Quella strana regola ebraica che vieta di leggere le storie dalla fine

La storia ebraica è fatta di pagine buie e righe di luce, di momenti d’amore divino rivelato e istanti in cui questo amore sembra sparito.

Tutto è iniziato quando abbiamo ricevuto la Torah davanti al monte Sinai. 

In quei primi momenti della nostra storia in cui D-o si è manifestato così apertamente, in cui la Sua esistenza era evidente come il sole che sorge al mattino, non abbiamo potuto fare altro che sceglierLo, costretti dalla forza dirompente e inconfutabile della verità e della rivelazione. 

Mille anni dopo comparve sulla scena un uomo di nome Haman.

Discendente da Amalek, il popolo che per primo aveva osato sfidare gli ebrei e seminare in loro dei dubbi nonostante la rivelazione a cui erano stati esposti, 

Haman decise che di questi ebrei ne aveva avuto abbastanza.

Erano già mille anni che diffondevano principi, valori, che non smettevano di seguire le proprie leggi nonostante fossero persino sparsi ai quattro angoli della terra. 

Forse non avevano ancora abbandonato D-o perché non erano stati messi davvero alla prova, pensò Haman. 

Forse sarebbe bastato emanare qualche legge in cui si imponeva l’annientamento del popolo ebraico, per portarli ad allontanarsi da quella fede così scomoda per il mondo. 

Dalla promulgazione del decreto di Haman fino al suo annullamento trascorsero undici mesi.

Periodo in cui gli ebrei avrebbero potuto provare ad assimilarsi, a mimetizzarsi nella società, a fare dimenticare chi fossero per salvare la propria vita e quella dei propri figli. 

Invece fecero esattamente il contrario, non solo non si nascosero.

Non solo non si assimilarono. 

Ma continuarono a camminare a testa alta, rafforzando la propria identità e facendo parlare così tanto di sé al punto che, racconta la meghilà, molti non ebrei si convertirono all’ebraismo 

A Purim D-o si è nascosto tra il banchetto di Achashverosh e la condanna a morte di sua moglie Vashtì, tra l’incoronazione di Ester e l’inspiegabile ascesa di Haman.

A Purim è avvenuto l’esatto contrario di ciò che era successo davanti al monte Sinai.

Nessuna rivelazione, nessuna traccia di D-o, solo un grande silenzio. 

Ester deriva il proprio nome da lehastir, nascondere. D-o si era nascosto, sperando che gli ebrei non smettessero di cercarlo. 

E proprio durante  uno dei periodo più bui della storia ebraica, quando una minaccia concreta di annientamento fisico totale pendeva sulle loro teste, quando la rivelazione di D-o si era trasformata in un ricordo lontano e nebuloso, gli ebrei scelsero di propria volontà di credere e avere fede.

E questi giorni vengono ricordati e celebrati attraverso tutte le generazioni, in ogni famiglia, in ogni stato e in ogni città. Questi giorni di Purim non smetteranno mai di esserci tra gli ebrei e il loro ricordo rimarrà in eterno nei loro discendenti’ dice la meghilà. 

Tutte le altre feste ricordano eventi miracolosi. Le dieci piaghe, la spaccatura del mar rosso, l’olio che ha bruciato per otto giorni, le nuvole che proteggevano gli ebrei nel deserto, D-o che dà la Torah sul monte Sinai. 

Purim è la festa in cui si celebra invece il miracolo della fede che rimane accesa e scelta e riscelta nonostante sia l’opzione meno conveniente.

 E’ la festa dell’ebreo che non si perde d’animo, che pur circondato dal buio e dalla sensazione di essere stato quasi abbandonato, pur essendo continuamente minacciato, non smette di cercare D-o. 

Purim è la celebrazione della fede fine a se stessa, svincolata dal fatto che D-o ci dimostri di amarci e proteggerci. 

E’ vietato leggere la meghila lemafrea, in maniera disordinata. Se uno sente leggere prima la seconda parte della meghilà e poi la prima, non ha fatto la mitzvà.

Il Baal Shem Tov interpreta questa regola spiegando che è vietato leggere la meghilà pensando che sia appartenuta solo al passato, ritenendo che questa fede profonda fosse presente solo negli ebrei di una volta.

In ogni ebreo, di ogni secolo e generazione, c’è la capacità di cercare e ritrovare D-o nonostante l’ebraismo possa essere rischioso e controcorrente. 

Purim è la festa della fede che batte il buio profondo. 

Gheula Canarutto Nemni

Advertisements

Fino a che punto può spingersi l’osservanza dell’ebraismo oggi? Quando la Consulta Rabbinica impedisce di partecipare a un concerto in una cappella

 Chi l’ha detto che un ebreo oggi debba essere uguale a quello di ieri?

Dove sta scritto che se uno è di religione ebraica dovrebbe ancora astenersi dall’accendere la luce, camminare a piedi invece che salire comodamente in macchina, privarsi di Instagram e delle chat di whatsapp ogni settimana durante le ore dello shabat?

