I super eroi si sono ispirati alle feste ebraiche?

Esiste una frazione di secondo tra lo stimolo e la risposta, un attimo di esitazione tra l’input che proviene dall’esterno e l’output con cui reagiamo.

Un momento di riflessione si intercala tra il vuoto e l’azione di chi oserà colmarlo. In quel secondo, in quell’attimo, in quel momento, si crea la distinzione.

Tra chi subisce passivo nascondendosi dietro alla scusa, chi sono io per provare a cambiare il mondo in cui vivo e chi decide di scendere in prima linea per tentare comunque, pur non essendo nessuno.

Tra chi si assopirà nella comodità dello status quo e chi invece oserà sfidarlo.

In quello spazio temporale l’individuo può scegliere.

Se rimanere uno tra tanti e perdersi tra la folla in attesa che qualcun altro prenda l’iniziativa.

O innalzarsi al di sopra di tutti e trasformarsi in una pietra miliare della storia del mondo.

Una corda viene calata ogni giorno dal Cielo.

E’ l’occasione che viene concessa a ogni persona di diventare l’artefice del proprio destino e di ciò che gli sta intorno.

La maggior parte delle persone ignora l’opportunità concessa, preferendo rimanere al sicuro protetto da mura di indifferenza.

Un piccolo, esiguo numero di individui, si aggrappa alla corda. Saranno loro a fare la differenza.

Quando Mordechai raccontò a Ester del pericolo che tutto il suo popolo stava correndo, Ester si trovò di fronte a un bivio.

Avrebbe potuto rispondere,

sei tu Mordechai il capo della generazione, chi più di te potrebbe e dovrebbe fare qualcosa per salvare la nostra nazione?

Oppure guardare verso l’alto e lì vedere la corda che D-o le stava calando, accompagnata dalle parole: questa è la tua occasione.

La meghilà che leggiamo a Purim prende il nome da Ester, non da Mordechai. Prende il nome da una donna da cui nessuno si aspettava niente, una donna che, non essendo il leader della generazione, non era tenuta a darsi da fare.

Ester avrebbe potuto stare al sicuro nel palazzo reale, mentre fuori veniva pianificato il genocidio del suo popolo.

Meghilat Ester racconta il detto dei Pirkei Avoth Bemakom sheein anashim hishtadel lihiot ish, in un posto dove non ci sono uomini, cerca tu di essere un uomo.

Ester si tolse gli abiti del confort e sicurezza individuali e indossò quelli degli eroi, grazie ai quali il domani è migliore di oggi.

Il progresso, l’avanzamento, il rinnovamento non sono responsabilità esclusiva dei leader, delle istituzioni.

Non possiamo sempre aspettare che qualcuno prenda l’iniziativa in nome e per conto nostro.

Ognuno, senza distinzione di titolo e di posizione, può dare il via a un nuovo inizio.

In ogni momento della vita abbiamo due scelte.

Fare un passo indietro nella sicurezza di ciò che già esiste. O un passo avanti verso ciò che, grazie al nostro contributo, potrà esserci.

Purim sameach!

Gheula Canarutto Nemni

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Io, donna ebrea, sto dalla parte del burkini. A una condizione

Schermata 2016-08-18 alle 22.02.23L’ebraismo si basa su un principio fondamentale. Il libero arbitrio. La possibilità di ogni individuo di intraprendere la propria strada.

La Torah, la legge ebraica, suggerisce una via. Sta poi all’essere umano, uomo o donna che sia, seguirne o meno il suggerimento.

Nessuno impone di mangiare kasher, né di rispettare lo shabat.

Nessuno impone di mettere la kippah o di coprire il proprio corpo in spiaggia.

In Israele ci sono spiagge separate per uomini e donne, spiagge miste, spiagge libere e spiagge sorvegliate. Ognuno è libero di scegliere la spiaggia che più gli piace.

Sono ebrea e indosso un costume modesto per andare al mare. Copre le braccia fino al gomito, le gambe fino al ginocchio. Lo indosso per scelta. Non pensavo che il mio costume un giorno avrebbe fatto notizia, finendo sui titoli di tutti i giornali de mondo come minaccia ai valori occidentali.

Tra il burkini e il costume modesto ebraico esiste una differenza.

E si chiama imposizione.

Le donne ebree sono libere di indossare il costume che preferiscono, sono libere di andare nella spiaggia che vogliono. Sono libere.

