Come ho scoperto i segreti di mio figlio

Mami, sono emozionato’, mi dice mio figlio mentre premo il pulsante per aprire il garage. ‘Non salgo in macchina dall’ultima volta che siamo tornati da scuola. Ma quando era?’ mi domanda.

Mi ci vuole qualche secondo per sbloccare il groppo che ho in gola e potere riprendere un tono tranquillo. ‘Tre mesi fa, più o meno’. ‘Wow, è proprio volato questo tempo’ dice mentre sfiora la maniglia della portiera con una faccia commossa.

E’ proprio volato e si è portato via un pezzo della tua infanzia, amore mio.

Mi sembri così saggio all’improvviso, così pieno di pensieri profondi, di frasi che qualche mese non avresti mai detto, di timori che non dovrebbero sfiorarti il cuore e invece ti assalgono.

E’ un periodo difficile per noi adulti. Il mondo sta cambiando in maniera così improvvisa che ci si deve aggrappare ai propri punti fermi per non rischiare di cadere nella sensazione di essere totalmente persi.

Siamo concentrati per capire come ricostruire il nostro oggi e il nostro domani e alle loro domande: ‘ma a settembre riaprirà la scuola?’ li guardiamo come se stessero vaneggiando o raccontandoci una barzelletta piena di ironia. ‘Settembre? Ma noi non sappiamo cosa succederà tra tre giorni’.

‘Scusa mami, hai ragione’. No, non ho ragione. Ho torto marcio. Perché tu hai bisogno di certezze, perché il domani a te non deve fare paura, perché il futuro lo devi vedere come una proiezione meravigliosa a cui arrivare a suon di musica e balli.

E’ stato un periodo folle. Pieno di dilemmi e di domande profonde. Una di quelle che più mi ha assillato è perché proprio quando io faccio ginnastica su zoom chiusa in stanza, dall’altra parte della casa sembra essere scoppiata la guerra mondiale?

Perché siete buoni tutto il giorno e non litigate nemmeno più così tanto, ma in quei pochi momenti in cui ho l’ispirazione o in cui compare sullo schermo del cellulare quel numero dal quale aspettavo una telefonata importante, voi vi scatenate a tal punto che il mio interlocutore mi dice: ‘forse la sto disturbando. Meglio che ci sentiamo in un altro momento’ e attacca prima di darmi il tempo di farvi quelle facce strane e quei gesti che solo noi conosciamo e che raccontano del filo che ci unisce nell’anima ancora più di prima.

Ci sono degli eroi che non abbiamo decantato abbastanza in questo periodo.

Che hanno lasciato le loro cartelle a scuole, convinti di ritornarci il giorno dopo, i loro guanti da portiere sotto al banco, in attesa di riprendere la partita in sospeso.

Persone che hanno rinunciato alle feste di compleanno e non ti stanno nemmeno tormentando ricordandoti che loro sono nati a novembre e ormai siamo a fine maggio.

Sono piccoli esseri che all’improvviso sono stati costretti a diventare grandi, a capire quando è il momento di non interrompere la discussione tra mamma e papà, a sedersi in balcone a guardare i pochi passanti come dei vecchi pensionati, a trovare il reparto delle biciclette totalmente vuoto, dopo avere sognato per tre mesi di fare un giro intorno al giardino con la mountain bike nuova.

Questi eroi silenziosi che hanno imparato a non lamentarsi, ad accettare lo status quo e a cercare le soluzioni per adattarvisi al meglio, sono i miei nuovi maestri.

‘Questa mascherina mi dà un fastidio’ mi dice sconsolato mentre tira gli elastici . ‘E poi non si vede nemmeno se sorrido’.

Parcheggiamo la macchina ma prima di uscire ti dico vieni qui. E ti abbraccio forte e vorrei farmi contagiare dalla tua nuova forza che nessuno di noi poteva immaginare voi piccoli eroi possedeste nel vostro animo puro.

Gheula Canarutto Nemni

La Pasqua ebraica è l’uscita dal nostro Egitto personale

E così, in tutta questa rivoluzione di vita, Pesach sta arrivando.

La festa in cui le famiglie in genere si riuniscono e i tavoli si allungano, in cui la sala ci sembra all’improvviso così piccola e le sedie non bastano mai, quest’anno si annuncia totalmente differente.