Chi ha deciso che per gli ebrei del 2019 non è indicato entrare in un luogo di culto di un’altra religione nemmeno quando in quella cappella si sta tenendo un concerto in occasione del centenario della nascita di un’ebrea come Tullia Zevi, personaggio di spicco dell’ebraismo italiano?

Forse è una mancanza di ‘senso comune’, un ‘anacronismo’ che andrebbe colmato adeguando finalmente l’ebraismo al mondo moderno?

Se per senso comune si intende il seguire le convinzioni e il modo di essere della maggioranza, è vero, l’ebraismo ne è privo da sempre. Gli ebrei si sono rifiutati di offrire i propri figli in sacrificio agli dei, di isolare lo straniero, di lasciare nell’ignoranza un numero elevato di individui, di maltrattare i servi, di lavorare a ciclo continuo, di uccidere chi non apparteneva al loro credo, nonostante la maggior parte delle nazioni del mondo accettassero e incentivassero queste pratiche.

Se gli ebrei sono anacronisti perché credono ancora che l’uomo sia fatto di corpo e di spirito, perché portano ancora dentro di sé la consapevolezza che ogni evento, ogni situazione, con cui si viene in contatto, crea un solco nel subconscio della persona, come provano oggi le neuroscienze e anche un semplice spazio fisico può avere un influsso sull’anima, ebbene sì, siamo anche anacronisti.

Per l’ebraismo ogni piccolo passo ha un peso indeterminabile, anche un interruttore della luce sfiorato durante lo shabat è in grado di generare delle conseguenze sul micro e macro cosmo.

Ogni voce che si ascolta, ogni scena che si osserva, ogni luogo in cui ci si trova, si trasforma in un tassello psicologico e morale. Anche l’atmosfera di un posto, la sua sacralità per chi in quel luogo professa la propria fede, hanno un impatto profondo su chi vi entra da semplice visitatore.

Se siamo arrivati oggi ad essere ancora ebrei, se nel 2019 ci sono ancora ebrei al mondo a dibattere sul permesso o divieto di entrare in una cappella, è perché ci sono stati altri ebrei che si sono tenacemente, ostinatamente e coraggiosamente attaccati a quei divieti e a quei permessi, a quelle regole e a quelle tradizioni, che si chiamano Torah.

Il popolo ebraico è nato nel momento in cui 600.000 persone hanno sentito la voce di D-o proclamare dieci comandamenti che al proprio interno contenevano tutti i 613 sentieri dell’ebraismo in questo mondo.

E c’è un solo modo di garantire la continuità di questa nazione.

Non entrare nelle cappelle se i rabbini non lo permettono, entrarci se i rabbini ritengono che in quel caso si possa, continuare a discutere per capire se secondo cosa la Torah permette e cosa proibisce.

‘Le ripeterai ai tuoi figli e ne parlerai stando nella tua casa e camminando per la strada, quando ti coricherai e quando ti alzerai’ c’è scritto nello shemà.

Se siamo ancora qui oggi è perché non abbiamo smesso per più di tremila anni di coinvolgere D-o in ogni minimo dettaglio.

Se non credi nei miracoli e hai due minuti di tempo, fermati a leggere queste righe

Se non credi nei miracoli e hai due minuti di tempo, fermati a leggere queste righe.

Ti racconterò la storia di un uomo che si è svegliato un giorno al mattino con un forte rumore alla sua porta.

Ancora in pigiama, gli occhi appiccicati dal sonno, è andato ad aprire.

Raus! Gli hanno ordinato.

Ha guardato indietro, per vedere chi fosse la persona a cui urlavano ordini con così tanta violenza.

Non ha fatto in tempo a capire che non c’era nessun colpevole.

Juden raus! Gli hanno intimato puntandogli un fucile addosso.

Ha buttato in una piccola valigia di cartone qualche indumento, i suoi tefilin e il libro di preghiera.

Ha baciato la mezuzah con la sensazione in pancia che per tanto tempo non l’avrebbe più sfiorata.

Lo hanno caricato su un camion, la sua valigia stretta tra le mani e poi su un treno, la maniglia gli si era quasi appiccicata al palmo, lo hanno stipato su un vagone merci e per miracolo, la valigia non lo aveva ancora abbandonato.

Quando il treno si è fermato, ha pensato per una frazione di secondo che l’avessero portato in villeggiatura. Aveva una valigia con le cose più preziose, il cielo azzurro, la neve intorno.

Le grida lo riportarono alla realtà.

Giovane, in forza? Di qua!

Sua madre, sua moglie, le sue due figlie, di là!

in una fila parallela che con la sua non si sarebbe mai più incontrata.

Mandò un bacio nella loro direzione pregando l’aria di farlo posare sulle loro guance.

