D-o ce la posso fare

Girati indietro. Pensa a come eri seduto l’anno scorso, stretto tra le persone. A come stavi in piedi per la benedizione dei cohanim, schiacciato tra la folla che compare in sinagoga nel giorno di kippur.

Come chiacchieravi con chi ti stava accanto, incurante dei colpi di tosse che emetteva ogni tanto.

Ora guardati intorno. Un metro di distanza tra le persone, posti prenotati con settimane di anticipo, temperatura rilevata in ingresso, niente più stretta di mano al conoscente che non rivedi da un anno.

E’ accaduto l’impossibile. E tutti noi, senza preavviso, abbiamo dovuto adattarci. Abbiamo smesso di viaggiare verso molti paesi, ci siamo chiusi in casa per settimane intere, ci siamo abituati a coprire la bocca e il naso tutto il giorno come se fossimo dei chirurghi, abbiamo chiuso l’ufficio da un momento all’altro senza prendere nemmeno i documenti e ci siamo reinventati per lavorare da casa.

In pochi giorni la nostra vita è stata totalmente rivoluzionata. Un microscopico essere ci ha imposto le sue nuove regole. E noisiamo stati capaci di modificare tutte le nostre abitudini.

Questo è l’essere umano. Una creatura flessibile, adattabile, creativa. Un insieme di cellule in grado di cambiare rotta, rimettersi in discussione, guardare verso nuovi orizzonti, in un batter d’occhio.

D-o ha voluto popolare il suo mondo con esseri del genere. Non ci ha programmati statici, ma esseri geneticamente modificabili.

D-o ha innestato nell’uomo quella capacità unica, che lo distingue dagli altri esseri viventi, di guardarsi dentro, fare autocritica e compiere passi nuovi, mai intrapresi prima.

Se fino a pochi mesi fa pensavamo che cambiare fosse impossibile, in questo nuovo periodo abbiamo capito che siamo in grado di diventare diversi in una frazione di secondo. Se prima ci sembrava folle l’idea di trascorrere una giornata di 25 ore chiusi in casa senza poter prendere la macchina o andare al lavoro, ora che l’abbiamo fatto per interi mesi, abbiamo imparato che non solo è fattibile, ma può essere persino piacevole.

Nel giorno del kippur l’anima dell’ebreo si risveglia. Si tira fuori dal proprio guscio e raccoglie le forze spirituali per il nuovo anno. E se fino a poco fa ogni cambiamento ci sembrava assolutamente impensabile, ora lo sappiamo.

Siamo in grado di diventare diversi, di virare completamente, in un secondo.

In queste ore in cui la nostra anima ci dice: ti prego, trasformati nella persona, nell’ebreo, che D-o sa tu puoi diventare, non diremo più, non ce la posso fare.

Quest’anno sappiamo che ogni rivoluzione è possibile.

E che, come da un attimo all’altro, tutto può fermarsi ed essere cancellato, tutto, ma proprio tutto, può fermarsi per rinascere più forte di prima.

Gmar chatimà tovà, che sia un anno di rivoluzioni spirituali e di rinnovamento interiore

Gheula Canarutto Nemni

Esistere o vivere? Questo è il dilemma

Nella vita hai davanti a te sempre due scelte.

Esistere o vivere.

Quando esisti occupi uno spazio, ti fai largo a spese di altri.

Sei tu l’epicentro della tua esistenza, sei un insieme di cellule imponenti che difficilmente percepisce le esigenze e i sospiri di chi sta intorno.

I grandi regni dell’antichità sono esistiti senza ombra di dubbio. La loro esistenza è provata da maestosi palazzi che ancora oggi visitiamo da turisti curiosi. Hanno conquistato paesi e continenti, si sono espansi nello spazio altrui, a spese degli altri. Qui ci sto io, era il loro motto. Oggi questi regni e imperi sono ricordati nei libri di storia, in mausolei e reperti che ne raccontano le effigie e la gloria. Ma la loro esistenza passata non si è trasformata in vita presente e futura.