Alle donne musulmane non sempre è concessa questa libertà.

Il fruscio del burkini ha svegliato improvvisamente l’Occidente dal proprio letargo.

Ha fatto più rumore delle decapitazioni di religiosi nelle proprie chiese, degli accoltellatori nei treni, dei camion che uccidono decine di innocenti lungo la Promenade Des Anglais.

Il burkini è diventato il simbolo della mancata integrazione di milioni di individui sul suolo europeo. La punta di un iceberg che nessuno ha mai osato provare a fare sciogliere nel mare della civiltà.

Non è imponendo il bikini a forza che si risolverà il problema.

Ma forse è più comodo lottare contro il burkini.

Invece di entrare nelle moschee e vietare i discorsi che infiammano con l’estremismo gli animi di milioni di giovani.

Invece di smantellare le reti terroristiche che agiscono indisturbate sul suolo europeo.

Invece di liberare veramente quelle donne. Alle quali, da oggi, verrà impedito anche di andare al mare.

Invece di educare all’accettazione del diverso e all’apprezzamento del valore della diversità.

Invece di imporre il diritto a essere diversi. Vietando il burkini si rischia di scivolare nelle metodiche delle società che impongono il velo integrale. E di vedere, in chi non si adatta al proprio stile di vita, una minaccia alla propria esistenza.

Non combattete contro il burkini o il costume modesto indossato dalle donne ebree. Non sono le religioni che vanno combattute né le loro espressioni. E’ l’imposizione della pratica religiosa. Combattete contro le società che il burkini lo impongono. Combattete contro quei mondi che uccidono la libertà ogni giorno.

Liberate le donne da chi le considera esseri umani inferiori. Non dai burkini, quando li indossano per libera scelta.

Non è con l’imposizione della laicità che cambieremo il corso della storia. Ma con l’imposizione della libertà di scelta.

Libertè è indossare il costume che si preferisce, è camminare per le strade con la kippah in testa senza rischiare di essere presi a calci, a sputi in faccia. E’ andare in chiesa o in sinagoga con la preghiera nel cuore. E non con il timore dell’urlo di morte  di un terrorista.

L’occidente si perde davanti a un burkini. Perché la battaglia contro l’estremismo è, con molta probabilità, già stata persa.

Gheula Canarutto NemniSchermata 2016-08-18 alle 22.05.44

La parrucca come mezzo di consacrazione

‘Le donne di Israele non escono con la testa scoperta’ dice il Talmud (Ketubot 72°)

‘Cosa è la religione ebraica?’ Si domanda nello Shulchan Aruch.

‘E’ la modestia che usano le donne di Israele’.

‘E quale è la cosa che rappresenta una trasgressione alla religione ebraica?’ continua lo Shulchan Aruch

‘Quando la donna esce di casa con la testa scoperta’.

Sono nata e cresciuta a Milano. I miei genitori sono di Bologna e i miei nonni di Bologna e Trieste. Sono un’ebrea italiana a tutti gli effetti. Godo di diritto di voto, sono laureata in Bocconi, dove ho insegnato alla Scuola di Direzione Aziendale per sette anni.

Porto la parrucca.

La mia mamma e la mia nonna non l’hanno mai indossata.

La mia è stata una scelta, assolutamente controtendenza.

Nessuno mi ha imposto di metterla, non c’è stata nessuna pressione sociale. Nessuna delle mie amiche la portava.

A 15 anni ho sentito una lezione sul significato della copertura dei capelli al femminile e ho deciso. Così, dal giorno dopo il matrimonio, mentre ancora frequentavo la scuola ebraica di via Sally Mayer, ho coperto i miei capelli.

Con la parrucca in testa ho sostenuto l’esame di maturità e gli esami in università.

Con la parrucca entravo in aula e insegnavo a duecento studenti.

Con la parrucca oggi vado in televisione e tengo conferenze in sale comunali con vice sindaco e assessori.

Sotto alla parrucca i miei capelli sono diventati più folti, si sono schiariti e sono diventati più mossi.

C’è la Gheula che esce per la strada elegante, truccata, con una messa in piega sempre perfetta.

E c’è la Gheula che incontra il proprio marito nella sfera privata della casa.

La parrucca è la mia libertà di essere davvero me stessa solo per la persona che ho sposato. Ed è il mio modo di continuare lo stile di vita che le mie antenate, molto prima di Singer, tenevano.

