La notte dei cristalli. Io non voglio ricordarla

Kristallnacht. Quando ricordare non serve

L’odore delle lettere bruciate riempiva l’aria di Berlino, Vienna e Praga.
Le discussioni di Rav e Shmuel, di Hillel e Shamai, sorvolavano i tetti delle case tedesche, austriache e ceche, alla ricerca di una nuova mente che le studiasse e di una nuova bocca che le dibattesse.
Le fiamme che lambivano i cieli trascinavano con sé le note del cantore, le melodie delle feste, i pianti dei digiuni. Non era la prima volta che volavano in quel modo. Né sarebbe stata l’ultima.
Correva la notte tra l’8 e il 9 novembre del 1938.
Migliaia di libri persero la vita nei roghi di quelle due notti, la frase profetica scritta da Heinrich Heine nel 1823 ‘Chi brucia i libri, presto o tardi arriverà a bruciare esseri umani’, aveva iniziato a diventare realtà.
Le pagine, ridotte a mucchi di cenere, ritornarono alla terra da cui erano venute.
Era stata ufficialmente dichiarata guerra al popolo ebraico.
E per l’ennesima volta nella storia, i nemici avevano dimostrato di conoscere il cuore nevralgico di questa nazione. La guerra contro gli ebrei non poteva venire combattuta solo con armi convenzionali.
Per annientare questo popolo così ostinatamente resistente era necessario adottare una strategia diversa.
Per fare della terra un posto Judenfrei bisognava colpirli nell’anima.
E così vennero accatastati migliaia di volumi del Talmud, uno sopra all’altro, perché da lì gli ebrei prendono il loro vigore intellettuale.
E alle fiamme vennero aggiunti degli Shulchan Aruch, il codice di leggi, perché senza la bussola spirituale gli ebrei perdono la direzione da seguire.
Vennero sfondate le porte delle sinagoghe, appiccato il fuoco alle sedie, ai leggii, alle mura dei luoghi da cui fino a pochi attimi prima si levavano melodie e preghiere, sradicati rotoli della Torà dalle arche sante.
Le fiamme bruciarono le pergamene e le promesse di amore reciproco fatte tra D-o e gli ebrei.
Ancora una volta nella storia i nemici del popolo ebraico avevano mostrato di sapere.
Che il segreto di sopravvivenza, la linfa vitale, l’energia essenziale per resistere e continuare a illuminare, di questa nazione che misteriosamente è riuscita ad attraversare secoli di storia, si trova nelle pagine di quei libri, nelle vitalità di quelle sinagoghe, nella voce dei bambini che studiano le parole, le regole, la filosofia a loro tramandate. Nelle preghiere che accompagnano i loro momenti di ogni giorno, nelle domande rivolte a D-o invece che all’uomo da Lui creato, nella fede nel loro Creatore.
Sono passati 81 anni da allora.
Venerdì 8 e sabato 9 novembre, riempiamo le sinagoghe, apriamo i libri ebraici che non abbiamo mai avuto tempo di studiare e di leggere, organizziamo gruppi di studio, dedichiamo qualche minuto per riportare alla vita ciò che i nostri nemici hanno provato ad estirpare dalla faccia della terra.
Trasformiamo le fiamme dei roghi in una fiamma ebraica ancora più viva.

Gheula Canarutto NemniSchermata 2019-11-07 alle 17.14.44.png

Quando qualcuno mi fermò per strada e mi disse: Voi ebrei siete un popolo di squilibrati

Scusi ma queste settimana davvero non posso. Abbiamo un’altra festa.

Beati voi, mi risponde il mio interlocutore, sempre a festeggiare.

Troppo lunga da spiegare questa nostra strana celebrazione.

In cui si cucinano pasti per sfamare centinaia di persone per poi a distanza di otto giorni ritrovarsi a digiunare per venticinque ore, in cui ci si inzuppa sotto alla pioggia perché qualsiasi sia il momento dell’anno in cui cade sukot, quello sarà il periodo delle prime piogge, in cui si sta alzati tutta la notte per pregare D-o che sigilli il nostro anno per il bene anche se la sera dopo dovremo ballare con i rotoli della Torah senza sosta e senza nessuna musica di accompagnamento se non la voce già roca.

In cui bisogna essere felici solo perché siamo ebreo e perché siamo stati scelti per portare il volere di D-o in questo mondo.

Noi ebrei il nostro equilibrio interiore siamo capaci di trovarlo solo se siamo totalmente squilibrati.

A Rosh Hashana facciamo un passo indietro da noi stessi, ci rimettiamo sotto al giogo divino e dichiariamo per 48 ore: D-o sei tu il re, noi non siamo nulla.

