Vi siete mai chiesti come sia possibile che gli ebrei siano ancora qui a dare fastidio al mondo?

Quando gli ebrei uscirono dall’Egitto non furono le dieci piaghe il miracolo più grande.

Non furono l’acqua trasformata in sangue, la sabbia che prese vita sotto forma di pidocchi, non fu la grandine che cadde insieme al fuoco.

Gli ebrei rimasero in Egitto per 210 anni, circondati di idolatri e politeisti, immersi nell’impurità più profonda, soggiogati a un popolo oppressore che uccideva i bambini usandoli come mattoni per le piramidi.

E fu proprio allora che la nazione ebraica spianò la strada alla nascita di un fenomeno senza il quale noi non saremmo ciò che siamo oggi.

L’identità.

Gli ebrei, in numero così esiguo rispetto alla civiltà che li circondava, riuscirono a non cambiare i nomi dei propri figli, mantenendoli uguali a quelli dei propri avi, dando la forza a un bambino chiamato Avraham di ricordarsi chi era anche se si sarebbe trovato lontano dalle proprie genti.

Mantennero abiti diversi, un ebreo si poteva riconoscere da ciò che indossava, raccontava in silenzio la propria storia attraverso la propria veste.

Gli ebrei si sforzarono di continuare a usare la lingua ebraica, anche se tutto intorno risuonavano parole in un gergo diverso.

Nella loro mente non entrarono geroglifici, preghiere alle divinità pagane.

Il pensiero degli ebrei rimase autonomo, indipendente, attaccato ai valori trasmessi di generazione in generazione e non si fece permeare dalle correnti di pensiero comuni.

Fu quello il vero miracolo.

Il non allineamento.

La capacità di correre a testa alta tra chi pensava e predicava in maniera diversa, il ricordo costante nella parola, nel pensiero, nell’azione di chi si è, da dove si viene e dove si vorrebbe essere tra cento, mille anni.

Gli ebrei in Egitto rimasero liberi pur essendo schiavi, riuscirono a mantenere in vita la propria anima pur essendo minacciati di morte per centinaia di anni.

Quando a Pesach D-o liberò il Suo popolo dall’asservimento a una nazione straniera, il miracolo fu che ritrovò ebrei uguali a quelli che aveva mandato ad affrontare la schiavitù pregando in cuor Suo che non si perdessero.

Ogni ebreo sapeva dove ritrovare se stesso. E nessuno si era dimenticato come si pronunciava il nome di D-o in ebraico.

Pesach è la festa che celebra l’identità che sopravvive in ambienti ostili, l’identità che continua a respirare in periodo storici in cui tutti intorno cercano di convincerci che saremmo più sicuri se appiattiti sulle idee e gli stili di vita comuni.

Se sono ancora qui,

se so chi sono,

è perché qualcuno prima di me ha lottato con tutto se stesso per non allinearsi,

per non perdersi tra il pensiero comune,

per non annegare nelle correnti del mondo.

Abbiamo continuato a nuotare e siamo rimasti a galla non perché siamo più forti, non perché il nostro DNA contenga qualcosa di magico.

No.

È stato il nostro attaccamento cocciuto alle regole, a tutto ciò che è giunto fino a noi immutato attraverso i tempi, questo è il segreto grazie al quale siamo ancora qui, come una spina nel fianco dei nostri nemici, a celebrare pesach e suoi strani rituali colmi di significati, di respiri tramandati, di una storia che non hai mai smesso di esistere.