Nessuna donna ebrea è costretta, nessuno ci minaccia se non desideriamo farlo. Come nessun trasgressore dello shabat verrà lapidato.

C’è libertà assoluta per l’individuo, di seguire o di abbandonare, di restare dentro o allontanarsi.

E questa è una grande, enorme differenza con l’Islam.

L’impianto logico non è assolutamente identico. Nell’ebraismo la donna copre i capelli, per preservare. Per creare spazi dove entrano solo marito e moglie. Dove l’attrazione fisica rimane una cosa pura, privilegio della coppia sposata. L’amore è sacro.

Sotto alla chuppà mio marito mi ha detto ‘tu sei santificata per me’. Santificata, non sottomessa. Kadosh in ebraico significa distinto e privilegiato rispetto al resto del mondo. Come un sefer Torah o un libro di preghiera. Il marito è obbligato a un estremo rispetto, a stima e amore verso la moglie.

La sottomissione di un individuo a un altro non esiste nell’ebraismo. Perché nessun uomo può decidere la propria superiorità rispetto a un altro. Nemmeno lo schiavo, l’individuo che potrebbe sembrare possedere meno diritti, è in realtà sottomesso. E’ lo schiavo che deve mangiare per primo, dormire nel letto più comodo. Davanti al Creatore tutti possediamo la stessa identica dignità e valore.

Uomo e donna, marito e moglie, sono due metà della stessa anima che si incontrano durante la vita e insieme ricostituiscono l’anima nella sua completezza.

Nei giorni di mercato era proibito per i venditori ambulanti girare di casa in casa per evitare che facessero concorrenza ai venditori che stavano fermi nella piazza. Eccezione? I venditori di cosmetici. Perché per i rabbini la bellezza della donna è più importante di un commercio senza concorrenza sleale.

Anche nei giorni in cui la donna non può unirsi fisicamente al marito, è vietato che si trascuri. Perché la bellezza e la dignità della donna sono tra i principi cardine della Torah.

Secondo la mistica ebraica, il livello spirituale della donna è superiore a quello dell’uomo. Per questo D-o dice ad Abramo di seguire tutto ciò che Sarah sua moglie gli dirà di fare.

L’ebraismo stesso si trasmette per via matriarcale. L’uomo più osservante del mondo non potrà trasmettere l’ebraismo ai propri figli se non con una moglie ebrea. Fosse anche la più laica del mondo.

L’ebraismo è questo. Una tradizione che non cambia, la carne macellata sempre nello stesso modo, le donne che vanno ad immergersi una volta al mese nelle acque del mikveh. No, queste cose non accadevano solo all’epoca del romanzo di Singer. Ma accadono anche ora, grazie a D-o. Perché sono queste cose, queste regole che entrano anche nella sfera materiale della nostra vita, che hanno garantito la continuità al nostro popolo.

L’ebraismo non è pensiero né filosofia. L’ebraismo non è cultura. L’ebraismo è Torah. E la Torah in primis insegna ed esige il rispetto massimo di ogni individuo e creatura.

Mi dispiace  per le persone che percepiscono l’ebraismo in maniera triste e erroneamente lo assimilano ad altri mondi.

Perché la modestia di una donna non è abbrutimento né mezzo di sottomissione. E’ la delimitazione di una zona privata, dove grazie a D-o nessuno, se non il tuo coniuge, può entrare.

Ed è proprio la madre a trasmettere l’ebraismo, perché lei, più del padre, è in grado di tramandare il messaggio di dignità, della possibilità di diventare qualcuno non perché fai vedere qualcosa di te, ma perché tu, sei qualcosa.

Gheula Canarutto Nemni

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Quando Noa era un’avvocatessa innamorata della propria terra…

bnot tzlafchadTzlafchad  muore nel deserto lasciando 5 figlie femmine. E nessun figlio maschio. Noa, Milca, Tirza, Machla e Chogla, questi erano i loro nomi. Nei 40 anni di pellegrinaggio nel deserto non si sentono molto. Anzi, per niente.

Poi, a un certo punto della storia, spunta la loro voce.

E non è un momento  qualsiasi.

È il momento precedente all’entrata in terra d’Israele, in cui la terra viene divisa.  Terra che spetta secondo la legge agli eredi maschi della famiglia. Terra che passerà di padre in figlio, come l’ebraismo che passerà di madre in figli. La legge era stata accettata da tutto il popolo senza riserve. Finché un intero nucleo famigliare al femminile si presenta da Mosè.