A Yom kipur ci rimpossessiamo della nostra vita e per 25 ore facciamo esami di coscienza per ritrovare il nuovo punto di partenza e capire che direzione dare alle nostre giornate future.

E poi arrivano sukot e simchat Torah. In cui ci buttiamo a ballare e a cantare, in cui accantoniamo la razionalità, i calcoli e i ragionamenti fatti fino a poco prima e ci lasciamo trascinare solo dalla gioia di essere chi siamo.

Questo mese un po’ fuori dall’ordinario ci racconta che per trovare la giusta via bisogna qualche volta muoversi da un estremo all’altro. Come un corridore che si tira un po’ indietro prima dello scatto iniziale e sembra quasi che indietreggi e perda terreno, ma poi appoggia i piedi nella posizione di partenza e quasi quasi appare incollato e immobile nel punto in cui si trova. E quando inizia la corsa si butta in avanti e proprio grazie a quel primo indietreggiamento e al successivo bilanciamento corre verso il traguardo.

Noi piccoli ed effimeri esseri umani per potere fare della nostra vita la somma di momenti di valore e significativi, non possiamo mai permetterci di stare fermi.

L’introspezione va bene, ma non deve durare troppo a lungo.

L’umiltà è necessaria ma senza esagerazione.

E poi viene la gioia. Perché senza di quella è impossibile andare avanti.

Per potere procedere nella vita abbiamo bisogno di momenti in cui accantonare logiche e ragionamenti e semplicemente lasciare che siano le passioni vere e profonde, la fede che scaturisce dal semplice fatto di essere al mondo, a guidarci.

D-o ci vuole squilibrati, non ci vuole fissi su una condizione ma vuole che continuiamo a muoverci senza sosta , perché solo così possiamo avanzare.

Quando vi domanderanno perché la maggior parte dei fondatori della psicanalisi, della psichiatria e della psicologia, della logopedia, siano ebrei, cercate nel calendario ebraico la risposta.

E se vi dicono che gli ebrei sono degli squilibrati, ringraziate per il complimento. Significa che non state mai fermi.

La staticità è già discesa, dice l’ebraismo.

Per due giorni guarderemo in avanti solo attraverso la lente della felicità di essere ebrei e di essere stati scelti come rappresentanti di D-o e della Sua Torah.

E questa passione sarà quella che ci permetterà di aprire sipari su scenari nuovi, mai visti prima e di raggiungere punti in cui non avremmo mai pensato di potere arrivare.

Felice festa della Torah!

Gheula Canarutto Nemni

L’ebraismo è una religione da bambini

Per sapere chi si è, è importante voltarsi indietro e scoprire da dove si viene.

Per capire dove andare è essenziale guardare alle proprie origini, volgere lo sguardo verso il solco che gli antenati hanno tracciato.

Il nostro popolo è nato in una maniera molto particolare. D-o non si è rivelato a una sola persona domandandole di portare il Suo messaggio ad un intero popolo.

Non ha eletto qualcuno per essere il Suo messaggero prediletto.

Ci ha chiamati in raccolta tutti indistintamente, uomini, donne e bambini, davanti ad un monte basso, piccolo, senza nessun tratto distintivo particolare.

E lì, prima di riunire i saggi del popolo ha detto: le donne, rivolgetevi a loro per prime. Perché saranno loro a lasciare un tratto indelebile nella vita dei loro figli e a decidere in che strada andranno.

Poi ha domandato che Gli venisse dato un garante, qualcuno che si sarebbe preso cura di tramandare la Torah che stava per dare.

Gli vennero offerti diversi personaggi importanti, persone di spicco e autorevoli, ma li rigettò.

Furono i bambini, non gli adulti di oggi ma quelli di domani, che scelse come propri testimonial nel mondo.

I primi attimi di vita del nostro popolo ci raccontano che se si desidera diventare davvero grandi non è necessario compiere passi giganti.

Non sono indispensabili pedigree, formazioni particolari, background autorevoli.

Non sono le cose sorprendenti, i gesti da prima pagina, che ci costruiscono come persone.

Sono le piccole cose, gì individui che potrebbero sembrarci di secondo piano, sono i minimi dettagli che danno vita a un grande progetto.

Datemi le donne, potenti nelle loro gesta silenti, datemi i bambini, la loro innocenza e caparbietà nell’ottenere le cose più semplici.

Riuniteli davanti a un monte piccolo, basso, senza pretese, che passerà alla storia per il luogo dove avvenne la prima rivelazione divina a una intera nazione.

Cominciate la vostra storia da quei piccoli particolari, da quelle fasce di società che in molti tendono a sottovalutare.

E solo allora potrete definirvi uomini, saggi del popolo.

