Lettera al nostro papà che sta nei cieli

Caro papà, Un altro anno è passato. 

Seduto qui, davanti a questo foglio bianco, vorrei provare a fare un bilancio. 

Non mi sono sempre comportato come ti avevo promesso. 

Qualche volta ti ho trascurato e, non posso negarlo, ci sono stati momenti in cui ti ho accantonato, istanti in cui ti ho dimenticato. 

Mi hai chiamato e non sempre ho risposto. 

Ho dato per scontato tutto quello che mi hai donato, le tue attenzioni, i tuoi regali a cui mi sono così abituato. 

Papà, essere tuo figlio però non è la cosa più semplice al mondo. 

Sei un padre che pretende, che richiede, che sprona a non fermarsi mai davanti a niente. 

Il punto che io considero d’arrivo, è per te solo un’altra partenza. 

Quando mi sembra di avere fatto qualcosa di grande, mi dai una pacca sulla spalla e mi dici: domani, farai di meglio. 

Però so che lo fai per il mio bene. 

Non ti preoccupare figlio mio, nonostante i nostri alti e bassi, mi continui a ripetere, il nostro legame rimarrà per sempre immutato. 

Il mio affetto per te va al di là del tuo comportamento, mi hai detto un giorno. 

Le tue parole rimbombano nella mia testa facendomi capire cosa sia davvero l’amore di un padre.  

Tra poco arriverò da te come ogni anno. 

Cercherò di isolarmi da tutto e capire come intraprendere il mio nuovo cammino. 

Innanzitutto perdonami per non avere apprezzato, per quegli incontri che ho a più riprese rimandato.  

Il mio cuore vorrebbe dirti quanto ti amo, quanto sia importante saperti lì per me, nonostante tutto. Ma non trovo le parole giuste per dirlo. 

Papà, sono davanti alla tua porta e mi torna in mente quello che mi hai detto. 

Figlio mio, non sarai mai troppo lontano perché io non possa sentire un tuo grido d’aiuto.

Allora, ti prego, ascolta questo suono che tu stesso mi hai insegnato.

 Creatore del mondo, in questo primo giorno dell’anno raccolgo il fiato che Tu stesso mi hai dato e lo riverso nello shofar. 

 Il mio amore per Te lo esprimo attraverso questi semplici suoni, che provengono dalla parte più profonda di me stesso. 

Eccoti, figlio mio, sei ritornato. 

Sì papà, è questo richiamo puro, senza consonanti e vocali, che mi ha riportato.  

Shana’ tova’ umetuka,

Che possa essere un anno dolce per tutti 

Gheula Canarutto Nemni 

Advertisements

Gad Lerner mi ha diffamato

promised landGad Lerner,

Con i suoi programmi televisivi, con i suoi proclami mediatici in cui domanda la fine dell’occupazione israeliana, senza nemmeno spiegare chi attaccò per primo e chi agi’ per legittima difesa, lei ha leso il mio onore, ha offeso la mia reputazione, ha creato un’immagine falsa che di me, della mia nazione,  si fanno chi la legge e la ascolta. 

Lei parla da ebreo. E per questo, l’ignaro pubblico, le crede quando parla del popolo ebraico.

Quella terra ci appartiene per diritto. È stata promessa da sempre al popolo ebraico. Apra Bamidbar, Numeri, nella porzione che leggeranno tutti gli ebrei del mondo questo sabato. Cinque donne si avvicinarono a Mose’ per domandargli di rientrare anche loro nella spartizione della terra di Israele. 3300 anni fa gli ebrei erano già connessi alla loro terra. Sfogli la Bibbia nella porzione successiva, dove si racconta delle tribù che avrebbero ricevuto le terre al di là del Giordano. 

La terra di Israele non è stata data al popolo ebraico in maniera provvisoria, come lei fa credere ai suoi ignari spettatori e lettori.

