Roberto Saviano e il cecchino israeliano

Roberto Saviano,

Il mestiere del giornalista è un mestiere importante, difficile e colmo di effetti collaterali.

Una fotografia di una modella ritoccata potrebbe portare una bambina di 13 anni a suicidarsi perché troppo grassa, un titolo imparziale potrebbe spostare l’ago della bilancia delle elezioni.

Un tweet senza previa informazione, ma pensato forse per avere tante condivisioni, può diventare un’arma in mano a dei giustificatori di assassini.

Quando un giornalista del tuo calibro scrive, sa di essere letto. E molto.

Sa di potere influenzare il pensiero di tanti.

Sa che i suoi lettori immaginano che la verità sia stata appurata a priori.

Quando hai twittato sul video dei soldati israeliani che commentano sul palestinese a cui viene sparato al confine, quanto tempo hai dedicato per approfondire la notizia prima di trasformarla in un insieme di parole fazioso?

Quante fonti hai consultato per capire quando si fosse svolta la vicenda e in che modalità? Perché il tutto è accaduto a fine dicembre 2017 e non negli ultimi giorni.

Sei sicuro che chi sta esultando nel video sia chi sta sparando per difendere il proprio paese? Perché chi sta sparando si trova altrove e chi sta facendo le riprese sta solo monitorando il campo.

Hai sentito nel video i ragazzi dire: ‘c’è un bambino accanto a lui, non può sparare’? Perché i soldati israeliani anche se trovano di fronte a loro il terrorista più ricercato al mondo, non prenderebbero il rischio di ferire un bambino che gli sta accanto.

Hai indagato sull’identità della persona a cui stanno sparando? Sai che gli e’ stato sparato alle gambe solo per neutralizzarlo?

Per essere un giornalista che contribuisce a migliorare il nostro mondo non basta coprirsi la bocca per condannare l’uso dei gas in Siria. I gesti simbolici costano poco e fanno tanto effetto mediatico.

Un giornalista dovrebbe fornire commenti su fatti esistenti, la sua indignazione rivolta ad eventi deplorevoli realmente accaduti.

Il giornalista è la lente attraverso la quale i lettori decifrano il mondo.

‘Se qualcuno di voi vorrà fare questo mestiere, sfuggite alla tentazione dello scoop. Ricordate che esso è la scorciatoia dei somari. Se volete fare questo mestiere, ricordatevelo bene. È un mestiere che richiede molta umiltà, molta e il protagonismo è in contrasto con questa legge fondamentale’, disse Indro Montanelli nella sua ultima lezione di giornalismo.

Gheula Canarutto Nemni

Noi sottoscritti Vauro, Boldrini, Papa Francesco, insieme con i giornalisti dell’Ansa, ci impegniamo a commemorare gli ebrei e a rispettarne la memoria

A noi gli ebrei piacciono così.

Ci piacciono dietro i cartelli ‘il lavoro rende liberi’, con addosso solo la pelle.

Ci piacciono mucchi di cadaveri esposti alla neve e al vento finché qualcuno verrà a fotografarli per dire che si’, è stato davvero.

A noi gli ebrei piacciono con gli sguardi impauriti in bianco e nero, esseri indifesi portati alla morte davanti ai sorrisi degli indifferenti.

Ci piace commemorarli questi ebrei, ci piace aprire musei con i loro oggetti rituali conservati a dovere.

A noi gli ebrei piacciono quando stanno zitti, quando viene tolto loro il diritto di parola. Ci piacciono quando i fucili sono puntati verso di loro. Ci piacciono prostrati a terra, espropriati, espatriati, deportati, massacrati. Ci piace averne pena.

Invece questi ebrei hanno alzato la cresta.

Osano impugnare le armi per difendere la loro terra, quel fazzoletto che l’Onu ha pensato di concedere loro come rifugio dopo che sei milioni di loro erano stati trucidati nei nostri stati, nel nostro continente, nel nostro mondo, con l’aiuto della nostro silenzio e della nostra indifferenza.