‘Nostro maestro, noi siamo cinque figlie. Non c’è nessun erede maschio nella nostra famiglia. Ma non per questo siamo pronte a rinunciare a una parte d’Israele. Possiamo ricevere noi la porzione di terra che spettava a nostro padre?’

Mosè rimane di stucco. La legge parla chiaro. Le donne non rientrano nell’asse ereditario. Eppure c’è qualcosa in quelle donne, nel loro amore così profondo verso la terra di Israele da farle sfidare il leader di un’intera nazione, qualcosa di così sacro e reverenziale, che Mosè dimentica quale dovrebbe essere la legge.

E si rivolge a D-o per sapere cosa fare in merito.

Hanno ragione le figlie di Tzlafchad, gli viene risposto.

Nel caso in cui non ci siano uomini, saranno le donne ad entrare nell’asse ereditario.

La legge arrivò in terra per merito loro, di queste cinque sorelle, donne tenaci convinte della proprie ragioni, che aprirono il varco a chiunque, nel corso del futuro, avrebbe creduto fermamente, con tutto se stesso, in qualcosa.

D-o non ha preparato una situazione perfetta.

Ma ha spianato il terreno perché tutto sia perfettibile per mano nostra. Basta osare il cambiamento.

Gheula Canarutto Nemni

 

Nessuna storia ebraica e’ solo una storia…

“Non so se ce la faccio. Potrebbe significare mettere in pericolo la mia vita. Sono più di trenta giorni che il re non mi chiama”. Dico al messaggero di portargli il messaggio. “Lo sai, la salvezza arriverà comunque. Che tu ti muova o no, che tu ti dia da fare o meno. Non si discute sul fatto che qualcosa accadrà. Bisogna solo capire attraverso chi questo avverrà”, mi riferisce il messaggero lasua risposta. Ripenso a tutti gli accadimenti che mi hanno portatafin qui. A quelle selezioni traumatiche che ho dovuto passare. Con quelle migliaia di donne che non vedevano l’ora di sedersi sul trono quando per me rappresentava l’ultimo dei miei desideri. Al re che, sorvolando lo sguardo sopra a tutte, l’ha posato proprio su di me, proclamandomi sua compagna di vita. I tasselli del passato si ricompongono davanti ai miei occhi in un quadro limpido. Io dovevo trovarmi qui, per fare questo lavoro su me stessa, in questo preciso momento. “Pregate e digiunate, non sarà facile fargli cambiare idea”. Dopo tre giorni mi accingo a varcare la soglia reale. Qualche metro mi separa da un ignoto destino. Probabilmente è per questo che sono venuta al mondo, per la possibilità di riaffermare, rischiando la mia stessa vita, che ogni cosa è guidata dall’Alto. 

Ora sono qui a mettere per iscritto tutta la vicenda. A raccomandare di trasmettere questa storia di generazione in generazione. Perché, ne sono sicura, purtroppo ce ne saranno ancora tanti di momenti come questo. In cui D-o si nasconderà dietro le quinte, in cui il Suo nome non comparirà in nessuna riga del racconto, in cui il buio si farà profondo e sembrerà non esserci una via di scampo. In cui ognuno penserà che tocca a qualcun altro. Non immergetevi nella pergamena ingiallita pensando che tutto questo appartenga solo al passato. D-o si nasconderà in molti momenti, perché vuole che ognuno di noi Lo vada a cercare. Ci fa credere che sia la natura a comandare, a dare vita a una concatenazione di eventi casuale. Vuole che siamo noi ad aprire il sipario su questi fenomeni e riconosciamo la Sua mano in ognuno di essi. In quel preciso istante ho capito che lo stravolgimento del destino di tutto il mio popolo sarebbe avvenuto con la preghiera e il digiuno, con la riaffermazione della presenza di D-o in ogni minimo dettaglio.  E tutto questo non sarebbe stato delegabile a nessuno. No, avrebbe dovuto partire, in primis, da me stessa. Non dimenticatelo. Siamo stati salvati infinite volte grazie a questo sforzo spirituale. E nessuno di noi può sapere se sarà proprio il suo primo passo a cambiare il finale dell’intera storia. 

 

Vostra Ester

 

Buon Purim!