La definizione di Terra Promessa che dà l’ebraismo non è idolatria della terra, per poterne rivendicare la proprietà, come lei afferma. E’ promessa della terra. Promessa fatta da D-o ad Abramo di dare quella terra, la terra di Canaan, ai suoi discendenti, in più passi della Genesi. E’ la promessa fatta ad Isacco (Genesi 26-4), a Giacobbe (Genesi 28-13; Genesi 35-12 ecc ). E’ la spartizione della terra promessa agli avi di Israele tra le dodici tribù, scritta nella Bibbia . L’idolatria è aborrita dalla religione ebraica, lo vorrei ricordare io, al posto suo, a chi segue i suoi scritti.

Lerner non metta in bocca al mio D-o parole che Egli non dice.

Il mio D-o non ha mai detto che gli ebrei sono stranieri nella terra promessa, come lei racconta.

 Il mio D-o quella terra la promette e la fa conquistare ai miei avi.

Non attribuisca agli ebrei credi in cui la maggioranza assoluta di una nazione non si ritrova.

Non appiccichi addosso al mio popolo e a me, una etichetta che le fa comodo per potere farsi trasmettere e pubblicare da chi non vede l’ora di gettare fango addosso al popolo a cui appartengo.

Visto che lei si arroga il diritto di parlare a nome mio, mi permetta di dirle un’ultima cosa. 

Ognuno di noi viene messo al mondo con uno scopo preciso. Questa meta D-o però non la rende facilmente raggiungibile. E costella il percorso di ostacoli e false promesse. 

Lerner, a lei è stato fatto il dono di potersi fare ascoltare da molti italiani. Sfrutti la sua posizione mediatica per raccontare quante volte al giorno gli ebrei pronunciano la parola pace nelle proprie preghiere. Racconti i messaggi straripanti di amore e nessuna vendetta, delle madri davanti ai corpi assassinati e bruciati dei loro tre figli.

Si faccia portavoce di quei valori ebraici che ci hanno fatto cantare e pregare all’entrata dei forni crematori.

Scriva la verità, non sezioni la mia religione, la mia cultura, i principi che guidano il mio popolo, a suo piacimento.

Questa è diffamazione.

Gheula Canarutto Nemni

Sai cosa rispondere a tuo figlio quando ti domanda il significato della parola libertà? 

Se Shakespeare non avesse studiato e  le regole dell’ortografia e della grammatica, non avremmo l’Amleto né Romeo e Giulietta.

Se Einstein avesse ignorato gli assiomi e i paradigmi matematici, se avesse visto la fisica come un nesso casuale di eventi e non come una serie di fenomeni che seguono leggi precise, la teoria della relatività e l’energia nucleare non sarebbero mai esistite.

Se Mosè fosse andato a parlare con il Faraone e gli avesse detto solo libera il mio popolo, fallo andare e non avesse aggiunto altro, la vera libertà non sarebbe mai nata.

Cosa è la libertà lo puoi capire solo se sei stato prigioniero. Quando esci dalla prigione, quando spacchi le catene e vedi la luce del sole per la prima volta dopo tanto tempo. E ti domandi, e ora? Dove vado? Hai un mondo intero a disposizione, spazi infiniti. E nessuna indicazione ne’ strada spianata.

E allora capisci che la libertà, quella vera, non è solo l’assenza di un limite non desiderato.

Per essere liberi è necessario togliere le catene, abbattere i muri.

Ma non basta.

Per essere libero devi avere un’idea su quali saranno le tue prossime mosse, dove indirizzerai i tuoi passi.

Sei davvero libero se sai dove andare.

Un uomo totalmente privo di indicazioni, non è un uomo libero.

È un uomo perso.

Quando si tolgono le regole a un individuo gli si regala il vuoto; gli si spiana la strada perché si perda poi nel deserto.

Libera il mio popolo perché possa servirmi, disse D-o al Faraone.

Me li porto via, saranno i mie servi. Individui al servizio divino e non al servizio di un altro essere umano. O peggio ancora, persi nel nulla.

Insegneremo al mondo cosa significa libertà, disse D-o al suo popolo appena liberato dalla schiavitu’ e in procinto a sottomettersi alle Sue leggi.

La libertà non limita l’essere umano ma gli pone dei limiti, la libertà non lo ostacola ma gli pone dei paletti precisi, la libertà non ferma ma suggerisce dove sia meglio andare.