Oppure puoi scegliere di vivere.

E allora la tua ottica cambia prospettiva.

Non sei più tu il centro del mondo, ma è il mondo a diventare il tuo centro.

Non sono più gli altri che devono farsi largo al tuo arrivo, ma tu che ti allarghi per fare spazio anche per loro. Il popolo ebraico ha insegnato al mondo il valore della vita. Di giornate trascorse a riflettere su come migliorare il vissuto degli altri, come accogliere lo straniero, rispettare la vedova, conservare l’ambiente.

Quando vivi nel vero senso della parola, non ti espandi fisicamente ma intellettualmente e spiritualmente.

Non smetti di crescere, di migliorare, di metterti in discussione. Impari dai tuoi errori passati. Quando vivi, la tua crescita passa attraverso un allargamento della tua visione, non dei tuoi confini e dei tuoi possedimenti materiali, sei vivo se sai andare oltre a te stesso, superando l’egocentrismo innato dell’uomo.

Il confine tra l’esistenza e il vivere è fragile e sottile.

In pochi attimi ci possiamo ritrovare da una parte o dall’altra, a seconda delle intenzioni con cui facciamo le cose.

Siamo stati creati per vivere, per trasformare ogni attimo della nostra esistenza in un raggio di luce indelebile che trafigge la vita degli altri, che oltrepassa la materia stessa e trasforma tutto ciò che incontra in un aspetto profondo. La vita è il significato che si dà all’esistenza.

Nel capodanno ebraico, Rosh Hashanà, D-o ci riporta davanti al bivio e ci fa nuovamente scegliere. Vuoi semplicemente esistere o vuoi vivere? Ci domanda sperando che diamo la risposta giusta.

D-o ci concede 48 ore per accumulare le risorse spirituali che ci serviranno nell’anno a venire a rendere fiero Colui che ha in ogni momento fiducia in noi e nel nostro operato.

Che sia un anno buono e dolce, un anno di miracoli evidenti, di bontà rivelata e di redenzione assoluta per tutta l’umanità.

Shana’ tova’ umetuka’,

Gheula Canarutto Nemni

Da dove prendiamo la forza di continuare a credere nei nostri ideali?

Queste sono le leggi della Torah, dice D-o a Mosè.
Leggi che sono anche strane, che di logico non hanno nulla.
Non mangiare né cucinare il latte con la carne, non indossare lino e lana insieme, purificare le persone impure ai tempi del santuario di Gerusalemme con la cenere di una mucca rossa.
Regole sulle quali Rashi, il commentatore medievale, spiega: questi sono i comandamenti per i quali il mondo vi prenderà in giro, sui quali vi domanderanno, cosa sono queste regole, per quale motivo le osservate? E voi risponderete, sono regole forse senza logica ma ce le ha date D-o e noi non le mettiamo in discussione.
D-o con queste leggi ha inserito nel dna dell’umanità la capacità di avere fede, di resistere alle domande, alle sollecitazioni esterne, a chi ci vuole fare desistere dai nostri principi.
Questo tipo di legge senza motivazione logica si chiama chok, parola che contiene dentro di se’ la radice del verbo incidere.
Se credi fermamente in qualcosa, se ci credi così forte che ormai è diventato parte di te, è inciso in te, nessuno te lo potrà mai togliere.
Se con questo ideale ti svegli al mattino, ci vai a dormire la sera e non ti lascia mai, quello che dicono gli altri non potrà mai scalfirti.

