Le feste ebraiche e la certezza dell’incertezza

La Torà è stata data in un periodo di grande incertezza. In Egitto gli ebrei erano schiavi, ma sapevano ogni giorno come sarebbe stata la loro vita. Qualcuno impartiva loro degli ordini, regolava le loro giornate dalla mattina alla sera. La quotidianità non riservava belle sorprese, non erano padroni dei loro destini, non potevano decidere quale strada fosse migliore, ma forse, come diceva Kafka ‘spesso è più sicuro essere in catene che liberi’.

Tutto lo scopo dell’uscita dall’Egitto si può racchiudere in una sola parola, Torà.

D-o si è prodigato a portare fuori gli ebrei dalla schiavitù per un solo motivo, trasmettere la Propria chochmà, la Propria essenza, alla nazione che nascerà davanti al monte Sinai e unirsi alla discendenza di Abramo, Isacco e Giacobbe in un legame eterno ed indistruttibile. La location per questo evento è stata forse la meno scontata di tutte. Niente alte montagne né prati verdi, niente confini sicuri e fortezze né case comode. Caldo, sole, pericoli, animali e nemici in agguato e il vuoto assoluto di un deserto che sembrava infinito. C’era solo una cosa certa in tutto questo: l’incertezza. E proprio questa condizione di instabilità, di non conoscenza del domani, del non avere un tetto sopra alla propria testa né un campo da coltivare, è stata la base per garantire la sopravvivenza del popolo ebraico. E’ qui, in questo deserto incandescente, che diventerete il mio popolo, dice D-o. Così sarete preparati ad affrontare ogni situazione, ogni minaccia, ogni pericolo incombente. Nessun evento storico potrà staccarvi dalla vostra identità, perché la vostra forza sarà insita dentro di voi e non nelle mura di una fortezza che vi protegge né nei confini di un grande impero di cui siete padroni.

Nessuno di voi potrà mai dirsi esente dal compito che gli ho affidato adducendo la scusa di non essere nel posto giusto. Il messaggio della Torà non è legato all’ambiente in cui si vive, come nel deserto non c’è un indirizzo preciso.

Tutti noi siamo affidatari di una missione abbastanza impossibile, riempire quel vuoto, quel deserto che ci sta intorno. Ma dopo un tirocinio di quaranta anni nel deserto, nessuna assenza di civiltà, morale, nessun vuoto apparente di D-o, dovrebbe più farci paura.

Un’altra volta ancora la storia ci sta sfidando. L’incertezza intorno a noi regna sovrana, tutti i nostri punti fissi sono svaniti in pochi minuti, lasciandoci in un deserto instabile. Ma quando la forza è dentro di te, quando quello che sei e in cui credi non dipende da ciò che ti sta intorno né da quello che hai costruito e conquistato, capisci ancora una volta che quel luogo poco romantico in cui hai ascoltato la voce di D-o, ti ha forgiato per renderti resistente a qualunque imprevisto.

