Lettera a mio figlio. Da aprire il giorno dopo il matrimonio

Caro amore mio,

Quaranta giorni prima che l’anima scenda nel mondo una voce nei cieli dichiara: la figlia di questo è destinata al figlio di quest’altro. Ancora prima di diventare qualcuno, sei già stato destinato a qualcuno. A creazione quasi ultimata, D-o disse non è bene che l’uomo stia da solo, gli farò un aiuto adeguato a lui. La donna comparve nell’universo maschile. E da quel giorno, nessun respiro, nessun battito di cuore, sarebbe potuto venire al mondo senza la collaborazione di ish e isha, uomo e donna, esseri così diversi costretti a incontrarsi.

Caro amore, il giorno dopo il matrimonio non ci sarà solo la forma della tua testa sul cuscino in stanza. Parlerai e non sarà solo l’eco a ripetere le tue parole. Camminerai e non ci sarà solo il rumore dei tuoi passi sul terreno. Sorriderai e non sarà una lastra di vetro a restituirti il sorriso. Il giorno dopo il matrimonio un pensiero diverso dal tuo ti costringerà a uscire da te stesso, un altro paio di occhi ti insegnerà a guardare oltre il tuo raggio visivo, altri passi ti insegneranno a camminare a un ritmo diverso dal tuo. A volte dovrai rallentare, perché lei sarà rimasta indietro, altre volte dovrai accelerare perché lei sarà già più avanti. Il giorno dopo il matrimonio, quando le luci si saranno spente e i fiori inizieranno ad appassire, quando il vestito bianco sarà tutto sgualcito e macchiato e le tue scarpe sporche e consumate dai balli, quando le celebrazioni saranno finite, lì inizierà la vera celebrazione, quella della vita. Di un domani che è possibile solo se uomo e donna procedono insieme, adattandosi l’uno al respiro dell’altro, di un futuro che esiste solo perché due persone così diverse riescono a uscire dai propri binari individuali e a costruire insieme un percorso comune. Caro Amore, il giorno dopo il matrimonio vi ritroverete voi due soli. Dovrai imparare a stare zitto quando avrai voglia di parlare, a parlare quando vorresti riposare. Dovrai assaggiare nuovi gusti, fingendo di apprezzarli quando proprio non ti piacciono. Dovrai sorridere a battute che non capirai, dovrai uscire quando sarai stanco e stare a casa quando magari avresti voluto uscire. Dovrai lavorare su te stesso, cambiare, modificare le tue abitudini, abbassarti, innalzarti, adeguarti a chi ti sta accanto. Questa è la condizione che D-o ha posto per perpetrare il genere umano. Uscire dal proprio io, dalla propria esistenza tranquilla e crescere insieme alla metà dell’anima che ci completa.

Auguri amore mio, che insieme possiate dare vita ad una costruzione eterna.

La tua mamma

Gheula Canarutto Nemni

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Lettera al nostro papà che sta nei cieli

Caro papà, Un altro anno è passato. 

Seduto qui, davanti a questo foglio bianco, vorrei provare a fare un bilancio. 

Non mi sono sempre comportato come ti avevo promesso. 

Qualche volta ti ho trascurato e, non posso negarlo, ci sono stati momenti in cui ti ho accantonato, istanti in cui ti ho dimenticato. 

Mi hai chiamato e non sempre ho risposto. 

Ho dato per scontato tutto quello che mi hai donato, le tue attenzioni, i tuoi regali a cui mi sono così abituato. 

Papà, essere tuo figlio però non è la cosa più semplice al mondo. 

Sei un padre che pretende, che richiede, che sprona a non fermarsi mai davanti a niente. 

Il punto che io considero d’arrivo, è per te solo un’altra partenza. 

Quando mi sembra di avere fatto qualcosa di grande, mi dai una pacca sulla spalla e mi dici: domani, farai di meglio. 

Però so che lo fai per il mio bene. 

Non ti preoccupare figlio mio, nonostante i nostri alti e bassi, mi continui a ripetere, il nostro legame rimarrà per sempre immutato. 

Il mio affetto per te va al di là del tuo comportamento, mi hai detto un giorno. 

Le tue parole rimbombano nella mia testa facendomi capire cosa sia davvero l’amore di un padre.  