Gli ci volle qualche ora per capire che il fumo, in quel posto non usciva da un camino ne’ da una fabbrica. Non proveniva da combustione di legno o di carbone. Che quella fila così silenziosa alimentava ogni ora le fila degli angeli in cielo. E che quel fumo non era altro che l’esalazione di un grande, infinito ultimo respiro.

Riuscì a nascondere la valigia con i resti della sua religione.

Cercò di non dimenticarsi di Pesach e di Sukkot anche nei momenti più duri, quando intorno respirava sangue, dolore, innocenza e morte.

Accarezzava di nascosto le pagine del libro di preghiera e le passava ai compagni per contagiarli con una nuova speranza.

Se uscirò vivo da qui, mi farò ricrescere la barba che mi hanno tagliato.

Mi farò stampare il più grande libro di preghiera, perché tutti possano riversare il proprio cuore davanti a D-o senza timore.

Accenderò le candele di Chanukah nelle piazze pubbliche, sbandiererò ai quattro venti questa identità che mi stanno strappando di dosso.

Oggi questo uomo potrebbe essere scomparso da tempo, incenerito dal piano assassino nazista.

Ma invece è ancora qui.

A cantare a squarciagola i canti dei suoi avi, a legarsi intorno al braccio i filatteri scampati alla guerra, alla faccia di tutti quelli che lo avrebbero voluto vedere per migliaia e migliaia di volte, già morto.

Se lo incontrate, fermatevi a guardarlo per qualche secondo.

Quell’uomo che ancora crede, quell’individuo che è ancora intriso di fede, quel bambino che ancora recita lo shemà prima di andare a dormire, sono una eccezione alla regola dell’umanità.

Non avrebbero più dovuto esserci da tempo. 

Se sei un essere che ha bisogno di prove tangibili, guarda negli occhi un ebreo il 27 gennaio, giornata della memoria.

Secondo le leggi della natura, ne’ lui ne’ la sua fede non dovrebbero essere più qui.

La sua esistenza è la prova che D-o e i suoi miracoli ci sono davvero. 
Gheula Canarutto Nemni 

Perché gli ebrei sono da sempre così odiati? Perché in molti sono gelosi della loro ricchezza

Schermata 2018-11-25 alle 16.24.57Caro figlio, 

mi domandi come sia possibile che l’antisemitismo sia ancora oggi così vivo dopo migliaia di anni, per quale motivo il mondo non abbia ancora smesso di odiarti, mi chiedi il perché di un pregiudizio così forte ed ininterrotto nei tuoi confronti. 

Là fuori sentirai delle giustificazioni, qualcuno proverà a dirti che le motivazioni per un astio profondo si devono trovare per forza anche in chi lo subisce,  ti proveranno a spiegare il loro odio con il fatto che il popolo a cui appartieni è sempre stato tra i più ricchi del mondo e che in molti erano e sono ancora, gelosi di quella ricchezza. E forse tenteranno di risvegliare in te un senso di colpa per depistarti. 

Le vere risposte però non provengono mai da fuori, da chi non ti conosce davvero. Per capire la verità devi cercare dentro a te stesso, nella tua storia, all’interno delle pagine che i tuoi antenati hanno offerto al mondo. 

Tutto è iniziato con la caparbietà del tuo patriarca Abramo, nella sua ricerca incessante di D-o e nella sua condivisione del monoteismo con i suoi contemporanei, uomini che si inchinavano ad idoli e statue. 

E’ continuato con il suo anticonformismo, con la sua ricerca di ospiti da sfamare nel deserto, con la sua brama di fare del bene, mentre intorno le città di Sodoma e Gomorra bruciavano a causa della malvagità nei confronti del prossimo. 

Suo figlio Isacco ha proseguito la strada del padre, donando all’umanità la forza spirituale di mettere da parte se stessi in nome di un bene superiore. 

Giacobbe, con il suo rifiuto di adeguarsi alle pratiche commerciali disoneste di Labano e con la sua eterna lotta con il fratello Esaù, simbolo di coloro che recludono D-o in angoli remoti della propria vita.   

Giuseppe, venduto come schiavo in una terra sconosciuta, condannato ingiustamente alla prigione, che non si perse d’animo e continuò ad alimentare la propria fede in D-o, diventando il vice del faraone. 

E poi i tuoi padri sono arrivati davanti al Monte Sinai e lì, in mezzo al deserto, D-o ha scelto il tuo popolo come portavoce della Sua legge e dei Suoi valori.

In quel momento sei diventato parte di una nazione di lottatori per i diritti civili, 

di liberatori di schiavi al settimo anno di schiavitù, 

di contadini che fanno riposare la terra, 

di allevatori a cui è imposto per legge il rispetto degli animali e della natura,

di datori di lavoro che non possono ritardare il salario dei propri lavoratori nemmeno di un giorno.

Nella tua storia re e leader semplici pastori sono diventati re e leader, scelti per i propri meriti e non per la classe sociale di appartenenza. 

Da allora il welfare sociale non è più una scelta discrezionale e chi guadagna ha l’obbligo di contribuire alla società con il 10% degli utili prodotti. 

