Quando Noa era un’avvocatessa innamorata della propria terra…

bnot tzlafchadTzlafchad  muore nel deserto lasciando 5 figlie femmine. E nessun figlio maschio. Noa, Milca, Tirza, Machla e Chogla, questi erano i loro nomi. Nei 40 anni di pellegrinaggio nel deserto non si sentono molto. Anzi, per niente.

Poi, a un certo punto della storia, spunta la loro voce.

E non è un momento  qualsiasi.

È il momento precedente all’entrata in terra d’Israele, in cui la terra viene divisa.  Terra che spetta secondo la legge agli eredi maschi della famiglia. Terra che passerà di padre in figlio, come l’ebraismo che passerà di madre in figli. La legge era stata accettata da tutto il popolo senza riserve. Finché un intero nucleo famigliare al femminile si presenta da Mosè.

‘Nostro maestro, noi siamo cinque figlie. Non c’è nessun erede maschio nella nostra famiglia. Ma non per questo siamo pronte a rinunciare a una parte d’Israele. Possiamo ricevere noi la porzione di terra che spettava a nostro padre?’

Mosè rimane di stucco. La legge parla chiaro. Le donne non rientrano nell’asse ereditario. Eppure c’è qualcosa in quelle donne, nel loro amore così profondo verso la terra di Israele da farle sfidare il leader di un’intera nazione, qualcosa di così sacro e reverenziale, che Mosè dimentica quale dovrebbe essere la legge.

E si rivolge a D-o per sapere cosa fare in merito.

Hanno ragione le figlie di Tzlafchad, gli viene risposto.

Nel caso in cui non ci siano uomini, saranno le donne ad entrare nell’asse ereditario.

La legge arrivò in terra per merito loro, di queste cinque sorelle, donne tenaci convinte della proprie ragioni, che aprirono il varco a chiunque, nel corso del futuro, avrebbe creduto fermamente, con tutto se stesso, in qualcosa.

D-o non ha preparato una situazione perfetta.

Ma ha spianato il terreno perché tutto sia perfettibile per mano nostra. Basta osare il cambiamento.

Gheula Canarutto Nemni

 

Nessuna storia ebraica e’ solo una storia…

“Non so se ce la faccio. Potrebbe significare mettere in pericolo la mia vita. Sono più di trenta giorni che il re non mi chiama”. Dico al messaggero di portargli il messaggio. “Lo sai, la salvezza arriverà comunque. Che tu ti muova o no, che tu ti dia da fare o meno. Non si discute sul fatto che qualcosa accadrà. Bisogna solo capire attraverso chi questo avverrà”, mi riferisce il messaggero lasua risposta. Ripenso a tutti gli accadimenti che mi hanno portatafin qui. A quelle selezioni traumatiche che ho dovuto passare. Con quelle migliaia di donne che non vedevano l’ora di sedersi sul trono quando per me rappresentava l’ultimo dei miei desideri. Al re che, sorvolando lo sguardo sopra a tutte, l’ha posato proprio su di me, proclamandomi sua compagna di vita. I tasselli del passato si ricompongono davanti ai miei occhi in un quadro limpido. Io dovevo trovarmi qui, per fare questo lavoro su me stessa, in questo preciso momento. “Pregate e digiunate, non sarà facile fargli cambiare idea”. Dopo tre giorni mi accingo a varcare la soglia reale. Qualche metro mi separa da un ignoto destino. Probabilmente è per questo che sono venuta al mondo, per la possibilità di riaffermare, rischiando la mia stessa vita, che ogni cosa è guidata dall’Alto. 

Ora sono qui a mettere per iscritto tutta la vicenda. A raccomandare di trasmettere questa storia di generazione in generazione. Perché, ne sono sicura, purtroppo ce ne saranno ancora tanti di momenti come questo. In cui D-o si nasconderà dietro le quinte, in cui il Suo nome non comparirà in nessuna riga del racconto, in cui il buio si farà profondo e sembrerà non esserci una via di scampo. In cui ognuno penserà che tocca a qualcun altro. Non immergetevi nella pergamena ingiallita pensando che tutto questo appartenga solo al passato. D-o si nasconderà in molti momenti, perché vuole che ognuno di noi Lo vada a cercare. Ci fa credere che sia la natura a comandare, a dare vita a una concatenazione di eventi casuale. Vuole che siamo noi ad aprire il sipario su questi fenomeni e riconosciamo la Sua mano in ognuno di essi. In quel preciso istante ho capito che lo stravolgimento del destino di tutto il mio popolo sarebbe avvenuto con la preghiera e il digiuno, con la riaffermazione della presenza di D-o in ogni minimo dettaglio.  E tutto questo non sarebbe stato delegabile a nessuno. No, avrebbe dovuto partire, in primis, da me stessa. Non dimenticatelo. Siamo stati salvati infinite volte grazie a questo sforzo spirituale. E nessuno di noi può sapere se sarà proprio il suo primo passo a cambiare il finale dell’intera storia. 