Gheula Canarutto Nemni

In Italia riaprono i luoghi di culto

Caro D-o,
stiamo tornando.
Da domani riapriranno i luoghi di culto.
I nostri piedi ci porteranno verso quegli edifici imponenti in cui la voce rimbomba come in teatro, ma anche verso quelle piccole stanze nelle quali la voce del cantore si confonde con le grida dei bambini in una cacofonia spirituale.
Da domani riprenderemo lentamente quel ritmo di vita troncato tutto d’un tratto senza preavviso.
Ritroveremo i nostri libri di preghiera impolverati, le sedie chiuse in attesa che qualcuno le riapra, le luci spente come alla fine di uno spettacolo su cui è calato il sipario all’improvviso.
I nostri passi si addentreranno solenni in quei luoghi dove non avevamo mai smesso di andare se non durante le peggiori persecuzioni.
Per noi ebrei, che non possiamo recitare molte preghiere né leggere la Torah, senza il quorum di dieci uomini, è stato un periodo strano, diverso.
Ma come ogni cosa che accade nella vita, come ogni vicenda che segna il passo dei nostri giorni, se hai voluto che rimanessimo chiusi in casa in questi mesi, significa che anche da questo c’era qualcosa da imparare.
L’assenza del luogo fisico in cui andare a cercare un contatto più profondo, ci ha costretti a ricordare che Tu D-o non sei confinato in un luogo, ma sei presente dappertutto, il mondo è Te e Tu sei il mondo, dice Maimonide.
Abbiamo imparato a cercarTi nei piccoli dettagli di vita, negli amici e parenti che si riprendevano da polmoniti gravi. Ma anche in quelle anime che si sono staccate dal corpo troppo presto, secondo i nostri calcoli umani.
Il tempo non ci era più nemico come accade nei giorni normali e così le nostre preghiere si sono arricchite di canti e Ti abbiamo ritrovato in parole che pronunciavamo ogni giorno da quando siamo nati, ma sulle quali non ci eravamo mai soffermati perché il carico degli impegni aveva perso la proporzionalità rispetto alle ore a nostra disposizione.
Durante la quarantena abbiamo stabilito orari in cui incontrarci in salotto coi nostri figli per studiare quelle parti della Torah e quei pensieri dei maestri che prima studiavamo da soli. La famiglia, questa essenza impegnativa, si è trasformata da carico pesante a colonna portante a cui afferrarci durante questa tempesta.
Caro D-o,
chissà se ci riconoscerai quando torneremo nella Tua casa. Questo periodo ci ha cambiati profondamente. Abbiamo imparato ad assaporare i momenti banali, i respiri profondi, l’assenza della malattia che prima non percepivamo se non quando veniva intaccata.
In questi mesi Ti abbiamo portato con noi, nella nostra quotidianità, più che in ogni altra festa o celebrazione.
Il quorum di dieci lo abbiamo costituito sommando insieme i nostri figli alle nostre forze interiori.
E’ stato un periodo difficilissimo, che ci ha costretto a guardarci dentro. E forse per questo D-o hai voluto che i luoghi di culto venissero chiusi. Perché quando credi che D-o sia solo lì, nei posti sacri, quando esci da quelle quattro mura fisiche, rischi di lasciare anche D-o alle tue spalle.
Invece D-o è ovunque, al di là del luogo e del tempo. Anche nel vuoto, nello spazio che Gli concediamo nella nostra quotidianità travolgente.
Ora puoi riaprire.
Perchè l’abbiamo capito.
D-o si trova là dove l’essere umano lo invita ad entrare.

Gheula Canarutto Nemni

Il punto di vista di D-o su Unorthodox

Vi siete mai chiesti perché  D-o o la natura, chiamatelo come volete, abbia sentito la necessità di dare vita a un essere umano femminile? 

Perché i corpi e i cervelli dell’uomo e della donna sono così diversi, perché il mio sistema endocrino produce più estrogeni mentre quello di mio marito più testosterone? 

Perché la donna prova più empatia ed è orientata ai piccoli particolari mentre l’uomo in genere si proietta su grandi progetti e a volte perde di vista i dettagli di vita? 

Quando D-o ha creato il mondo ha ritenuto necessario inserirvi due tipi di energie, una maschile e una femminile.

Dopo avere provato ad immaginare il mondo con un solo tipo di energia, quella maschile, gli si proiettò davanti una immagine che non gli piacque. Il suo creato sarebbe diventato banale, popolato da persone con la stessa identica visione, attraversato da un ragionamento univoco e impregnato da una smania di conquistare e preponderare. Non ci sarebbe stato un contraddittorio.

Per potere davvero trasformare il nostro mondo e farne un posto migliore, le due energie devono lavorare insieme, collaborare, muoversi all’unisono verso la meta comune. 

Ogni dettaglio del creato contiene in sé energia maschile e femminile, un puzzle si costruisce solo incastrando pezzi opposti tra loro. 

Quello che avete visto in Unorthodox non è quello che c’è nella Torah, né nella società ebraica ortodossa.

La mini serie di Netflix mostra uno spaccato di uno spaccato di uno spaccato, del mondo osservante. Un angolo che esiste, ma è molto limitato.

E in più ve ne hanno dato una rappresentazione parziale, inficiata dal malessere che l’autrice del libro vi ha vissuto.

Vi hanno fatto vedere il mikveh ma non i sentimenti di trepidazione delle donne che vi si immergono, lo sposo e la sposa vi sembravano dei condannati e non persone che si sono scelte per condividere una vita insieme. La donna relegata al ruolo di procreatrice e privata di ogni dignità.

Se alcuni dei fenomeni che avete visto, esistono davvero in angoli sporadici del mondo ortodosso, il 99% non è così. 

E’ un mondo che ha scelto e sceglie ogni giorno di nuovo, pur tra difficoltà e sfide, di seguire le regole che D-o ha dato.

Ma non per questo noi ortodossi ci priviamo di qualcosa. Studiamo quello che vogliamo, diventiamo dottori e dottoresse, rettrici e professoresse universitarie (questa è stata la mia scelta ad esempio), pianiste.

Ci sposiamo con chi scegliamo, con la persona di cui ci innamoriamo.