Gheula Canarutto Nemni 



Un potere innegabile

wife crown of her husband

 

 

 

 

 

 

Tutto inizia con un sonno profondo e una costola sottratta. L’uomo si sveglia senza una parte di sé da cui ha preso vita la compagna dei suoi giorni futuri.  Solo allora, dopo che si trova sdoppiato, gli viene ricordato che, a un certo punto del cammino, dovrà lasciarsi alle spalle il passato e creare insieme alla propria metà, un comune destino. La storia continua con un uomo di nome Abramo, il primo a proclamare l’unicità di D-o nel mondo e con sua moglie Sarah, una donna il cui livello di profezia, così dicono gli stessi maestri, è di gran lunga superiore a quello del proprio compagno. Ad Abramo D-o dice “in tutto ciò che ti dirà Sarah, ascolta la sua voce”, perché Sarah si è impuntata. Ha percepito, più di suo marito, che Isacco con le sue qualità sarebbe diventato un degno patriarca. E che Ismaele, con la sua influenza negativa, va allontanato. Arriva Rebecca che senza alcun tentennamento devia le benedizioni da Esaù a Giacobbe, ritenendo quest’ultimo più degno di tramandare ogni morale ed insegnamento. Da quel figlio nasce Yehudà, il cui destino viene travolto da una donna di nome Tamar. Con un sigillo, una corda e un bastone, Tamar fa capire in maniera estremamente pudica ed elegante che è lui, Yehudà, il padre dei figli che aspetta. E lo risparmia dalla vergogna. Yehudà, colpito dalla grandezza, saggezza e lungimiranza della donna, sentenzia “ ha più ragione di me”, questa signora vede più lontano persino di un capo tribù.  Nove generazioni dopo, dalla loro unione, uscirà David, il re della nostra nazione. Shlomo, Salomone, il suo diretto discendente, proclamerà che “una donna di valore è la corona del marito”, ponendo una pietra miliare per il femminismo futuro.  Viene la halachà e sancisce: un figlio è ebreo solo se nato da madre ebrea. E ora, ditemi voi, chi ancora pensa che l’ebraismo non dia abbastanza spazio, importanza e protagonismo alle donne?

Gheula Canarutto Nemni

Mi dò da fare per il futuro del mondo…

bambini carrozzineQuando lo diciamo noi, umili donne talvolta lavoratrici. Quando alziamo la testa per esprimere la nostra opinione al riguardo. Quando ci capita di intervenire per dire la nostra sul tema. Quando tutti la pensano diversamente da noi e ci batte il cuore all’impazzata a prendere in mano quel microfono. Quando ti guardano con aria mista di compassione e pietà perché le ruote della carrozzina che spingi sono così consumate da dimostrare altri abitanti prima di questo. Tu ti domandi. Ma sono l’unica a pensarla così? A credere che se non si cambia il modo di correre e vivere, questo mondo tra qualche decennio sarà ridotto a un unico grande ospizio universale? Sono la sola (con pochissime eccezioni) a cercare di combattere perché alla domanda “che lavoro fai?” si possa rispondere “la madre” con lo stesso gusto e orgoglio che si può avere nel rispondere “l’ingegnere aerospaziale” o “il neurochirurgo”? La maggior parte delle volte sì. Siamo sole. Un esercito sparute di donne che forse molti pensano non ce l’abbiano fatta  a fare nient’altro che le madri e per questo cercano di ricordare al mondo più volte al giorno l’importanza della propria funzione, del proprio ruolo nella storia del futuro. Ma poi apri per caso il Corriere della Sera di qualche giorno prima. I bambini si sa, non concedono molto tempo per dedicarsi alle letture del giorno stesso. E lì, tra notizie di cronaca e fallimenti politici, trovi un’intervista a un uomo famoso, a un medico ammirato e stimato. Un articolo in cui si parla del calo della fertilità maschile. Causata, così spiega il famoso medico, dall’annullamento sempre più forte, della differenza tra i generi. “La donna oggi deve sviluppare aggressività, fare carriera, comandare persone, competere con gli uomini” e questo attenua “la polarità che è all’origine del fenomeno dell’attrazione in natura. I poli opposti si attraggono, quelli uguali si respingono.” Il dottore non se la sente di proporre come soluzione un ritorno al passato, a una ridefinizione dei ruoli. Demanda alla scienza il ruolo di sostituto dei fenomeni naturali. La fecondazione assistita è un ottimo rimedio a tutto ciò, dice. Solo alla fine si sbilancia e il sapore delle buone tradizioni ricompare magicamente. I politici facciano leggi che aiutano i giovani a procreare. Altrimenti si rischia un futuro senza bambini. Grazie dott. Umberto Veronesi. Per qualche minuto mi sono sentita indispensabile per il futuro come uno dei suoi ricercatori.