Parlano, discutono, controbattono persino, questi discendenti di Abramo.

Hanno addestrato i loro figli a non farsi più portare come bestie al macello.

Hanno insegnato il diritto alla vita anche degli ebrei, nonostante gli sia stato negato per secoli e secoli.

Ma chi si credono di essere per definire terrorista chi imbraccia mitragliatrici per falciarli nei bar, nei ristoranti, chi si imbottisce di tritolo e di chiodi per continuare il lavoro dell’inquisizione, dei progrom, dei nazisti?

Questi ebrei così presuntuosi da arrogarsi il diritto di vivere nel proprio stato.

Rinuncino a quelle terre contese e vegano da noi.

Non possiamo certo assicurare loro una vita serena, magari permetteremo pure che li uccidano ogni tanto davanti alle loro scuole, chiuderemo gli occhi davanti alle loro nonne pugnalate in casa , ai loro giovani uccisi mentre fanno la spesa.

Ma noi, noi idealisti, pacifisti, noi sottoscritti

Papa,

Vauro,

Boldrini,

Erdogan,

giornalisti dell’Ansa e delle Iene.

Noi, gli ebrei, li commemoreremo sempre con estremo rispetto.

Noi per gli ebrei avremo un occhio così di riguardo, ci concentreremo così tanto su di loro, da dimenticare le stragi di siriani, di curdi, ci focalizzeremo così tanto sul popolo ebraico da concedere a Erdogan la parola sui diritti dell’uomo mentre li starà lui stesso violando dietro a casa nostra.

Dedicheremo in ricordo degli ebrei una targa, un giardino, un bell’articolo una volta all’anno, delle pietre d’inciampo, una vignetta satirica.

Né dal tuo miele ne’ dal tuo pungiglione, disse Giacobbe a Esaù quando si ritrovarono dopo molti anni.

Shalom, chi usa la parola pace, chi ci crede davvero, deve essere shalem, intero, coerente.

Pretendete dagli altri ciò che pretendete dagli ebrei.

Applicate gli stessi criteri umanitari, la stessa etica e la stessa morale a tutta l’umanità, ebrei e non ebrei, in maniera obiettivamente indistinta.

Allora ci sarà Shalom davvero.

Gheula Canarutto Nemni

Lettera aperta a Noa, a Naomi Wolf e a tutti quelli che parlano a nome mio

corriere-della-seraLettera aperta a Noa, a Naomi Wolf e a tutti quelli che parlano a nome mio

Venerdì 25 luglio il Corriere della Sera ha pubblicato una lettera di Noa, la cantante israeliana. Canto e piango per i due popoli. Un’altra strada c’è: tendere la mano ai moderati. Pochi giorni dopo l’intervista di Alessandra Farkas a Naomi Wolf, dal titolo Tocca a noi ebrei all’estero schierarsi.
Bene, oggi tocca a me. Non so se il Corriere della Sera mi darà spazio. Non ho una bella voce e non ho mai fatto parte di nessuna amministrazione americana. Però sono un’ebrea. E per di più italiana. E di voci ebraiche italiane durante questo periodo se ne sono sentite davvero poche.

Più volte ho scritto al Direttore. Non mi ha mai risposto. Fa niente. Conosco la forza del web. Che spesso  stravolge anche i numeri della carta stampata. La libertà di parola, la possibilità di fare sentire anche la mia voce, me la creo da sola.

Gentili Noa, Naomi Wolf e tutti quelli che parlano a nome mio

da settimane è in atto un conflitto senza precedenti.  Ci sono missili sparati nei cieli israeliani con lo scopo di uccidere civili, donne e bambini, mentre dormono, cogliendoli nel sonno notturno. Ci sono tunnel che sfociano dentro a sale da pranzo in cui intere famiglie stanno sedute ogni giorno, tunnel da cui avrebbero dovuto sbucare terroristi assetati di sangue ebraico per uccidere più israeliani possibile. Siamo in Israele.