Tra poco arriverò da te come ogni anno. 

Cercherò di isolarmi da tutto e capire come intraprendere il mio nuovo cammino. 

Innanzitutto perdonami per non avere apprezzato, per quegli incontri che ho a più riprese rimandato.  

Il mio cuore vorrebbe dirti quanto ti amo, quanto sia importante saperti lì per me, nonostante tutto. Ma non trovo le parole giuste per dirlo. 

Papà, sono davanti alla tua porta e mi torna in mente quello che mi hai detto. 

Figlio mio, non sarai mai troppo lontano perché io non possa sentire un tuo grido d’aiuto.

Allora, ti prego, ascolta questo suono che tu stesso mi hai insegnato.

 Creatore del mondo, in questo primo giorno dell’anno raccolgo il fiato che Tu stesso mi hai dato e lo riverso nello shofar. 

 Il mio amore per Te lo esprimo attraverso questi semplici suoni, che provengono dalla parte più profonda di me stesso. 

Eccoti, figlio mio, sei ritornato. 

Sì papà, è questo richiamo puro, senza consonanti e vocali, che mi ha riportato.  

Shana’ tova’ umetuka,

Che possa essere un anno dolce per tutti 

Gheula Canarutto Nemni 

Lettera per Adriana. Non sei tu ad avere dimenticato tua figlia, è il mondo intorno che ci fa dimenticare chi siamo 

Cara Adriana, 
Non è facile essere madri oggi. 

Rientrare in tutti quei compiti che ci si aspetta portiamo a termine, in tutte quelle liste interminabili di tappe, telefonate, impegni. La combinazione delle cose che dobbiamo fare ha come risultato un numero infinito.

Non finiamo mai di muoverci, di darci da fare. Il nostro orario di lavoro come donne e madri è illegale. Supera di gran lunga le otto ore consentite al giorno. Nel giro per andare al lavoro c’è la tappa dell’asilo, della scuola, quando chiudi l’ufficio devi riaprire tutti i files mentali famigliari, spesa, rientro a casa dei figli, compiti, cena, camicie da stirare e magari anche l’idraulico o l’elettricista. 

Quando si attaccano troppi elettrodomestici alla corrente, il contatore si sovraccarica e fa saltare la luce. Quando si immagazzinano troppo incombenze famigliari, professionali, domestiche, il cervello rischia il corto circuito. 

Adriana, ti seguo con la mente mentre esci dal lavoro con in testa la lista delle cose ancora da fare. Quando cerchi di ricordarti dove hai parcheggiato la macchina, quando sudi già al pensiero di entrare dentro a quella scatola bollente. 

Ti vedo mentre ti avvicini, con i pensieri banali di ogni donna e madre che occupano la tua mente. Mentre compi quegli ultimi passi leggeri prima che la tua vita cambi per sempre. 

Lo sento quell’urlo terribile che squarcia la piazza, le torri, le nuvole e arriva direttamente in Cielo. 

Non posso essere stata io la protagonista di questa storia stupida, non può essere successo a me che la amo più di ogni altra cosa al mondo, avrai pensato. 

Ti prego, fai che sia solo un cartellino giallo, un avvertimento che mi riporti lungo la strada delle cose importanti. Dammi una chance per dimostrare che, da domani, la mia vita la vivrò in modo diverso, che le cose per cui sacrificherò il mio tempo le ritroverò sotto la voce ‘importanti’.

C’è scritto che le anime stanno in terra giusto il tempo di perfezionarsi e portare a termine il proprio compito. 

La tua bimba era quasi perfetta. E in pochi mesi ha finito di svolgere la missione che le era stata assegnata. 

Ora la stanno cullando gli angeli in Cielo. 

Di qualsiasi cosa ti accusino, rispondi, la mia pena l’ho già scontata in quei maledetti 10 secondi. 

Poteva essere ognuna di noi la distratta, quella che spegneva la macchina e ripassava le cose da fare in ufficio mentre chiudeva la porta. 

Dentro a quei files corrotti poteva esserci il pensiero di ognuna di noi, nei passi che si allontanano inconsapevoli dall’amore più grande, c’erano tantissime donne sovraccariche di liste. 