 

Vostra Ester

 

Buon Purim!

Gheula Canarutto Nemni 



Dedicato alla protagonista della giornata europea della cultura ebraica di quest’anno. E di migliaia di altri anni.

marc chagallFiocco rosa sulla porta. E’ l’inizio di una nuova vita. La piccola creatura non indosserà i pantaloni, ma delle gonne a fiori. Non giocherà a calcio ma danzerà al ritmo dello Schiaccianoci, non lancerà macchinine sul tavolo appena apparecchiato ma vestirà bambole con pigiamini e cappelli. Non per questo però, non per questo suo essere diversa da quei nati sotto al segno del fiocco azzurro, che la nostra piccola principessa varrà di meno. Non per questo suo superare indenne l’ottavo giorno di nascita, per questo suo mancato affrontare il brit mila’, la circoncisione, che questo essere non potrà avere un impatto importante, enorme, sul destino di un’intera nazione. E’ attraverso questo fiocco rosa che il popolo potrà continuare il proprio cammino, è attraverso di lei che si trasmette l’appartenenza alla nazione, per via matriarcale. Sarà la sua attenzione al cibo che compra e cucina, a garantire che in casa si mangi come D-o comanda. Sarà la sua volontà di non interrompere la catena tramandata fino a lei, a farla immergere ogni mese nelle acque del Mikveh, la vasca piena di acqua piovana. Sarà il suo sogno di vedere intere generazioni seguire le orme dei propri avi, a farla pregare con gli occhi coperti e l’anima rivolta al proprio Creatore, davanti alle fiamme danzanti delle candele accese il venerdì sera. Sarà la sua radice spirituale elevata a renderla superiore al fiocco azzurro con cui molto la confronteranno. D-o l’ha creata in modo che non si perda mai d’animo, consapevole che non sarà certo quella gonna lunga a impedirle di saltare più in alto. Per merito delle donne giuste il popolo ebraico è stato tratto in salvo dall’Egitto. Per merito di quelle donne che risvegliavano i propri mariti quando rientravano stanchi dalla costruzione delle piramidi. Donne che ricordavano ai propri consorti il dovere di mandare avanti la nazione ebraica nonostante decreti crudeli ne minacciassero la sopravvivenza. Per merito di queste donne che non si persero mai d’animo e che nessuna difficoltà riuscì ad eroderne la fede, siamo ancora qui oggi. E per merito delle loro discendenti, della loro volontà, testardaggine, nel tramandare la Torà e le mizvot ai propri figli nonostante fuori si sia minacciati da ogni versante, che finalmente vedremo una luce, la Luce, alla fine di questo millenario tunnel.

 

 

Gheula Canarutto Nemni

In nome dei milioni di donne ebree di tutti i tempi

Un potere innegabile

wife crown of her husband

 

 

 

 

 

 

Tutto inizia con un sonno profondo e una costola sottratta. L’uomo si sveglia senza una parte di sé da cui ha preso vita la compagna dei suoi giorni futuri.  Solo allora, dopo che si trova sdoppiato, gli viene ricordato che, a un certo punto del cammino, dovrà lasciarsi alle spalle il passato e creare insieme alla propria metà, un comune destino. La storia continua con un uomo di nome Abramo, il primo a proclamare l’unicità di D-o nel mondo e con sua moglie Sarah, una donna il cui livello di profezia, così dicono gli stessi maestri, è di gran lunga superiore a quello del proprio compagno. Ad Abramo D-o dice “in tutto ciò che ti dirà Sarah, ascolta la sua voce”, perché Sarah si è impuntata. Ha percepito, più di suo marito, che Isacco con le sue qualità sarebbe diventato un degno patriarca. E che Ismaele, con la sua influenza negativa, va allontanato. Arriva Rebecca che senza alcun tentennamento devia le benedizioni da Esaù a Giacobbe, ritenendo quest’ultimo più degno di tramandare ogni morale ed insegnamento. Da quel figlio nasce Yehudà, il cui destino viene travolto da una donna di nome Tamar. Con un sigillo, una corda e un bastone, Tamar fa capire in maniera estremamente pudica ed elegante che è lui, Yehudà, il padre dei figli che aspetta. E lo risparmia dalla vergogna. Yehudà, colpito dalla grandezza, saggezza e lungimiranza della donna, sentenzia “ ha più ragione di me”, questa signora vede più lontano persino di un capo tribù.  Nove generazioni dopo, dalla loro unione, uscirà David, il re della nostra nazione. Shlomo, Salomone, il suo diretto discendente, proclamerà che “una donna di valore è la corona del marito”, ponendo una pietra miliare per il femminismo futuro.  Viene la halachà e sancisce: un figlio è ebreo solo se nato da madre ebrea. E ora, ditemi voi, chi ancora pensa che l’ebraismo non dia abbastanza spazio, importanza e protagonismo alle donne?

