Siamo tutti Dan Uzan? La Stampa colpisce ancora (stavolta con Cesare Martinetti)

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Scene di fuoco, spari, raffiche di mitra. In terra rimangono chiazze di sangue. Alzato lo sguardo si cerca di attribuire quel sangue alla persona a cui appartiene. E’ un processo lento, meticoloso. L’attribuzione di quel sangue influenzerà i titoli dei giornali del giorno dopo. Ha un nome ebraico, si sussurra per la strada.Ha la madre israeliana, dicono i suoi conoscenti. Faceva la guardia da più di vent’anni fuori dalle sinagoghe e dai centri ebraici. Ah, si dicono, quindi è…

Lo è. Lo era. E lo sarà per sempre. Dan Uzan è, è stato e sarà per sempre, ebreo.

Si schiariscono la gola. E domani, nelle notizie, dovremo riportare che un altro di loro, voglio dire, di quelli lì, capisci cosa intendo, è stato ucciso?

Si può sempre fare finta di niente.

Dirottare l’attenzione sui militari feriti, sulla vittima colpita al posto del vignettista Lars Vilks, sulle tombe ebraiche (quelli tanto sono morti) profanate in Francia, l’importante è arrabbiarsi, indignarsi, difendere a spada tratta la democrazia. Fa niente se quella democrazia ancora divide i cittadini e le vittime in diverse categorie. La linea è sottile, ma in pochi se renderanno conto. Nel silenzio, quasi nessuno si accorge dei suoni che mancano.

Se stessi in silenzio, sarei colpevole di complicità, disse Einstein.

Cesare Martinetti, la domanda non è perché non siamo Lars Vilks, ma perché non siamo DanUzan, perché non siamo Yoav Hattab, perché non siamo Yohan Cohen, Philippe Braham e Francois Michel Saada. Questa è la domanda più forte. L’occidente ha difficoltà ad immedesimarsi nel sangue ebraico. Per la cultura occidentale noi siamo, siamo stati e saremo sempre diversi. Forse è questa la grande prova a cui sono messi di fronte i paesi europei, gli Stati Uniti e tutti quei posti da cui si grida in difesa dei valori occidentali. Lo spartiacque della vera democrazia, dei veri diritti civili indistinti, della vittoria contro gli estremismi e i terrorismi di ogni tipo, sta qui.

Nella risposta a questa domanda.

 

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Un’ebrea risponde a una cristiana (Francesca Paci, La Stampa) che scrive a un musulmano

Schermata 2015-02-05 alle 11.33.17Gentile Francesca Paci,

Ho appena finito di leggere la sua lettera a Mohammed. È piena di belle parole, di esortazioni a guardare dentro di se’ come condizione per poter davvero un giorno vedere un mondo migliore.

Riga dopo riga stavo col fiato sospeso. Leggevo la sua lista degli ultimi orrori perpetrati dagli estremisti islamici. Leggevo e cercavo tra le righe, in mezzo alle parole, forse anagrammato. Ho trovato Charlie Hebdo, ho trovato le decapitazioni, violenze contro le donne, ho ritrovato persino le Torri Gemelle. Ma quella parola, quell’aggettivo che ancora oggi, nel 2015, viene usato con cautela o evitato intenzionalmente, non c’era. Ebreo. Ebraico. Non c’erano le vittime del supermercato kasher, non c’erano i morti al museo ebraico di Bruxelles. Spariti. Inghiottiti dal politically correct e trasformati in morti scomodi per le coscienze occidentali.

Invece non mancano i bambini di Gaza. No, quelli ci sono sempre. La morte dei bambini di Gaza da lei ripetuta per due volte (e sulla quale spero lei, giornalista qualificata, abbia davvero indagato prima di lanciare accuse a democrazie e giustificare dittature) quella sì’ che c’è. Così gli ebrei serpeggiano, aleggiano, bloccano, impongono, per non dire di peggio. Ma gli ebrei non hanno dignità di persone. Gli ebrei non subiscono, non vivono blindati (la invito in una qualsiasi sinagoga europea in un qualsiasi sabato dell’anno o in qualsiasi scuola ebraica in qualsiasi giorno della settimana), non possono essere ancora vittime. Gli ebrei sono esseri invisibili nel panorama del terrore.

Lei si auspica che il signor Mohammed pianga davanti alla sagoma del pilota bruciato, che condanni le barbarie compiute, che guardi dentro lo specchio i suoi fantasmi. Io mi auspico che lei, insieme a tutta l’Europa e al mondo intero, riesca a scrivere la parola ‘ebreo’ senza timore, accanto alle vittime del terrorismo mondiale. Che lei restituisca dignità a ogni essere umano, anche a chi prega dentro a una sinagoga. Quando il coraggio del mondo di guardare dentro allo specchio i propri fantasmi ebraici supererà quella invisibile soglia del non detto, allora sì che la società civile sarà in grado di combattere davvero per la propria sopravvivenza. E, unita con i propri ebrei, invece che cancellarli dai propri articoli e post, vincerà davvero.

Gheula Canarutto Nemni