Nelle famiglie i mariti si impegnano con un contratto matrimoniale a rispettare le mogli, a mantenerle, ad onorarle più di se stessi.

Le donne del tuo popolo sono state profetesse, giudici e non hanno mai smesso di trasmettere ai  propri figli il coraggio di credere, anche se questa perseveranza è stata ripagata per migliaia di anni  con persecuzioni e condanne. 

Appartieni a individui polemici, dubbiosi, sperimentatori, incapaci di accettare lo status quo delle cose. Sognatori, visionari, per i quali i limiti sono il prossimo traguardo da superare. 

La tua nazione crede nella sacralità della vita a ogni costo, nel valore del respiro anche del nemico più agguerrito.

Quando tra la maggior parte delle persone regnava l’analfabetismo, i padri dei tuoi padri scrivevano poemi, libri, trattati legali e di astronomia. L’istruzione, lo studio, la conoscenza sono stati gli ingredienti quotidiani con cui hanno nutrito se stessi e i loro figli. 

E’ un pilastro del credo a cui appartieni sapere che D-o ha scelto l’essere umano come partner per migliorare il Suo creato.

La tua fede si basa sulla  consapevolezza che ognuno, da Mosè all’uomo più semplice,  nasce con lo scopo e la capacità di fare del mondo un posto superiore rispetto a quello che si è trovato.

Nel Talmud, nell’ambito di una disputa legale, un rabbino disse: che i muri dell’edificio crollino se ho ragione. E i muri crollarono. Che i muri tornino integri se la ragione sta dalla mia parte, disse l’altro. E i muri si raddrizzarono. Cosa faceva D-o mentre i Suoi figli discutevano sulle sue leggi? Venne domandato al profeta Elia. D-o rideva e diceva: mi hanno vinto i miei figli, mi hanno vinto i miei figli. 

Gli ebrei, questo popolo così inviso e odiato, sono figli di un D-o che li sfida a superarLo. 

Figlio mio, quando ti domandi perché l’antisemitismo scorra ancora nelle vene dell’umanità, per quale motivo questo odio atavico rimanga immutato sia quando gli ebrei vivono in maniera aderente alla propria legge, sia quando tentano di assimilarsi e di fare dimenticare chi sono, perché il mondo disprezzi gli ebrei sia quando sono ricchi sia quando sono poveri (sì perché di ebrei poveri ce ne sono purtroppo tanti),

la risposta la trovi nelle pagine della tua storia, nel modo di vivere, nei principi e valori che il popolo ebraico ha introdotto nell’umanità e difeso a costo della loro vita stessa. 

Il dittatore tedesco che assassinò sei milioni dei tuo i fratelli disse che gli ebrei hanno causato due ferite all’umanità: la circoncisione come ferita sul corpo e la coscienza come ferita dell’anima. 

Ricordati,

chi la pensa diversamente,

chi insegna che non c’è bisogno di un tramite per parlare con D-o,

chi rompe gli schemi e cerca di smuovere gli individui dallo status quo in cui si trovano,

chi non rinuncia ai propri valori anche nei momenti in cui crederci significa essere totalmente controcorrente,

è un elemento scomodo per le società.

Nel mondo servono masse appiattite e silenti per governare senza intralci. 

Se continuano a odiarti sii felice. 

Significa che non hai ancora smesso di darti da fare, che stai continuando a fare sentire la tua voce, che stai continuando il lavoro scomodo iniziato dai tuoi antenati, quello di essere senza compromessi la coscienza viva del mondo.  

Gheula Canarutto Nemni

16 ottobre 1943

16 ottobre 1943

E’ shabat e il terzo giorno della festa di sukot.

Gli adulti sono stati svegliati nel corso della notte dal rumore di spari e di grida. I bambini sono corsi nei letti dei genitori per cercare conforto dallo spavento di quei rumori funesti. Finalmente hanno tutti ripreso sonno.

Nel cortile del Tempio la sukà aspetta che gli ebrei romani entrino dentro a fare una brachà.

I talitot, ripiegati il giorno prima, sono in attesa di venire di nuovo indossati. Il profumo di cedro e delle foglie di mirto, inondano la sala buia della sinagoga.

Correva il 16 ottobre 1943.

Avrebbe dovuto essere un altro giorno di festa.

Uomini, donne e bambini avrebbero indossato i propri vestiti migliori e si sarebbero riversati nelle strade del ghetto augurandosi ‘shabbat shalom e chag sameach’.

Le tavole sarebbero state imbandite a festa con il poco cibo acquistabile con le tessere annonarie.

Invece i rumori quotidiani di via Portico d’Ottavia, di via S. Ambrogio e di via del Pianto sono stati improvvisamente interrotti dai motori rombanti di camion e motociclette, dagli stivali dei soldati e dai latrati die cani.