Ci sono razzi sparati da bambini, mitragliatrici impugnate da esseri poco più alti delle armi che imbracciano, ci sono creature di pochi anni che invece di venire vestite per andare a scuola vengono bardate a festa con cinture esplosive. Ci sono neonati che vengono imbottiti di tritolo con lo scopo di attirare, attraverso il proprio pianto, i soldati israeliani. Neonati che vengono fatti esplodere per poter trascinare con sé il nemico. Ci sono membri di organizzazioni che seminano terrore, che impiccano e fucilano chi osa ribellarsi alle regole degli assassini, che usano bambini per farsi scudo e potere diffondere le fotografie a chi non si farà troppe domande.Ci sono ambulanze in cui vengono nascosti kamikaze pronti al suicidio, ci sono campus estivi in cui i bambini imparano l’arte della guerra come noi in Italia impariamo a dipingere e suonare. Ci sono ospedali e scuole in cui si trovano arsenali in grado di fare proseguire la guerra per interi anni. Ci sono giornalisti minacciati di morte se racconteranno ciò che vedono al mondo. C’è un manuale con un insieme di regole ben chiaro per i  reporter che vogliono raccontare cosa succede a Gaza. Siamo a Gaza.

Ci sono asfalti divelti, macchine distrutte, sinagoghe assediate, bandiere di Israele bruciate ed ebrei tenuti in ostaggio. Siamo a Parigi. Non a Gaza.

Ci sono cori di ‘morte agli ebrei’ per le strade, minacce di morte a un giornalista che porta un cognome semita, atti vandalici in luoghi di culto ebraici. Siamo a Miami. Non a Gaza.

Ci sono imam che inneggiano all’uccisione degli ebrei, ovunque si trovino.  Siamo a San Donà di Piave. Siamo in Italia. Non siamo a Gaza.

L’odio per Israele non proviene  solo da Gaza. L’estremismo, il terrorismo, non è concentrato in quei pochi chilometri quadrati.

E quindi, vi prego, smettetela di cercare nel vostro, nel mio popolo, la causa di ogni fallimento di pace. Cercatela lì, in ogni parte del mondo, dove le madri nutrono i figli con sogni di morte. Propria e altrui.

I sorrisi dei palestinesi rilasciati dalle prigioni israeliane in nome di una ipotetica pace, offuscati dalle lacrime delle famiglie che hanno visto ritornare a casa solo pezzi di corpi dei propri cari, fatti saltare per aria proprio da quegli uomini, sono ancora impressi nella nostra memoria.

I tentativi fatti da Netanyahu e dai suoi predecessori di sedersi al tavolo dei negoziati si possono ritrovare in qualsiasi giornale. Forse il nome Oslo ricorderà qualcosa.

Più volte Israele ha teso la mano a una controparte, tra cui l’Olp, anche se questa dichiarava apertamente di volere conquistare tutta la terra santa. E di non accontentarsi solo di una parte di essa.

 

Noa, Naomi e tutti voi che parlate a nome del mio popolo,

la guerra non è proprio scritta nel Dna del popolo ebraico.

Siamo un insieme di studiosi, di occhialuti e filosofi, di persone che arano la terra con un libro in mano. Siamo un popolo di sognatori, di persone che non si arrendono davanti alla realtà. Immaginiamo campi fioriti lì dove c’è il deserto assolato. Prosciughiamo paludi per costruirci grattacieli a cento piani. Nei nostri ospedali curiamo i feriti siriani, maciullati dai loro fratelli. Assistiamo persino i terroristi. Quelli che non sono ancora riusciti a raggiungere il proprio paradiso, pur avendoci provato.

Non inneggiamo alla morte di nessuno, gli estremisti di cui parlate li possiamo contare sulle dita di mezza mano. Nessuno di noi si aggira con le accette per le strade di Londra, non minacciamo di morte chi si presenta ai cortei pro-Israele con una bandiera palestinese.

