Quando qualcuno mi fermò per strada e mi disse: Voi ebrei siete un popolo di squilibrati

Scusi ma queste settimana davvero non posso. Abbiamo un’altra festa.

Beati voi, mi risponde il mio interlocutore, sempre a festeggiare.

Troppo lunga da spiegare questa nostra strana celebrazione.

In cui si cucinano pasti per sfamare centinaia di persone per poi a distanza di otto giorni ritrovarsi a digiunare per venticinque ore, in cui ci si inzuppa sotto alla pioggia perché qualsiasi sia il momento dell’anno in cui cade sukot, quello sarà il periodo delle prime piogge, in cui si sta alzati tutta la notte per pregare D-o che sigilli il nostro anno per il bene anche se la sera dopo dovremo ballare con i rotoli della Torah senza sosta e senza nessuna musica di accompagnamento se non la voce già roca.

In cui bisogna essere felici solo perché siamo ebreo e perché siamo stati scelti per portare il volere di D-o in questo mondo.

Noi ebrei il nostro equilibrio interiore siamo capaci di trovarlo solo se siamo totalmente squilibrati.

A Rosh Hashana facciamo un passo indietro da noi stessi, ci rimettiamo sotto al giogo divino e dichiariamo per 48 ore: D-o sei tu il re, noi non siamo nulla.

A Yom kipur ci rimpossessiamo della nostra vita e per 25 ore facciamo esami di coscienza per ritrovare il nuovo punto di partenza e capire che direzione dare alle nostre giornate future.

E poi arrivano sukot e simchat Torah. In cui ci buttiamo a ballare e a cantare, in cui accantoniamo la razionalità, i calcoli e i ragionamenti fatti fino a poco prima e ci lasciamo trascinare solo dalla gioia di essere chi siamo.

Questo mese un po’ fuori dall’ordinario ci racconta che per trovare la giusta via bisogna qualche volta muoversi da un estremo all’altro. Come un corridore che si tira un po’ indietro prima dello scatto iniziale e sembra quasi che indietreggi e perda terreno, ma poi appoggia i piedi nella posizione di partenza e quasi quasi appare incollato e immobile nel punto in cui si trova. E quando inizia la corsa si butta in avanti e proprio grazie a quel primo indietreggiamento e al successivo bilanciamento corre verso il traguardo.

Noi piccoli ed effimeri esseri umani per potere fare della nostra vita la somma di momenti di valore e significativi, non possiamo mai permetterci di stare fermi.

L’introspezione va bene, ma non deve durare troppo a lungo.

L’umiltà è necessaria ma senza esagerazione.

E poi viene la gioia. Perché senza di quella è impossibile andare avanti.

Per potere procedere nella vita abbiamo bisogno di momenti in cui accantonare logiche e ragionamenti e semplicemente lasciare che siano le passioni vere e profonde, la fede che scaturisce dal semplice fatto di essere al mondo, a guidarci.

D-o ci vuole squilibrati, non ci vuole fissi su una condizione ma vuole che continuiamo a muoverci senza sosta , perché solo così possiamo avanzare.

Quando vi domanderanno perché la maggior parte dei fondatori della psicanalisi, della psichiatria e della psicologia, della logopedia, siano ebrei, cercate nel calendario ebraico la risposta.

E se vi dicono che gli ebrei sono degli squilibrati, ringraziate per il complimento. Significa che non state mai fermi.

La staticità è già discesa, dice l’ebraismo.

Per due giorni guarderemo in avanti solo attraverso la lente della felicità di essere ebrei e di essere stati scelti come rappresentanti di D-o e della Sua Torah.

E questa passione sarà quella che ci permetterà di aprire sipari su scenari nuovi, mai visti prima e di raggiungere punti in cui non avremmo mai pensato di potere arrivare.

Felice festa della Torah!

Gheula Canarutto Nemni

Scusatemi per la mia follia ma sono ebreo…

Scusatemi, ma sono ebreo.

Per questo il momento prima mi vedete concentrarmi, chiudere gli occhi e pregare con profondità assoluta. E il momento dopo potrete osservarmi mentre canto e ballo a più non posso.

Potrete cogliermi mentre imploro D-o con le lacrime agli occhi e il nodo alla gola. E magari in quel mentre proclamo a squarciagola parole di gioia.

Scusatemi, ma sono stato creato in questo modo un po’ instabile.