La confusione gioiosa della festa è stata rimpiazzata da ordini urlati in tedesco, da esseri umani gettati come oggetti, da pianti disperati di madri e padri che sentivano sulla propria pelle il dolore del distacco imminente dai propri figli, da pianti strazianti di figli gettati in braccio a sconosciuti con la speranza di strapparli alla deportazione e alla morte.

La piazza si riempie di persone con sogni, progetti, pensieri, simili a quelli dei propri concittadini.

Esseri umani che si sono svegliati fino al giorno prima per andare a lavorare e guadagnarsi da vivere come milioni di altre persone. Individui caricati su camion e treni piombati con l’accusa di essere la stirpe di Abramo, Isacco e Giacobbe.

Corre il 16 ottobre 2018.

Nelle strade del ghetto, se si volge lo sguardo a terra si possono leggere i nomi, le date di nascita e di morte, delle persone strappate alla vita da un odio assassino.

Nelle stesse strade escono bambini con la kipà in testa dalla scuola ebraica, intorno ci sono decine di ristoranti kasher.

Nel Tempio Centrale risuonano gli stessi suoni che si sono uditi per quasi  duemila anni fa.

Fratelli deportati e mai più ritornati, riprenderemo le vostre preghiere da dove sono state interrotte,

riapriremo il vostro talit che non avete mai più riaperto,

faremo il kidush che voi non avete mai più potuto fare,

celebreremo le feste, pesach, shavuot che non avete mai più vissuto

e termineremo il sukot che vi hanno rubato.

 

Hanno provato ad annientare i nostri corpi in tutti i modi.

Ma il nostro spirito, la nostra anima, il nostro attaccamento a D-o sono indistruttibili e al di sopra di tutto.

Am Israel Chay

Gheula Canarutto Nemni16 ottoibre 1943

 

E se tu fossi più potente di quello che pensi?

Tutto iniziò da lì.

Da quei minimi, silenziosi, quasi impercettibili, atti immorali.

Il degrado non ebbe inizio tutto d’un colpo, ma seguì una lenta, continua e inarrestabile, evoluzione.

Erano passati 1656 anni dalla creazione del mondo, dall’istante in cui Adamo era stato cacciato dal giardino dell’Eden.

La voce di D-o che domandava ad Adamo: dove sei?

sembrava far parte di un passato molto remoto.

Gli uomini iniziarono rubando piccole somme di denaro, così limitate da non essere nemmeno prese in considerazione dalla legge.

Le loro anime, abituate alle piccole trasgressioni, si fecero forza e osarono di più.

Diventò consuetudine prendere la donna d’altri, dare vita a relazioni proibite senza vergogna.

Quando D-o si affacciò al mondo e vide da dove era tutto partito e a che punto era arrivato, dichiarò che l’uomo aveva superato ogni limite.

Dopo centovent’anni mandò il diluvio, spazzando via ogni cosa all’infuori di Noach, Noè e la sua arca.

Questa settimana Vogue Arabia racconta la storia di Ahed Tamimi, la ragazza diciassettenne diventata simbolo della ‘resistenza palestinese’.

Una ragazza cresciuta in una famiglia definita di ‘attivisti’ dai media italiani e internazionali.

Una famiglia che le ha insegnato a farsi portavoce di messaggi come ‘Ciascuno deve fare la sua parte, accoltellando, lanciando pietre o cercando il martirio’.

Qualche settimana, su Vanity Fair, Daria Bignardi ha definito Ahed Tamimi ‘un’icona palestinese’.

Quando D-o decise di distruggere l’intera umanità con il diluvio, non lo fece né per la gravità degli atti immorali né per l’idolatria.

La terra si era riempita di hamas, di furti, dice la Torà.

Il mondo civile aveva concesso spazio a piccole, quasi innocue, trasgressioni alla legge.

E da lì è iniziato tutto.

Il declino di una società non arriva tutto d’un colpo. Inizia lentamente. Con qualche parola, con alcune immagini, con silenzi assensi.

Il mondo civile oggi concede spazio a interviste innocue, a manifestazioni pacifiche, all’uso di parole che lentamente, continuamente e inarrestabilmente, si insinuano nell’immaginario collettivo, facendo risorgere un nuovo antisemitismo.

Non esiste una trasgressione troppo piccola.

Non esiste una parola che non abbia il suo peso.

Fare passare una terrorista per un’icona è un piccolo, silente passo verso la formulazione di una nuova moralità di cui si conosce l’inizio.

E di cui si dovrebbe temere la continuazione.

Un piccolo passo può avere un enorme peso. Nel bene e nel male.

Gheula Canarutto Nemni

L’ebreo questa strana e fastidiosa creatura…

Quando D-o ha creato il mondo, si è guardato intorno e ha detto.

Vorrei dare vita a una creatura diversa, in grado di portare avanti imperterrito il Mio messaggio, un individuo che, anche sotto tortura, minacciato e scacciato, non smetta mai di amare Me e i Miei precetti.