Non facciamo proselitismo, la nostra religione non la vogliamo imporre a nessuno. Secondo l’ebraismo ogni individuo nasce con un valore intrinseco e non vale di più a seconda della religione che professa. Non dipingete il vostro popolo con tinte che non ha mai posseduto.

Noa, Naomi, il popolo ebraico aborrisce l’estremismo. La nostra nazione ha da sempre combattuto con le parole, con le idee, con una penna in mano.

Quando mettete sullo stesso piano un estremismo che minaccia di morte gli infedeli da ogni parte del mondo, un estremismo che dipinge ‘N’ rosse sulle case cristiane per sapere chi andare ad uccidere domani, che mozza le teste e lapida le donne, quando mettete sullo stesso piano questi individui e il mio popolo, temo conosciate davvero poco la vostra propria gente.

 

Forse farebbe comodo a tutti potere mettere sul piatto della bilancia i due contendenti. Così il conflitto sarebbe una normale guerra, tra due parti.

Purtroppo invece la realtà è molto diversa. Da una parte c’è un paese, Israele, una democrazia nel cui parlamento siedono arabi e sul cui territorio vivono più di un milione e mezzo di arabi israeliani. Dall’altra c’è una cultura che non vuole nessun infedele sulla propria terra. Nessun ebreo entro i confini palestinesi. Una cultura che alleva madri che sognano figli terroristi e assassini di infedeli. Da un lato c’è il popolo israeliano che imbraccia le armi solo per difendersi, dopo che per anni da Gaza hanno sparato e sparano missili su case, ospedali e asili. Dall’altro ci sono persone che crescono con un unico scopo di sbucare da un tunnel e fare un massacro. Che sognano di invadere Trafalgar Square e sgozzare il primo ministro britannico.

Da un lato c’è chi aspira alla vita. Dall’altra c’è chi non vede l’ora di rinunciarvi pur di toglierla agli altri.

Chi salva una vita salva un mondo intero è l’inno degli ebrei, in qualsiasi parte del mondo.

Il paradiso dagli ebrei si guadagna salvando le vite. Non togliendole a chi professa una religione diversa.

Cara Noa, gentile Naomi, esiste un modo per uscire da tutta questa spirale di violenza e morte. C’è un’altra strada.

Si chiama educazione alla vita. Cosa che noi ebrei facciamo da migliaia di anni.

A nome mio e di milioni di altri ebrei del mondo.

Gheula Canarutto Nemni

 

 

 

 

What Haaretz pages become abroad

To the attention of Haaretz,

the following rows you are hopefully going to read, are written in a place where Hebrew is not the official language, where IDF is not the national army, where on Yom Kippur there are cars on the streets as in any other day of the year.

I am writing you from Italy, but it could be from Paris, Antwerp, London, Marseilles. It could be from any other town in the world.

But Israel.

The place you write from.

The place where you look at reality and decide to describe it, in your peculiar way, to readers who live abroad.

To people who, after having read your rows, will decide. If to like us or hate us with all their hearts.

Here, outside from Israel, life is not easy for us.

We deal everyday with international news web sites that dedicate cubital headlines to Israel, calling it with words they don’t dedicate even to the worst, unrespectful of human rights, countries of the world.

We read everyday newspapers that dedicate pages and pages to humanitarian problems in Gaza and a rare few rows to the constant threaten, the terroristic menace that Israel is facing since years.

We face schemes that show the number of victims from both sides. As we were in a competition where the part with more casualties, wins.

Here, Israeli reality is manipulated through mediatic strategies. News about Jews are not treated in the same way as news about Darfour. They are not as news about Nigeria or Mosul.

Here, reality becomes different when it is colored with white and blue.

I know history quite well. These, who are reporting the news about Israel around the world hoping that more and more people will condemn it, will be against it and, at the end, will hate me for being a Jew, these people are the children of the children of those who prepared in Spain the autodafes for my ancestors, they are the offsprings of those who ran with their horses and swords to cut the beard and the head of my forefathers, they are part of a culture which took Jewish children, women, elderly and men, and melted their bodies in crematoria in order to get forever rid of all Jews .