Ho sfogliato  la tua pagina Facebook prima che la chiudessi. Ci ho ritrovato articoli condivisi,  faccine, sogni di una donna uguale a milioni di altre. 

Oggi virtualmente si può mandare di tutto. 

Io ti mando un abbraccio forte, enorme, una spalla su cui appoggiare la testa e permettersi il lusso di non pensare. 

 Dietro al bip che chiude la macchina, dentro a quell’urlo infinito di una madre rimasta impigliata nella rete delle infinite incombenze, intrappolata nelle distrazioni della vita, non ci sei solo tu Adriana. Ma milioni di donne. 

Il fertility day della Shoà

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Correva l’anno 1944. Fela Herling si trovava tra i pochi ancora in vita, nel campo di concentramento di Buchenwald. Separata dal marito un mese prima, come ultimo atto d’amore (miracolosamente sopravvivranno entrambi), avevano concepito un figlio. Quando si accorse di essere in gravidanza, Fela si vide passare davanti tutte le scene di cui non avrebbe mai voluto essere la protagonista.

Essere un neonato o una donna in gravidanza nei campi di concentramento significava spalancare la porta all’angelo della morte. Fela però decise di sfidare la storia. E di tenere il figlio. Riuscí a nascondere il proprio stato fino alla fine. E, miracolosamente, diede alla luce un maschio. Simcha, che in ebraico significa gioia. Fela aveva deciso di dare vita alla vita in un mondo dove regnava la morte.
In questi giorni del 2016, comodi nei nostri salotti, discutiamo del Fertility day.

Di una campagna voluta dal ministero per riempire gli asili e, come ci insegnano gli economisti, per permettere almeno l’equilibrio tra le entrate e le uscite pensionistiche.

Cosa comporti davvero mettere al mondo un figlio, lo si scopre solo quando non si dorme per tre mesi di seguito.

La vita invita ad accantonare le proprie esigenze, a ridimensionare i propri sogni, ad abbracciarne di nuovi che non da sempre ci appartengono. Quando si mette al mondo un figlio si supera la barriera che delimita il confine individuale di ogni persona. E si scopre la capacità di andare oltre a se stessi.

A raccontare le difficoltà che le donne affrontano in italia ogni volta che solo osano sognare una gravidanza, ci impiegheremmo interi mesi.

Migliaia di pagine si potrebbero riempire con le esperienze di chi è stato messo da parte al rientro dopo la maternità, di chi è stato costretto a ripensare alla propria carriera.

Sussidi dello stato, leggi ad hoc, agevolazioni e rispetto per chi svolge ogni giorno il lavoro di madre, renderebbero il nostro compito molto più facile.

Ma niente giustifica il tirarsi indietro.

Ci sono coppie che mettono al mondo figli con il solo amore e la voglia di dare, come ricchezza iniziale.

Nonostante l’assenza di regole, nonostante la carriera messa a rischio, nonostante la derisione di colleghi e l’ostracismo di quelle donne che per la carriera hanno rinunciato a venire svegliate durante la notte da un pianto assordante di un neonato affamato.

Il 23 marzo 1945 un neonato di nome Simcha apri’ gli occhi in un campo di concentramento. Grazie a una madre che non pensò a nulla, se non all’amore e all’infinito.

Non è mai il momento giusto della vita per mettere al mondo un figlio. Manca sempre qualcosa. Uno o due zeri in più nel conto corrente, il forno a microonde, la posizione ideale nel mondo professionale.

Eppure Fela non ci pensó due volte.

Se dobbiamo proprio celebrarlo il Fertility day, facciamolo il 23 marzo, il giorno in cui Fela ci insegnò il coraggio di mettere al mondo un figlio. Nonostante tutto.

Gheula Canarutto Nemni

Mia piccola bimba, d’ora in poi ti terrò per mano senza stringere troppo…

mamma figlioMia piccola bimba,

essere genitore significa incontrare lo sguardo di un figlio per la prima volta dopo mesi di infinita fatica e dimenticare tutte le difficoltà del passato in un solo istante.

L’amore per un figlio è un colpo di fulmine che dura per sempre.

Essere genitore significa dare un’importanza infinita a ogni dettaglio.