Solo quando avrete imparato a riconoscere l’importanza delle persone che vi sembrano piccole, delle cose che vi appaiono quasi insignificanti, solo allora sarete degni di essere chiamati nazione.

Con l’augurio che gli insegnamenti della Torah accompagnino ogni piccolo passo della nostra vita, trasformandolo in un momento importante.
Gheula Canarutto Nemni

La kippah degli ebrei è il simbolo del fallimento della democrazia

Sembrava impossibile che accadesse di nuovo.

Ci eravamo illusi che il passato fosse stato relegato per sempre alle storie dei nostri nonni, dei loro fratelli, dei pochi sopravvissuti.

Invece questa settimana il governo tedesco ha ‘sconsigliato’ agli ebrei di indossare la kippah.

A settant’anni dalla fine della shoà, la storia ritorna a bussare alla porta.

Gli ebrei è meglio che si nascondano, gli ebrei dovrebbero mimetizzarsi. Anzi, meglio ancora.

Gli ebrei dovrebbero assimilarsi. 

E’ caldamente suggerito che gli ebrei cerchino di non stuzzicare l’antisemitismo di coloro che incontrano, quella kippah sbandierata ai quattro venti potrebbe avere l’effetto scatenante come un drappo rosso agitato davanti agli occhi di un toro.

Ebrei spogliatevi della vostra identità consiglia il governo democratico tedesco.

Perché questa identità è troppo scomoda. 

Perché insegna in ogni momento quale è il posto vero dell’uomo e il valore reale del suo operato.

Questo simbolo che noi ebrei ci ostiniamo a tenere in testa, nonostante rischiamo di ricevere sputi in faccia, urla antisemite e botte, rappresenta l’invito all’uomo di ricordarsi che, al di sopra di ciò che è in grado creare, inventare, generare, oltre al suo intelletto, al suo ego e superego, ci sta il Suo Creatore.

Questo pezzo di stoffa, di velluto nero o colorato, è il limite che ogni individuo dovrebbe porsi,

è la domanda a cui bisognerebbe regolarmente rispondere: 

essere umano, ma chi ti credi di essere?

Eravamo convinti di avere ottenuto tutto, di avere trovato l’equilibrio perfetto.

La democrazia, i valori, i principi, l’accoglienza.

Ci siamo così tanto crogiolati nell’autocompiacimento per ciò che abbiamo creato, che ci siamo dimenticati di porre dei limiti, di creare un recinto per dire alt, al di là di questo non si può andare. 

La democrazia è stata sconfitta da una cosa chiamata democrazia.

L’eccesso di democrazia ha portato la democrazia ad implodere su se stessa.

La kippah insegna che non esiste cosa umana destinata a durare in eterno. Che ci sarà sempre un punto di rottura, qualcosa che si inceppa, anche in ciò che a noi appare perfetto.

Non c’è forma di governo più consona all’essere umano della democrazia. Eppure anche questa sta iniziando a mostrare i propri effetti collaterali.

La kippah è il simbolo della finitezza dell’uomo. Per questo dà fastidio a chi si vuole porre al posto di D-o, quello vero, che tutela la sacralità della vita, per questo disturba chi si arroga il diritto di decidere quale parte dell’umanità è superiore e merita di vivere. 

Noi che crediamo nell’uguaglianza di ogni essere umano di fronte a D-o e che continuiamo a insegnare da più di tremila anni che la grandezza dell’uomo sta nella sua capacità di porsi dei limiti e non nella sua innaturale illimitatezza, per amore dell’umanità e in nome della vera democrazia, non smetteremo di indossare la kippah per la strada. 

 Gheula Canarutto Nemni

 

 

Non accendete candele a Yom Hashoà

C’è chi commemora Yom Hashoà tutto l’anno.

Riportando alla mente quel mondo perduto, quelle vite strappate, i milioni di bambini che avrebbero potuto nascere. E che invece non hanno mai visto la luce perché i loro padri e le loro madri erano loro stessi bambini, adolescenti, quando sono stati assassinati nelle camere a gas, uccisi a sangue freddo per le strade delle città in cui erano nati e cresciuti.

Ci sono persone che si sono prefisse un obiettivo. Cercare di ridare più vita possibile a ciò che la più feroce delle macchine di morte ha interrotto.

Ogni mattina sentono risuonare dentro di sè le sirene che commemorano i milioni di ebrei strappati alla vita.

Sono individui che non dimenticano e sanno e trasmettono ai proprio figli che in cielo ci sono sei milioni di anime che aspettano che qualcuno porti a termine il loro viaggio incompiuto in terra.

