Perché noi madri italiane spingiamo i nostri figli a lasciare l’Italia

Chiudo la porta dietro di me. Dall’altra parte mio figlio, 23 anni.

Penso a quando era piccolo, a come ho lottato per tenerlo accanto alla famiglia in tutti questi anni.

Penso alle sue parole mentre prepara la valigia ‘mamma, qui in Italia per noi non c’è futuro’.

Immaginavo di avanzare negli anni e trovarmi accanto figli, figli di figli, un tavolo grande in cui le sedie non sarebbero mai state abbastanza.

Mi ritrovo a cercare le offerte per i voli per andare a vederli nel paese dove hanno intravisto possibilità che sul suolo natio non hanno più.

L’Italia sta tradendo i suoi figli, sta tradendo anche i miei, di figli.

Il nostro paese sta abbandonando chi vuole darsi da fare, castigando chi osa buttarsi in un’impresa diversa.

L’Italia punisce chi riesce, nonostante tutto, a produrre valore.

Trattiene l’Iva a chi va a credito, tiene in ostaggio i profitti sudati con coraggio e fatica.

Rende le pratiche così complicate che ci vogliono almeno tre commercialisti prima di capire quante tasse dovresti pagare.

E soprattutto l’Italia non premia.

Non premia chi ha talento, ingegno, chi osa pensare sopra alle righe.

Non ringrazia chi si mette dietro a un microscopio per cercare di capire il nesso tra un Dna impazzito e un tumore raro. Dovrebbe essere il ricercatore a ringraziare se l’istituto dove fa ricerca, bontà sua, lo paga il minimo per arrivare a fine mese.

Nel resto del mondo il progresso cammina inesorabile facendo vincere premi agli italiani che hanno avuto la preveggenza di fare valigia e guardare al nostro paese solo come meta di vacanza e di svago.

In Italia chi sta fermo avanza lentamente e chi si muove viene sbattuto all’inizio della corsa con la speranza che si stanchi di correre.

E’ così triste dovere dire addio ai tuoi figli, salutare i tuoi nipoti solo attraverso un cellulare.

E’ terribile vedere la casa svuotarsi e sapere che, se sei fortunato, si riempirà per le feste.

Ti senti impotente davanti a un paese che, pur di non permettere alle nuove generazioni di minacciare l’inamovibilità delle vecchie, lascia scappare  in silenzio talenti e potenziali.

Ma non c’è altro da fare che asciugarsi le lacrime e augurare ai nostri figli che arrivino in paesi dove possano crescere, spaziare, inventare.

Che arrivino in posti dove le domande non rischino di minare l’autorità del docente, dove la loro curiosità venga accolta con soddisfazione da chi l’ha risvegliata e non con stizza perché disturba il ritmo della lezione.

Chiudo la porta dietro di me.

Dall’altra parte mia figlia, 21 anni. Anche lei sta partendo.

Prego che a destinazione trovi un sistema che premia il merito, una società dove la capacità di un individuo sia vista come un punto di forza e non una minaccia per chi è già arrivato.

Lo so, nessun posto là fuori, è davvero perfetto.

Sicuramente anche lì, dove stanno andando, troveranno ostacoli da superare.

Ma non sono gli ostacoli, cara Italia, che mi fanno paura.

Sono queste mura innalzate dal mondo del lavoro, sono le persone che gridano a chi vuole tentare una nuova strada: noi qui spingiamo solo slitte già in discesa.

C’era una volta un’Italia creativa dove la gente si  muoveva al ritmo delle nuove idee che balenavano in testa. C’era una volta un’Italia che osava, che si rimetteva in gioco per inventarsi un domani diverso.

«A volte la gente mi chiede: “Qual è il più grande risultato che hai raggiunto nella tua vita o che raggiungerai in futuro?” Io rispondo citando il grande pittore Mordecai Ardon, che diceva: “Il quadro che disegnerò domani”. È anche la mia risposta», così ha detto Shimon Peres.

Prego che i miei figli trovino un terreno che accolga il cavalletto con la loro tela e che possano dare vita al quadro che hanno da sempre sognato senza temere che qualcuno dica: hai usato i colori sbagliati.