E se vorrai vedere crescere tuo figlio dritto, con un tronco solido e forte, dovrai curare e nutrire le radici dal primo istante. Senza alcun compromesso.

Essere madre o padre significa tenere per mano, senza stringere troppo.

Perché solo con la libertà che concedi a tuo figlio, lo potrai vedere un giorno incamminarsi nel mondo.

Litigare, gridare, pensare ognuno di avere ragione. E dopo pochi minuti ricominciare a ridere insieme come se niente fosse.

Perché tuo figlio lo ami a prescindere da tutto.

Chiudere gli occhi davanti alle candele dello shabat e domandare a D-o che conceda solo il bene, il bene assoluto, per ognuno dei figli.

Sentirsi inadeguati, non avere sempre la risposta giusta alle loro domande.

E sapere che grazie ai loro dubbi, anche tu crescerai insieme ai tuoi figli.

Da quando diventi genitore impari la forza di volontà da un piccolo essere di pochi mesi che non si muove dal proprio posto finchè la torre con i cubi non si erge alta e perfetta.

Un figlio ti insegna che l’aggettivo possessivo ‘mio’ non è mai per sempre.

A un certo punto arriverà qualcuno e ti dirà, da oggi è ‘nostro’.

E tu genitore dovrai farti da parte.

Sperando nel tuo cuore di essere riuscito a trasmettere e dare tutto quello che avresti potuto e dovuto, nel tempo che ti è stato concesso.

E ora che Rosh Chodesh Tamuz è alle porte, lo stesso mese in cui sei nata e ci siamo incontrate per la prima volta.

Nel giorno in cui la luna si fa piccola per poi rinascere.

La tua anima, quella a cui abbiamo dato vita vent’anni fa, si fonderà con quella del tuo amato, per formarne una nuova.

E dovremo lasciarti andare.

Perché amare un figlio significa farsi da parte quando un capitolo della vita si chiude e uno nuovo si apre.

Behazlachà amore mio, che H’ accompagni ogni vostro passo con gioia, salute, stima reciproca, successo. E infinito amore.

La tua mamma

Quando l’amore ti insegna ad andare oltre a te stesso

24.000 studenti di rabbi Akiva. 24.000 individui con opinioni diverse. 

Ognuno ascoltava il maestro e pensava, ah senza dubbio è questo ciò che intende. 

Si volevano bene questi studenti, erano discepoli di un rabbino il cui motto era ‘ama il tuo prossimo come te stesso’. 

Fu proprio questo amore profondo a portare alla loro morte.

 Soffrivano profondamente nel vedere che i compagni possedevano una interpretazione delle parole di rabbi Akiva, così diversa dalla propria.

 Se dovevano amare gli altri come se stessi, dovevano fare di tutto per allineare il pensiero dell’altro al proprio. Altrimenti sarebbero stati degli egoisti, ad avere trovato la strada vera e a tenersela solo per se stessi.

 Così pensavano gli studenti di rabbi Akiva, studiavano e cercavano di imporre la propria strada interpretativa, agli altri. Amavano così tanto da morire, puniti per questo eccesso d’amore che tenta di allineare.

 Finché arrivo’ Rabbi Shimon bar Yochai, studente di rabbi Akiva. 

Capi’ e insegno’ che la realtà possiede infinite sfaccettature perché la materia non vive di vita propria, ma non è’ altro che la manifestazione profonda dell’infinito.

 Proprio in queste opinioni così diverse, in questa capacità di percepire in maniera differente qualcosa che sembrerebbe uguale agli occhi degli umani e alla loro mente, sta la dimostrazione che la materia sebbene limitata, prende vita dall’infinito e li’ anela a tornare.

 Per questo corriamo ogni giorno con obiettivi materiali in testa. Ma lentamente, col passare degli anni, capiamo che la felicità vera arriva da qualcosa che non possiamo spendere. Ne’ toccare. 

Per questo cresciamo, cambiamo fisicamente, invecchiamo. Eppure una parte di noi ci accompagna inalterata lungo il cammino.

 Per questo dimentichiamo che dietro al corpo materiale c’è un’anima che pulsa identica alla nostra e riusciamo a giudicare gli altri attraverso solo ciò che vediamo e sentiamo. 