Si svegliano e ringraziano D-o dell’anima che ha restituito, come avrebbe fatto Anshel, il bambino di otto anni che viveva a Varsavia, se non fosse stato strappato dal proprio letto prima di potere pronunciare le parole che gli avevano insegnato.

Pregano e si legano al braccio i filatteri come stava facendo Mendel quando gli spararono in volto perché le sue preghiere avevano un suono troppo diverso.

Corrono per arrivare in tempo alla preghiera in sinagoga come stava facendo il signor Cohen quando un nazista gli si avvicinò, gli tagliò la barba e lo umiliò per due ore in mezzo alla strada, per poi finirlo tra le risate dei passanti a bastonate in testa.

Si avvicinano al Mikveh, al bagno rituale e finiscono di compiere il percorso di Anne che aveva sfidato il coprifuoco, le guardie, le armi pronte a sparare, per andare ad immergersi nel fiume che scorreva al di là della mura del ghetto, perché solo così avrebbe potuto provare a dare continuità al proprio popolo.

A quelle acque non ci arrivò mai, perché un soldato sentì il rumore dei suoi passi felpati, forse era solo il battito accelerato del suo cuore e la finì mentre era arrampicata sulle mura, sospesa tra il cielo e la terra.

Anche quest’anno, il 27 di Nissan, risuonano in Israele le sirene per Yom Hashoa, il giorno che commemora i sei milioni di ebrei morti per mano nazista.

Milioni di persone si fermeranno per un minuto di silenzio per le strade, sui marciapiedi, dentro ai negozi, al diciottesimo piano di un palazzo di Tel Aviv.

Ma quella sarà solo una fermata intermedia.

Perché il ricordo da solo non basta per ridare vita.

Sono i piccoli gesti ripetitivi e continuativi, le miriadi di pensieri, parole ed azioni che i nostri fratelli erano nel mezzo di compiere quando una mano assassina li ha interrotti, sono i piccoli passi ebraici quotidiani a riportare in vita le loro anime.

‘Come fa una persona a commemorare sei milioni di morti? Quante candele una persona dovrebbe accendere? Quante preghiere una persona dovrebbe recitare? Sappiamo come ricordare le vittime, la loro solitudine, la loro disperazione? Se ne sono andati via dal mondo senza lasciare una traccia. Siamo noi la loro traccia’ (Elie Wiesel)

Gheula Canarutto Nemni

Vi siete mai chiesti come sia possibile che gli ebrei siano ancora qui a dare fastidio al mondo?

Quando gli ebrei uscirono dall’Egitto non furono le dieci piaghe il miracolo più grande.

Non furono l’acqua trasformata in sangue, la sabbia che prese vita sotto forma di pidocchi, non fu la grandine che cadde insieme al fuoco.

Gli ebrei rimasero in Egitto per 210 anni, circondati di idolatri e politeisti, immersi nell’impurità più profonda, soggiogati a un popolo oppressore che uccideva i bambini usandoli come mattoni per le piramidi.

E fu proprio allora che la nazione ebraica spianò la strada alla nascita di un fenomeno senza il quale noi non saremmo ciò che siamo oggi.

L’identità.

Gli ebrei, in numero così esiguo rispetto alla civiltà che li circondava, riuscirono a non cambiare i nomi dei propri figli, mantenendoli uguali a quelli dei propri avi, dando la forza a un bambino chiamato Avraham di ricordarsi chi era anche se si sarebbe trovato lontano dalle proprie genti.

Mantennero abiti diversi, un ebreo si poteva riconoscere da ciò che indossava, raccontava in silenzio la propria storia attraverso la propria veste.

Gli ebrei si sforzarono di continuare a usare la lingua ebraica, anche se tutto intorno risuonavano parole in un gergo diverso.

Nella loro mente non entrarono geroglifici, preghiere alle divinità pagane.

Il pensiero degli ebrei rimase autonomo, indipendente, attaccato ai valori trasmessi di generazione in generazione e non si fece permeare dalle correnti di pensiero comuni.

Fu quello il vero miracolo.

Il non allineamento.

La capacità di correre a testa alta tra chi pensava e predicava in maniera diversa, il ricordo costante nella parola, nel pensiero, nell’azione di chi si è, da dove si viene e dove si vorrebbe essere tra cento, mille anni.

Gli ebrei in Egitto rimasero liberi pur essendo schiavi, riuscirono a mantenere in vita la propria anima pur essendo minacciati di morte per centinaia di anni.

Quando a Pesach D-o liberò il Suo popolo dall’asservimento a una nazione straniera, il miracolo fu che ritrovò ebrei uguali a quelli che aveva mandato ad affrontare la schiavitù pregando in cuor Suo che non si perdessero.