Potranno deriderti, prenderti in giro, chiamarti pazzo e sognatore, ma il pensiero altrui non ti farà cambiare il tuo.
Credere in qualcosa di diverso dal resto mondo, battersi in nome di un ideale che la maggior parte delle persone ritiene senza senso o addirittura ridicolo, è difficile.
Ma questa è la forza che D-o ha messo nell’essere umano.
La forza di continuare a raccontare, a non accettare lo status quo e a lottare per cercare di cambiare se stessi e il mondo in cui si vive, con caparbia, tenacia, testardaggine nonostante lì fuori ci sia una intera platea pronta a deriderci.
L’unica condizione è non tentennare mai, non barcollare nella propria fede e nei propri ideali. Ma andare avanti a testa alta forti, determinati e certi che la causa per la quale ci battiamo porterà una quantità infinita di luce nel mondo.
Gheula Canarutto Nemni

Le feste ebraiche e la certezza dell’incertezza

La Torà è stata data in un periodo di grande incertezza. In Egitto gli ebrei erano schiavi, ma sapevano ogni giorno come sarebbe stata la loro vita. Qualcuno impartiva loro degli ordini, regolava le loro giornate dalla mattina alla sera. La quotidianità non riservava belle sorprese, non erano padroni dei loro destini, non potevano decidere quale strada fosse migliore, ma forse, come diceva Kafka ‘spesso è più sicuro essere in catene che liberi’.

Tutto lo scopo dell’uscita dall’Egitto si può racchiudere in una sola parola, Torà.

D-o si è prodigato a portare fuori gli ebrei dalla schiavitù per un solo motivo, trasmettere la Propria chochmà, la Propria essenza, alla nazione che nascerà davanti al monte Sinai e unirsi alla discendenza di Abramo, Isacco e Giacobbe in un legame eterno ed indistruttibile. La location per questo evento è stata forse la meno scontata di tutte. Niente alte montagne né prati verdi, niente confini sicuri e fortezze né case comode. Caldo, sole, pericoli, animali e nemici in agguato e il vuoto assoluto di un deserto che sembrava infinito. C’era solo una cosa certa in tutto questo: l’incertezza. E proprio questa condizione di instabilità, di non conoscenza del domani, del non avere un tetto sopra alla propria testa né un campo da coltivare, è stata la base per garantire la sopravvivenza del popolo ebraico. E’ qui, in questo deserto incandescente, che diventerete il mio popolo, dice D-o. Così sarete preparati ad affrontare ogni situazione, ogni minaccia, ogni pericolo incombente. Nessun evento storico potrà staccarvi dalla vostra identità, perché la vostra forza sarà insita dentro di voi e non nelle mura di una fortezza che vi protegge né nei confini di un grande impero di cui siete padroni.

Nessuno di voi potrà mai dirsi esente dal compito che gli ho affidato adducendo la scusa di non essere nel posto giusto. Il messaggio della Torà non è legato all’ambiente in cui si vive, come nel deserto non c’è un indirizzo preciso.

Tutti noi siamo affidatari di una missione abbastanza impossibile, riempire quel vuoto, quel deserto che ci sta intorno. Ma dopo un tirocinio di quaranta anni nel deserto, nessuna assenza di civiltà, morale, nessun vuoto apparente di D-o, dovrebbe più farci paura.

Un’altra volta ancora la storia ci sta sfidando. L’incertezza intorno a noi regna sovrana, tutti i nostri punti fissi sono svaniti in pochi minuti, lasciandoci in un deserto instabile. Ma quando la forza è dentro di te, quando quello che sei e in cui credi non dipende da ciò che ti sta intorno né da quello che hai costruito e conquistato, capisci ancora una volta che quel luogo poco romantico in cui hai ascoltato la voce di D-o, ti ha forgiato per renderti resistente a qualunque imprevisto.

Gheula Canarutto Nemni

Il segreto per riuscire a realizzare i propri sogni

L’uomo arrivò con due piccole valigie. Accanto a lui sua moglie e un piccolo gruppo di persone.

Si guardò intorno, dentro al buio delle case immaginò fiamme di candele che illuminano, nelle strade silenti visualizzò parate di bambini che sfilano al suono delle parole dei propri avi.

Dopo il suo arrivo il quartiere iniziò a venire abitato dai suoi studenti che ogni giorno aumentavano di numero.

