La notte dei cristalli. Io non voglio ricordarla

Kristallnacht. Quando ricordare non serve

L’odore delle lettere bruciate riempiva l’aria di Berlino, Vienna e Praga.
Le discussioni di Rav e Shmuel, di Hillel e Shamai, sorvolavano i tetti delle case tedesche, austriache e ceche, alla ricerca di una nuova mente che le studiasse e di una nuova bocca che le dibattesse.
Le fiamme che lambivano i cieli trascinavano con sé le note del cantore, le melodie delle feste, i pianti dei digiuni. Non era la prima volta che volavano in quel modo. Né sarebbe stata l’ultima.
Correva la notte tra l’8 e il 9 novembre del 1938.
Migliaia di libri persero la vita nei roghi di quelle due notti, la frase profetica scritta da Heinrich Heine nel 1823 ‘Chi brucia i libri, presto o tardi arriverà a bruciare esseri umani’, aveva iniziato a diventare realtà.
Le pagine, ridotte a mucchi di cenere, ritornarono alla terra da cui erano venute.
Era stata ufficialmente dichiarata guerra al popolo ebraico.
E per l’ennesima volta nella storia, i nemici avevano dimostrato di conoscere il cuore nevralgico di questa nazione. La guerra contro gli ebrei non poteva venire combattuta solo con armi convenzionali.
Per annientare questo popolo così ostinatamente resistente era necessario adottare una strategia diversa.
Per fare della terra un posto Judenfrei bisognava colpirli nell’anima.
E così vennero accatastati migliaia di volumi del Talmud, uno sopra all’altro, perché da lì gli ebrei prendono il loro vigore intellettuale.
E alle fiamme vennero aggiunti degli Shulchan Aruch, il codice di leggi, perché senza la bussola spirituale gli ebrei perdono la direzione da seguire.
Vennero sfondate le porte delle sinagoghe, appiccato il fuoco alle sedie, ai leggii, alle mura dei luoghi da cui fino a pochi attimi prima si levavano melodie e preghiere, sradicati rotoli della Torà dalle arche sante.
Le fiamme bruciarono le pergamene e le promesse di amore reciproco fatte tra D-o e gli ebrei.
Ancora una volta nella storia i nemici del popolo ebraico avevano mostrato di sapere.
Che il segreto di sopravvivenza, la linfa vitale, l’energia essenziale per resistere e continuare a illuminare, di questa nazione che misteriosamente è riuscita ad attraversare secoli di storia, si trova nelle pagine di quei libri, nelle vitalità di quelle sinagoghe, nella voce dei bambini che studiano le parole, le regole, la filosofia a loro tramandate. Nelle preghiere che accompagnano i loro momenti di ogni giorno, nelle domande rivolte a D-o invece che all’uomo da Lui creato, nella fede nel loro Creatore.
Sono passati 81 anni da allora.
Venerdì 8 e sabato 9 novembre, riempiamo le sinagoghe, apriamo i libri ebraici che non abbiamo mai avuto tempo di studiare e di leggere, organizziamo gruppi di studio, dedichiamo qualche minuto per riportare alla vita ciò che i nostri nemici hanno provato ad estirpare dalla faccia della terra.
Trasformiamo le fiamme dei roghi in una fiamma ebraica ancora più viva.

Gheula Canarutto NemniSchermata 2019-11-07 alle 17.14.44.png

Yom Kippur. Oggi non è ieri

yom kippurL’11 ottobre del 1913 cadeva Yom Kippur.

Franz Rosenzweig si diresse verso la una piccolo sinagoga di Berlino e ne varcò la soglia.

Davanti a lui centinaia di chassidim pregavano e cantavano insieme.

Rosensweig era un noto filosofo tedesco che per mesi aveva discusso sulla necessità per gli ebrei come lui, poco praticanti, di convertirsi. Appartenere a una religione e non avere nessun impatto sulla vita, per lui era una grande ipocrisia. E così aveva deciso di convertirsi al cristianesimo.

I suoi passi lo avevano condotto quella mattina verso la piccola sinagoga forse per un ultimo atto di coerenza verso la propria identità che avrebbe abbandonato. O forse per un semplice addio.

Il tumulto nell’animo di Franz non viene descritto da nessuna parte. Si conoscono però le parole che pronunciò alla fine di Yom Kippur. ‘Rimango ebreo’ disse. E non cambiò mai più idea.

Forse Franz Rosenzwieg aveva da sempre creduto che, per poter essere definito un vero ebreo, avrebbe dovuto cancellare tutto il suo passato, dare una svolta drastica alla propria vita e ricominciare da capo.

Forse si era sentito spiritualmente piccolo, inadeguato. Chi sono io per poter osare questo passo, era forse un pensiero ricorrente che lo aveva bloccato ogni volta che ci avrebbe anche tentato di prendere su di sè una piccola mizvah, di studiare un po’ di Torà.

Forse aveva da sempre erroneamente pensato che per l’ebraismo è o tutto o niente. E forse quel tutto gli era sembrato così inafferrabile, così lontano e irraggiungibile, da fargli optare automaticamente, per il niente.

Quasi duemila anni fa un rabbino di nome Akiva discuteva nel Talmud sul significato del giorno di Kipur. I suoi colleghi insistevano sul fatto che per potere venire perdonati sia necessario abbandonare tutti i propri peccati.

Rabi Akiva invece affermava: basta lasciarsi alle spalle qualche peccato, decidere di smettere di trasgredire solo alcune cose. D-o ci accoglierà a braccia aperte comunque.

 

E’ la pagina bianca, nuova, che troviamo il coraggio di aprire, nonostante tutto, che D-o apprezza più di ogni altra cosa.

 

Franz Rosenzweig, davanti a persone semplici che versavano il proprio cuore davanti a D-o, con molta probabilità capì.

Che D-o non pretende da nessuno di noi la perfezione, perchè questa è una qualità che ha assegnato ai regni celesti dove angeli e serafini Lo servono senza dovere superare prove e fugare dubbi a ogni passo.

Che D-o non accetta solo quelli che da un momento all’altro si trasformano in individui completamente diversi. Ma aspetta da noi un piccolo, piccolissimo passo.

 

Rimango ebreo, disse Franz, cancellando con due parole i dubbi e le decisioni del passato.

 

A Yom Kippur dobbiamo concentrarci su ciò che saremo domani. E non piangere su ciò che siamo stati fino ad adesso.

Yom Kippur è il giorno in cui l’ebreo ritrova D-o. E con D-o ritrova se stesso.

Gmar Chatimà Tovà

Gheula Canarutto Nemni