Ogni ebreo sapeva dove ritrovare se stesso. E nessuno si era dimenticato come si pronunciava il nome di D-o in ebraico.

Pesach è la festa che celebra l’identità che sopravvive in ambienti ostili, l’identità che continua a respirare in periodo storici in cui tutti intorno cercano di convincerci che saremmo più sicuri se appiattiti sulle idee e gli stili di vita comuni.

Se sono ancora qui,

se so chi sono,

è perché qualcuno prima di me ha lottato con tutto se stesso per non allinearsi,

per non perdersi tra il pensiero comune,

per non annegare nelle correnti del mondo.

Abbiamo continuato a nuotare e siamo rimasti a galla non perché siamo più forti, non perché il nostro DNA contenga qualcosa di magico.

No.

È stato il nostro attaccamento cocciuto alle regole, a tutto ciò che è giunto fino a noi immutato attraverso i tempi, questo è il segreto grazie al quale siamo ancora qui, come una spina nel fianco dei nostri nemici, a celebrare pesach e suoi strani rituali colmi di significati, di respiri tramandati, di una storia che non hai mai smesso di esistere.

Pesach Kasher vesameach 
Gheula Canarutto Nemni

Lettera aperta a Nadia Toffa e al suo professore di storia

Gentile Nadia,

Oggi ho letto il suo Tweet sull’olocausto e i palestinesi. Temo abbia un po’ di confusione in testa.

Olocausto è la parola italiana per indicare il nome di un sacrificio che veniva offerto nel santuario di Gerusalemme e interamente bruciato per D-o. Dell’animale non rimaneva nulla, se non un mucchio di cenere.

Quando i nazisti progettarono l’olocausto lo immaginarono e progettarono in questo modo.

In seguito alla soluzione finale degli ebrei non avrebbe dovuto rimanere più nulla. Se non delle saponette e della cenere.

Uomini, donne e bambini vennero caricati su carri bestiame senza aria ne’ cibo. I più forti che sopravvissero a quei trasporti al di là dell’umanità, trovarono la morte nelle camere a gas, nei forni crematori.

Durante l’Olocausto nessun paese aiutò gli ebrei, nessuno si adoperò per la loro causa.

Gli ebrei vennero abbandonati da tutti. Vennero assassinati nel silenzio del mondo sei milioni di essere umani. Come se gli abitanti di Milano e il suo hinterland sparissero tutti, fino all’ultima persona.

L’Olocausto fu una macchina di sterminio premeditata, in cui l’ebreo, come essere umano, perse ogni connotato di umanità agli occhi dei nazisti, dei polacchi, dei tedeschi, degli ungheresi, dei francesi, degli italiani.

Essere ebrei in Europa tra il 1938 e il 1945 significava una morte quasi certa.

I palestinesi sono arabi trapiantati in quelle terre per volere dei paesi arabi. Come disse Zahir Muhsein, i palestinesi vennero inventati per controbilanciare gli ebrei che arrivavano a vivere nelle terre deserte dell’allora Palestina.

I palestinesi non hanno mai vissuto in quella terra per tremila anni.

Gli ebrei su quella terra ci hanno vissuto davvero senza interruzione.

Durante gli ultimi secoli la presenza ebraica in Palestina si è rinforzata.

In Europa, ben prima del nazismo, gli ebrei venivano massacrati nei pogrom, accusati ingiustamente di tradimento, bruciati vivi perché non andavano in chiesa.

Nella Palestina di allora gli ebrei portarono con se’ valori troppo distanti da quelli dei paesi circostanti.

E quella democrazia poi nata nel 1948 e chiamata Israele diventò come una spina nel fianco delle dittature arabe. Quel piccolo paese in cui il tasso di analfabetismo è pari a zero, in cui tutti, a prescindere dal colore della loro pelle e dalla religione, hanno gli stessi diritti, in cui le donne guidano governi e pilotano aerei, in cui vive un milione di cittadini arabi che vanno a votare i propri rappresentanti nel parlamento israeliano, questa minuscolo puntino con altissima concentrazione di valori umani, si è trasformato in una miccia che potrebbe mettere in testa idee destabilizzanti agli abitanti dei paesi limitrofi.

Israele non ha mai smesso di dare ai palestinesi l’elettricità, l’acqua, le medicine, pagate con dichiarazioni di odio e attacchi terroristici.

Israele continua ad accogliere i malati palestinesi nei propri ospedali, li opera, li cura. Alcuni di essi sono tornati a ringraziare con addosso cariche di tritolo in grado di fare saltare per aria un intero reparto ospedaliero.

Nessun governo israeliano e nessuno israeliano si è mai sognato o prefisso di uccidere deliberatamente un solo palestinese.