Avrebbe potuto accontentarsi di quello che aveva costruito, dei servizi che aveva messo in piedi nel suo quartiere per le persone che gli stava accanto.

Ma lui era un uomo che vedeva la parola ‘arrivo’ come una espressione da abolire e l’aggettivo ‘soddisfatto’ come un punto di non ritorno.

E così prese i suoi studenti e a uno a uno li contagiò con i propri sogni.

‘Vedi quella terra lontana?’

‘Quel paese senza traccia di spiritualità?’

gli rispondeva attonito lo studente di turno. ‘Sì, esatto, proprio quello’

ribatteva il maestro con un grande, enorme, sorriso.

‘Tu vai lì e portaci più luce possibile’

‘Io?’

domandava lo studente ventenne esterrefatto dopo essersi guardato intorno e avere capito di essere l’unico destinatario di quel messaggio.

‘Per crescere bisogna allontanarsi dall’area in cui ti senti comodo, solo la sfida farà uscire il meglio del tuo potenziale. Ora vai e mandami belle notizie’.

‘Nella mia sfida mi sento un po’ solo’,

gli disse una volta un ragazzo che si era perso d’animo.

‘Ognuno è un emissario di luce arrivato in terra per elevare il mondo intorno. Non ti perdere d’animo. Una sola candela può illuminare un’intera stanza’

‘Sono molto soddisfatto del risultato raggiunto’

accennò il manager riferendosi ai progetti educativi che aveva finanziato.

‘Io no, gli rispose. Perché chi rimane statico sta già iniziando il proprio declino’.

‘Da dove prenderò la forza di affrontare questa grande sfida?’

‘Dentro di te hai tutta la forza del mondo. Noi ebrei attingiamo l’energia direttamente dalla fonte’

Per conoscere un artista basta guardare le sue opere,

per capire chi è il Rebbe basta scrivere su Google ‘Chabad’, vedere i 7.440.000 risultati e ricordare che 70 anni fa un Beth Chabad nella Piazza Rossa di Mosca poteva solo essere un sogno di una persona immersa nel sonno,

che 70 anni fa una chanukià accesa nel centro di Berlino sarebbe stata il gesto di un folle,

che 70 anni fa erano i nazisti quelli capaci di ricordare a un ebreo la propria identità dimenticata e non dei ragazzi barbuti in mezzo a Tel Aviv o a FifthAvenue.

Il 10 di shvat di 70 anni fa il Rebbe è uscito allo scoperto, contaminando i suoi discepoli con il suo sogno di un mondo  illuminato dalla luce della Torà, investendoli della missione di contagiare altri e poi altri e altri ancora con una grande visione: fare della terra una dimora per D-o più grande ancora dei Cieli. 

Gheula Canarutto Nemni

Quando qualcuno mi fermò per strada e mi disse: Voi ebrei siete un popolo di squilibrati

Scusi ma queste settimana davvero non posso. Abbiamo un’altra festa.

Beati voi, mi risponde il mio interlocutore, sempre a festeggiare.

Troppo lunga da spiegare questa nostra strana celebrazione.

In cui si cucinano pasti per sfamare centinaia di persone per poi a distanza di otto giorni ritrovarsi a digiunare per venticinque ore, in cui ci si inzuppa sotto alla pioggia perché qualsiasi sia il momento dell’anno in cui cade sukot, quello sarà il periodo delle prime piogge, in cui si sta alzati tutta la notte per pregare D-o che sigilli il nostro anno per il bene anche se la sera dopo dovremo ballare con i rotoli della Torah senza sosta e senza nessuna musica di accompagnamento se non la voce già roca.

In cui bisogna essere felici solo perché siamo ebreo e perché siamo stati scelti per portare il volere di D-o in questo mondo.

Noi ebrei il nostro equilibrio interiore siamo capaci di trovarlo solo se siamo totalmente squilibrati.