Gheula Canarutto Nemni

La mia libertà? La ritrovo nella famiglia e nelle tradizioni religiose

Stamattina ho aperto gli occhi e, come ogni giorno da quando ho imparato a parlare, ho ringraziato D-o per avermi dato una nuova opportunità di vita. Mi sono lavata e vestita. Una gonna di jeans che copre le ginocchia, una maglia bianca con la manica a tre quarti, un paio di orecchini di H&M. Ho percorso la tratta camera-cucina in punta di piedi. Come ogni madre nel mondo, godo di libertà vigilata. Da parte dei miei figli.

Come fai? Mi domandano donne che hanno optato per una vita priva di vincoli famigliari. Come farei senza, rispondo. Perché in questa vita delimitata dalle esigenze di altri essere umani, in questo rumore di sottofondo che si interrompe solo per qualche ora notturna, in questi chili di bucati e spaghetti da gestire ogni giorno, trovo rinnovata la mia libertà di donna.

Mentre tutto il mondo intorno prova a suggerirti percorsi di carriera e stipendi a cinque zeri e a convincerti che la libertà sta nel vivere una vita senza legami e obblighi famigliari, io la mia libertà la trovo qui. Nelle limitazioni che derivano dalla creazione e gestione di una famiglia.

Ho preso in mano il libro delle preghiere, approfittando della quiete prima della tempesta. Pronuncio le stesse frasi da circa trentacinque anni. A sei anni ho imparato a distinguere una alef da una beth. E a riversare il mio cuore a D-o con le stesse parole usate dagli ebrei portati in esilio da Gerusalemme a Roma nell’anno 70, scacciati dalla Spagna nel 1492, trasformati in fumo di ciminiera ad Aushwitz e Dachau. Mangio cibo kasher, come i miei antenati, rispetto lo shabat, venticinque ore di black out tecnologico in grado di riconnettermi a D-o e alla mia famiglia. Sono un piccolo anello di una lunghissima catena.

Sono una donna ebrea ortodossa. Dotata, secondo il Talmud, di una capacità intuitiva superiore all’uomo, un quid in più che fa trasmettere l’ebraismo solo per via matriarcale, che rende donne come Sarah, profetesse superiori al marito Abramo. Un’intelligenza esaltata dai rabbini che porta donne come Noa ad amare la terra di Israele a tal punto da farla diventare un’agguerrita avvocatessa della Bibbia. Un quid che fa tessere le lodi della donna al venerdì sera in un canto femminista pronunciato da milioni di uomini nello stesso momento. Cercare di osservare le leggi che D-o diede a Mosè più di tremila anni fa non è facile nel nostro mondo.

Come fai? Mi domandano persone che si tolgono decine di centimetri di indumenti appena il termometro sale sopra ai venti gradi, guardando le mie maniche lunghe con aria compassionevole. Come farei senza, rispondo.Perché in questo stile di vita che in ogni secondo ti richiede un esame di coscienza per diventare una persona migliore e i salti mortali per trovare una gonna che non sia troppo corta, in queste figure di donne che racconto ai miei figli (maschi e femmine) prima di andare a dormire, trovo rinnovata la mia libertà di essere umano.

Mentre tutto il mondo intorno prova a suggerirti di vivere una vita senza regole e limitazioni, io la mia libertà la ritrovo qui, nelle tradizioni religiose.

Nella lunghezza di una manica, nelle preghiere recitate dai miei figli prima di addentare un pezzo di cioccolato, nelle parole di Rabbi DovBer, un rabbino del 1800. «I cieli baciano la terra con i raggi del sole, la risvegliano con le gocce di poggia. Così impregnata, la terra dona la vita, la nutre, la sostiene. Le sfere spirituali più alte, i mondi degli angeli e delle anime, non posseggono questo potere, di dare vita dal nulla, di trasformare la morte in respiro. Perché la terra, nella sua essenza, va ben oltre i Cieli. I Cieli sono la luce di D-o. Ma la terra è un’estensione della Sua essenza primordiale. E proprio da questa essenza proviene il potere di generare l’esistenza. Questo è il motivo per il quale è l’uomo che va dietro alla donna e non viceversa. Perché l’anima dell’uomo va alla ricerca di ciò che gli manca, della vera essenza dell’esistenza. E sa che solo nella donna potrà trovare ciò che lui non possiede».