Le regole ci danno il passo giusto per non perdere noi stessi nel mondo, per capire che direzione prendere, per non permettere alla società in cui viviamo di fare quello che vuole di noi, ma per fare noi di noi stessi quello che pensiamo sia meglio.

La donna gode di pieni diritti uguali all’uomo e doveri che qualche volta si differenziano.

La donna vale in quanto tale e non perché fa sparire la propria energia peculiare a favore dell’energia maschile.

Nella società ebraica la donna è estremamente tutelata, come ogni altro essere umano.

Tu vali in quanto te stesso e non perché ti appiattisci sul modello di un altro.

Difendete il vostro diritto di conoscere la verità. Non sono sufficienti quattro puntate da 50 minuti per capire un mondo. 

La ex vita di Esty Shapiro ha in comune con il 99% delle donne ortodosse solo lo shabat, il mikveh, la parrucca e il cibo kasher.

Se queste cose vi interessano davvero, andate a scoprirle da chi le vive ogni giorno. E non da quei giornalisti che mi giudicano senza mai essersi nemmeno seduti a una tavolo di shabat.

Come disse Einstein, è più facile spezzare un atomo che un pregiudizio.

Per me libertà è essere giudicata per quello che sono e non per la gabbia in cui le persone mi immaginano chiusa.

Gheula Canarutto Nemni

Unorthodox Netflix

La Pasqua ebraica è l’uscita dal nostro Egitto personale

E così, in tutta questa rivoluzione di vita, Pesach sta arrivando.

La festa in cui le famiglie in genere si riuniscono e i tavoli si allungano, in cui la sala ci sembra all’improvviso così piccola e le sedie non bastano mai, quest’anno si annuncia totalmente differente.

Quest’anno quando domanderemo ‘ma nishtana’- cosa è cambiato, perché è diversa questa sera da tutte le altre sere, probabilmente saremo noi ad essere diversi. Diversi da qualche settimana fa, quando andare al supermarket non era come andare al fronte, quando si buttavano via gli avanzi perché tanto domani avremmo potuto comprare ancora tutto, quando la vita stessa non era messa in discussione in ogni momento e la quotidianità, invece che apparirci come un regalo prezioso, veniva definita come qualcosa di noioso dal quale tentare di fuggire alla prima occasione.

Il tempo in cui vivevamo prima del coronavirus era un po’ come il chamezt, il cibo lievitato. Un tempo in cui c’era poco spazio per le opinioni e i sentimenti degli altri, un tempo arrogante, in cui il pensiero predominante era ‘tutto dipende da me’ e l’idea che fosse D-o a manovrare gli eventi sembrava quasi anacronistica.

La modernità ci aveva gonfiato un po’ tutti, con tutte le certezze scientifiche e il progresso. Il coronavirus ci ha ricordato che non siamo nessuno. Vulnerabili, attaccabili, deboli, ci ha svuotati del senso dell’io avvicinandoci all’idea della maztà, un pane piatto, sgonfio, che lascia spazio dentro si sé per gli altri, che si fa da parte e dice: D-o, sei Tu a manovrare ogni cosa.

La differenza tra le lettere che compongono le due parole, chametz e matzà, sta nella Chet e nella Hei. Entrambe aperte sotto, per rappresentare la facilità con cui un essere umano si approccia all’errore e al peccato. La chet di chametz però è chiusa in alto.

Quando si è arroganti, non si pensa mai di avere sbagliato e così si continua imperterriti verso una strada da cui non c’è via d’uscita.

La matzà invece, ha la Hei, lettera aperta sopra. E ci dice: il nostro peggiore nemico è dentro di noi, è quel sentimento che ci fa sentire pieni delle nostre certezze. Ma non temete, è sufficiente fare un passo indietro, svuotarci un pochino, per aprirci un piccolo varco verso una strada migliore.

La maztà che mangiamo la prima sera nutre la nostra fede, dice la kabalah. E quella che mangiamo la seconda sera favorisce la nostra guarigione, sia fisica che spirituale.

La fede in D-o è il primo passo per cambiare. Solo facendo spazio a D-o dentro a noi stessi, possiamo guarire dalla malattia dell’egocentrismo, che ci porta così lontano dalle cose che ci fanno bene, dal tempo con la famiglia, dalle ore dedicate alla nostra crescita spirituale e agli altri.

E se hai fede in D-o, non corri forse un po’ meno, sei meno stressato, perché tanto sai che l’ammontare del denaro che è stato deciso quest’anno sarà identico che tu corra per sette o per quattordici ore al giorno. La matzà della prima sera, il mangiare della fede, ci apre la strada per la guarigione vera.

