Lettera a mio figlio. Da aprire il giorno dopo il matrimonio

Caro amore mio,

Quaranta giorni prima che l’anima scenda nel mondo una voce nei cieli dichiara: la figlia di questo è destinata al figlio di quest’altro. Ancora prima di diventare qualcuno, sei già stato destinato a qualcuno. A creazione quasi ultimata, D-o disse non è bene che l’uomo stia da solo, gli farò un aiuto adeguato a lui. La donna comparve nell’universo maschile. E da quel giorno, nessun respiro, nessun battito di cuore, sarebbe potuto venire al mondo senza la collaborazione di ish e isha, uomo e donna, esseri così diversi costretti a incontrarsi.

Caro amore, il giorno dopo il matrimonio non ci sarà solo la forma della tua testa sul cuscino in stanza. Parlerai e non sarà solo l’eco a ripetere le tue parole. Camminerai e non ci sarà solo il rumore dei tuoi passi sul terreno. Sorriderai e non sarà una lastra di vetro a restituirti il sorriso. Il giorno dopo il matrimonio un pensiero diverso dal tuo ti costringerà a uscire da te stesso, un altro paio di occhi ti insegnerà a guardare oltre il tuo raggio visivo, altri passi ti insegneranno a camminare a un ritmo diverso dal tuo. A volte dovrai rallentare, perché lei sarà rimasta indietro, altre volte dovrai accelerare perché lei sarà già più avanti. Il giorno dopo il matrimonio, quando le luci si saranno spente e i fiori inizieranno ad appassire, quando il vestito bianco sarà tutto sgualcito e macchiato e le tue scarpe sporche e consumate dai balli, quando le celebrazioni saranno finite, lì inizierà la vera celebrazione, quella della vita. Di un domani che è possibile solo se uomo e donna procedono insieme, adattandosi l’uno al respiro dell’altro, di un futuro che esiste solo perché due persone così diverse riescono a uscire dai propri binari individuali e a costruire insieme un percorso comune. Caro Amore, il giorno dopo il matrimonio vi ritroverete voi due soli. Dovrai imparare a stare zitto quando avrai voglia di parlare, a parlare quando vorresti riposare. Dovrai assaggiare nuovi gusti, fingendo di apprezzarli quando proprio non ti piacciono. Dovrai sorridere a battute che non capirai, dovrai uscire quando sarai stanco e stare a casa quando magari avresti voluto uscire. Dovrai lavorare su te stesso, cambiare, modificare le tue abitudini, abbassarti, innalzarti, adeguarti a chi ti sta accanto. Questa è la condizione che D-o ha posto per perpetrare il genere umano. Uscire dal proprio io, dalla propria esistenza tranquilla e crescere insieme alla metà dell’anima che ci completa.

Auguri amore mio, che insieme possiate dare vita ad una costruzione eterna.

La tua mamma

Gheula Canarutto Nemni

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Piccolo grande uomo, ogni giorno e’ una pagina bianca da scrivere con frasi solo migliori…

Caro Dan,  Quando un’anima si stacca dal cielo e arriva in terra, è perchè ha una missione da compiere.

Nessuno di noi sa in cosa consista, tutti però veniamo qui con un pacchetto di mezzi in dotazione.

Perchè solo così potremo portare a termine il nostro compito. 

Se aprirai il tuo pacchetto ci troverai delle cose straordinarie, armi speciali con cui potrai cambiare giorno dopo giorno, il mondo. 

Ci troverai la tradizione, lenti attraverso le quali guardare ciò che ti circonda in maniera diversa dagli altri

Ci potrai trovare la gioia., grazie alla quale continuerai sempre a ballare

La fede,, forza interiore a cui attingere in tempi felici ma anche in quelli duri. E che non dovrai mai smettere di alimentare. 

Ci troverai l’amore, un muro che ti proteggerà dal mondo là fuori, gli affetti, una delle poche risorse per le quali il ritorno sull’investimento è assicurato 

Troverai la caparbia, la testardaggine, quel rifiuto assoluto di arrendersi di fronte agli ostacoli e alle difficoltà. Linea che trasforma pochi uomini in eroi assoluti. 

L’orgoglio di essere ebreo, anello di congiunzione tra il passato e il futuro di una nazione.

La curiosità, che ti farà cercare di indovinare cosa si trova al di là del sipario, nelle sfere celesti, nei libri mai letti.