When all these things are delivered in my life through a non Jewish channel, I turn the page, I digit another website name, I turn off. And I engage my own little campaign.

I try to go around and tell the truth. I want people to know the real Jewish ideals that walk with an Israeli soldier, that make him offer food and shelter to children, though he knows he is at risk of being blown up by an infant adapted explosive belt.

I describe to Europeans, to professors, to other Italian mothers and friends, the moral principles that hold back an Israeli soldier’s hand from protecting himself, only beacuse he has just seen his worst enemy hiding behind a woman with a baby, a terrorist protecting himself with a human shield.

But often, when I try to show our real face, to bring truth to surface, to cut the legs to the millions of lies the world is reading and telling, most times I get the same answer.

I get a link to your website, an article of yours.

And from there, the step is too short.

From your message to the next stage.

Where your shouted words against Israel become weapons in the hands of our enemies.

Where your pages become part of 2014 antisemitic libels, where Jews have always that ugly nose.

Where your rows become part of the stones thrown to Synagogues and Jewish shops at the sound of ‘death to the Jews’-

Where you become the Jewish justification for the beatings of French Jews, for hating and cursing every man who goes around with a distinctive Jewish symbol, for killing two Israelis in a Belgian museum.

This is the way your news are internationally used.

Antisemitism can be cherished by a Jewish point of view.

Why am I addressing you?

Because you and me, we all descend from one common soul.

We share a common root, a piece of Heaven engraved in out hearts, with all Jews scattered around the world,

We share thousands of years of persecution and hatred.

We share songs. We share food and ideals.

We share life as a the highest goal.

We share history and past.

And hopefully, with G-d’s help, a better future, for all of us.

 

Dear journalist of Haaretz,

the world fears one thing most.

It fears our unity, our capacity to be one, despite different visions, despite different ways of living our religion and identity, despite different languages spoken at home. Because they know.

That when we stay together, when we close our eyes and forget the colors of the flags that are hanging in our homes, when in 40,000 we answer ‘amen’ to the kadish of a chayal boded’s father because we don’t want him to feel alone, these are moments that make us stronger and stronger. Stronger than the world.

Stronger than the ancient dream of our enemies.

To see us, one day, G-d forbids, disappear.

This is not an opinion matter. Not anymore.

This is a life matter. Mine and of all the millions of Jews who live abroad.

Please, before writing and publishing, before spreading around news, before adding fuel to the antisemitic fire, take in consideration the collateral effect of every word of yours, think if it will make stronger the seventy wolfs, that surround the Jewish lamb.

Before pushing ‘send’ for an article, dedicate a last thought to us, your brothers and sisters, whose hearts are always praying for our nation, for our land. NewspapersAnd for you too.

Gheula Canarutto Nemni

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

I am writing you from Italy. I am writing you from Europe. I am writing you from a place where people come in touch with the Israeli reality, through news, through mass media, through your articles and words too.

 

 

You are sitting there, safely and protected, you are among your nation. Maybe people who don’t think like you will stop you during an inteview, will react with comments to your written rows. You are there, among Jews.

 

We are not. People here don’t know who we are, most of them ignore what being a Jew does mean. They don’t mind where we come from, waht are our life missions. They often ignore on purpose our signals, our will to let ourseves known. They prefer to imagine, to guess, and, when it comes to inform themselves,

 

 

Your words are attached to the stones that are thrown towards Jews in French towns. The way you tell the world the Israeli reality, cutting and pasting some parts according to your vision of the world, is a weapon in the hands of antisemites.

You have a responsibility.

When I discuss with somebody, trying to bring back impartiality in the environment, I am always answered with an article of yours.

Your articles are the proof, for our enemies, that they are true. That they have the right to harm us, to put our lives in danger,