Gheula Canarutto Nemni

Pubblicato l’1 luglio 2013 su La 27 esima ora (Corriere della Sera)

http://27esimaora.corriere.it/articolo/la-mia-liberta-la-ritrovo-nella-famiglia-e-nelle-tradizioni-religiose/

Una nuova battaglia per Gheula: la verità sulle donne ortodosse (di Israele e del mondo)

barbra streisand 2

 

 

 

 

Il giovedì era il mio giorno da incubo, il giorno del tema. A 11 anni ti costringevano a soffermarti sulla vita, sulle frasi dei poeti, sui terremoti e a scrivere intere pagine di quaderno sviscerando ogni sillaba. Mi sedevo accanto a mia madre e insieme analizzavamo il titolo, cercando di capirne bene le parole e il senso. “Pregiudizio cosa vuol dire?” le domandai una volta mentre tiravo su con la forchetta l’ultimo spaghetto dal piatto. “Vuol dire che le persone ti giudicano senza sapere davvero chi sei. Pre vuol dire prima. E’ un giudizio che si forma in un momento sbagliato. Il giudizio dovrebbe formarsi sempre dopo. Dopo aver conosciuto, aver parlato, aver discusso. Mai prima, ricordatelo” Me lo ricordo ancora. Dopo trent’anni.

Oggi apro uno dei miei blog preferiti, la 27esima ora. E ci trovo un articolo di Cecilia Zecchinelli, Una nuova battaglia per Barbra: la parità per le donne ortodosse di Israele. Tags: battaglie, diritti umani, discriminazioni, tradizioni. «È sconfortante leggere di donne che in Israele sono costrette a sedersi in autobus sui sedili in fondo o sono colpite con sedie di metallo quando vogliono pregare pacificamente e legalmente. O ancora di donne che non possono cantare nelle cerimonie pubbliche», ha detto la star… Le parole di Barbra si riferiscono chiaramente agli ultraortodossi, gli “haredim” ovvero “coloro che tremano per il timore di Dio”, che respingono ogni modernità e continuano a vivere come nell’Europa dell’Est a fine Ottocento”, scrive la giornalista.

Forse non tutti hanno subito il trauma del tema del giovedì. Peccato. Perchè avrebbero imparato fin dalla quinta elementare a formulare un giudizio sulle persone solo dopo averle conosciute.

Io mi dichiaro una charedit, non “tremo per il timore di D-o” ma Lo temo, Lo amo e cerco di seguirne le leggi. Non vivo come a fine 1800. Uso macchina, Iphone (o Samsung a seconda di quello che mi lasciano bontà loro i miei figli), sto scrivendo da un Mac.

“Per le migliaia di donne haredim d’Israele invece il canto è un peccato, così come mostrare capelli, braccia e gambe, mentre non lo è – ad esempio ­– lavorare, visto che la stragrande maggioranza dei loro uomini si dedica solo alla preghiera e i sussidi pubblici spesso non bastano”

Io non mostro le braccia e le gambe, è vero. E lo faccio soprattutto perchè D-o mi chiede di farlo. Ma non ci vedo nessuna discriminazione, secondo il tag utilizzato dalla signora Zecchinelli. Ci  trovo un grande rispetto, per chi mi vede e mi giudica non in base a ciò che incontrano i sui occhi ma in base a quello che dico e che penso. Ci vedo un rispetto per le donne, che non vengono ridotte a oggetti ma rimangono dei soggetti.

Non indosso paramenti quando prego,(“paramenti sacri che i rabbini ultraortodossi limitano agli uomini”) ma non per questo mi sento figlia di un dio minore. D-o mi concede di avvicinarmi a Lui in ogni momento, senza talit, tfilin o segni che invece toccano agli uomini. Non li devo portare questi segni. Perchè sono superiore. Sono parte delle donne charediot, non charedim, come scrive la nostra giornalista. l’aggettivo si declina al femminile, le donne ebree sono fiere della propria femminilità.

“La condizione delle donne ultraortodosse non è un mistero per chi vive qui o conosce Israele” ma forse lo è per la nostra giornalista e per tutte quelle persone che immaginano un mondo e lo giudicano senza prendersi la briga di conoscerlo.