Pesach è la fine della schiavitù dall’Egitto e l’inizio della carriera degli ebrei come servi di D-o.

Pesach è la festa della libertà. Perché un individuo è davvero libero solo quando è provvisto della base giusta da cui partire per il proprio cammino nel mondo.

Pesach kasher vesameah e buona festa della libertà, quella vera

Gheula Canarutto Nemni

Essere ebrei è un privilegio?

Caro D-o,

La maggior parte delle volte in cui mi rivolgo a te è per chiederTi aiuto, per domandarTi di dare una svolta positiva alla mia vita, per ottenere quella cosa in più che, senza di Te, non sarebbe possibile.

Oggi sono alla ricerca delle parole giuste solo per dirTi grazie.

Perché non sempre siamo consapevoli delle ricchezze che possediamo e raramente riusciamo ad apprezzare ciò che abbiamo a portata di mano.

Voglio ringraziarTi. Per avermi fatto parte di un popolo che in presenza di un solo letto in casa, esige che sia il padrone a dormire per terra e lo schiavo a dormire nell’unico letto. Per avermi fatto nascere tra persone che lavorano, corrono, faticano e quando tirano le somme di ciò che hanno guadagnato, pensano prima ai poveri e ai bisognosi e poi a se stesse.

Grazie D-o per il risveglio del mattino illuminato dalla preghiera e da attimi di raccoglimento invece che da una corsa per buttarsi nella mischia pochi minuti dopo avere aperto gli occhi.

Grazie per quelle venticinque ore settimanali di off line totale, di famiglia, di amici, di silenzio interiore. Per la magia degli sguardi che si incontrano dopo una settimana in cui tutto avviene di fretta. Grazie per la bontà che ci hai insegnato e che oggi si trasforma in soccorsi ai siriani, abbandonati dal resto del mondo e aiutati di nascosto da noi, ebrei, loro eterni nemici.

Grazie per avermi donato la chiave per interpretare ogni cosa ed evento della vita in ottica profonda, diversa. Il cibo per noi non è un semplice insieme di molecole saporite, il tempo non è mai un solo movimento meccanico delle lancette.

E il caso non è l’artefice del nostro destino.

D-o grazie per avermi fatto essere lì, insieme a tutte le anime presenti, passate e future, del mio popolo e avermi fatto sentire direttamente dalla Tua voce, i primi due comandamenti. Nessun popolo della storia ha mai assistito a un evento del genere. A nessun altro insieme di donne, uomini e bambini, Ti sei mai rivelato in questo modo.

Grazie D-o per la Torà, le sue leggi, la sua morale eterna ed universale.

E grazie, grazie di cuore, per avermi dato il privilegio, la responsabilità e l’onore di fare parte della Tua nazione.

Con la speranza di non deluderTi mai

Gheula Canarutto Nemni

 

 

Inviato da iPhone

Yom Kippur. Oggi non è ieri

yom kippurL’11 ottobre del 1913 cadeva Yom Kippur.

Franz Rosenzweig si diresse verso la una piccolo sinagoga di Berlino e ne varcò la soglia.

Davanti a lui centinaia di chassidim pregavano e cantavano insieme.

Rosensweig era un noto filosofo tedesco che per mesi aveva discusso sulla necessità per gli ebrei come lui, poco praticanti, di convertirsi. Appartenere a una religione e non avere nessun impatto sulla vita, per lui era una grande ipocrisia. E così aveva deciso di convertirsi al cristianesimo.

I suoi passi lo avevano condotto quella mattina verso la piccola sinagoga forse per un ultimo atto di coerenza verso la propria identità che avrebbe abbandonato. O forse per un semplice addio.

Il tumulto nell’animo di Franz non viene descritto da nessuna parte. Si conoscono però le parole che pronunciò alla fine di Yom Kippur. ‘Rimango ebreo’ disse. E non cambiò mai più idea.

Forse Franz Rosenzwieg aveva da sempre creduto che, per poter essere definito un vero ebreo, avrebbe dovuto cancellare tutto il suo passato, dare una svolta drastica alla propria vita e ricominciare da capo.

