Un’ebrea italiana cita per danni morali Moni Ovadia e Il Manifesto

Alla cortese attenzione del direttore de Il Manifesto

Le scrivo riguardo al Commento di Moni Ovadia pubblicato ieri, 26 aprile, sul suo giornale.

Non le scrivo in merito al contenuto dell’articolo. Il libero arbitrio è alla base della fede ebraica, ognuno è libero di vivere e pensare come preferisce, ognuno può andare incontro al proprio destino come meglio crede.

Ma è sulla forma di uno scritto pubblicato sulla sua testata che dovrebbe, in quanto direttore, riflettere.

L’articolo di Moni Ovadia non spiega al lettore cosa sia successo, cosa gli abbia causato di svegliarsi al mattino del 26 aprile in preda a un tale cattivo umore.

E così, senza una introduzione né spiegazione che contestualizzino gli eventi, si viene annegati fin dalle prime righe da aggettivi violenti, da descrizioni nervose, da frasi grondanti di rabbia e paragrafi sovrabbondanti di furore.

La scena si apre con la parola ‘pantomima’ accostata alle azioni e decisioni delle comunità ebraiche. Pantomima è definita come ‘esibizioni false, con le quali convincere, impietosire o commuovere’. E’ questo il giudizio che il quotidiano dei comunisti, quale viene definito Il Manifesto, esprime su chi la pensa in maniera diversa?

A questa pantomima Ovadia fa seguire ‘deliranti motivazioni’ degli ebrei che non desiderano sfilare accanto a chi inneggia alla loro morte. Delirante è uno stato di alterazione mentale di chi immagina realtà inesistenti. Il Manifesto ritiene deliranti le motivazioni dei parenti di Mireille Knoll, dei genitori dei quattro ragazzi uccisi nell’Hypercasher, delle famiglie distrutte dall’attentato alla scuola ebraica di Tolosa, della madre di Ilan Halimi torturato e assassinato nelle periferie di Parigi? Pensa che sia delirante chi teme per la propria vita quando accompagna i figli alla scuola ebraica ogni giorno?

Moni Ovadia prosegue raccontando che Netanyahu fa una ‘propaganda pagliaccesca’, facendo dimenticare al lettore che questo premier è stato eletto democraticamente da milioni di persone o forse gli elettori sono, per il vostro quotidiano, dei pagliacci.

Le comunità ebraiche non vogliono sfilare accanto ai palestinesi. ‘E perché no?’ si domanda l’attore. ‘Per pedissequo ossequio allo scellerato progetto segregazionista e razzista del premier israeliano Netanyahu’. E’ possibile definire scellerato un progetto che prevede un milione di arabi integrati all’interno dello stato? E’ segregazionista un progetto secondo il quale nel parlamento siedono arabi accanto ad ebrei? Oppure scellerato e segregazionista è il progetto che ha reso quasi tutti gli stati arabi judenfrei?

Il Manifesto desidera che il lettore si faccia l’idea che in Israele ci sia ‘un’alleanza con i peggiori fanatici religiosi’ come dice Ovadia, che si immagini un regime teocratico mentre Israele è una democrazia come l’Italia?

Il Manifesto è d’accordo con il definire gli ebrei che si rifiutano di sfilare accanto a persone che urlano ‘a morte gli ebrei’, ‘ufficio stampa e propaganda del governo ultrareazionario e segregazionista oggi in carica in Israele’?

No, Moni Ovadia, non pensiamo che ‘questi siano i pensieri del solito estremista, veterocomunista, ebreo antisemita solo perché condanna la politica di Netanyahu e dei suoi fanatici alleati colonizzatori compulsivi’ come lei conclude nell’articolo.

Pensiamo che se Il Manifesto si considera ancora una testata giornalistica e crede nel confronto civile tra parti che la pensano in maniera diversa, i suoi direttori dovrebbero delle scuse agli ebrei italiani.