Quando recitiamo il verso relativo ai quattro figli, il terzo è il ‘tam’, il semplice. Tam in aramaico significa ‘lì’. Tam ma hu omer- ma zot lachem?Il tam cosa dice? Cosa state facendo?

Lì in cielo ci domandano: Figli miei, cosa è stata la vostra vita fino ad ora? Vi rendete conto di come avete confuso le vostre priorità? Di come avete sprecato mesi e anni interi per accumulare cose di cui, solo ora capite, potevate fare anche a meno?

Pesach è saltare, come ha fatto D-o, quando ha saltato sopra alle case degli ebrei in Egitto salvando la vita di chi ci viveva dentro.

Pesach è la nostra capacità di saltare da un livello all’altro, da quelle abitudini che pensavamo di non potere mai sradicare, a un nuovo stile di vita, pieno di D-o, di famiglia, di quei valori che prima del Coronavirus avevamo accantonato.

L’uscita dal proprio Egitto, che rappresenta i limiti, i confini mentali di ognuno di noi, è la cosa più difficile da fare.

Fisicamente siamo in grado di viaggiare dall’altra parte del mondo, attraversare oceani e monti, ma il viaggio più grande e più lungo, quello che ci cambierà davvero, è quello che facciamo chiusi nelle nostre mura di casa, dentro a noi stessi. D-o in questi giorni ci ha pagato il biglietto per intraprendere questo viaggio e non per niente l’ha programmato a cavallo della festa di Pesach, che è zman cherutenu, la festa della nostra libertà.

Perché la vera libertà non è quella di potere andare dove si vuole.

Ma essere quello che dovremmo davvero essere.

Pesach casher vesameach

Gheula Canarutto Nemni

Quando qualcuno mi fermò per strada e mi disse: Voi ebrei siete un popolo di squilibrati

Scusi ma queste settimana davvero non posso. Abbiamo un’altra festa.

Beati voi, mi risponde il mio interlocutore, sempre a festeggiare.

Troppo lunga da spiegare questa nostra strana celebrazione.

In cui si cucinano pasti per sfamare centinaia di persone per poi a distanza di otto giorni ritrovarsi a digiunare per venticinque ore, in cui ci si inzuppa sotto alla pioggia perché qualsiasi sia il momento dell’anno in cui cade sukot, quello sarà il periodo delle prime piogge, in cui si sta alzati tutta la notte per pregare D-o che sigilli il nostro anno per il bene anche se la sera dopo dovremo ballare con i rotoli della Torah senza sosta e senza nessuna musica di accompagnamento se non la voce già roca.

In cui bisogna essere felici solo perché siamo ebreo e perché siamo stati scelti per portare il volere di D-o in questo mondo.

Noi ebrei il nostro equilibrio interiore siamo capaci di trovarlo solo se siamo totalmente squilibrati.

A Rosh Hashana facciamo un passo indietro da noi stessi, ci rimettiamo sotto al giogo divino e dichiariamo per 48 ore: D-o sei tu il re, noi non siamo nulla.

A Yom kipur ci rimpossessiamo della nostra vita e per 25 ore facciamo esami di coscienza per ritrovare il nuovo punto di partenza e capire che direzione dare alle nostre giornate future.

E poi arrivano sukot e simchat Torah. In cui ci buttiamo a ballare e a cantare, in cui accantoniamo la razionalità, i calcoli e i ragionamenti fatti fino a poco prima e ci lasciamo trascinare solo dalla gioia di essere chi siamo.

Questo mese un po’ fuori dall’ordinario ci racconta che per trovare la giusta via bisogna qualche volta muoversi da un estremo all’altro. Come un corridore che si tira un po’ indietro prima dello scatto iniziale e sembra quasi che indietreggi e perda terreno, ma poi appoggia i piedi nella posizione di partenza e quasi quasi appare incollato e immobile nel punto in cui si trova. E quando inizia la corsa si butta in avanti e proprio grazie a quel primo indietreggiamento e al successivo bilanciamento corre verso il traguardo.

Noi piccoli ed effimeri esseri umani per potere fare della nostra vita la somma di momenti di valore e significativi, non possiamo mai permetterci di stare fermi.

L’introspezione va bene, ma non deve durare troppo a lungo.

L’umiltà è necessaria ma senza esagerazione.

E poi viene la gioia. Perché senza di quella è impossibile andare avanti.

Per potere procedere nella vita abbiamo bisogno di momenti in cui accantonare logiche e ragionamenti e semplicemente lasciare che siano le passioni vere e profonde, la fede che scaturisce dal semplice fatto di essere al mondo, a guidarci.