Gheula Canarutto Nemni

La mia libertà? La ritrovo nella famiglia e nelle tradizioni religiose

Stamattina ho aperto gli occhi e, come ogni giorno da quando ho imparato a parlare, ho ringraziato D-o per avermi dato una nuova opportunità di vita. Mi sono lavata e vestita. Una gonna di jeans che copre le ginocchia, una maglia bianca con la manica a tre quarti, un paio di orecchini di H&M. Ho percorso la tratta camera-cucina in punta di piedi. Come ogni madre nel mondo, godo di libertà vigilata. Da parte dei miei figli.

Come fai? Mi domandano donne che hanno optato per una vita priva di vincoli famigliari. Come farei senza, rispondo. Perché in questa vita delimitata dalle esigenze di altri essere umani, in questo rumore di sottofondo che si interrompe solo per qualche ora notturna, in questi chili di bucati e spaghetti da gestire ogni giorno, trovo rinnovata la mia libertà di donna.

Mentre tutto il mondo intorno prova a suggerirti percorsi di carriera e stipendi a cinque zeri e a convincerti che la libertà sta nel vivere una vita senza legami e obblighi famigliari, io la mia libertà la trovo qui. Nelle limitazioni che derivano dalla creazione e gestione di una famiglia.

Ho preso in mano il libro delle preghiere, approfittando della quiete prima della tempesta. Pronuncio le stesse frasi da circa trentacinque anni. A sei anni ho imparato a distinguere una alef da una beth. E a riversare il mio cuore a D-o con le stesse parole usate dagli ebrei portati in esilio da Gerusalemme a Roma nell’anno 70, scacciati dalla Spagna nel 1492, trasformati in fumo di ciminiera ad Aushwitz e Dachau. Mangio cibo kasher, come i miei antenati, rispetto lo shabat, venticinque ore di black out tecnologico in grado di riconnettermi a D-o e alla mia famiglia. Sono un piccolo anello di una lunghissima catena.

Sono una donna ebrea ortodossa. Dotata, secondo il Talmud, di una capacità intuitiva superiore all’uomo, un quid in più che fa trasmettere l’ebraismo solo per via matriarcale, che rende donne come Sarah, profetesse superiori al marito Abramo. Un’intelligenza esaltata dai rabbini che porta donne come Noa ad amare la terra di Israele a tal punto da farla diventare un’agguerrita avvocatessa della Bibbia. Un quid che fa tessere le lodi della donna al venerdì sera in un canto femminista pronunciato da milioni di uomini nello stesso momento. Cercare di osservare le leggi che D-o diede a Mosè più di tremila anni fa non è facile nel nostro mondo.

Come fai? Mi domandano persone che si tolgono decine di centimetri di indumenti appena il termometro sale sopra ai venti gradi, guardando le mie maniche lunghe con aria compassionevole. Come farei senza, rispondo.Perché in questo stile di vita che in ogni secondo ti richiede un esame di coscienza per diventare una persona migliore e i salti mortali per trovare una gonna che non sia troppo corta, in queste figure di donne che racconto ai miei figli (maschi e femmine) prima di andare a dormire, trovo rinnovata la mia libertà di essere umano.

Mentre tutto il mondo intorno prova a suggerirti di vivere una vita senza regole e limitazioni, io la mia libertà la ritrovo qui, nelle tradizioni religiose.

Nella lunghezza di una manica, nelle preghiere recitate dai miei figli prima di addentare un pezzo di cioccolato, nelle parole di Rabbi DovBer, un rabbino del 1800. «I cieli baciano la terra con i raggi del sole, la risvegliano con le gocce di poggia. Così impregnata, la terra dona la vita, la nutre, la sostiene. Le sfere spirituali più alte, i mondi degli angeli e delle anime, non posseggono questo potere, di dare vita dal nulla, di trasformare la morte in respiro. Perché la terra, nella sua essenza, va ben oltre i Cieli. I Cieli sono la luce di D-o. Ma la terra è un’estensione della Sua essenza primordiale. E proprio da questa essenza proviene il potere di generare l’esistenza. Questo è il motivo per il quale è l’uomo che va dietro alla donna e non viceversa. Perché l’anima dell’uomo va alla ricerca di ciò che gli manca, della vera essenza dell’esistenza. E sa che solo nella donna potrà trovare ciò che lui non possiede».