Quest’anno quando domanderemo ‘ma nishtana’- cosa è cambiato, perché è diversa questa sera da tutte le altre sere, probabilmente saremo noi ad essere diversi. Diversi da qualche settimana fa, quando andare al supermarket non era come andare al fronte, quando si buttavano via gli avanzi perché tanto domani avremmo potuto comprare ancora tutto, quando la vita stessa non era messa in discussione in ogni momento e la quotidianità, invece che apparirci come un regalo prezioso, veniva definita come qualcosa di noioso dal quale tentare di fuggire alla prima occasione.

Il tempo in cui vivevamo prima del coronavirus era un po’ come il chamezt, il cibo lievitato. Un tempo in cui c’era poco spazio per le opinioni e i sentimenti degli altri, un tempo arrogante, in cui il pensiero predominante era ‘tutto dipende da me’ e l’idea che fosse D-o a manovrare gli eventi sembrava quasi anacronistica.

La modernità ci aveva gonfiato un po’ tutti, con tutte le certezze scientifiche e il progresso. Il coronavirus ci ha ricordato che non siamo nessuno. Vulnerabili, attaccabili, deboli, ci ha svuotati del senso dell’io avvicinandoci all’idea della maztà, un pane piatto, sgonfio, che lascia spazio dentro si sé per gli altri, che si fa da parte e dice: D-o, sei Tu a manovrare ogni cosa.

La differenza tra le lettere che compongono le due parole, chametz e matzà, sta nella Chet e nella Hei. Entrambe aperte sotto, per rappresentare la facilità con cui un essere umano si approccia all’errore e al peccato. La chet di chametz però è chiusa in alto.

Quando si è arroganti, non si pensa mai di avere sbagliato e così si continua imperterriti verso una strada da cui non c’è via d’uscita.

La matzà invece, ha la Hei, lettera aperta sopra. E ci dice: il nostro peggiore nemico è dentro di noi, è quel sentimento che ci fa sentire pieni delle nostre certezze. Ma non temete, è sufficiente fare un passo indietro, svuotarci un pochino, per aprirci un piccolo varco verso una strada migliore.

La maztà che mangiamo la prima sera nutre la nostra fede, dice la kabalah. E quella che mangiamo la seconda sera favorisce la nostra guarigione, sia fisica che spirituale.

La fede in D-o è il primo passo per cambiare. Solo facendo spazio a D-o dentro a noi stessi, possiamo guarire dalla malattia dell’egocentrismo, che ci porta così lontano dalle cose che ci fanno bene, dal tempo con la famiglia, dalle ore dedicate alla nostra crescita spirituale e agli altri.

E se hai fede in D-o, non corri forse un po’ meno, sei meno stressato, perché tanto sai che l’ammontare del denaro che è stato deciso quest’anno sarà identico che tu corra per sette o per quattordici ore al giorno. La matzà della prima sera, il mangiare della fede, ci apre la strada per la guarigione vera.

Quando recitiamo il verso relativo ai quattro figli, il terzo è il ‘tam’, il semplice. Tam in aramaico significa ‘lì’. Tam ma hu omer- ma zot lachem?Il tam cosa dice? Cosa state facendo?

Lì in cielo ci domandano: Figli miei, cosa è stata la vostra vita fino ad ora? Vi rendete conto di come avete confuso le vostre priorità? Di come avete sprecato mesi e anni interi per accumulare cose di cui, solo ora capite, potevate fare anche a meno?

Pesach è saltare, come ha fatto D-o, quando ha saltato sopra alle case degli ebrei in Egitto salvando la vita di chi ci viveva dentro.

Pesach è la nostra capacità di saltare da un livello all’altro, da quelle abitudini che pensavamo di non potere mai sradicare, a un nuovo stile di vita, pieno di D-o, di famiglia, di quei valori che prima del Coronavirus avevamo accantonato.

L’uscita dal proprio Egitto, che rappresenta i limiti, i confini mentali di ognuno di noi, è la cosa più difficile da fare.

Fisicamente siamo in grado di viaggiare dall’altra parte del mondo, attraversare oceani e monti, ma il viaggio più grande e più lungo, quello che ci cambierà davvero, è quello che facciamo chiusi nelle nostre mura di casa, dentro a noi stessi. D-o in questi giorni ci ha pagato il biglietto per intraprendere questo viaggio e non per niente l’ha programmato a cavallo della festa di Pesach, che è zman cherutenu, la festa della nostra libertà.

Perché la vera libertà non è quella di potere andare dove si vuole.

Ma essere quello che dovremmo davvero essere.

Pesach casher vesameach

Gheula Canarutto Nemni