D-o ci vuole squilibrati, non ci vuole fissi su una condizione ma vuole che continuiamo a muoverci senza sosta , perché solo così possiamo avanzare.

Quando vi domanderanno perché la maggior parte dei fondatori della psicanalisi, della psichiatria e della psicologia, della logopedia, siano ebrei, cercate nel calendario ebraico la risposta.

E se vi dicono che gli ebrei sono degli squilibrati, ringraziate per il complimento. Significa che non state mai fermi.

La staticità è già discesa, dice l’ebraismo.

Per due giorni guarderemo in avanti solo attraverso la lente della felicità di essere ebrei e di essere stati scelti come rappresentanti di D-o e della Sua Torah.

E questa passione sarà quella che ci permetterà di aprire sipari su scenari nuovi, mai visti prima e di raggiungere punti in cui non avremmo mai pensato di potere arrivare.

Felice festa della Torah!

Gheula Canarutto Nemni

Siamo un mondo di illusi

Sono stata al museo delle illusioni con i miei figli. Ci hanno accolto fotografie che guardate da diverse angolature rivelano immagini totalmente diverse.

Stanze con righe in diagonale che fanno sembrare le persone in un angolo come dei nani e nell’angolo opposto come giganti.

Ologrammi, oggetti immobili irradiati da luce intermittente che li fa apparire come se fossero in movimento perpetuo.

Una pedana ferma immersa in un grande caleidoscopio che da’ la sensazione di fluttuare anche se si sta totalmente fermi.

Non avevo mai provato così da vicino una illusione. Non avevo mai percepito in prima persona qualcosa che in realtà non esiste.

Quando sono uscita ho iniziato a guardare il mondo intorno a me. Le macchine, i negozi, le persone che correvano.

E se tutto non fosse come davvero si vede?

Se la realtà fosse diversa da quella che ci appare?

Se il nostro desiderio di materialità fosse una necessità illusoria che ci crea l’anima materialistica per spingerci a correre verso una meta cercando di farci dimenticare il nostro vero obiettivo?

E se tutto questo fosse una sfida che

D-o ci lancia aspettando e sperando che prima o poi apriamo i nostri occhi e realizziamo che la vita dovrebbe essere molto diversa da quella che la società intorno ci vuole vendere?

Se un giorno aprissimo gli occhi e capissimo che lo scopo per il quale siamo stati creati non è quello che abbiamo sempre creduto?

C’è una storia chassidica che racconta di un uomo povero in viaggio alla ricerca della ricchezza. Nei suoi pellegrinaggi approda su un’isola in cui i diamanti si raccolgono per le strade e la ricchezza si calcola in cipolle. Guadagni in cipolle, paghi in cipolle. Lentamente, con il passare degli anni l’uomo si abitua al nuovo modo di ragionare. Dimentica che nel mondo da cui proviene diventerebbe ricchissimo raccogliendo giusto qualche diamante da terra e corre ogni giorno senza sosta per accumulare cipolle. Dopo dieci anni torna a casa dalla famiglia e con uno sguardo trionfante mostra alla moglie un carro zeppo di cipolle. La moglie lo guarda disperata.

Sei stato lontano da casa per per dieci anni per accumulare cipolle?

Nella vita tutto dipende dalla prospettiva con la quale guardiamo, dalle lenti che indossiamo.

Un giorno ci accorgeremo che abbiamo vissuto la nostra vita come in un sogno. Un sogno dettato da una società che ci vuole tutti appiattiti su desideri che non ci appartengono, su necessità di cui non abbiamo alcun bisogno, su oggetti che dovrebbero garantirci la felicità appena acquistati e che invece ci lasciano sorprendentemente indifferenti.

E D-o si nasconde dietro all’illusione del mondo e aspetta con pazienza che noi apriamo il sipario sulla verità e Lo ritroviamo.

Gheula Canarutto nemni

L’ebraismo è una religione da bambini

Per sapere chi si è, è importante voltarsi indietro e scoprire da dove si viene.

Per capire dove andare è essenziale guardare alle proprie origini, volgere lo sguardo verso il solco che gli antenati hanno tracciato.

Il nostro popolo è nato in una maniera molto particolare. D-o non si è rivelato a una sola persona domandandole di portare il Suo messaggio ad un intero popolo.

Non ha eletto qualcuno per essere il Suo messaggero prediletto.

Ci ha chiamati in raccolta tutti indistintamente, uomini, donne e bambini, davanti ad un monte basso, piccolo, senza nessun tratto distintivo particolare.