Suono per 48 ore un corno d’ariete simile al pianto di un figlio, digiuno per 25 ore per ottenere il perdono assoluto e potere ricominciare da capo e quando giungo al culmine della mia spiritualità e una nuova pagina bianca viene offerta alla mia vita, invece di stare tranquillo nei miei nuovi propositi, mi auto inietto overdosi di felicità senza limiti.

Cosa ci posso fare? Sono stato programmato in questo modo.

Lamentatevi con il mio Creatore se avete qualche rimostranza da fare. Se vi piacerebbe avermi più equilibrato, più allineato, più contenuto e controllato.

Se state cercando un popolo costante nel tempo, avete sbagliato indirizzo. Noi siamo come la luna. Ogni giorno diversi dal giorno prima.

Scusateci, ma siamo ebrei.

E non ci potrete mai vedere fermi allo status quo, soddisfatti al 100% di quello che abbiamo raggiunto.

Non ci potrete mai cogliere mentre piantiamo il cartello ‘arrivo’ perché per noi ogni traguardo è solo un nuovo punto da cui riprendere a correre.

Scusateci ma ci è impossibile stare fermi.

E quando D-o ci comanda di essere felici, pur essendo consapevole che la felicità è un sentimento e non un pensiero razionale che si può facilmente dominare, quando ci chiede ‘fate entrare la gioia nei vostri animi’ poche ore dopo kipur in cui le lacrime inondavano i nostri visi, viriamo secondo le Sue indicazioni.

Scusandoci nuovamente per la nostra ecletticita’, domandiamo perdono se nei prossimi giorni ci vedrete accantonare la ragione, il pilpul, le ore trascorse a  studiare e discutere le pagine di Tora’.

Saremo impegnati a celebrare il semplice, al di sopra della logica, fatto di essere stati scelti per fare parte di questo popolo che si muove dalle lacrime al sorriso, dalla fede assoluta allo studio più profondo, a passi di danza.

Chag sameach e buona festa della gioia

Gheula Canarutto Nemni

Mia piccola bimba, d’ora in poi ti terrò per mano senza stringere troppo…

mamma figlioMia piccola bimba,

essere genitore significa incontrare lo sguardo di un figlio per la prima volta dopo mesi di infinita fatica e dimenticare tutte le difficoltà del passato in un solo istante.

L’amore per un figlio è un colpo di fulmine che dura per sempre.

Essere genitore significa dare un’importanza infinita a ogni dettaglio.

E se vorrai vedere crescere tuo figlio dritto, con un tronco solido e forte, dovrai curare e nutrire le radici dal primo istante. Senza alcun compromesso.

Essere madre o padre significa tenere per mano, senza stringere troppo.

Perché solo con la libertà che concedi a tuo figlio, lo potrai vedere un giorno incamminarsi nel mondo.

Litigare, gridare, pensare ognuno di avere ragione. E dopo pochi minuti ricominciare a ridere insieme come se niente fosse.

Perché tuo figlio lo ami a prescindere da tutto.

Chiudere gli occhi davanti alle candele dello shabat e domandare a D-o che conceda solo il bene, il bene assoluto, per ognuno dei figli.

Sentirsi inadeguati, non avere sempre la risposta giusta alle loro domande.

E sapere che grazie ai loro dubbi, anche tu crescerai insieme ai tuoi figli.

Da quando diventi genitore impari la forza di volontà da un piccolo essere di pochi mesi che non si muove dal proprio posto finchè la torre con i cubi non si erge alta e perfetta.

Un figlio ti insegna che l’aggettivo possessivo ‘mio’ non è mai per sempre.

A un certo punto arriverà qualcuno e ti dirà, da oggi è ‘nostro’.

E tu genitore dovrai farti da parte.

Sperando nel tuo cuore di essere riuscito a trasmettere e dare tutto quello che avresti potuto e dovuto, nel tempo che ti è stato concesso.

E ora che Rosh Chodesh Tamuz è alle porte, lo stesso mese in cui sei nata e ci siamo incontrate per la prima volta.

Nel giorno in cui la luna si fa piccola per poi rinascere.

La tua anima, quella a cui abbiamo dato vita vent’anni fa, si fonderà con quella del tuo amato, per formarne una nuova.

E dovremo lasciarti andare.

Perché amare un figlio significa farsi da parte quando un capitolo della vita si chiude e uno nuovo si apre.

Behazlachà amore mio, che H’ accompagni ogni vostro passo con gioia, salute, stima reciproca, successo. E infinito amore.

La tua mamma