Forse si era sentito spiritualmente piccolo, inadeguato. Chi sono io per poter osare questo passo, era forse un pensiero ricorrente che lo aveva bloccato ogni volta che ci avrebbe anche tentato di prendere su di sè una piccola mizvah, di studiare un po’ di Torà.

Forse aveva da sempre erroneamente pensato che per l’ebraismo è o tutto o niente. E forse quel tutto gli era sembrato così inafferrabile, così lontano e irraggiungibile, da fargli optare automaticamente, per il niente.

Quasi duemila anni fa un rabbino di nome Akiva discuteva nel Talmud sul significato del giorno di Kipur. I suoi colleghi insistevano sul fatto che per potere venire perdonati sia necessario abbandonare tutti i propri peccati.

Rabi Akiva invece affermava: basta lasciarsi alle spalle qualche peccato, decidere di smettere di trasgredire solo alcune cose. D-o ci accoglierà a braccia aperte comunque.

 

E’ la pagina bianca, nuova, che troviamo il coraggio di aprire, nonostante tutto, che D-o apprezza più di ogni altra cosa.

 

Franz Rosenzweig, davanti a persone semplici che versavano il proprio cuore davanti a D-o, con molta probabilità capì.

Che D-o non pretende da nessuno di noi la perfezione, perchè questa è una qualità che ha assegnato ai regni celesti dove angeli e serafini Lo servono senza dovere superare prove e fugare dubbi a ogni passo.

Che D-o non accetta solo quelli che da un momento all’altro si trasformano in individui completamente diversi. Ma aspetta da noi un piccolo, piccolissimo passo.

 

Rimango ebreo, disse Franz, cancellando con due parole i dubbi e le decisioni del passato.

 

A Yom Kippur dobbiamo concentrarci su ciò che saremo domani. E non piangere su ciò che siamo stati fino ad adesso.

Yom Kippur è il giorno in cui l’ebreo ritrova D-o. E con D-o ritrova se stesso.

Gmar Chatimà Tovà

Gheula Canarutto Nemni

 

 

 

 

 

Perché gli ebrei pongono sempre domande?, mi hanno domandato. Perché no?, ho riposto

pesach e domandeE quando smetterai di porti domande, quando non alzerai più gli occhi al Cielo chiedendo ‘perché?’, sappi che lì, in quel preciso momento, la storia potrà dirsi interrotta.Non lasciare che forze esterne ti convincano di essere arrivato. Di essere giunto a quello stadio per il quale la domanda è segno di sconfitta. Sono le domande che da sempre ci hanno tenuto in vita. Così mi hanno insegnato.

Esistono anche le domande di chi non vuole sentire risposta e di chi non possiede nessun punto di partenza. Ma non sono queste le domande che fanno crescere. Le domande, quelle vere, provengono da chi approfondisce, da chi si muove senza interruzione nel territorio della conoscenza continua.

E non ti stupire quando scoprirai che già, molto prima di te, qualcuno si era già posto lo stesso quesito. Qualcuno come te si è alzato al mattino domandandosi ‘quale è lo scopo per il quale sono stato creato?’. E un altro è andato a dormire chiedendo a se stesso ‘perché non sono felice?’ Sono queste domande che hanno insegnato all’uomo a guardare oltre se stesso.

C’è quel quarto figlio nella Hagadah di Pesach, il figlio che non sa domandare. Che teme di manifestare esplicitamente ciò che ancora non comprende. In questa mancanza di coraggio sta il pericolo più incombente. Più che nel malvagio, più che in quello un po’ lento. Il pericolo sta in chi non si sporge al di là della propria siepe, incapace di andare oltre a ciò che già conosce. Il quarto figlio si chiude in se stesso, arrogante nelle proprie risposte. Ma senza domande non si apriranno mai nuove porte.

Isidor I. Rabi, premio nobel per la fisica, raccontò di come sua madre, un’ebrea di Brooklyn, lo accogliesse ogni giorno. Non gli domandava ‘cosa hai studiato?’ o ‘che voto hai preso?’. Gli domandava ‘Izzy, hai posto una buona domanda oggi? Questa è stata la spinta che mi ha portato al Nobel, disse Rabi.