A Rosh Hashana facciamo un passo indietro da noi stessi, ci rimettiamo sotto al giogo divino e dichiariamo per 48 ore: D-o sei tu il re, noi non siamo nulla.

A Yom kipur ci rimpossessiamo della nostra vita e per 25 ore facciamo esami di coscienza per ritrovare il nuovo punto di partenza e capire che direzione dare alle nostre giornate future.

E poi arrivano sukot e simchat Torah. In cui ci buttiamo a ballare e a cantare, in cui accantoniamo la razionalità, i calcoli e i ragionamenti fatti fino a poco prima e ci lasciamo trascinare solo dalla gioia di essere chi siamo.

Questo mese un po’ fuori dall’ordinario ci racconta che per trovare la giusta via bisogna qualche volta muoversi da un estremo all’altro. Come un corridore che si tira un po’ indietro prima dello scatto iniziale e sembra quasi che indietreggi e perda terreno, ma poi appoggia i piedi nella posizione di partenza e quasi quasi appare incollato e immobile nel punto in cui si trova. E quando inizia la corsa si butta in avanti e proprio grazie a quel primo indietreggiamento e al successivo bilanciamento corre verso il traguardo.

Noi piccoli ed effimeri esseri umani per potere fare della nostra vita la somma di momenti di valore e significativi, non possiamo mai permetterci di stare fermi.

L’introspezione va bene, ma non deve durare troppo a lungo.

L’umiltà è necessaria ma senza esagerazione.

E poi viene la gioia. Perché senza di quella è impossibile andare avanti.

Per potere procedere nella vita abbiamo bisogno di momenti in cui accantonare logiche e ragionamenti e semplicemente lasciare che siano le passioni vere e profonde, la fede che scaturisce dal semplice fatto di essere al mondo, a guidarci.

D-o ci vuole squilibrati, non ci vuole fissi su una condizione ma vuole che continuiamo a muoverci senza sosta , perché solo così possiamo avanzare.

Quando vi domanderanno perché la maggior parte dei fondatori della psicanalisi, della psichiatria e della psicologia, della logopedia, siano ebrei, cercate nel calendario ebraico la risposta.

E se vi dicono che gli ebrei sono degli squilibrati, ringraziate per il complimento. Significa che non state mai fermi.

La staticità è già discesa, dice l’ebraismo.

Per due giorni guarderemo in avanti solo attraverso la lente della felicità di essere ebrei e di essere stati scelti come rappresentanti di D-o e della Sua Torah.

E questa passione sarà quella che ci permetterà di aprire sipari su scenari nuovi, mai visti prima e di raggiungere punti in cui non avremmo mai pensato di potere arrivare.

Felice festa della Torah!

Gheula Canarutto Nemni

Alain Finkielkraut è il prodotto naturale dell’ebraismo

 

Caro figlio,

ho deciso di scriverti queste righe dopo aver visto la scena in cui Alain Finkielkraut viene assalito verbalmente da un gilet giallo per le strade di Parigi, la città in cui è nato e cresciuto.

Penso a come il filosofo abbia sostenuto e giustificato questo movimento  e a come in cambio abbia ricevuto umiliazione, violenza e insulti.

Probabilmente non aveva appoggiato la causa giusta avrai forse pensato come molti.

La verità però è un’altra. E parte dal fatto che noi ebrei abbiamo il vizio dell’utopia.

Non c’è stata ideologia positiva nel corso della storia che non abbiamo provato ad abbracciare.

Quando abbiamo incontrato l’ellenismo, molti di noi ci si sono immersi pensando di avere trovato finalmente una cultura a misura d’uomo.

Fu davanti ai fumi della distruzione del Santuario di Gerusalemme che gli ellenisti aprirono gli occhi e capirono che quella filosofia metteva ogni uomo al centro del mondo al di fuori di uno. L’ebreo.

Il cristianesimo riuscì a diffondere i propri principi universali di amore e uguaglianza tratti dall’ebraismo, solo grazie agli ebrei, gli stessi che alcuni secoli dopo brucerà negli autodafè dell’inquisizione.