Il canto, la musica, penna dell’anima con cui raccontare senza parole.

Troverai le lacrime, gocce salate che ti faranno fermare a riflettere.

Incontrerai delle guide, persone speciali che D-o ha mandato in terra per farci da faro. Per illuminare il sentiero nel quale camminiamo, per non farci perdere al buio. 

I tuoi maestri, uomini che dedicheranno la vita per insegnarti le cose importanti.

Ci troverai fratelli, sorelle, nipoti, cugini. Cuori con cui condividere momenti banali di vita. Ma anche queli difficili. E soprattutto quelli speciali.

Ci troverai i nonni e le nonne, rifugio caldo e sicuro con cibo e amore compresi nel prezzo.  

Ci saranno mamma, papà, due esseri che non hanno ricevuto nessun manuale di istruzione insieme al bebè che hanno messo al mondo. Individui che ti ameranno oltre a se stessi, che dedicheranno ogni loro minuto per vederti crescere nella strada giusta

Ci troverai la preghiera, quella capacità e possibilità straordinaria di connetterti con il Tuo Creatore.

Ci troverai gli ostacoli, le difficoltà. Per superarli cambia loro nome. Chiamali sfide, perchè solo così troverai la soluzione.

Amore mio, hai già tagliato un importante traguardo. Da questo momento in avanti sarai parte di un minyan, verrai contato nell’universo dei grandi. 

Sarai responsabile per i tuoi pensieri, parole ed azioni. 

Guardati indietro solo per imparare dai tuoi errori, ma poi procedi guardando sempre in avanti. 

Ogni giorno è una pagina bianca da scrivere con frasi solo migliori.

Piccolo grande amore, auguri, Mazal tov. 

E che la benedizione del Cielo accompagni  ogni tuo passo.

 Con infinito amore, 

Mamma 

Gheula Canarutto Nemni 

Il fertility day della Shoà

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Correva l’anno 1944. Fela Herling si trovava tra i pochi ancora in vita, nel campo di concentramento di Buchenwald. Separata dal marito un mese prima, come ultimo atto d’amore (miracolosamente sopravvivranno entrambi), avevano concepito un figlio. Quando si accorse di essere in gravidanza, Fela si vide passare davanti tutte le scene di cui non avrebbe mai voluto essere la protagonista.

Essere un neonato o una donna in gravidanza nei campi di concentramento significava spalancare la porta all’angelo della morte. Fela però decise di sfidare la storia. E di tenere il figlio. Riuscí a nascondere il proprio stato fino alla fine. E, miracolosamente, diede alla luce un maschio. Simcha, che in ebraico significa gioia. Fela aveva deciso di dare vita alla vita in un mondo dove regnava la morte.
In questi giorni del 2016, comodi nei nostri salotti, discutiamo del Fertility day.

Di una campagna voluta dal ministero per riempire gli asili e, come ci insegnano gli economisti, per permettere almeno l’equilibrio tra le entrate e le uscite pensionistiche.

Cosa comporti davvero mettere al mondo un figlio, lo si scopre solo quando non si dorme per tre mesi di seguito.

La vita invita ad accantonare le proprie esigenze, a ridimensionare i propri sogni, ad abbracciarne di nuovi che non da sempre ci appartengono. Quando si mette al mondo un figlio si supera la barriera che delimita il confine individuale di ogni persona. E si scopre la capacità di andare oltre a se stessi.

A raccontare le difficoltà che le donne affrontano in italia ogni volta che solo osano sognare una gravidanza, ci impiegheremmo interi mesi.

Migliaia di pagine si potrebbero riempire con le esperienze di chi è stato messo da parte al rientro dopo la maternità, di chi è stato costretto a ripensare alla propria carriera.

Sussidi dello stato, leggi ad hoc, agevolazioni e rispetto per chi svolge ogni giorno il lavoro di madre, renderebbero il nostro compito molto più facile.

Ma niente giustifica il tirarsi indietro.

Ci sono coppie che mettono al mondo figli con il solo amore e la voglia di dare, come ricchezza iniziale.

Nonostante l’assenza di regole, nonostante la carriera messa a rischio, nonostante la derisione di colleghi e l’ostracismo di quelle donne che per la carriera hanno rinunciato a venire svegliate durante la notte da un pianto assordante di un neonato affamato.

Il 23 marzo 1945 un neonato di nome Simcha apri’ gli occhi in un campo di concentramento. Grazie a una madre che non pensò a nulla, se non all’amore e all’infinito.