Gheula Canarutto Nemni

Mi dò da fare per il futuro del mondo…

bambini carrozzineQuando lo diciamo noi, umili donne talvolta lavoratrici. Quando alziamo la testa per esprimere la nostra opinione al riguardo. Quando ci capita di intervenire per dire la nostra sul tema. Quando tutti la pensano diversamente da noi e ci batte il cuore all’impazzata a prendere in mano quel microfono. Quando ti guardano con aria mista di compassione e pietà perché le ruote della carrozzina che spingi sono così consumate da dimostrare altri abitanti prima di questo. Tu ti domandi. Ma sono l’unica a pensarla così? A credere che se non si cambia il modo di correre e vivere, questo mondo tra qualche decennio sarà ridotto a un unico grande ospizio universale? Sono la sola (con pochissime eccezioni) a cercare di combattere perché alla domanda “che lavoro fai?” si possa rispondere “la madre” con lo stesso gusto e orgoglio che si può avere nel rispondere “l’ingegnere aerospaziale” o “il neurochirurgo”? La maggior parte delle volte sì. Siamo sole. Un esercito sparute di donne che forse molti pensano non ce l’abbiano fatta  a fare nient’altro che le madri e per questo cercano di ricordare al mondo più volte al giorno l’importanza della propria funzione, del proprio ruolo nella storia del futuro. Ma poi apri per caso il Corriere della Sera di qualche giorno prima. I bambini si sa, non concedono molto tempo per dedicarsi alle letture del giorno stesso. E lì, tra notizie di cronaca e fallimenti politici, trovi un’intervista a un uomo famoso, a un medico ammirato e stimato. Un articolo in cui si parla del calo della fertilità maschile. Causata, così spiega il famoso medico, dall’annullamento sempre più forte, della differenza tra i generi. “La donna oggi deve sviluppare aggressività, fare carriera, comandare persone, competere con gli uomini” e questo attenua “la polarità che è all’origine del fenomeno dell’attrazione in natura. I poli opposti si attraggono, quelli uguali si respingono.” Il dottore non se la sente di proporre come soluzione un ritorno al passato, a una ridefinizione dei ruoli. Demanda alla scienza il ruolo di sostituto dei fenomeni naturali. La fecondazione assistita è un ottimo rimedio a tutto ciò, dice. Solo alla fine si sbilancia e il sapore delle buone tradizioni ricompare magicamente. I politici facciano leggi che aiutano i giovani a procreare. Altrimenti si rischia un futuro senza bambini. Grazie dott. Umberto Veronesi. Per qualche minuto mi sono sentita indispensabile per il futuro come uno dei suoi ricercatori.

Gheula Canarutto Nemni

Un regalo scontato (?)

Past_Present_FutureHai tre opzioni ogni giorno. Tre svincoli su cui deviare il tuo ritmo di vita e da lì procedere verso il tuo obiettivo. Puoi camminare guardando sempre all’indietro. Rivolgere gli occhi verso il passato remoto, prossimo o l’imperfetto. Puoi sospirare ogni secondo pensando ai bei tempi che furono. A ciò che non hai, a ciò che non senti, a ciò che non vedi, più. Puoi rimpiangere sentimenti e emozioni, albe e tramonti, lune piene e solstizi. Puoi vivere nel ricordo perenne di ciò che ormai è svanito e continuare a constatare che nulla è più come prima. Oppure puoi svegliarti con il pensiero che domani sarà sicuramente diverso. Che il cielo del mese prossimo sarà più azzurro di quello di oggi, che i bambini saranno più gestibili tra qualche anno, che il paese dove un giorno andrai a vivere non avrà nulla in comune con lo sfacelo che ti sta intorno. Puoi sognare conti correnti con molti più zeri di quelli che possiedi, metri quadrati in cui ti perderesti per ritrovare la tua stanza da letto, cibi raffinati che finora non hai mai assaggiato. Oppure puoi svegliarti al suono della tua sveglia e ringraziare D-o per quello che, oggi, possiedi. Per quelle voci che, al di là della tua porta, reclamano un biberon, una tazza di latte e cereali, l’attenzione di un genitore distratto. Puoi guardare con occhi nuovi tutto quello che già ti sta intorno e che magari, per il tuo vicino, è parte di un lontano passato, di un futuro ancora non arrivato, di un sogno mai realizzato. Puoi inspirare l’aria che ti circonda, la preziosità di un istante, la fugacità di un attimo, il regalo che ti è stato appena fatto. Quella manciata di secondi che stanno proprio ora trascorrendo, che costituiscono il tuo presente, rendendolo così poco afferrabile e impalpabile. Se non ora quando, diceva Hillel il saggio qualche migliaio di anni orsono. Sapendo che la difficoltà  di apprezzamento del momento sarà scritta nel Dna dell’uomo  per ancora lunghissimo tempo.