Vorrei creare una persona che, di fronte alla derisione degli altri, alla emarginazione e pregiudizi, continui a trasmettere con orgoglio la propria identità.

Vorrei un essere le cui azioni non passino mai inosservate, le cui parole abbiano un peso maggiore di tutte le altre, il cui pensiero sia in grado di cambiare il destino di tanti.

Ci vorrebbe un essere resistente agli urti, pensò.

Impiegò molti anni per progettarlo e pianificarlo.

Finalmente, 2448 anni dopo la creazione, venne alla luce l’ebreo.

Persona dotata di ottimismo assoluto, mentre gli Egizi preparano il cemento con i suoi neonati e nel loro sangue ci fanno il bagno, l’ebreo  prepara i tamburi in vista del giorno in cui sarebbe stato liberato dalla schiavitù e promosso al grado di popolo.

Individuo la cui fede si rafforza davanti agli ostacoli, che si dà il nome di Macabi e raccoglie adepti al grido di: chi è per D-o, si unisca a me,  nel momento in cui i greci ne disonorano le donne e dissacrano il santuario.

Fiero della propria identità al punto di coprirsi gli occhi e urlare Shema’ Israel, D-o è il nostro D-o, D-o è uno, mentre il fuoco avvolge il suo corpo e il pubblico guarda estasiato l’autodafé bruciare, mentre gli urlano marrani!, maiali! perché ha osato continuare a servire D-o di nascosto.

Imperterrito, testardo, saldo nei propri principi, quando arrivano i cosacchi per ucciderlo e spogliarlo di ogni bene e lui, per l’ennesima, infinitesima, volta, si mette in fuga, la prima cosa che mette in salvo sul carro, accanto ai suoi figli, non sono i beni terreni, ma i rotoli della Torà, quella Torà che lo rende così diverso e inviso al mondo.

Attaccato alle proprie tradizioni, mentre viene trascinato nei forni e ridotto a fumo nei cieli, l’ebreo raccomanda ai propri figli di non abbandonare quella strada da cui è arrivato con tanta fatica, di non dimenticare le regole che l’hanno accompagnato fino a quel momento, di non smettere di trasmettere ai discendenti ciò che i suoi padri gli hanno insegnato.

Quando nell’anno 2448 i discendenti di Abramo, Isacco e Giacobbe sentirono la voce di D-o proclamare la Propria unicità e l’obbligo di crederci, quando il dovere di onorare il padre e la madre, il non rubare, non rapire e non uccidere, furono messi sullo stesso piano della fede in un D-o unico, l’ebreo capì che non aveva più scampo.

Il suo destino sarebbe stato segnato per sempre.

Non avrebbe più potuto permettersi di vivere in nome di se stesso, non avrebbe più goduto della libertà assoluta di pensare, parlare ed agire, come un individuo a se stante.

Ai piedi di quel monte l’ebreo è stato nominato sacerdote al servizio divino, diffusore eterno di valori morali, collante tra spirito e materia, portavoce di D-o e delle Sue leggi.

Anche volendo, non avrebbe più potuto liberarsi di quell’identità a lui destinata.

Da quel momento in avanti, un ebreo che non rispetti la propria ebraicità, non viene rispettato dal mondo.

Davanti  a quel monte, capì che…

…l’ebreo e i precetti divini sono una sola cosa.

…essere ebrei è un percorso ad ostacoli, uno slalom tra chi ne vuole la sparizione dalla terra.

…essere ebrei non è una scelta, ma un onore imposto alla nascita.

Se D-o ha deciso di affidargli questa missione impossibile, di continuare a illuminare il mondo con gli insegnamenti della Torà, quella antica, datata e così sorprendentemente attuale, legge, è perché D-o si fida del popolo ebraico.

E sa che anche le acque più turbolenti non potranno estinguerne la fede, quella fiamma che brucia in eterno dentro al cuore di ogni ebreo.

Gheula Canarutto Nemni

 

Perchè sei antisemita? Lettera aperta di Mireille Knoll al proprio assassino

 

‘Sporca ebrea!’ mi urli mentre le ginocchia mi fanno male da quanto ho strofinato il mio pavimento, le mie mani bruciano da quanto ho pulito la mia cucina per la mia Pasqua e nella mia casa non c’è più una briciola né di sporco né di pane.

‘Hai avvelenato i miei pozzi!’ mi accusi davanti ai tuoi figli malati dall’assenza completa di norme sanitarie nella tua alimentazione, mentre io, dopo avere macellato gli animali, li sottopongo a ferrei controlli sul loro stato di salute.

‘Solo voi non prendete la sifilide!’ mi sputi in faccia mentre sto circoncidendo mio figlio in nome di una fede che migliora anche la qualità della vita.

‘Hai impastato il tuo pane azzimo con il sangue dei nostri figli!’ E io sto controllando le uova per accertarmi che non abbia nemmeno un puntino di sangue che me lo renderebbe proibito. E mi domando: da dove nasce questa accusa?