Siamo corsi ad abbracciare l’illuminismo, sperando che il lume della ragione contribuisse a restituire dignità anche a noi, ma per i filosofi di questa corrente l’ebreo rimaneva sempre un essere umano da trattare in maniera ‘speciale’.

Abbiamo sognato uno Yovel, un giubileo universale, in cui tutta la proprietà privata sarebbe  stata abolita e i giochi sarebbero ricominciati da capo.

Karl Marx, il padre del comunismo, era ebreo.

Ma questo non servì per salvare le centinaia di migliaia di ebrei che il regime comunista ha ucciso.

Se parteggiavamo con i comunisti, ci tacciavano di capitalisti.

Quando ci siamo schierati con gli imprenditori, ci hanno accusato di essere degli sfruttatori.

Non c’è stata ideologia in terra a cui non abbiamo contribuito, non è esistito movimento popolare a cui non abbiamo preso parte.

Ma nella storia non c’è stata quasi nessuna causa che abbiamo appoggiato che non ci abbia voltato le spalle, che non abbia identificato nell’ebreo, una minaccia da eliminare.

Per questo ho deciso di scriverti.

Per dirti che quello che senti in fondo al cuore, la tua voglia forte di contribuire al cambiamento, fa parte del tuo Dna di ebreo.

E che tutto ciò che le nuove correnti di pensiero ti propongono, le ideologie che pensi contengano messaggi positivi rivoluzionari mai visti prima d’ora, traggono radice e ispirazione dalla parola di D-o, dalla Torah. Aprila. Ci troverai dentro il rispetto assoluto dell’uomo, di qualunque credo e colore sia.

Ci potrai leggere l’obbligo dell’uomo di rispettare la donna più di se stesso, la sacralità della natura e di ogni minimo elemento del creato. Ci troverai quell’equilibrio delicato e raro dell’uomo che per migliaia di anni le diverse ideologie hanno inseguito e mai davvero raggiunto.

Se vuoi davvero contribuire a miglioramento del mondo, investi le tue energie in qualcosa di eterno, in una corrente che non è soggetta alle mode, che non dipende dal pensiero altrui, dall’avanzamento o dal decadimento. Approfondisci te stesso e la tua identità. Rinforza il tuo ebraismo. Da questo movimento nessuno ti scaccerà mai, nessuno ti additerà urlandoti: sei diverso.

Gheula Canarutto Nemni

 

Fino a che punto può spingersi l’osservanza dell’ebraismo oggi? Quando la Consulta Rabbinica impedisce di partecipare a un concerto in una cappella

 Chi l’ha detto che un ebreo oggi debba essere uguale a quello di ieri?

Dove sta scritto che se uno è di religione ebraica dovrebbe ancora astenersi dall’accendere la luce, camminare a piedi invece che salire comodamente in macchina, privarsi di Instagram e delle chat di whatsapp ogni settimana durante le ore dello shabat?

Chi ha deciso che per gli ebrei del 2019 non è indicato entrare in un luogo di culto di un’altra religione nemmeno quando in quella cappella si sta tenendo un concerto in occasione del centenario della nascita di un’ebrea come Tullia Zevi, personaggio di spicco dell’ebraismo italiano?

Forse è una mancanza di ‘senso comune’, un ‘anacronismo’ che andrebbe colmato adeguando finalmente l’ebraismo al mondo moderno?

Se per senso comune si intende il seguire le convinzioni e il modo di essere della maggioranza, è vero, l’ebraismo ne è privo da sempre. Gli ebrei si sono rifiutati di offrire i propri figli in sacrificio agli dei, di isolare lo straniero, di lasciare nell’ignoranza un numero elevato di individui, di maltrattare i servi, di lavorare a ciclo continuo, di uccidere chi non apparteneva al loro credo, nonostante la maggior parte delle nazioni del mondo accettassero e incentivassero queste pratiche.