Per gli ebrei la vita anche di un nemico, ha un valore intrinseco.

Se cerca qualcuno su cui addossare la colpa, non valichi con la sua mente il confine che ancora tutela la salvaguardia dei cittadini israeliani.

Passeggi per le vie di Gaza alla ricerca dei giornalisti che riprendono le manifestazioni contro il governo palestinese. Cerchi gli oppositori del regime, si prefigga l’obiettivo di trovare un solo ebreo.

Non troverà niente di tutto questo.

Come non troverà risorse spese nella ricerca ne’ finanziamenti europei investiti nello sviluppo. Perché tutto il denaro viene speso per mantenere in vita la violenza, l’ignoranza e l’odio.

Con la speranza che il suo professore di storia accorra in suo aiuto e ripari i danni causati dal fumo antisemita mediatico con cui troppe persone vengono accecate ogni giorno.

Gheula Canarutto Nemni

Quella strana regola ebraica che vieta di leggere le storie dalla fine

La storia ebraica è fatta di pagine buie e righe di luce, di momenti d’amore divino rivelato e istanti in cui questo amore sembra sparito.

Tutto è iniziato quando abbiamo ricevuto la Torah davanti al monte Sinai. 

In quei primi momenti della nostra storia in cui D-o si è manifestato così apertamente, in cui la Sua esistenza era evidente come il sole che sorge al mattino, non abbiamo potuto fare altro che sceglierLo, costretti dalla forza dirompente e inconfutabile della verità e della rivelazione. 

Mille anni dopo comparve sulla scena un uomo di nome Haman.

Discendente da Amalek, il popolo che per primo aveva osato sfidare gli ebrei e seminare in loro dei dubbi nonostante la rivelazione a cui erano stati esposti, 

Haman decise che di questi ebrei ne aveva avuto abbastanza.

Erano già mille anni che diffondevano principi, valori, che non smettevano di seguire le proprie leggi nonostante fossero persino sparsi ai quattro angoli della terra. 

Forse non avevano ancora abbandonato D-o perché non erano stati messi davvero alla prova, pensò Haman. 

Forse sarebbe bastato emanare qualche legge in cui si imponeva l’annientamento del popolo ebraico, per portarli ad allontanarsi da quella fede così scomoda per il mondo. 

Dalla promulgazione del decreto di Haman fino al suo annullamento trascorsero undici mesi.

Periodo in cui gli ebrei avrebbero potuto provare ad assimilarsi, a mimetizzarsi nella società, a fare dimenticare chi fossero per salvare la propria vita e quella dei propri figli. 

Invece fecero esattamente il contrario, non solo non si nascosero.

Non solo non si assimilarono. 

Ma continuarono a camminare a testa alta, rafforzando la propria identità e facendo parlare così tanto di sé al punto che, racconta la meghilà, molti non ebrei si convertirono all’ebraismo 

A Purim D-o si è nascosto tra il banchetto di Achashverosh e la condanna a morte di sua moglie Vashtì, tra l’incoronazione di Ester e l’inspiegabile ascesa di Haman.

A Purim è avvenuto l’esatto contrario di ciò che era successo davanti al monte Sinai.

Nessuna rivelazione, nessuna traccia di D-o, solo un grande silenzio. 

Ester deriva il proprio nome da lehastir, nascondere. D-o si era nascosto, sperando che gli ebrei non smettessero di cercarlo. 

E proprio durante  uno dei periodo più bui della storia ebraica, quando una minaccia concreta di annientamento fisico totale pendeva sulle loro teste, quando la rivelazione di D-o si era trasformata in un ricordo lontano e nebuloso, gli ebrei scelsero di propria volontà di credere e avere fede.

E questi giorni vengono ricordati e celebrati attraverso tutte le generazioni, in ogni famiglia, in ogni stato e in ogni città. Questi giorni di Purim non smetteranno mai di esserci tra gli ebrei e il loro ricordo rimarrà in eterno nei loro discendenti’ dice la meghilà. 

Tutte le altre feste ricordano eventi miracolosi. Le dieci piaghe, la spaccatura del mar rosso, l’olio che ha bruciato per otto giorni, le nuvole che proteggevano gli ebrei nel deserto, D-o che dà la Torah sul monte Sinai. 

Purim è la festa in cui si celebra invece il miracolo della fede che rimane accesa e scelta e riscelta nonostante sia l’opzione meno conveniente.

 E’ la festa dell’ebreo che non si perde d’animo, che pur circondato dal buio e dalla sensazione di essere stato quasi abbandonato, pur essendo continuamente minacciato, non smette di cercare D-o. 