Nella festa della liberazione assoluta, che si chiama Pesach, dalla radice saltare, perché D-o andò oltre alle case degli ebrei durante la piaga dei primogeniti. Ma che si chiama Pesach anche perché ognuno di noi, per crescere, deve saltare e andare oltre alle proprie certezze, durante questa festa in cui ricordiamo le dieci piaghe e la spaccatura del Mar Rosso, miracoli davanti ai quali nessun ebreo ebbe alcuna domanda o dubbio, proprio in questi giorni incoraggiamo le domande, quelle giuste, quelle che nascono dalla conoscenza.

Apri tu la strada a chi non sa domandare, suggerisce la hagadà, il libro che rileggiamo ogni anno.

Poni la base giusta per le domande dei tuoi figli, in modo che non siano domande fini a se stesse, domande gettate lì per il gusto di filosofeggiare. I libri in cui sono contenute le risposte dei nostri saggi si chiamano ‘sheelot utshuvot- domande e risposte’. Perché per l’ebraismo l’infinito non è una curva orizzontale.

Ma una curva che tende verso l’alto, un punto di domanda, che sta in piedi su un punto piccolo ma fermo, chiamato fede.

Gheula Canarutto Nemni

 

Miracoli scontati

Il sorriso di un bambino.

La magia di un nuovo mattino.

Un raggio di sole che ci colpisce a sorpresa.

Un baffo di cioccolato sul figlio vestito a festa.

 

Un abbraccio inaspettato.

Un amico ritrovato.

Lo sguardo di chi apre il regalo sognato, visto da chi glielo ha regalato.

Un fiore che nasce da un ramo secco.

La capacità di fermarsi, prima che sia troppo tardi.

Tutta una vita a inseguire quella felicità in più che sembra sfuggirci di mano.

Quelle soddisfazioni che siamo certi arriveranno solo se faremo.

Quella sensazione di appagamento che è lì, proprio dietro l’angolo.

L’ombra del domani che porterà con sé quella luce in più e che copre silenziosamente quella che già sta illuminando.

Un’intera umanità a caccia di qualcosa che non si sa.

Mishenichnas adar marbim besimcha. Da quando entra Adar bisogna aumentare la felicità.

Da quando si inizia a ricordare quel miracolo di Purim così ben nascosto nella natura, quel cambio d’umore del re più potente del mondo, quelle coincidenze così perfette da apparire quasi normali, dall’inizio del mese in cui cade Purim, la dose quotidiana di gioia deve almeno raddoppiare.

Giorni da cui trarre la forza per apprezzare quello che si possiede, le piccole banalità e sincronie di battiti cardiaci, di scorrimento del sangue in vene e arterie, di soli che sorgono e tramontano.

La gioia delle cose che ci sono, la felicità delle cose scontate, dei miracoli che non vedi, mimetizzati perfettamente nella natura.

Più che la spaccatura del mar Rosso, più che una vittoria contro nemici potenti, più che la voce di D-o stesso sul monte Sinai, i miracoli più grandi sono davanti ai nostri occhi ogni secondo.

La gioia è protagonista nel mese dell’unica festa in cui la normalità regna. Adar. Il periodo perfetto per alzare gli occhi al Cielo e dire ‘grazie’ per le piccole, miracolose, banalità di ogni giorno.

Gheula Canarutto NemniSchermata 2016-03-20 alle 00.14.28

Il politically correct? Il nutrimento preferito del male


Quando D-o creò il mondo, vi mise due forze opposte.

Due forze che si sarebbero eternamente sfidate, rinforzate e indebolite in un’alternanza eclatante.

A entrambe D-o concesse armi pari, ognuna avrebbe avuto a disposizione gli stessi mezzi per conquistare spazio vitale.

Ma D-o non gettò queste forze nell’arena senza dare una chiara identità ad ognuna, non diede inizio al duello se non dopo avere delineato in maniera netta e distinta i confini tra una forza e l’altra.

Venne il momento.