Pesach Kasher vesameach 
Gheula Canarutto Nemni

Ecco il motivo per il quale il mondo odia così tanto gli ebrei…

Corriere_testata_1938 2015‘Faraone ma lei si rende conto di quello che ha appena fatto?’ Il faraone sembrò risvegliarsi da un sogno. ‘Lei ha appena permesso a un popolo intero di fuggire dal nostro paese. Eravamo noti per essere il posto da cui nessuno schiavo poteva scappare e questi sono usciti addirittura con tanto di ricchezze. Uomini, donne, bambini, bestiame, ori, argenti. Faraone dobbiamo fare qualcosa. Ne va della nostra fama di potenza schiavista’. Così iniziò la storia del popolo che più di ogni altro nuotò controcorrente. Scrollandosi di spalle la schiavitù e varcando a testa alta, da uomini liberi, i confini insuperabili del paese più potente del mondo, attraversarono le acque di un mare spaccato ad hoc e giunsero davanti a un monte, nel cuore del deserto. Non farti altri dei, sentirono dire lì da D-o stesso. Nella loro mente tutti gli idoli egizi, tutte le divinità adorate dagli altri popoli che avevano incontrato, tornarono alla polvere da cui erano giunti. Rispetta il riposo del settimo giorno. Tu, la tua famiglia, i tuoi schiavi. La casta iniziò a tremare. Nessun privilegio avrebbe potuto durare per più di sei giorni. Non rubare. La proprietà diventò un diritto inalienabile. L’usurpazione e il furto sarebbero rientrati nella categoria degli atti illeciti. Gli ebrei si guardarono in faccia. Da quel momento la loro vita non sarebbe più stata all’insegna solo di se stessi. Avrebbero attraversato deserti, confini, imparato nuove lingue, errato di paese in paese, per insegnare i valori che avevano appena udito da D-o. Avrebbero proclamato la sacralità della vita di ogni individuo al di là dell’appartenenza ad una classe sociale. Avrebbero ricordato alle società schiaviste che quegli schiavi su cui basavano il proprio potere, dovevano godere di molti diritti. E alla fine del sesto anno, avrebbero dovuto tornare a essere uomini liberi. Avrebbero insegnato la libertà di credo, il rispetto per lo straniero. Avrebbero raccontato il dovere di preservare la natura come un dono dato in custodia da Chi l’ha creata. E il diritto al riposo anche di qualcosa che in molti avrebbero continuato a calpestare, la terra. Gli ebrei si guardarono in faccia. Amico, disse uno al proprio vicino, ci aspetta una vita non facile. Non saremo molto amati, temo, gli rispose l’altro. Le società schiaviste tenteranno di metterci a tacere, le dittature ci odieranno. Gli sfruttatori ci rinchiuderanno, i negatori dei diritti civili, se ci andrà bene, ci imbavaglieranno. Non possiamo esimerci, si dissero, siamo arrivati fin qui proprio per questo. Che D-o ci aiuti…si augurarono a vicenda. In quel preciso istante, ai piedi di un monte nascosto dal fumo, la storia del mondo assunse una nuova piega. Fatta di diritti, doveri, morale, etica e le basi per tutte le future società civili. In quel preciso momento sul popolo ebraico ricadde un’ardua impresa. Fungere da coscienza per l’universo intero.

Gheula Canarutto Nemni

Ve la dò io la libertà

 

Se ti aspetti di trovarla lì, nel pensiero che il tuo cervello produce prima di andare a dormire, continua ad aspettare. Se credi possa risiedere qui, nelle frasi gridate in piazza, credilo pure. Se ritieni stia là, nei tuoi movimenti senza barriere formali, continua a illuderti. Ma quando guarderai indietro, nella storia del mondo, quando analizzerai fatti ed eventi, forse allora capirai. Se la possiedi davvero. Quella capacità di stare al di sopra di ogni diktat umano, di mantenere le distanze da imposizioni latenti, di non fare aderire il pensiero ai meccanismi sociali. Quell’eroismo che consiste nel non fare permeare, influenzare, invadere senza guerre, la propria esistenza, da parte del mondo esterno. Se vuoi sapere dove si nasconde, apri una Hagadà, quel libro colorato che ti hanno tramandato i tuoi avi da qualche millennio. Leggi alla voce storia ebraica. E lì la troverai. Sempre uguale a se stessa, al di là del tempo che passa. All’inizio i nostri avi erano dei servitori di idoli, dei seguaci di mode, persone che adattavano il proprio pensiero e azione alle correnti del mondo. Quando, ad un certo punto, D-o ci avvicinò al Suo servizio. Conducendoci dalla schiavitù verso la libertà, dalla oppressione alla redenzione, facendoci uscire dall’Egitto, paese in cui eravamo schiavi e portandoci davanti al monte Sinai, momento in cui diventammo Suoi servi. E di questo noi, ad ogni Pesach che ci concede, anno dopo anno, Lo ringraziamo. Di questa servitù che ci libera dal giogo del mondo, di queste regole che ci disappannano la mente, di questa matzà, questo pane azzimo, duro e spaccadenti, che nutre la nostra fede, mentre il mondo là fuori mangia pane morbido, pasta e focaccia lievitata per dodici ore. Leviamo il calice e Lo ringraziamo. Per averci insegnato a elaborare un pensiero diverso da ogni altra nazione, movimenti cerebrali in direzione opposta agli altri, bracciate indispensabili per nuotare controcorrente. Grazie a insegnamenti, a regole, a filosofie provenienti da Lui stesso, creatore dell’universo.

In ogni generazione dobbiamo sentirci come se stessimo uscendo dall’Egitto. Perché è in quel preciso momento che abbiamo capito in che pensieri, parole e azioni stia, la libertà, quella vera, del popolo ebraico.

 

 

Buona festa della Gheulà (libertà:))

Gheula Canarutto Nemni

goldfish jumping out of the water