‘Controlli l’economia mondiale!’ Mi alzo la manica dove c’è impresso a fuoco il numero che ha sostituito il mio nome mentre ero internata in campo di concentramento. E ti rispondo: ti sei mai domandato da dove sono arrivato?

‘Hai ucciso il mio Dio’ mi dici mentre mi torturi affinché cambi il mio credo. ‘Il mio D-o è eterno’ sussurro esalando l’ultimo respiro.

‘Mireille, aprimi sono io’ e io, che da quando eri piccolo ti ho accolto nella mia casa e ti ho cantato le canzoni che i tuoi genitori non ti cantavano e ti ho dato l’amore che la tua famiglia non ti dava, ti ho aperto. Ti ho sorriso come sempre e ti ho fatto entrare. Ma tu hai iniziato a urlarmi sporca ebrea, hai avvelenato i miei pozzi, mi hai fatto ammalare, stai impastando il tuo pane azzimo con il sangue di mio figlio, sei più ricca di me, voglio santificare il nome del mio dio con il tuo sangue. E io ti guardo incredula e non capisco perché all’improvviso la storia sia piombata proprio nella mia casa, in queste mura abitate da una vecchietta di 85 anni che è riuscita a sopravvivere miracolosamente all’odio nazista ma non alla ferocia di un islamista.

E mentre le mie membra bruciano e la mia anima fa ritorno al Creatore, mentre le mie ceneri si uniscono a quelle dei miei cari rastrellati nel Vel d’Hiv e trasformati in fumo nelle ciminiere di Auschwitz, io Mireille Knoll, una anziana signora ebrea francese nata prima della guerra in Francia e uccisa nella sua casa di Parigi nel marzo 2018 da un vero antisemita, descritto da un sostantivo senza virgolette, un ragazzo allevato ed educato nell’odio assoluto di un popolo dal quale ha imparato a credere nel D-o unico e nella Bibbia, io idealista incallita che sono tornata a vivere in Francia nonostante la Francia mi avesse già tradita una volta, ti guardo e ti vorrei dire ‘ma io non ti odio’ nel momento in cui tu mi pugnali.

In ogni generazione c’è sempre chi tenta di sterminarci. In ogni generazione nasce una accusa falsa, una nuova menzogna. Ma la resistenza all’odio è parte del dna ebraico e le Mireille Knoll continueranno ad aprire la porta armate di fede in D-o e in un uomo migliore.

Gheula Canarutto Nemni

 

 

 

 

 

 

Ma chi l’ha detto che Gerusalemme appartiene agli ebrei?

Abramo fu il primo individuo della storia a capire che D-o esiste e guida il mondo.

E D-o chiamò Abramo e gli disse ‘Abramo’ e Abramo rispose ‘eccomi’. E D-o gli disse ‘Prendi per favore tuo figlio, l’unico che hai, quello che ami, e dirigiti verso la terra di Moriah e portalo in sacrificio su una delle montagne che ti farò vedere’.

Abramo si svegliò al mattino presto, affrettandosi a compiere il comandamento divino.

Arrivò alla terra di Moriah e lì cercò di offrire il proprio figlio in sacrificio a D-o. Un angelo lo chiamò giusto in tempo per fermarlo.

Abramo allora prese un montone e lo sacrificò al posto del figlio. E Abramo chiamò quel posto ‘D-o vedrà’. Fino ad oggi quella è la montagna della rivelazione di D-o dove D-o può essere visto (Genesi 22:2)

Quella terra, chiamata nella Torah terra di Moriah e in seguito D-o vedrà, corrisponde oggi a Gerusalemme..

In quel posto Davide, primo re di Israele, costruì il proprio palazzo reale, proclamando Gerusalemme capitale del regno.

Su quel fazzoletto di terra il figlio di re Davide, Salomone, costruì il primo santuario ebraico, seguendo le istruzioni che D-o gli aveva dato.

Nel 578 prima dell’e.v  Nabuccodonosor conquistò il regno di Israele, distrusse il primo Santuario e diede vita al primo esilio del popolo ebraico. Sulle rive di Babilonia dove stavamo seduti e piangevamo mentre ricordavamo Sion.

Dopo settanta anni Ezrah e Nechemia, due profeti ebrei, ricostruirono il santuario di Gerusalemme.

Arrivarono i greci- siriani e provarono, non riuscendoci, a conquistare quel minuscolo pezzo di terra.

La nazione ebraica continuò a vivere ancora per qualche secolo in pace e a compiere per tre volte all’anno i pellegrinaggi verso Gerusalemme prescritti nella Torah.

Arrivarono i Romani e distrussero il secondo Santuario nel 70 e.v. Gli ebrei si sparsero in molti paesi del mondo.

Negli ultimi 1947 anni gli ebrei non hanno mai smesso di menzionare Gerusalemme nelle proprie preghiere, hanno continuato a volgersi per tre volte al giorno verso Gerusalemme per pregare, ad ogni matrimonio hanno infranto un bicchiere cantando tra le lacrime ‘se ti dimenticherò Gerusalemme verrà dimenticata la mia mano destra’.