E lì, prima di riunire i saggi del popolo ha detto: le donne, rivolgetevi a loro per prime. Perché saranno loro a lasciare un tratto indelebile nella vita dei loro figli e a decidere in che strada andranno.

Poi ha domandato che Gli venisse dato un garante, qualcuno che si sarebbe preso cura di tramandare la Torah che stava per dare.

Gli vennero offerti diversi personaggi importanti, persone di spicco e autorevoli, ma li rigettò.

Furono i bambini, non gli adulti di oggi ma quelli di domani, che scelse come propri testimonial nel mondo.

I primi attimi di vita del nostro popolo ci raccontano che se si desidera diventare davvero grandi non è necessario compiere passi giganti.

Non sono indispensabili pedigree, formazioni particolari, background autorevoli.

Non sono le cose sorprendenti, i gesti da prima pagina, che ci costruiscono come persone.

Sono le piccole cose, gì individui che potrebbero sembrarci di secondo piano, sono i minimi dettagli che danno vita a un grande progetto.

Datemi le donne, potenti nelle loro gesta silenti, datemi i bambini, la loro innocenza e caparbietà nell’ottenere le cose più semplici.

Riuniteli davanti a un monte piccolo, basso, senza pretese, che passerà alla storia per il luogo dove avvenne la prima rivelazione divina a una intera nazione.

Cominciate la vostra storia da quei piccoli particolari, da quelle fasce di società che in molti tendono a sottovalutare.

E solo allora potrete definirvi uomini, saggi del popolo.

Solo quando avrete imparato a riconoscere l’importanza delle persone che vi sembrano piccole, delle cose che vi appaiono quasi insignificanti, solo allora sarete degni di essere chiamati nazione.

Con l’augurio che gli insegnamenti della Torah accompagnino ogni piccolo passo della nostra vita, trasformandolo in un momento importante.
Gheula Canarutto Nemni

Quella strana regola ebraica che vieta di leggere le storie dalla fine

La storia ebraica è fatta di pagine buie e righe di luce, di momenti d’amore divino rivelato e istanti in cui questo amore sembra sparito.

Tutto è iniziato quando abbiamo ricevuto la Torah davanti al monte Sinai. 

In quei primi momenti della nostra storia in cui D-o si è manifestato così apertamente, in cui la Sua esistenza era evidente come il sole che sorge al mattino, non abbiamo potuto fare altro che sceglierLo, costretti dalla forza dirompente e inconfutabile della verità e della rivelazione. 

Mille anni dopo comparve sulla scena un uomo di nome Haman.

Discendente da Amalek, il popolo che per primo aveva osato sfidare gli ebrei e seminare in loro dei dubbi nonostante la rivelazione a cui erano stati esposti, 

Haman decise che di questi ebrei ne aveva avuto abbastanza.

Erano già mille anni che diffondevano principi, valori, che non smettevano di seguire le proprie leggi nonostante fossero persino sparsi ai quattro angoli della terra. 

Forse non avevano ancora abbandonato D-o perché non erano stati messi davvero alla prova, pensò Haman. 

Forse sarebbe bastato emanare qualche legge in cui si imponeva l’annientamento del popolo ebraico, per portarli ad allontanarsi da quella fede così scomoda per il mondo. 

Dalla promulgazione del decreto di Haman fino al suo annullamento trascorsero undici mesi.

Periodo in cui gli ebrei avrebbero potuto provare ad assimilarsi, a mimetizzarsi nella società, a fare dimenticare chi fossero per salvare la propria vita e quella dei propri figli. 

Invece fecero esattamente il contrario, non solo non si nascosero.

Non solo non si assimilarono. 

Ma continuarono a camminare a testa alta, rafforzando la propria identità e facendo parlare così tanto di sé al punto che, racconta la meghilà, molti non ebrei si convertirono all’ebraismo 

A Purim D-o si è nascosto tra il banchetto di Achashverosh e la condanna a morte di sua moglie Vashtì, tra l’incoronazione di Ester e l’inspiegabile ascesa di Haman.

A Purim è avvenuto l’esatto contrario di ciò che era successo davanti al monte Sinai.

Nessuna rivelazione, nessuna traccia di D-o, solo un grande silenzio. 

Ester deriva il proprio nome da lehastir, nascondere. D-o si era nascosto, sperando che gli ebrei non smettessero di cercarlo. 

E proprio durante  uno dei periodo più bui della storia ebraica, quando una minaccia concreta di annientamento fisico totale pendeva sulle loro teste, quando la rivelazione di D-o si era trasformata in un ricordo lontano e nebuloso, gli ebrei scelsero di propria volontà di credere e avere fede.