Gheula Canarutto Nemni

Pubblicato l’1 luglio 2013 su La 27 esima ora (Corriere della Sera)

http://27esimaora.corriere.it/articolo/la-mia-liberta-la-ritrovo-nella-famiglia-e-nelle-tradizioni-religiose/

Una nuova battaglia per Gheula: la verità sulle donne ortodosse (di Israele e del mondo)

barbra streisand 2

 

 

 

 

Il giovedì era il mio giorno da incubo, il giorno del tema. A 11 anni ti costringevano a soffermarti sulla vita, sulle frasi dei poeti, sui terremoti e a scrivere intere pagine di quaderno sviscerando ogni sillaba. Mi sedevo accanto a mia madre e insieme analizzavamo il titolo, cercando di capirne bene le parole e il senso. “Pregiudizio cosa vuol dire?” le domandai una volta mentre tiravo su con la forchetta l’ultimo spaghetto dal piatto. “Vuol dire che le persone ti giudicano senza sapere davvero chi sei. Pre vuol dire prima. E’ un giudizio che si forma in un momento sbagliato. Il giudizio dovrebbe formarsi sempre dopo. Dopo aver conosciuto, aver parlato, aver discusso. Mai prima, ricordatelo” Me lo ricordo ancora. Dopo trent’anni.

Oggi apro uno dei miei blog preferiti, la 27esima ora. E ci trovo un articolo di Cecilia Zecchinelli, Una nuova battaglia per Barbra: la parità per le donne ortodosse di Israele. Tags: battaglie, diritti umani, discriminazioni, tradizioni. «È sconfortante leggere di donne che in Israele sono costrette a sedersi in autobus sui sedili in fondo o sono colpite con sedie di metallo quando vogliono pregare pacificamente e legalmente. O ancora di donne che non possono cantare nelle cerimonie pubbliche», ha detto la star… Le parole di Barbra si riferiscono chiaramente agli ultraortodossi, gli “haredim” ovvero “coloro che tremano per il timore di Dio”, che respingono ogni modernità e continuano a vivere come nell’Europa dell’Est a fine Ottocento”, scrive la giornalista.

Forse non tutti hanno subito il trauma del tema del giovedì. Peccato. Perchè avrebbero imparato fin dalla quinta elementare a formulare un giudizio sulle persone solo dopo averle conosciute.

Io mi dichiaro una charedit, non “tremo per il timore di D-o” ma Lo temo, Lo amo e cerco di seguirne le leggi. Non vivo come a fine 1800. Uso macchina, Iphone (o Samsung a seconda di quello che mi lasciano bontà loro i miei figli), sto scrivendo da un Mac.

“Per le migliaia di donne haredim d’Israele invece il canto è un peccato, così come mostrare capelli, braccia e gambe, mentre non lo è – ad esempio ­– lavorare, visto che la stragrande maggioranza dei loro uomini si dedica solo alla preghiera e i sussidi pubblici spesso non bastano”

Io non mostro le braccia e le gambe, è vero. E lo faccio soprattutto perchè D-o mi chiede di farlo. Ma non ci vedo nessuna discriminazione, secondo il tag utilizzato dalla signora Zecchinelli. Ci  trovo un grande rispetto, per chi mi vede e mi giudica non in base a ciò che incontrano i sui occhi ma in base a quello che dico e che penso. Ci vedo un rispetto per le donne, che non vengono ridotte a oggetti ma rimangono dei soggetti.

Non indosso paramenti quando prego,(“paramenti sacri che i rabbini ultraortodossi limitano agli uomini”) ma non per questo mi sento figlia di un dio minore. D-o mi concede di avvicinarmi a Lui in ogni momento, senza talit, tfilin o segni che invece toccano agli uomini. Non li devo portare questi segni. Perchè sono superiore. Sono parte delle donne charediot, non charedim, come scrive la nostra giornalista. l’aggettivo si declina al femminile, le donne ebree sono fiere della propria femminilità.

“La condizione delle donne ultraortodosse non è un mistero per chi vive qui o conosce Israele” ma forse lo è per la nostra giornalista e per tutte quelle persone che immaginano un mondo e lo giudicano senza prendersi la briga di conoscerlo.