Non è mai il momento giusto della vita per mettere al mondo un figlio. Manca sempre qualcosa. Uno o due zeri in più nel conto corrente, il forno a microonde, la posizione ideale nel mondo professionale.

Eppure Fela non ci pensó due volte.

Se dobbiamo proprio celebrarlo il Fertility day, facciamolo il 23 marzo, il giorno in cui Fela ci insegnò il coraggio di mettere al mondo un figlio. Nonostante tutto.

Gheula Canarutto Nemni

Nostalgia di una figlia

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Stanotte eravamo davanti alla lapide di Leon da Modena, stavamo leggendo i versi che venivano alla luce via via che grattavamo dalla superficie di marmo le incrostazioni del tempo.

Cercavamo di dare un senso ai simboli, di attribuire un significato alle righe e alle rime, di restituire respiro al suono delle parole antiche che rimbombavano nel buio della casa della vita, come si chiama in ebraico il posto del riposo eterno.

A un certo punto mi hai guardato e mi hai detto: assomigli alla mamma, ma i tuoi occhi sono esattamente come i miei.

Mi sono guardata allo specchio e ho pensato che sì, lo avevo sempre saputo, eppure non ci avevo mai davvero pensato. Gli occhi sono lo specchio dell’anima e in quello specchio avrei dovuto sempre vedere anche una parte di te.

Quello spirito combattente contro chi voleva farci sparire dal mondo, contro l’oblio del tempo, contro i colori che sbiadiscono e che tu cercavi di fermare su una pellicola Agfa da 400 asa.

Ogni volta che mi fermo a pensare da quanti giorni non riesco più a vederti con gli occhi del corpo e da quanti mesi devo immaginarti con gli occhi della mente, da quante notti ti devo sognare, come la scorsa notte, per poterti parlare, non riesco a crederci. Che siano passati così tanti anni dal nostro ultimo abbraccio.

Ma io lo so che ti afferro ad ogni mio passo,

quando racconto di Torah,

di ebrei,

quando parlo di D-o,

di miracoli nascosti nella natura,

di orgoglio ebraico e fede.

E ti ritrovo li’, nascosto tra le righe,

una testa che spunta tra la gente.

Ti voglio bene papi, ma Lassù, dove stai godendo della pura presenza divina, della luce trascendente con i giusti di ogni luogo e tempo, ogni cosa è risaputa. Anche il mio amore infinito per te.

Che la tua anima  rimanga sempre attaccata alla vita

Tua Gheula

 

Canarutto

 

Nemni

Cronaca di una preghiera ascoltata, dietro le quinte della presentazione del libro

autografiSono uscita di casa pronunciando una preghiera. D-o fai che l’atmosfera stasera sia come quella che c’è intorno al tavolo del venerdì sera. Mentre le candele si muovono al ritmo delle nostre melodie e il profumo delle challot riempie l’androne stuzzicando il palato dei vicini di casa.   Fai che le persone respirino un’aria di valori, di buone intenzioni, di innovazioni, di un ebraismo diverso, orientato al presente e al futuro e non solo con lo sguardo rivolto al passato.

Non ricordo molto. Sono fatta così. Quando c’è un evento che mi coinvolge, il giorno dopo non ricordo quasi nulla. Mi rimane solo addosso un alone, una infinitesima sensazione. Anche stavolta è andata così. E nel cuore mi è rimasto quel sentimento di pace interiore, di benessere dell’anima, di avercela fatta, grazie all’aiuto di D-o,  mirando al cuore della gente, ad arrivare a toccarlo profondamente.

C’erano tante persone, non le abbiamo contate. C’erano amici, amiche, persone mai viste prima, giornalisti, scrittori, un melting pot di culture, professionalità, età e sesso.

C’erano ebrei laici e ebrei osservanti, non ebrei che si definivano cattolici praticanti e non ebrei atei o agnostici. Un campionario umano meraviglioso, ognuno con il suo background e probabilmente un fine diverso per cui si è preso la briga di attraversare la città grondando di sudore alle sei di sera, di prendere un treno, da un’altra città d’Italia (una signora di Torino che mi ha fatto salire le lacrime agli occhi), di uscire dal lavoro due ore prima per venire a sentire la nostra serata.

Lentamente su questo canale racconterò cosa è venuto fuori. E’ troppo per essere condensato in un’unica sessione.