Purim è la celebrazione della fede fine a se stessa, svincolata dal fatto che D-o ci dimostri di amarci e proteggerci. 

E’ vietato leggere la meghila lemafrea, in maniera disordinata. Se uno sente leggere prima la seconda parte della meghilà e poi la prima, non ha fatto la mitzvà.

Il Baal Shem Tov interpreta questa regola spiegando che è vietato leggere la meghilà pensando che sia appartenuta solo al passato, ritenendo che questa fede profonda fosse presente solo negli ebrei di una volta.

In ogni ebreo, di ogni secolo e generazione, c’è la capacità di cercare e ritrovare D-o nonostante l’ebraismo possa essere rischioso e controcorrente. 

Purim è la festa della fede che batte il buio profondo. 

Gheula Canarutto Nemni

Intervista di Rai, Mediaset e Sky a Gheula Canarutto Nemni

Salve a tutti, abbiamo qui con noi una rappresentante del popolo ebraico. Iniziamo con una domanda che in pochi vi pongono. Cosa significa per lei essere ebrea oggi, nel 2019?

Innanzitutto vi ringrazio per avermi invitato. Negli ultimi tempi ci mettono in bocca parole che non ci hanno mai sentito pronunciare, pensieri che non ci sono mai appartenuti, ci attribuiscono azioni che non abbiamo né avremmo mai compiuto. Quindi grazie per averci finalmente dato voce.

Cosa è un ebreo oggi?

Forse prima di tutto è un miracolo ambulante. Secondo le leggi storiche e statistiche dovremmo solo essere una pagina di un libro di storia, accanto ai sumeri e ai fenici.

Un ebreo è un cocktail di elementi senza i quali non sarei qui oggi. Fede, nonostante le infinite prove a cui siamo stati sottoposti. Amore e rispetto per ogni essere umano, il detto chi salva una vita salva un mondo intero proviene dal talmud e non dalla fantasia di un blogger.

Capacità, desiderio e dovere di integrazione nelle società in cui viviamo. Dina demalchuta dina, la legge del posto diventa automaticamente la nostra legge. Le necessità della società sono anche le nostre. Da migliaia di anni dedichiamo gran parte della nostra esistenza all’avanzamento scientifico, intellettuale e morale del mondo.

Da quello che racconta sembrate una nazione molto viva, come mai quando si parla di ebrei si affronta quasi sempre il tema della shoà?

Purtroppo dopo la tragedia della seconda guerra mondiale, molti tra gli ebrei sopravvissuti hanno cercato di dimenticare chi erano. Le madri hanno smesso di trasmettere ai figli una fede che probabilmente temevano potesse metterli un giorno in pericolo. Nelle famiglie è calato un silenzio identitario che ha creato un vuoto nell’anima. Questa assenza di credo, questo vacuum spirituale, è stato lentamente colmato da un’identificazione in una delle realtà ebraiche più conosciute. La shoà.

Durante i giorni di digiuno, le prime ore sono dedicate al ricordo, alla tristezza e alle lacrime. Nelle ore successive le preghiere sono dense di parole rivolte al futuro, alla ricostruzione dopo la distruzione. La shoà è stata la tragedia che nessun essere umano avrebbe mai potuto nemmeno immaginare. Insegnarla, ricordarla, è un dovere morale. L’ebreo però non si è mai fermato a piangere per troppo tempo.

Abbiamo imparato a raccogliere le nostre ceneri e farne del terreno su cui coltivare il domani.

 Quale è il messaggio che vorrebbe trasmettere ai nostri ascoltatori e lettori?

Un antisemita urla a un ebreo in mezzo alla strada ‘Gli ebrei sono l’origine di tutti i mali!’ L’ebreo gli risponde ‘Hai perfettamente ragione. Gli ebrei e i ciclisti hanno la colpa di tutto!’ ‘Perché i ciclisti?’ domanda l’antisemita. ‘E perché gli ebrei?’.  Molti antisemiti non si rendono conto di esserlo. ‘Non odiamo gli ebrei, ma solo la loro religione, ha detto l’inquisizione durante il medioevo. Non odiamo gli ebrei ma solo loro razza hanno detto i nazisti. Non odiamo gli ebrei ma solo il loro stato, dicono oggi’, ha detto Rabbi Sacks di in un discorso tenuto  alla camera dei Lord. Il pregiudizio nei nostri confronti è il comune denominatore della maggior parte delle civiltà della storia. Forse ci odiano da sempre perché non abbiamo mai smesso di raccogliere le forze per guardare oltre, non ci siamo mai lasciati abbattere e da più di tremila anni cerchiamo di trasformare ogni discesa in una salita ancora più grande.

La prime parole che D-o pronuncia durante la creazione del mondo sono ‘Yehi or’- che luce sia.