Gli ebrei non hanno mai smesso di vivere a Gerusalemme, fisicamente e spiritualmente, resistendo ai conquistatori che si presentavano periodicamente alle sue porte, cercando di farvi ritorno sfidando neve, deserti e briganti. Non c’è stato un solo minuto senza respiro ebraico nella Città Santa.

Caro Presidente Trump,

Grazie per averci ricordato che gli ebrei non vivono in Israele perché amano particolarmente le sfide, le difficoltà, il clima desertico e le alte temperature.

Non viviamo in Israele perché non abbiamo trovato casa in nessun altro posto.

Se siamo lì e non in Uganda,  se continuiamo a volgerci verso est, verso Gerusalemme, è perché proprio lì il nostro primo patriarca Abramo ha dimostrato il proprio amore e la propria devozione a D-o.

L’ebraismo non è una cultura, non è solo una lingua, un insieme di tradizioni, non è solo una lunga catena di storia, sacrificio e amore.

L’ebraismo non è solo un modo di pensare, amore per la conoscenza, per l’innovazione e per la pace.

L’ebraismo è tutto questo e molto di più.

Ma c’è un elemento essenziale senza il quale non sarebbe arrivato fino ai nostri giorni. Qualcosa che ha resistito alle tragedie, alle persecuzioni, all’odio irrazionale. Quella cosa si chiama fede. Fede nel Re Creatore del mondo.

Gerusalemme è il simbolo dell’amore eterno degli ebrei per D-o.

Quando l’Occidente mette in dubbio la legittimità di Israele, nega l’esistenza di D-o stesso

 

Fiat lux, e luce sia, ordinò D-o e per la prima volta un raggio trafisse l’universo. Ci sia una divisione tra il cielo e la terra, continuò D-o, facendo comparire l’orizzonte. Vi siano alberi, fiori, la luna, il sole, le stelle. Le foglie iniziarono a respirare l’ossigeno e a sintetizzare la luce per trasformarla nel proprio nutrimento. E poi arrivarono i pesci, i volatili, le pecore, i cavalli. L’uomo.

Iniziò la storia del mondo.

E D-o disse ad Abramo ‘questa terra la darò a te e ai tuoi discendenti’ ed apparve a Isacco suo figlio, per ribadire la propria promessa. E Giacobbe scappò dal fratello Esaù. Durante la fuga si mise a dormire e D-o gli promise in sogno ‘darò la terra su cui sei sdraiato a te e ai tuoi discendenti’.

E poi arrivarono i discendenti di Abramo, Isacco e Giacobbe che continuarono a leggere e a studiare la Torah, la parola di D-o e i suoi insegnamenti.

E poi arrivarono i discendenti dei discendenti e non smisero mai di credere nemmeno per un attimo alle promesse che D-o, il Creatore del mondo, aveva fatto ai loro padri.

E poi arrivarono degli uomini che dicevano di essere persone di fede, credenti. Uomini che non si facevano smuovere dalle teorie sul big bang e i buchi neri. Persone che avrebbero cavalcato nel Medioevo per migliaia di chilometri pur di liberare i propri luoghi sacri e riportare la parola di D-o là dove regnavano gli infedeli.

La storia si popolò di individui che avrebbero giurato di dire la verità sul libro più letto e venduto del mondo, su un testo in cui credevano fermamente.

E questi stessi individui, che si dichiaravano credenti, si riunirono per decidere le sorti di un fazzoletto di terra umido, desertico, senza nessun appeal razionale.

Abbracciarono rappresentati del terrore mettendo da parte stragi, bambini sgozzati, terrore, orrore, massacri di innocenti che avvenivano sotto ai loro occhi silenti e dedicarono le proprie energie a un puntino geografico quasi invisibile sul mappamondo.

La storia si riempì di uomini dal buonismo selettivo, dalla coscienza relativa, dalla fede limitata a ciò che era più confortevole.

Quando l’occidente si siede a tavolino per discutere la legalità e legittimità dello Stato di Israele e il rappresentante della cristianità abbraccia degli assassini non è di politica né di diritti umani che si discute. Ma di D-o. Di D-o e della Sua parola.

Perché se un individuo crede che sia stato D-o a generare la luce a soffiare dentro di lui l’anima stessa, se prega a D-o, quello stesso D-o che ha creato il mondo, se crede nella veridicità della Bibbia e la considera un libro sacro, quello stesso individuo non può mettere in discussione la parola divina quando D-o dichiara ad Abramo, Isacco, Giacobbe, Mosè, Isaia, che la terra appartiene al popolo ebraico.

Chi mette in dubbio che la terra di Israele appartenga al popolo ebraico, sta mettendo in dubbio la propria fede, sta negando la veridicità della Bibbia. E l’esistenza di D-o stesso.

Gheula Canarutto Nemni