Se gli ebrei sono anacronisti perché credono ancora che l’uomo sia fatto di corpo e di spirito, perché portano ancora dentro di sé la consapevolezza che ogni evento, ogni situazione, con cui si viene in contatto, crea un solco nel subconscio della persona, come provano oggi le neuroscienze e anche un semplice spazio fisico può avere un influsso sull’anima, ebbene sì, siamo anche anacronisti.

Per l’ebraismo ogni piccolo passo ha un peso indeterminabile, anche un interruttore della luce sfiorato durante lo shabat è in grado di generare delle conseguenze sul micro e macro cosmo.

Ogni voce che si ascolta, ogni scena che si osserva, ogni luogo in cui ci si trova, si trasforma in un tassello psicologico e morale. Anche l’atmosfera di un posto, la sua sacralità per chi in quel luogo professa la propria fede, hanno un impatto profondo su chi vi entra da semplice visitatore.

Se siamo arrivati oggi ad essere ancora ebrei, se nel 2019 ci sono ancora ebrei al mondo a dibattere sul permesso o divieto di entrare in una cappella, è perché ci sono stati altri ebrei che si sono tenacemente, ostinatamente e coraggiosamente attaccati a quei divieti e a quei permessi, a quelle regole e a quelle tradizioni, che si chiamano Torah.

Il popolo ebraico è nato nel momento in cui 600.000 persone hanno sentito la voce di D-o proclamare dieci comandamenti che al proprio interno contenevano tutti i 613 sentieri dell’ebraismo in questo mondo.

E c’è un solo modo di garantire la continuità di questa nazione.

Non entrare nelle cappelle se i rabbini non lo permettono, entrarci se i rabbini ritengono che in quel caso si possa, continuare a discutere per capire se secondo cosa la Torah permette e cosa proibisce.

‘Le ripeterai ai tuoi figli e ne parlerai stando nella tua casa e camminando per la strada, quando ti coricherai e quando ti alzerai’ c’è scritto nello shemà.

Se siamo ancora qui oggi è perché non abbiamo smesso per più di tremila anni di coinvolgere D-o in ogni minimo dettaglio.

Vi svelo il segreto del successo dei chabad

Al momento della nascita ogni individuo è leader di se stesso, a capo di un’istituzione importante chiamata persona e si è impegnati nella battaglia interiore tra le forze del bene e del malein modo che la propria pianta cresca il meglio possibile. 

Poi il tempo passa e si mette su famiglia. Non è più tempo di pensare solo a se stessi, i propri rami crescono, i frutti maturano, nell’ordine delle proprie priorità entrano anche quelle degli altri. E poi magari si apre un business, un negozio, si diventa capi d’azienda, le priorità si allargano oltre alla propria sfera, i propri frutti danno vita ad altre entità. 

E’ in questi passaggi dall’io al noi che emerge la vera leadership, quella che illumina e conferisce ad altri il potere di illuminare. 

Il leader sa che la propria crescita è possibile solo grazie alla collaborazione con altre persone. 

Un vero leader trae la forza da se stesso, da ciò che è, non dall’autorità che esercita e per questo motivo non teme di delegare, di conferire potere a terzi. 

A differenza di un dittatore che usa gli individui per i propri scopi, ma quando diventano troppo abili, inizia a temere per il proprio potere, il vero leader spera che i propri collaboratori diventino a loro volta dei capi in grado di generare altri capi. Perché sa che solo così la crescita sarà inarrestabile.  

La leadership del Rebbe è iniziata il 10 shvat del 1951, sei anni dopo la seconda guerra mondiale e la tragedia della shoà. 

L’ebraismo europeo era incenerito e i rari sopravvissuti tentavano di nascondere la propria identità nel timore di un ennesimo risveglio del nemico. 