Non siamo ‘degli imbecilli che scambiano critiche politiche ed etiche per antisemitismo’. Siamo persone che crediamo nella libertà di pensiero, nel libero arbitrio di pensarla diversamente da lei, da voi, persone che hanno verso il proprio vissuto, verso la storia e gli eventi recenti, una opinione e dei sentimenti diversi. Non siamo imbecilli. E sappiamo ancora distinguere tra un pezzo degno di venire pubblicato su un giornale che si definisca tale e un insieme di righe dettate dall’odio, dalla rabbia e dalla mancanza di rispetto assoluta.

Gheula Canarutto Nemni

qui di seguito l’articolo di Moni Ovadia

Il Manifesto 26 aprile 2018

Moni Ovadia

La pantomima delle comunità ebraiche (di Roma e non solo) che non partecipano alla Manifestazione unitaria del 25 aprile, giorno della liberazione dal nazifascismo, si ripete mestamente. Uguale il gesto sdegnato, uguale la delirante motivazione.

E la delirante motivazione è che «nella manifestazione sfilano le bandiere di coloro che settanta anni fa furono alleati dei carnefici nazisti». Quali? Quelle dei risorgenti partiti neonazisti est europei polacchi, ungheresi, ucraini?

No, quelle dei palestinesi, che secondo la pagliaccesca propaganda di Benjamin Netanyahu avrebbero convinto il «mansueto» Führer Adolf Hitler, contro la sua volontà e disponibilità verso gli ebrei, a sterminarne invece sei milioni.

Anche 500.000 Rom e Sinti, tre milioni di slavi, decine di migliaia di disabili (inferiori rispetto alla «razza pura»), di antifascisti, migliaia di omosessuali, testimoni di Geova e di socialmente emarginati, senza dimenticare milioni e milioni di civili sovietici. Ma costoro poco interessano ai dirigenti delle comunità ebraiche. Che accetterebbero volentieri i vessilli di ogni altro popolo oppresso che volesse sfilare nelle manifestazioni del 25 aprile per rivendicare i propri diritti. Ma i palestinesi no! E perché no? Per pedissequo ossequio allo scellerato progetto segregazionista e razzista dle premier israeliano Netanyahu.

Che in alleanza con i peggiori fanatici religiosi intende far sparire i palestinesi in quanto popolo e nazione, per dare legittimità alla grande Israele fondata sul logoro mitologema della «Terra promessa» e poi ridurli in minuscoli bantustan concessi dall’effendi israeliano.

Ho già scritto a questo proposito, proprio sul manifesto in occasione della stessa manifestazione dello scorso anno.

Ma in questo anniversario vorrei aprire una prospettiva altra. Gli organizzatori dell’evento del 25 aprile dovrebbero disinteressarsi delle decisioni della comunità ebraica di Roma o di altre comunità ebraiche. Dichiarino la piena e naturale apertura alla partecipazione del mondo ebraico ma non si facciano condizionare da esso su chi debba partecipare o meno al corteo. Il 25 aprile è soprattutto e più di tutto il giorno degli antifascisti di qualsivoglia orientamento.

Le comunità dell’ebraismo siano le benvenute in quanto tali, ma se non tali e se si comportano da ufficio stampa e propaganda del governo ultrareazionario e segregazionista oggi in carica nello stato di Israele, non hanno motivo di sfilare con l’antifascismo.

Un governo antifascista non opprimerebbe mai un altro popolo, non lo deprederebbe delle sue legittime risorse, non ruberebbe il futuro ai suoi figli, non colonizzerebbe le terre assegnategli dalla legalità internazionale come sistematicamente e perversamente fa il governo Netanyahu sorretto dal presidente americano Trump che si appresta all’affrontoa est di spostare l’ambasciata Usa a Gerusalemme (occupata a Est).

E se qualcuno pensa che questi siano i pensieri del solito estremista, veterocomunista, «ebreo antisemita», si legga le dichiarazioni del presidente del Congresso Mondiale Ebraico, Ronald Lauder, ebreo americano aderente al partito repubblicano, pubblicate dal New York Times in questi giorni con questo titolo: Israel’s self inflicted wounds (le ferite autoinflitte di Israele), nel quale cui dopo una premessa fatta di dichiarazioni d’amore legittimo per Israele e captazio benevolentiae, condanna la politica di Netanyahu e dei suoi fanatici alleati colonizzatori compulsivi come suicidaria e invisa alla vasta maggioranza di ebrei della diaspora.