E questi giorni vengono ricordati e celebrati attraverso tutte le generazioni, in ogni famiglia, in ogni stato e in ogni città. Questi giorni di Purim non smetteranno mai di esserci tra gli ebrei e il loro ricordo rimarrà in eterno nei loro discendenti’ dice la meghilà. 

Tutte le altre feste ricordano eventi miracolosi. Le dieci piaghe, la spaccatura del mar rosso, l’olio che ha bruciato per otto giorni, le nuvole che proteggevano gli ebrei nel deserto, D-o che dà la Torah sul monte Sinai. 

Purim è la festa in cui si celebra invece il miracolo della fede che rimane accesa e scelta e riscelta nonostante sia l’opzione meno conveniente.

 E’ la festa dell’ebreo che non si perde d’animo, che pur circondato dal buio e dalla sensazione di essere stato quasi abbandonato, pur essendo continuamente minacciato, non smette di cercare D-o. 

Purim è la celebrazione della fede fine a se stessa, svincolata dal fatto che D-o ci dimostri di amarci e proteggerci. 

E’ vietato leggere la meghila lemafrea, in maniera disordinata. Se uno sente leggere prima la seconda parte della meghilà e poi la prima, non ha fatto la mitzvà.

Il Baal Shem Tov interpreta questa regola spiegando che è vietato leggere la meghilà pensando che sia appartenuta solo al passato, ritenendo che questa fede profonda fosse presente solo negli ebrei di una volta.

In ogni ebreo, di ogni secolo e generazione, c’è la capacità di cercare e ritrovare D-o nonostante l’ebraismo possa essere rischioso e controcorrente. 

Purim è la festa della fede che batte il buio profondo. 

Gheula Canarutto Nemni

Fino a che punto può spingersi l’osservanza dell’ebraismo oggi? Quando la Consulta Rabbinica impedisce di partecipare a un concerto in una cappella

 Chi l’ha detto che un ebreo oggi debba essere uguale a quello di ieri?

Dove sta scritto che se uno è di religione ebraica dovrebbe ancora astenersi dall’accendere la luce, camminare a piedi invece che salire comodamente in macchina, privarsi di Instagram e delle chat di whatsapp ogni settimana durante le ore dello shabat?

Chi ha deciso che per gli ebrei del 2019 non è indicato entrare in un luogo di culto di un’altra religione nemmeno quando in quella cappella si sta tenendo un concerto in occasione del centenario della nascita di un’ebrea come Tullia Zevi, personaggio di spicco dell’ebraismo italiano?

Forse è una mancanza di ‘senso comune’, un ‘anacronismo’ che andrebbe colmato adeguando finalmente l’ebraismo al mondo moderno?

Se per senso comune si intende il seguire le convinzioni e il modo di essere della maggioranza, è vero, l’ebraismo ne è privo da sempre. Gli ebrei si sono rifiutati di offrire i propri figli in sacrificio agli dei, di isolare lo straniero, di lasciare nell’ignoranza un numero elevato di individui, di maltrattare i servi, di lavorare a ciclo continuo, di uccidere chi non apparteneva al loro credo, nonostante la maggior parte delle nazioni del mondo accettassero e incentivassero queste pratiche.

Se gli ebrei sono anacronisti perché credono ancora che l’uomo sia fatto di corpo e di spirito, perché portano ancora dentro di sé la consapevolezza che ogni evento, ogni situazione, con cui si viene in contatto, crea un solco nel subconscio della persona, come provano oggi le neuroscienze e anche un semplice spazio fisico può avere un influsso sull’anima, ebbene sì, siamo anche anacronisti.

Per l’ebraismo ogni piccolo passo ha un peso indeterminabile, anche un interruttore della luce sfiorato durante lo shabat è in grado di generare delle conseguenze sul micro e macro cosmo.

Ogni voce che si ascolta, ogni scena che si osserva, ogni luogo in cui ci si trova, si trasforma in un tassello psicologico e morale. Anche l’atmosfera di un posto, la sua sacralità per chi in quel luogo professa la propria fede, hanno un impatto profondo su chi vi entra da semplice visitatore.

Se siamo arrivati oggi ad essere ancora ebrei, se nel 2019 ci sono ancora ebrei al mondo a dibattere sul permesso o divieto di entrare in una cappella, è perché ci sono stati altri ebrei che si sono tenacemente, ostinatamente e coraggiosamente attaccati a quei divieti e a quei permessi, a quelle regole e a quelle tradizioni, che si chiamano Torah.

