.

In teoria. Perché il silenzio del papa, del mondo cristiano, degli ultimi giorni, fanno sorgere qualche dubbio.

Quando qualcosa è tuo, quando vivi da sempre solo per preservarlo, quando la tua vita oggi non sarebbe la stessa se i tuoi avi non avessero calpestato quel pezzo di terra, quando tutte le tue celebrazioni rimandano a quella storia, non permetti a giochi geopolitici di cancellare in pochi attimi quello che la tua fede ti ha sempre raccontato.

Il mondo cristiano sta accettando passivamente che si modifichi la propria, di storia.

Cari cristiani, ribadire l’origine ebraica di Gerusalemme e dei luoghi sacri è avere la speranza che tra cento anni ci siano ancora persone che condividono e a loro volta trasmettono la stessa fede e il desiderio profondo, di rimanere uguali a se stessi.

Gheula Canarutto Nemni

 

 

 

 

 

Yom Kippur. Oggi non è ieri

yom kippurL’11 ottobre del 1913 cadeva Yom Kippur.

Franz Rosenzweig si diresse verso la una piccolo sinagoga di Berlino e ne varcò la soglia.

Davanti a lui centinaia di chassidim pregavano e cantavano insieme.

Rosensweig era un noto filosofo tedesco che per mesi aveva discusso sulla necessità per gli ebrei come lui, poco praticanti, di convertirsi. Appartenere a una religione e non avere nessun impatto sulla vita, per lui era una grande ipocrisia. E così aveva deciso di convertirsi al cristianesimo.

I suoi passi lo avevano condotto quella mattina verso la piccola sinagoga forse per un ultimo atto di coerenza verso la propria identità che avrebbe abbandonato. O forse per un semplice addio.

Il tumulto nell’animo di Franz non viene descritto da nessuna parte. Si conoscono però le parole che pronunciò alla fine di Yom Kippur. ‘Rimango ebreo’ disse. E non cambiò mai più idea.

Forse Franz Rosenzwieg aveva da sempre creduto che, per poter essere definito un vero ebreo, avrebbe dovuto cancellare tutto il suo passato, dare una svolta drastica alla propria vita e ricominciare da capo.

Forse si era sentito spiritualmente piccolo, inadeguato. Chi sono io per poter osare questo passo, era forse un pensiero ricorrente che lo aveva bloccato ogni volta che ci avrebbe anche tentato di prendere su di sè una piccola mizvah, di studiare un po’ di Torà.

Forse aveva da sempre erroneamente pensato che per l’ebraismo è o tutto o niente. E forse quel tutto gli era sembrato così inafferrabile, così lontano e irraggiungibile, da fargli optare automaticamente, per il niente.

Quasi duemila anni fa un rabbino di nome Akiva discuteva nel Talmud sul significato del giorno di Kipur. I suoi colleghi insistevano sul fatto che per potere venire perdonati sia necessario abbandonare tutti i propri peccati.

Rabi Akiva invece affermava: basta lasciarsi alle spalle qualche peccato, decidere di smettere di trasgredire solo alcune cose. D-o ci accoglierà a braccia aperte comunque.

 

E’ la pagina bianca, nuova, che troviamo il coraggio di aprire, nonostante tutto, che D-o apprezza più di ogni altra cosa.

 

Franz Rosenzweig, davanti a persone semplici che versavano il proprio cuore davanti a D-o, con molta probabilità capì.

Che D-o non pretende da nessuno di noi la perfezione, perchè questa è una qualità che ha assegnato ai regni celesti dove angeli e serafini Lo servono senza dovere superare prove e fugare dubbi a ogni passo.

Che D-o non accetta solo quelli che da un momento all’altro si trasformano in individui completamente diversi. Ma aspetta da noi un piccolo, piccolissimo passo.

 

Rimango ebreo, disse Franz, cancellando con due parole i dubbi e le decisioni del passato.

 

A Yom Kippur dobbiamo concentrarci su ciò che saremo domani. E non piangere su ciò che siamo stati fino ad adesso.

Yom Kippur è il giorno in cui l’ebreo ritrova D-o. E con D-o ritrova se stesso.

Gmar Chatimà Tovà

Gheula Canarutto Nemni

 

 

 

 

 

D-o aspettami, sto ritornando

capodanno ebraico, rosh ahshanaD-o. Non so perchè Tu mi abbia messo al mondo, perché Tu ti sia preso la briga e dedicato del tempo per formare il mio corpo, per dare vita col Tuo respiro alla mia anima.

Presumo avessi in mente un piano speciale per me.

Altrimenti non sarei qui adesso.

Non so se ho fatto buon uso del tempo che mi hai concesso finora. Se ho sfruttato ogni minuto che mi hai regalato per migliorare me, per illuminare il mondo che mi sta intorno, per fare crescere i miei figli nella strada giusta della Torà, per dire ti voglio bene a chi mi sta accanto. Ne dubito molto.

Perché essere umani non è facile, come ben sai.

Hai messo sulla nostra strada miriadi di tentazioni, infinite scelte sbagliate abbaglianti che ci richiamano come sirene, col rischio di farci naufragare in ogni istante. A essere ottimisti probabilmente commettiamo un errore al minuto.

Eppure siamo di nuovo qui e troviamo il coraggio di bussare alla Tua porta. Per chiederti un anno buono, colmo di abbondanza, di serenità, di amore e salute.

Quando si torna a casa, da chi ci vuole bene, non sono le frasi che contano.

Basta uno sguardo, un’emozione, un abbraccio.

A Rosh Hashanà noi torniamo a casa e non sono solo le parole ad accompagnare il nostro rientro.

E’ un suono, quello dello shofar. Privo di vocali e consonanti, senza frasi su cui è necessario concentrarsi.

Lo shofar è come  il campanello di casa.

E’ il nostro segnale per dire sto arrivando, sto ritornando, per avvertire chi sta dietro la porta. Puoi esserti sporcato lungo il viaggio, puoi avere pensato, detto o compiuto cose diverse da quelle che che avresti dovuto. Puoi avere dimenticato la lingua di casa, le usanze della tua famiglia. Puoi avere ignorato le indicazioni che ti erano state suggerite.

Puoi avere persino dimenticato la strada.

Un ebreo, a prescindere dal percorso che abbia intrapreso, dalle scelte che abbia messo in atto, da tutto che ciò ha accantonato, nascosto, ignorato, un ebreo è sempre il benvenuto nella casa del proprio Padre.

Per farci aprire la porta basta un semplice suono, un po’ singhiozzante, varcare la soglia e cercare Chi ha creduto in noi dal primo istante, in cui ha deciso che il mondo, senza di noi, non avrebbe potuto farcela.

Teshuvà significa ritorno. D-o ci sta aspettando.

Shanà tovà umetukà

Che sia un anno dolce e colmo di buone cose

Gheula Canarutto Nemni

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