Noi siamo qui, dice Matteo Caccia nel suo programma di Radio24. Noi siamo qui, pronte a farci conoscere, a parlare, a spiegare il perchè di una manica lunga, di una gonna, di una preghiera con uomini e donne separati.

Noi siamo qui, se qualcuno vuole trasformare il proprio pre-giudizio in un post-giudizio.

Gheula Canarutto Nemni

una charedit milanese (di nascita)

p.s E chissà se un giorno la 27esima ora farà scrivere un articolo che parla di ebraismo a un’ebrea con i tags: battaglie, diritti umani, discriminazioni, tradizioni. Lì forse si potrà spiegare che da noi non c’è discriminazione, che i diritti umani vengono rispettati al di là della comune immaginazione, che le battaglie le facciamo solo per portare più luce in questo mondo e che tradizioni fanno rima con vere emancipazioni….

Sono una femminista non femminista

Sono una femminista. Antifemminista.

Credo nel diritto delle donne ad entrare in qualsiasi ruolo e posto e da lì dimostrare di avere talento. Non credo nelle quote rosa. Nel loro poter davvero cambiare qualcosa. Quei posti numerati e dedicati a poche donne che comunque, per potere sedere nei consigli di amministrazione fino a tarda notte probabilmente rinunceranno ad allattare i propri figli, se mai ne metteranno al mondo almeno uno.

Credo nella donna, così come è stata creata da D-o. Credo nel suo spirito battagliero ma pacifico, nella sua capacità di ottenere ciò che desidera con toni tenui, nel suo ruolo fondamentale per portare avanti la gente di domani.

Non credo nell’appiattimento della donna sul modello maschile. Nel suo indossare i pantaloni a tutti i costi per dimostrare di poter arrivare. Nel suo ragionare, vivere, lavorare come un uomo.

Credo nel sacrosanto diritto della donna a vivere una vota tranquilla. A non dovere temere di trovarsi per strada dopo le sette di sera, a non aprire il portone con le mani che tremano per la paura di ciò che aspetta davanti all’ascensore, a non soccombere davanti a un uomo solo perché è fisicamente più forte di lei.

Non credo nel diritto della televisione di mostrare le donne molto scoperte, nelle pubblicità di appiccicare alla donna il ruolo di adescatrice.

Credo nella donna in quanto tale. In quanto madre di famiglia, compagna di vita, figlia di genitori anziani, docente, dottoressa, professoressa, ricercatrice, scrittrice, giornalista, deputata. In quanto in grado di tenere in equilibrio persone e ruoli e ostentare fiori colorati in un vaso e un sorriso ammaliante sul viso.

Non sono una femminista, nel senso inteso dal mondo. Non per questo ritengo che il mio sia “un grido di battaglia al contrario, uno slogan negativo che si ritorce contro le stesse donne.” Credo semplicemente che il femminismo abbia preso una piega sbagliata, una strategia non sempre vincente.

Mi dichiaro non-femminista, ma non perché provengo da un ceto basso. Forse non farò parte di un’elite di intellettuali, ma sono laureata, ho un master e ho insegnato per anni in una delle università più prestigiose d’Italia. E, anche se non femminista, posso sottoscrivere e giurare di essermi formata in un ambiente stimolante e paritario, quello della mia famiglia, d’origine e che mi sono formata, in cui uomini e donne non sono giudicati in base alla M o alla F che segnano su moduli e questionari, ma in base al proprio talento, attitudini, capacità e ruoli che la natura (che mi ostino a chiamare D-o) dà ad ognuno.

In una cosa dò ragione a Sabina Sestu nel suo articolo su Giulia Giornaliste (http://giulia.globalist.it/Detail_News_Display?ID=56814&typeb=0&-Io-sono-femminile-non-femminista-)

Sono una donna che ha tanti figli, che ha provato con tutta se stessa a non mollare. Ma quando tento di fare sentire la mia voce a quei movimenti che si definiscono ‘femministi’, invece di solidarietà e aiuto trovo molta opposizione. Per questo “sento davvero lontano e ostile qualsiasi movimento femminista. Forse perché troppo teorico e slegato dalla loro realtà quotidiana, troppo intellettuale”, come dice Sabina Sestu. C’è troppa  autoreferenzialità. I movimenti femministi che vengono in aiuto solo delle proprie associate, iscritte, affiliate, mentalmente allineate, non sento che difendono me, donna e madre, ma solo se stessi.

 

Gheula Canarutto Nemni

http://www.nonsipuoaveretutto.com