D-o calò nel mondo il bene e il male.

Tra chi fosse l’uno e chi fosse l’altro non vi era nessuna ombra di dubbio.

Chi rubava era un ladro, chi colpiva il prossimo con l’intenzione di uccidere era un assassino.

Poi venne il tempo in cui il bianco non  poteva venire chiamato più bianco e il nero, no, assolutamente non si poteva chiamare più nero.

I bambini venivano sempre giustificati per avere risposto male ai maestri,

ci si appropriava delle cose altrui senza averne il diritto

e i giudici difendevano i rapinatori invece che il derubato.

Un tempo in cui certe persone si arrogavano il diritto di privare il prossimo della propria vita, in nome di una disperazione forse mai nemmeno conosciuta.

Iniziò a venire meno il coraggio di chiamare le cose con il proprio nome.

Correvano i tempi del politically correct.

I confini tra il bene e il male vennero smantellati.

Sparirono i ladri, i terroristi, gli assassini.

Al loro posto vennero i bisognosi, i disperati, i male integrati.

Il bianco e il nero diventarono grigi, così nessuno si sarebbe più offeso.

Le certezze divennero dubbi e nulla fu più chiaro.

Il politically correct iniziò a stendere veli sulle nozioni, a mascherare la realtà sotto mentite spoglie e a renderla più commestibile, più digeribile, meno brutale e diretta.

Tutto poteva e doveva essere sfumato, indefinibile, non categorizzabile.

Il ladro? Una ovvia conseguenza dell’incapacità del sistema economico di offrire sostentamento a tutti.

L’assassino o il terrorista? Una colpa da cercare dentro all’occidente troppo rigido e colmo di ingiustizie.

Quando D-o calò il libero arbitrio all’interno della vita degli esseri umani, disse

‘ho messo davanti a voi il bene e il male. Scegliete il bene’.

Per percorrere questa strada a noi rimane solo un’opzione.

Ricominciare a fare chiarezza e distinzione, chiamare il bene, bene e il male, male.

Riattaccare ad ognuno, senza paura, il proprio vero nome.

Forse si aprirà il sipario su una nuova era. Quella del morally correct.

E la giustificazione di ogni tipo di male si sgretolerà davanti ai nostri occhi spianando la strada per un futuro migliore.

Gheula Canarutto Nemni

 

Quando siederò nel buio, D-o sarà la mia luce

 

Perché accendiamo queste candele ogni anno? mi domandi figlio mio.

Perché ripetiamo questo rituale e ogni giorno, per gli otto giorni di Chanukà, ci impuntiamo che ci sia una fiamma in più a danzare?

Figlio mio, quella di Chanukà non è solo una storia.

Quando i Maccabei sconfissero il nemico non andarono per le strade a brandire le proprie spade, come facevano tutti gli altri popoli. I Maccabei avevano altro da fare.

Corsero verso il Beth Hamikdash, il santuario, con un unico obiettivo in testa. Riaccendere la menorah, il candelabro a sette braccia. Non organizzarono banchetti e grandi celebrazioni, ma si misero alla ricerca frenetica di un’ampolla intatta, non dissacrata, per ridare vita con purezza assoluta, a quella luce.

Trovarono solo un’ampolla.

Che con le proprie forze continuò a resistere, a danzare e illuminare per otto ininterrotti giorni.

Noi ebrei siamo abituati a muoverci nel buio. Davanti a ogni nostro passo abbiamo sempre trovato un ostacolo, una sfida, una persecuzione, un nemico giurato.

Nulla però è mai riuscito a farci pensare ‘basta, mi arrendo’.

Figlio mio, non siamo venuti al mondo per osservare passivi ciò che accade intorno.

La nostra anima non è stata staccata dal trono celeste per subire gli eventi senza gridare.

D-o si è preso la briga di soffiare dentro a noi la Sua essenza per un solo motivo.

Perché noi possiamo.

Ognuno di noi è quella ampolla, ognuno di noi ha dentro di sé la forza di resistere, ognuno possiede dentro di sé la forza di illuminare.

Ognuno di noi è capace di inondare se stesso e il mondo che lo circonda, di positività e luce assoluta.