Pochi giorni dopo il 10 di shvat, invece di chiudersi nei libri e approfittare della posizione privilegiata per dedicarsi completamente alla propria crescita intellettuale e spirituale, il Rebbe delega una coppia di giovani sposi a partire per il Marocco con lo scopo di risvegliare l’ebraismo e pianta il primo albero di un giardino che da allora non ha smesso di crescere. 

Oggi non c’è posto al mondo senza una traccia della leadership del Rebbe. 

A ogni coppia di chassidim che partiva per paesi lontani, diceva: 

quando incontrerete un ebreo, raccontategli che il mondo è stato creato con lo scopo di essere trasformato nel giardino di D-o. Tirate fuori l’albero che c’è in lui in potenziale e fate in modo che cresca e dia i propri frutti. Che a loro volta daranno vita ad altre piante ed alberi, in una catena infinita di ispirazione e illuminazione.

Il Rebbe ha scritto intere pagine di storia ebraica.

E poi, da vero leader, non ha tenuto le pagine solo per sé. Ha aperto il libro e ha lasciato che le pagine volassero in giro per il mondo, diventando ognuna la prima pagina di una nuova storia ebraica di cui ogni ebreo scrive le prossime righe. 

 

L’olio ebraico che alimenta le candele

Venerdì 11 dicembre 1931.

Mancano poche ore al tramonto.

La signora Rachel Posner ha appena finito di apparecchiare la tavola per lo shabat e di preparare le candele per l’ottava ed ultima sera di chanukah.

Il candelabro è posto sul davanzale della finestra, ben visibile a chi guarda da fuori, così da realizzare al meglio il pirsuma nisa, far conoscere al mondo il miracolo della festa.

Sul palazzo di fronte sventola una bandiera che in pochi anni rappresenterà lo sterminio di sei milioni di ebrei.

Rachel decide di immortalare l’immagine in una fotografia, sulla quale, una volta sviluppata, scrive

“Chanuka 5692. Juda verrecke, die Fahne spricht. Juda lebt ewig, erwidert das Licht – Chanuka 5692. Giudea muore, dice la bandiera. Giudea vivrà per sempre, rispondono le candele”.

La natura è regolata da un principio immutabile: dal nulla non si potrà mai generare qualcosa.

Dal primo momento della creazione è entrato in vigore il principio di Lavoisier, nulla si crea, nulla si distrugge, tutto si trasforma.

Per generare energia, è necessario partire da qualcosa di pre- esistente La capacità di dare vita a qualcosa dal vuoto assoluto appartiene solo ed esclusivamente a D-o.

Per dare origine alla fiamma ebraica, per fare in modo che continui ad illuminare il mondo, è necessario che la fiamma prenda vita da qualcosa che già esiste.

Quando i greci invasero la terra di Israele capirono che, per dominare davvero il popolo ebraico, sarebbe stato prima di tutto necessario eliminare tutto ciò che nutriva la loro vitalità. Ed iniziarono a vietare l’osservanza delle mizvoth. Sapevano che la fiamma degli ebrei sarebbe rimasta accesa finchè la Torà l’avrebbe alimentata.

I tedeschi continuarono il loro lavoro. E prima di accanirsi sul corpo degli ebrei, attaccarono la loro anima. Appiccarono il fuoco a libri e rotoli della Torà, sperando che quei roghi rappresentassero l’inizio della fine del popolo ebraico.

Quando le finestre di una casa si trovano troppo in alto rispetto alla strada, il candelabro va posto di fronte alla mezuzah, sulla cui pergamena si trova lo Shemà Israel.

Ne parlerai quando ti trovi in casa tua, quando cammini per la strada, quando ti corichi e quando ti alzi, sta scritto.

Fai permeare la Torà e le mizvoth in ogni cosa che fai, in ogni parte di te stesso, nella tua esistenza.

Giudea muore, vorrebbero poter dire i nostri nemici. E noi continuiamo a studiare la Torà, ad osservare le mizvoth, a fare rispondere anno dopo anno dalla fiamma delle nostre candele,

Giudea vivrà per sempre.

Gheula Canarutto Nemni