Noi siamo qui, dice Matteo Caccia nel suo programma di Radio24. Noi siamo qui, pronte a farci conoscere, a parlare, a spiegare il perchè di una manica lunga, di una gonna, di una preghiera con uomini e donne separati.

Noi siamo qui, se qualcuno vuole trasformare il proprio pre-giudizio in un post-giudizio.

Gheula Canarutto Nemni

una charedit milanese (di nascita)

p.s E chissà se un giorno la 27esima ora farà scrivere un articolo che parla di ebraismo a un’ebrea con i tags: battaglie, diritti umani, discriminazioni, tradizioni. Lì forse si potrà spiegare che da noi non c’è discriminazione, che i diritti umani vengono rispettati al di là della comune immaginazione, che le battaglie le facciamo solo per portare più luce in questo mondo e che tradizioni fanno rima con vere emancipazioni….

Sono una femminista non femminista

Sono una femminista. Antifemminista.

Credo nel diritto delle donne ad entrare in qualsiasi ruolo e posto e da lì dimostrare di avere talento. Non credo nelle quote rosa. Nel loro poter davvero cambiare qualcosa. Quei posti numerati e dedicati a poche donne che comunque, per potere sedere nei consigli di amministrazione fino a tarda notte probabilmente rinunceranno ad allattare i propri figli, se mai ne metteranno al mondo almeno uno.

Credo nella donna, così come è stata creata da D-o. Credo nel suo spirito battagliero ma pacifico, nella sua capacità di ottenere ciò che desidera con toni tenui, nel suo ruolo fondamentale per portare avanti la gente di domani.

Non credo nell’appiattimento della donna sul modello maschile. Nel suo indossare i pantaloni a tutti i costi per dimostrare di poter arrivare. Nel suo ragionare, vivere, lavorare come un uomo.

Credo nel sacrosanto diritto della donna a vivere una vota tranquilla. A non dovere temere di trovarsi per strada dopo le sette di sera, a non aprire il portone con le mani che tremano per la paura di ciò che aspetta davanti all’ascensore, a non soccombere davanti a un uomo solo perché è fisicamente più forte di lei.

Non credo nel diritto della televisione di mostrare le donne molto scoperte, nelle pubblicità di appiccicare alla donna il ruolo di adescatrice.

Credo nella donna in quanto tale. In quanto madre di famiglia, compagna di vita, figlia di genitori anziani, docente, dottoressa, professoressa, ricercatrice, scrittrice, giornalista, deputata. In quanto in grado di tenere in equilibrio persone e ruoli e ostentare fiori colorati in un vaso e un sorriso ammaliante sul viso.

Non sono una femminista, nel senso inteso dal mondo. Non per questo ritengo che il mio sia “un grido di battaglia al contrario, uno slogan negativo che si ritorce contro le stesse donne.” Credo semplicemente che il femminismo abbia preso una piega sbagliata, una strategia non sempre vincente.

Mi dichiaro non-femminista, ma non perché provengo da un ceto basso. Forse non farò parte di un’elite di intellettuali, ma sono laureata, ho un master e ho insegnato per anni in una delle università più prestigiose d’Italia. E, anche se non femminista, posso sottoscrivere e giurare di essermi formata in un ambiente stimolante e paritario, quello della mia famiglia, d’origine e che mi sono formata, in cui uomini e donne non sono giudicati in base alla M o alla F che segnano su moduli e questionari, ma in base al proprio talento, attitudini, capacità e ruoli che la natura (che mi ostino a chiamare D-o) dà ad ognuno.

In una cosa dò ragione a Sabina Sestu nel suo articolo su Giulia Giornaliste (http://giulia.globalist.it/Detail_News_Display?ID=56814&typeb=0&-Io-sono-femminile-non-femminista-)

Sono una donna che ha tanti figli, che ha provato con tutta se stessa a non mollare. Ma quando tento di fare sentire la mia voce a quei movimenti che si definiscono ‘femministi’, invece di solidarietà e aiuto trovo molta opposizione. Per questo “sento davvero lontano e ostile qualsiasi movimento femminista. Forse perché troppo teorico e slegato dalla loro realtà quotidiana, troppo intellettuale”, come dice Sabina Sestu. C’è troppa  autoreferenzialità. I movimenti femministi che vengono in aiuto solo delle proprie associate, iscritte, affiliate, mentalmente allineate, non sento che difendono me, donna e madre, ma solo se stessi.

 

Gheula Canarutto Nemni

http://www.nonsipuoaveretutto.com