Il Coronavirus e le strane coincidenze con gli ebrei

Qualche anno fa sono andata a sentire un famoso giornalista. Sapendo che si occupava spesso di tematiche ebraiche ho pensato gli potesse interessare il mio romanzo. Una volta finita la conferenza mi sono avvicinata a lui e dopo essermi presentata gli ho dato il mio libro. ‘Grazie’ mi ha detto, porgendomi la mano. ‘Grazie a lei e mi scusi, ma per motivi religiosi non do’ la mano agli uomini’ 

Non dimenticherò mai la sua espressione.  

‘Si riprenda indietro il suo libro. Io con persone estremiste come lei non voglio avere niente a che fare’. 

Avrei voluto spiegargli che il mio non dargli mano era invece un segno di grande rispetto. Verso di lui, verso sua moglie, verso il valore della famiglia. Avrei voluto raccontargli che dagli ebrei il contatto fisico possiede un valore intrinseco ed è permesso solo tra persone che appartengono allo stesso nucleo famigliare. Che una stretta di mano non è un semplice incontro di dieci dita, ma un punto di contatto tra due persone diverse. E che un abbraccio non è un semplice incrocio di braccia ma di due cuori che si sfiorano nel loro battito. 

Ma tutte queste parole mi sono rimaste appiccicate al palato. Fino a quando è arrivato il Coronavirus e all’improvviso il mio stile di vita è diventato una prassi. Nessuno dà più la mano a nessuno, nessuno abbraccia più nessuno, i baci sulla guancia a chi si incontra per strada sono diventati un ricordo di altri tempi. 

Le regole ebraiche contemplano che ci laviamo le mani appena ci svegliamo, prima di pregare, prima di mangiare il pane, dopo avere toccato le scarpe, dopo essere andati in bagno. Per noi ebrei lavarsi le mani è un rituale quotidiano così scontato che quasi non ci facevamo più caso. Fino a quando sono arrivate le linee guida del Coronavirus e hanno iniziato a raccomandare di lavarsi le mani in così tanti momenti della giornata che ci è venuto spontaneo pensare: ‘ehi, ma guarda che roba. Il mondo sta prendendo una deriva un po’ ebraica’ 

Nella tradizione ebraica esiste l’isolamento della persona ammalata di lebbra, una malattia che insorgeva in chi parlava male degli altri. Qualsiasi cosa il malato toccasse, diventava impuro. Cose che ci sembravano così remote quando le studiavamo, così appartenenti a un mondo lontano che quando hanno iniziato a parlare di quarantena ho pensato si trattasse di uno scherzo di qualche rabbino. 

Abbiamo regole severe per il cibo, tutto ciò che è a base di carne non si può mischiare con alimenti a base di latte, possiamo nutrirci solo di animali che abbiano lo zoccolo fesso e siano ruminanti e tra i volatili oggi mangiamo solo il pollo e il tacchino. I pipistrelli non potrebbero mai fare parte del nostro menù. La macellazione rituale avviene in condizioni di stretto rispetto verso l’animale e i controlli sanitari superano di gran lunga quelli imposti da qualsiasi ministero della salute. Così quando è arrivato il Coronavirus e abbiamo iniziato a leggere che in Cina gli animali vengono macellati davanti ai clienti e che gli spiedini di topo sono in cima alla wish list del consumatore medio, molti ebrei hanno pensato: se avessero rispettato ciò che dice la Bibbia tutto questo non sarebbe mai accaduto. 

Stiamo vivendo momenti che i nostri nipoti studieranno nei loro libri di storia. Cadeva l’anno 2020 quando il Coronavirus entrò nella vita di sette miliardi di persone, dirà il titolo. E nel sottotitolo ci sarà scritto: tutto accadde così all’improvviso che di punto in bianco il mondo intero dovette cambiare vita. Solo un popolo non fu preso alla sprovvista dalle nuove regole. Quel popolo strano a cui forse il giornalista famoso, se leggerà questo pezzo, oggi potrà porgere delle scuse. 

Gheula Canarutto Nemni

Il primo contagiato dal Coronavirus fu Tito

Ogni tanto dal Cielo arrivano delle scosse, dei richiami più o meno forti che riallineano l’umanità.

Periodicamente vengono generati dei messaggi, degli inviti a riflettere sulla direzione che si sta dando alla propria vita.

E all’improvviso tutti i punti fermi, tutte le decisioni, le sicurezze, le scelte, vengono rimesse in discussione.

Ci sono volte in cui la strada piana su cui si sta camminando, magari con la semplice intenzione di godersi la passeggiata, si trasforma senza preavviso in un sentiero pericoloso e pieno di insidie e l’unico scopo diventa quello di trarsi in salvo.

Il mondo era così impegnato nella sua corsa verso il denaro, il potere, i sogni di espansione che quasi non si è accorto di come una minuscola creatura, visibile solo al microscopio, si stesse insinuando silente nella quotidianità di un settimo della popolazione del nostro pianeta.

Così impegnati nella lotta di chi sarebbe arrivato per primo, di chi avrebbe potuto fregiarsi del titolo di potenza mondiale, da perdere di vista il vero obiettivo per cui l’essere umano è stato creato.

Finchè è arrivata una creatura dal nome di Coronavirus.

Una particella infettiva di dimensioni submicroscopiche che sta costringendo giorno dopo giorno sempre più persone a rimettere in discussione la propria struttura di vita, intere nazioni a ripensare a cosa si intenda per benessere della popolazione, aziende e colossi a tagliare le proprie previsioni di fatturato del 35%, un’intera società a pensare quale sia la propria scala dei valori.

Perché in fin dei conti i nostri principi di vita sono posizionati lungo una scala.

Quando tutto va bene scendiamo comodi verso i livelli più bassi, lasciandoci alle spalle lo spirito e l’anima e ci preoccupiamo di quanto denaro avremo in banca a fine anno, di quale brand mostreremo ai nostri amici sulla nostra nuova borsa, di quale titolo sarà stampato sul nostro prossimo biglietto da visita.

Ma appena qualcosa nel percorso si incaglia, la prima cosa che facciamo è riguardare indietro, volgere lo sguardo verso gli scalini alti di cui abbiamo volutamente ignorato l’esistenza e pensare che forse lì in fondo, proprio in quei luoghi dello spirito dimenticati da tempo, stanno le cose preziose per le quali vale davvero la pena di battersi.

Racconta il midrash che quando Tito distrusse il santuario di Gerusalemme, pensò di avere trovato il punto debole di D-o e di averLo sconfitto. D-o ,per insegnargli la Propria onnipotenza, gli mandò una microscopica zanzara che si insinuò nel suo cervello, creando a Tito così tanto disagio da portarlo alla morte.

A volte sono proprio queste invisibili creature a riportare l’uomo nella sua giusta dimensione.

Con la preghiera che D-o porti la guarigione a tutti i malati e che ponga fine alle malattie in tutto il mondo

Gheula Canarutto Nemni