Gli studenti di rabbi Akiva amavano i propri compagni come se stessi. Come un genitore ama un figlio e cerca di insegnargli l’amore per la musica e per la matematica, pensando che ciò che piace a loro piacerà sicuramente anche al figlio. 

Venne rabbi Shimon e disse. C’è l’io, il tu e il loro perché la materia è’ definita e ben limitata. 

Ma ognuno deve cercare di scoprire il noi, quell’anima fatta di spirito che condividiamo. 

Allora le diverse opinioni diventeranno sfaccettature colorate di un diamante attraversato da un raggio di luce. 

L’infinito percepito dalle diverse materie intellettuali. E alla fine siamo un tutt’uno. 

Se solo una singola persona manca dal popolo ebraico, la presenza divina, la shechina’, non puo’ manifestarsi, disse rabbi Shimon.

 Gli studenti di rabbi Akiva lo capirono e smisero di morire. Se solo un pensiero diverso dal nostro sparisse, noi, noi stessi, non saremmo più quello che siamo. 

Gheula Canarutto Nemni 

Io sono osservante, tu laico. E allora?

jewish tefilin

Non si sarebbero mai parlati se non fosse stato per quel particolare momento della vita. Un venerdì mattina in cui tutti e due pregavano, a modo loro, che tutto si risolvesse per il meglio. Finchè Menachem alzò lo sguardo e incrociò quello di Daniel.

‘Vuoi mettere i tefilin?’ domandò Menachem.

Daniel lo guardò sorpreso.

‘No, grazie’ rispose.

‘Non lo faresti per me’, insistette il giovane, ‘ma per mia madre che è in sala operatoria in questo momento’, ci tenne a precisare Menachem.

‘Anche mio padre è sotto i ferri ora’, rispose Daniel con un’alzata di spalle.

‘Cosa ti costa metterli?’ si intromise una voce femminile dalla sedia accanto, ‘fagli un piacere, non vedi che ci tiene davvero?’

Daniel si alzò un po’ sbuffando domandando quale manica dovesse arrotolare.

Lentamente la sala d’attesa dell’ospedale si riempì delle parole dello Shemà un po’ storpiate pronunciate da un israeliano di trent’anni laureato in ingegneria.

‘Se mi vedesse mia nonna’ disse Daniel dopo avere finito. ‘Lei non accende il fuoco durante lo shabat e non guarda la televisione. Noi la prendiamo tutti in giro. Mi fai una foto così, con i tefilin, che gliela mando?’

Il flash del cellulare illuminò la stanza.

‘E’ la seconda volta della mia vita che li metto. La prima volta è stata durante il mio bar mizvah’ disse daniel forse più a se stesso che al proprio interlocutore.

Menachem iniziò a srotolargli i tefilin dal braccio. Daniel abbassò lo sguardo sui solchi che le strisce di cuoio avevano lasciato sulla sua pelle.

‘Se non mi avessi domandato di mettere i tefilin probabilmente io e te non ci saremmo mai rivolti la parola in vita nostra. Tu con la kippà e i tzitzit, io totalmente laico…’

‘Dovremmo imparare ad andare oltre a ciò che vediamo. Permettiamo che dei segni esteriori ci dividano. E ci dimentichiamo che la nostra origine spirituale è la stessa. Solo una. Perché ognuno di noi contiene dentro di sé una parte dell’Anima di D-o stesso.’

La donna, che fino a quel momento era stata in silenzio ad osservare la scena, disse

‘Sono la madre di Daniel. Ti posso dire che anche se siamo tutti laici in famiglia, vederlo con i tefilin al braccio, mentre mio marito si trova in sala operatoria, è stato come trovare le preghiere che non conosco’

Menachem le sorrise.

‘Saremmo il popolo più forte del mondo se riuscissimo a ritrovare la nostra unità perduta’.

La donna annuì, stringendo forte la mano del figlio. Due ore dopo vennero a comunicare che le operazioni dei parenti erano perfettamente riuscite. La donna esclamò un forte ‘baruch Hashem’ e cercando lo sguardo di Menachem gli disse ‘so che non mangeresti nulla da casa mia. Ma visto che tua madre sarà in ospedale per shabat, posso andare a comprarti delle chalot e portartele?’