Quando un oggetto assorbe tutti i colori della luce, i colori scompaiono e il corpo appare nero.

I colori che vediamo sono quelli riflessi, quelli che vengono propagati dall’oggetto verso l’esterno.

Per questo siamo ancora qui, contro ogni legge della natura. Perché gli ebrei, nonostante le persecuzioni, le cacciate, i pogrom, i tentativi di annientamento, non hanno mai permesso al rancore e alla rabbia di farli chiudere in se stessi. Ma hanno continuato a contribuire, a migliorare, a fare progredire e avanzare, il mondo in cui vivono. Yehi-or è il motto che ci guida anche nei tempi più bui.

P.s Questa intervista non è mai esistita. Ma per combattere l’antisemitismo dovrebbe avvenire davvero. Ad oggi in Italia i pochi ebrei che trovano spazio nei mass media parlano soprattutto di tragedie passate o male di se stessi…

Alain Finkielkraut è il prodotto naturale dell’ebraismo

 

Caro figlio,

ho deciso di scriverti queste righe dopo aver visto la scena in cui Alain Finkielkraut viene assalito verbalmente da un gilet giallo per le strade di Parigi, la città in cui è nato e cresciuto.

Penso a come il filosofo abbia sostenuto e giustificato questo movimento  e a come in cambio abbia ricevuto umiliazione, violenza e insulti.

Probabilmente non aveva appoggiato la causa giusta avrai forse pensato come molti.

La verità però è un’altra. E parte dal fatto che noi ebrei abbiamo il vizio dell’utopia.

Non c’è stata ideologia positiva nel corso della storia che non abbiamo provato ad abbracciare.

Quando abbiamo incontrato l’ellenismo, molti di noi ci si sono immersi pensando di avere trovato finalmente una cultura a misura d’uomo.

Fu davanti ai fumi della distruzione del Santuario di Gerusalemme che gli ellenisti aprirono gli occhi e capirono che quella filosofia metteva ogni uomo al centro del mondo al di fuori di uno. L’ebreo.

Il cristianesimo riuscì a diffondere i propri principi universali di amore e uguaglianza tratti dall’ebraismo, solo grazie agli ebrei, gli stessi che alcuni secoli dopo brucerà negli autodafè dell’inquisizione.

Siamo corsi ad abbracciare l’illuminismo, sperando che il lume della ragione contribuisse a restituire dignità anche a noi, ma per i filosofi di questa corrente l’ebreo rimaneva sempre un essere umano da trattare in maniera ‘speciale’.

Abbiamo sognato uno Yovel, un giubileo universale, in cui tutta la proprietà privata sarebbe  stata abolita e i giochi sarebbero ricominciati da capo.

Karl Marx, il padre del comunismo, era ebreo.

Ma questo non servì per salvare le centinaia di migliaia di ebrei che il regime comunista ha ucciso.

Se parteggiavamo con i comunisti, ci tacciavano di capitalisti.

Quando ci siamo schierati con gli imprenditori, ci hanno accusato di essere degli sfruttatori.

Non c’è stata ideologia in terra a cui non abbiamo contribuito, non è esistito movimento popolare a cui non abbiamo preso parte.

Ma nella storia non c’è stata quasi nessuna causa che abbiamo appoggiato che non ci abbia voltato le spalle, che non abbia identificato nell’ebreo, una minaccia da eliminare.

Per questo ho deciso di scriverti.

Per dirti che quello che senti in fondo al cuore, la tua voglia forte di contribuire al cambiamento, fa parte del tuo Dna di ebreo.

E che tutto ciò che le nuove correnti di pensiero ti propongono, le ideologie che pensi contengano messaggi positivi rivoluzionari mai visti prima d’ora, traggono radice e ispirazione dalla parola di D-o, dalla Torah. Aprila. Ci troverai dentro il rispetto assoluto dell’uomo, di qualunque credo e colore sia.

Ci potrai leggere l’obbligo dell’uomo di rispettare la donna più di se stesso, la sacralità della natura e di ogni minimo elemento del creato. Ci troverai quell’equilibrio delicato e raro dell’uomo che per migliaia di anni le diverse ideologie hanno inseguito e mai davvero raggiunto.

Se vuoi davvero contribuire a miglioramento del mondo, investi le tue energie in qualcosa di eterno, in una corrente che non è soggetta alle mode, che non dipende dal pensiero altrui, dall’avanzamento o dal decadimento. Approfondisci te stesso e la tua identità. Rinforza il tuo ebraismo. Da questo movimento nessuno ti scaccerà mai, nessuno ti additerà urlandoti: sei diverso.

Gheula Canarutto Nemni