Qui voglio iniziare a ringraziare.

D-o, che mi ha concesso l’opportunità di iniziare dal basso, incontrando ogni potenziale lettore, inventando cento dediche diverse per ogni acquirente del libro e ha esaudito le mie preghiere al di là delle mie stesse aspettative.

Il Rebbe, al quale ho domandato una brachà prima di uscire di casa. Gli ho domandato di farmi continuare il suo lavoro, di riuscire a diffondere l’ebraismo là dove ancora non è arrivato.

Marina (Gersony) che ha avuto la pazienza di sopportare i miei sbalzi d’umore (Marina, sfonderemo i mondi. Marina, non facciamo più niente), i miei desideri di stampa, giornalisti, scrittori e premi Nobel, fermando la gente per strada, distribuendo inviti ai suoi condomini, bombardando di email le personalità più famose.

Francesca (Amè) che ha un sorriso contagioso e la capacità di fare sembrare semplice la cosa più complessa del mondo. Una donna che si sveglia come me alle sei del mattino e addirittura corre al parco (mentre io me ne sto in camera mia su un comodo materassino) e può rileggere alla sera il proprio nome sulle testate più famose d’Italia. E con tutto questo, ha accettato di venire a parlare della storia di Deb e delle sue sfide quotidiane in un mondo che non la capisce molto.

Daniela Cattaneo Diaz, che pur non avendomi mai vista prima, ha optato per puntare sulla mia storia e le mie visioni. Si è cuccata un’intera famiglia di uomini che non le stringeva la mano e 10 scatoloni colmi di libri dalle tre del pomeriggio. Una generosità rara e preziosa che mi è rimasta nel cuore.

Giuseppe Zanotti. E la sua capacità di raccontare sogni realizzati, visioni incondizionate, insieme con sentimenti semplici e racconti di un passato famigliare che tocca le corde più profonde del cuore.

I miei figli. Che si sono messi a custodia dei libri, vigilando che nessuno se li portasse a casa senza permesso. E a mezzanotte, dopo la presentazione, mi hanno abbracciato dicendomi: “Mami, era stupendo”

Mio marito. Segue vignetta “Senza parole”

I Miei figli…

Adoro quando i miei figli stanno insieme. Radunati intorno a un tavolo, seduti sul divano, accovacciati per terra a chiacchierare fino a tardi. Mi riempie il cuore quando cala la notte e tutti dovrebbero essere nel proprio letto, sentire  i loro sussurri attraversare l’aria mentre pensano che nessuno li stia intercettando. Mi piace vederli camminare mano nella mano, mentre cercano di indovinare quale direzione prendere e poi guardarli procedere spediti verso la meta senza farsi distrarre da chi gli sta intorno. Li guardo sperando che nessuno faccia caso a questo loro grande amore. A questo affetto primordiale che li lega al di là dei vincoli di parentela. E che li rende in grado di creare una catena di solidarietà e aiuto appena sentono che un fratello o una sorella è in difficoltà. Quando questa armonia si rompe, per me è un’indicibile sofferenza. Li osservo mentre strillano uno addosso all’altro, con una voce che non ricordavo di avere loro creato. Assorbo in silenzio i colpi che provengono dalle loro futili discussioni, che annebbiano l’indissolubilità del loro legame, rendendolo più un sentiero minato che un armonico campo, come ho sempre sperato. Mi nascondo dietro le quinte perché non mi piace vederli combattersi in questo modo. Sono tutti figli miei, li ho allevati con lo stesso amore. Eppure sembrano dimenticarsene quando interessi, capitali, potere, idee politiche e tutte quelle cose che la vita spaccia come importanti, prendono il sopravvento rispetto familyal comune percorso. E’ per questo che ogni tanto soffio dall’alto un vento silenzioso, facendo volare cappelli, etichette, titoli e appartenenze. Il mondo li guarda e li riconosce per quello che sono. I miei figli. E quando da fuori qualcuno ricorda loro da dove provengono, l’unicità di quell’origine e cammino solitario, ecco che per incanto, anche loro se ne rendono conto. E nell’abbraccio che si dedicano l’un l’altro, nel  recuperare quel senso di famiglia e di appartenenza, nella capacità di ricominciare a volersi bene al di là di confini e bandiere, lì ritrovo i miei veri figli. I figli del mio popolo.

Gheula Canarutto Nemni