E’ molto importante meditare prima della tfila, figlio mio. Ma questa meditazione è nulla in confronto a ciò che si smuove nei cieli quando si fa un favore al prossimo. La meditazione è importante. Ma solo se ti porta a desiderare di fare il bene ad un’altra persona, disse il Rebbe Rashab a suo figlio.

Gheula Canarutto Nemni

Quando in un ristorante trovi tre maestri di vita

denzelUna delle prime preghiere che recitiamo al mattino dice ‘D-o attaccami alle persone buone’. Attaccami, non semplicemente fammi stare vicino, fai in modo che possa domani essere come loro.

Però non si incontrano persone del genere tutti i giorni. Individui in grado di farti auspicare di assumere un po’ delle loro caratteristiche positive. Che ti invogliano a  svegliarti l’indomani con addosso, attaccata e parte integrante di te, la cosa buona che da loro hai imparato.

A Milano c’è un piccolo ristorante che amiamo. E non solo per il cibo che serve.

È’ un posto piccolo, accogliente, il cui proprietario e’ Afshin, un mio ex compagno di classe. Ai tempi della scuola era l’unico, tra i compagni maschi, a non subissarmi di scherzi e secchiate d’acqua in testa.

Adoro entrarci, respirare l’aria di cibo fresco. Ma, è soprattutto l’atmosfera ad essere speciale. Afshin non è solo dentro al suo ristorante. Dietro al bancone c’è suo fratello Ruben, tra i tavoli spesso volteggia la sorella. E negli ultimi mesi è comparsa la sua fidanzata diventata poche settimane fa sua moglie.

Ultimamente il papà non era stato bene. Afsaneh, la sorella, ha iniziato a fare  la spola tra l’ospedale dove stava il papà e il ristorante. Quando lei appariva, Afshin fuggiva e così a rotazione non c’era un secondo in cui il padre fosse da solo.

E i figli vivevano ogni secondo come se, oltre a lui, non ci fosse nient’altro.

Forse è stata l’assenza degli scherzi cattivi a portarmi all’inizio tra le mura di Denzel, il ristorante di questi fratelli.

Ma ora so che lì, in via Washington, non c’è solo l’hamburger migliore d’Italia.

Lì ho incontrato tre grandi maestri.

Tre persone che mi hanno insegnato il vero significato del rispetto di un genitore. Che mi hanno trasmesso il vero senso di forza, potere. Siamo forti quando stiamo tutti insieme, quando tre fratelli si muovono all’unisono per la stessa causa, quando ci si alterna per non fare mai sentire il padre solo, anche a costo di apparire sciupati, smagriti, senza una lista definitiva degli invitati, a due settimane dal matrimonio.

Non esiste una gioia più grande per un genitore che vedere i propri figli aiutarsi a vicenda, crescere insieme e costruire il proprio futuro appoggiandosi l’uno all’altro.

Non c’è regalo più grande che si possa chiedere.

E voi, fratelli Kaboli, ci avete insegnato come farlo questo dono. Non a parole e con lezioni sui manuali. Ma con un esempio di vita vissuta.

Il secondo santuario è stato distrutto perché tra il popolo ebraico non c’era una grande quantità d’amore, anzi.

D-o ammette più gli sgarri rivolti a Lui, che quelli rivolti ai nostri fratelli.

Quando mi domando cosa significhi fare felice D-o, nostro padre, ora so rispondere. Significa fare fronte compatto con il mio popolo e tutti insieme affrontare le difficoltà, le sfide, le minacce, i momenti bui.

Solo così, come i fratelli Kaboli mi hanno insegnato, dimostreremo  di amarLo con tutto il nostro cuore. E verremo premiati con giorni migliori. I migliori.

Ora il loro papà è in cielo, insieme alla moglie e ai serafini.

E senza dubbio sta brillando non solo di luce propria. Ma di tutta la luce che i suoi figli hanno creato.

Gheula

Quando Noa era un’avvocatessa innamorata della propria terra…

bnot tzlafchadTzlafchad  muore nel deserto lasciando 5 figlie femmine. E nessun figlio maschio. Noa, Milca, Tirza, Machla e Chogla, questi erano i loro nomi. Nei 40 anni di pellegrinaggio nel deserto non si sentono molto. Anzi, per niente.

Poi, a un certo punto della storia, spunta la loro voce.