Il popolo ebraico è nato nel momento in cui 600.000 persone hanno sentito la voce di D-o proclamare dieci comandamenti che al proprio interno contenevano tutti i 613 sentieri dell’ebraismo in questo mondo.

E c’è un solo modo di garantire la continuità di questa nazione.

Non entrare nelle cappelle se i rabbini non lo permettono, entrarci se i rabbini ritengono che in quel caso si possa, continuare a discutere per capire se secondo cosa la Torah permette e cosa proibisce.

‘Le ripeterai ai tuoi figli e ne parlerai stando nella tua casa e camminando per la strada, quando ti coricherai e quando ti alzerai’ c’è scritto nello shemà.

Se siamo ancora qui oggi è perché non abbiamo smesso per più di tremila anni di coinvolgere D-o in ogni minimo dettaglio.

Se non credi nei miracoli e hai due minuti di tempo, fermati a leggere queste righe

Se non credi nei miracoli e hai due minuti di tempo, fermati a leggere queste righe.

Ti racconterò la storia di un uomo che si è svegliato un giorno al mattino con un forte rumore alla sua porta.

Ancora in pigiama, gli occhi appiccicati dal sonno, è andato ad aprire.

Raus! Gli hanno ordinato.

Ha guardato indietro, per vedere chi fosse la persona a cui urlavano ordini con così tanta violenza.

Non ha fatto in tempo a capire che non c’era nessun colpevole.

Juden raus! Gli hanno intimato puntandogli un fucile addosso.

Ha buttato in una piccola valigia di cartone qualche indumento, i suoi tefilin e il libro di preghiera.

Ha baciato la mezuzah con la sensazione in pancia che per tanto tempo non l’avrebbe più sfiorata.

Lo hanno caricato su un camion, la sua valigia stretta tra le mani e poi su un treno, la maniglia gli si era quasi appiccicata al palmo, lo hanno stipato su un vagone merci e per miracolo, la valigia non lo aveva ancora abbandonato.

Quando il treno si è fermato, ha pensato per una frazione di secondo che l’avessero portato in villeggiatura. Aveva una valigia con le cose più preziose, il cielo azzurro, la neve intorno.

Le grida lo riportarono alla realtà.

Giovane, in forza? Di qua!

Sua madre, sua moglie, le sue due figlie, di là!

in una fila parallela che con la sua non si sarebbe mai più incontrata.

Mandò un bacio nella loro direzione pregando l’aria di farlo posare sulle loro guance.

Gli ci volle qualche ora per capire che il fumo, in quel posto non usciva da un camino ne’ da una fabbrica. Non proveniva da combustione di legno o di carbone. Che quella fila così silenziosa alimentava ogni ora le fila degli angeli in cielo. E che quel fumo non era altro che l’esalazione di un grande, infinito ultimo respiro.

Riuscì a nascondere la valigia con i resti della sua religione.

Cercò di non dimenticarsi di Pesach e di Sukkot anche nei momenti più duri, quando intorno respirava sangue, dolore, innocenza e morte.

Accarezzava di nascosto le pagine del libro di preghiera e le passava ai compagni per contagiarli con una nuova speranza.

Se uscirò vivo da qui, mi farò ricrescere la barba che mi hanno tagliato.

Mi farò stampare il più grande libro di preghiera, perché tutti possano riversare il proprio cuore davanti a D-o senza timore.

Accenderò le candele di Chanukah nelle piazze pubbliche, sbandiererò ai quattro venti questa identità che mi stanno strappando di dosso.

Oggi questo uomo potrebbe essere scomparso da tempo, incenerito dal piano assassino nazista.

Ma invece è ancora qui.

A cantare a squarciagola i canti dei suoi avi, a legarsi intorno al braccio i filatteri scampati alla guerra, alla faccia di tutti quelli che lo avrebbero voluto vedere per migliaia e migliaia di volte, già morto.

Se lo incontrate, fermatevi a guardarlo per qualche secondo.

Quell’uomo che ancora crede, quell’individuo che è ancora intriso di fede, quel bambino che ancora recita lo shemà prima di andare a dormire, sono una eccezione alla regola dell’umanità.

Non avrebbero più dovuto esserci da tempo. 

Se sei un essere che ha bisogno di prove tangibili, guarda negli occhi un ebreo il 27 gennaio, giornata della memoria.

Secondo le leggi della natura, ne’ lui ne’ la sua fede non dovrebbero essere più qui.

La sua esistenza è la prova che D-o e i suoi miracoli ci sono davvero. 
Gheula Canarutto Nemni