Figlio mio, quella di Chanukà è la storia ebraica che si ripete in ogni momento.

E’ la storia di una ragazza che, pur avendo perso il padre e il fratello due settimane prima in un attentato, non ha voluto darla vinta al nostro nemico.

Noi al male non concediamo tregua.

Da ogni caduta e battaglia ci siamo sempre rialzati.

E partendo dall’ultimo, fievole, raggio di luce rimasto, dalla fede che batte in ogni anima ebraica, alimentiamo una fiamma sempre più grande.

‘Non gioire mio nemico, perché sono caduto ma mi sono rialzato’, ha fatto scrivere la ragazza sul nuovo invito del suo matrimonio posticipato.

Figlio mio, ricordati.

Il popolo ebraico il buio lo acceca da sempre con luce infinita.

Chanuka sameach

Gheula Canarutto Nemni

chanukah nazismo

Yom Kippur. Questa è l’essenza di ogni ebreo

Schermata 2015-09-20 alle 15.45.24Eccomi di nuovo davanti a Te, come ogni anno.

Per l’ennesima volta i miei passi mi hanno portato qui dentro, in questo momento.

Nella mia testa ronzano quei propositi che avevo preso tra le lacrime dodici mesi fa, in un istante identico, e lentamente si sono volatilizzati tra i mille impegni.

Ripenso alle mizvoth che avevo promesso di osservare, all’amore e il timore per Te che, nel mio cuore, avevo assunto l’impegno di risvegliare, al lavoro intellettuale che avevo assicurato di iniziare.

Ce l’ho messa tutta.

Beh, almeno in parte.

Forse lo sforzo da parte mia avrebbe dovuto essere più grande. Mi , crederai se Ti dico che, nonostante non Te l’abbia molto dimostrato, il mio amore per Te non è mai cambiato?

Figlio mio, tutto l’anno osservo le tue azioni. Un tuo piccolo gesto per Me ha un enorme significato. Ogni giorno attendo con ansia le tue dimostrazioni d’amore,  gli attimi di studio che ti ritagli.
Ma oggi, nel giorno di Kipur, non è su questi che mi concentro.

Oggi sono qui per ricordarti che il nostro legame va al di là di tutto questo.

Durante l’anno ti chiedo diversi gesti.

Oggi Io e te, a prescindere da ogni pensiero, parola e azione del tuo passato, siamo un’unica entità, un’unica manifestazione.

Perché oggi non sei tu a essere al mio cospetto.

È’ la tua Yechida, quella parte dell’anima che ci lega al di là di ogni cosa. È lei che si risveglia in questo momento, è lei che mi è venuta a cercare.

Chiudi gli occhi e lasciala parlare.

Ti racconterà di un’essenza incorruttibile anche nell’ebreo più lontano. Ti spiegherà perché i tuoi passi ti portano in sinagoga a kipur ogni anno.

Incidilo nel tuo cuore e non lo dimenticare.

Come mi senti vicino ora, così potrai bussare alla mia porta e, in qualsiasi momento, ritornare.

Papà, D-o, aspetta, ti prego. Non te ne andare.

Sei tu, figlio mio, che sparisci ogni tanto, che ti dimentichi di Me e intraprendi strade lontane.

Papà, come posso ritrovarti quando mi sembrerà di averti perso?

Domandarono alla chochma, all’intelligenza, cosa bisognerebbe fare con chi ha peccato. La chochma rispose.  Merita di ricevere il male.

Domandarono alla profezia cosa bisognerebbe fare con chi da D-o si è allontanato. La profezia rispose. Merita la morte.

Domandarono alla Torá cosa dovrebbe fare chi ha peccato. La Torá rispose. Porti un sacrificio.

Domandarono a D-o cosa dovrebbe fare chi ha cercato di allontanarsi da Lui. E D-o rispose. Faccia teshuva. Ritorni a me con tutto il suo cuore.

La Mia porta, è vero, si spalanca a Yom kipur. Ma durante l’anno non è mai chiusa.

Gmar chatimá tová
Gheula Canarutto Nemni