E non è un momento  qualsiasi.

È il momento precedente all’entrata in terra d’Israele, in cui la terra viene divisa.  Terra che spetta secondo la legge agli eredi maschi della famiglia. Terra che passerà di padre in figlio, come l’ebraismo che passerà di madre in figli. La legge era stata accettata da tutto il popolo senza riserve. Finché un intero nucleo famigliare al femminile si presenta da Mosè.

‘Nostro maestro, noi siamo cinque figlie. Non c’è nessun erede maschio nella nostra famiglia. Ma non per questo siamo pronte a rinunciare a una parte d’Israele. Possiamo ricevere noi la porzione di terra che spettava a nostro padre?’

Mosè rimane di stucco. La legge parla chiaro. Le donne non rientrano nell’asse ereditario. Eppure c’è qualcosa in quelle donne, nel loro amore così profondo verso la terra di Israele da farle sfidare il leader di un’intera nazione, qualcosa di così sacro e reverenziale, che Mosè dimentica quale dovrebbe essere la legge.

E si rivolge a D-o per sapere cosa fare in merito.

Hanno ragione le figlie di Tzlafchad, gli viene risposto.

Nel caso in cui non ci siano uomini, saranno le donne ad entrare nell’asse ereditario.

La legge arrivò in terra per merito loro, di queste cinque sorelle, donne tenaci convinte della proprie ragioni, che aprirono il varco a chiunque, nel corso del futuro, avrebbe creduto fermamente, con tutto se stesso, in qualcosa.

D-o non ha preparato una situazione perfetta.

Ma ha spianato il terreno perché tutto sia perfettibile per mano nostra. Basta osare il cambiamento.

Gheula Canarutto Nemni

 

Israel, yom kippur e l’anima incorruttibile

Caro figlio,

voglio ringraziarti per essere arrivato. Per esserti ricordato anche quest’anno, da dove sei nato. Per avere rinunciato a colazione e pranzo, a quella telefonata importante, a quell’impegno che sembrava davvero urgente. Grazie per essere venuto di nuovo a cercarMi. Nonostante, forse, nemmeno tu capisca perché hai sentito proprio oggi questa necessità impellente. Per questo ti scrivo. Per spiegarti cosa sta dietro a questi tuoi passi. Dentro a ogni mio figlio, ho impiantato un microchip intangibile. Una parte di anima resistente agli urti, alle correnti avverse, agli slogan antisemiti. Alla razionalità e alle spiegazioni della mente. Questa è la parte più profonda del tuo essere. E’ una fiamma che non si potrebbe spegnere nemmeno sotto a un diluvio universale. Magari ci hai provato. A liberarti di queste origini, di questa identità storicamente pesante, di questo legame che crea inesplicabili sensazioni di vuoto, necessità improvvise di introspezione. Non è facile essere un Tuo figlio, D-o, avrai qualche volta pensato. Ma poi le tue gambe ti portano in sinagoga durante questo giorno santo perché dentro di te pulsa qualcosa che non sei mai riuscito a rendere silente. E’ la parte più profonda dell’anima che fa sentire forte la propria voce in questo giorno di kippur, in queste venticinque ore sacre. E’ così che ti ho creato. Ti ho concesso il libero arbitrio, il tuo comportamento, le tue azioni, stanno nelle tue mani. Ma la tua appartenenza al popolo di Israel, un insieme di genti che mai potrà staccarsi da Me, sono Io ad averla decisa. Nonostante un mio figlio abbia peccato, nonostante abbia tirato la corda che ci unisce sollecitandola più del dovuto, nonostante Mi abbia voltato la schiena, c’è un livello dell’anima che nulla al mondo potrà mai corrompere. Fai parte di un popolo legato a D-o da un nodo indissolubile. E anche quando ti sembra di stare lontano anni luce da Me, quando temi di esserti perso nella strada della vita e di non sapere più come tornare, voglio che tu sappia. Il tempo che ho stabilito per ogni mio figlio, affinché possa imboccare la via del ritorno al proprio Padre, ammonta a non più di un secondo.

 

Ti aspetto.

 

 

Gmar chatimà tovà

Gheula Canarutto NemniSchermata 2014-09-30 alle 10.57.13