Alla faccia degli imbecilli che scambiano critiche politiche ed etiche per antisemitismo.

Cum grana salis

C’era una volta,  giugno del 2015, una famiglia che si era seduta in un ristorante kosher a Venezia. In attesa di venire serviti, i genitori tirarono fuori la pappa della piccola di otto mesi.

 Appena provarono a mettere la pappa nel cucchiaio del ristorante, da dietro balzo’ un temibile cameriere. ‘Come osate dare la pappa al vostro bambino utilizzando il nostro cucchiaio?’ Urlo’. I due genitori si guardarono straniti. ‘Ma guardi che non c’è niente che non vada bene qui dentro. È’ una pappa a base di verdure e grana’ provarono a dire. Ma il cameriere si adirò ancora di più. ‘Grana?’ Esclamò paonazzo, ‘ve lo vieto in maniera assoluta’. I due ospiti si alzarono adirati, presero la piccola in braccio e se andarono a mangiare da  un’altra parte. La’ dove le esigenze di un bambino di otto mesi venivano prese molto più in considerazione. L’Ansa subito riprese la notizia. Gli ebrei cattivi fanno sempre click e condivisioni. Perché non approfittare e creare uno scoop sulla mancanza di sensibilità e comprensione di questi ebrei sempre un po’ demoni? La voglia di colpire nel segno  l’immaginario collettivo fu maggiore dell’etica che ogni giornalista e testata dovrebbero usare come condizione minima alla base di ogni pubblicazione. Maggiore del dovere di sapere prima di far sapere. Maggiore del doveroso  approfondimento  che avrebbe portato il giornalista di turno a Venezia, a scoprire che il ristorante e’ kosher e pure di carne e che quindi qualsiasi cibo non kosher soprattutto  derivato del latte non può entrare in contatto con le posate e piatti del posto. Cari giornalisti, cum grana salis, parafrasando  gli antichi maestri. 

Gheula Canarutto Nemni 

Siamo tutti Dan Uzan? La Stampa colpisce ancora (stavolta con Cesare Martinetti)

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Scene di fuoco, spari, raffiche di mitra. In terra rimangono chiazze di sangue. Alzato lo sguardo si cerca di attribuire quel sangue alla persona a cui appartiene. E’ un processo lento, meticoloso. L’attribuzione di quel sangue influenzerà i titoli dei giornali del giorno dopo. Ha un nome ebraico, si sussurra per la strada.Ha la madre israeliana, dicono i suoi conoscenti. Faceva la guardia da più di vent’anni fuori dalle sinagoghe e dai centri ebraici. Ah, si dicono, quindi è…

Lo è. Lo era. E lo sarà per sempre. Dan Uzan è, è stato e sarà per sempre, ebreo.

Si schiariscono la gola. E domani, nelle notizie, dovremo riportare che un altro di loro, voglio dire, di quelli lì, capisci cosa intendo, è stato ucciso?

Si può sempre fare finta di niente.

Dirottare l’attenzione sui militari feriti, sulla vittima colpita al posto del vignettista Lars Vilks, sulle tombe ebraiche (quelli tanto sono morti) profanate in Francia, l’importante è arrabbiarsi, indignarsi, difendere a spada tratta la democrazia. Fa niente se quella democrazia ancora divide i cittadini e le vittime in diverse categorie. La linea è sottile, ma in pochi se renderanno conto. Nel silenzio, quasi nessuno si accorge dei suoni che mancano.

Se stessi in silenzio, sarei colpevole di complicità, disse Einstein.

Cesare Martinetti, la domanda non è perché non siamo Lars Vilks, ma perché non siamo DanUzan, perché non siamo Yoav Hattab, perché non siamo Yohan Cohen, Philippe Braham e Francois Michel Saada. Questa è la domanda più forte. L’occidente ha difficoltà ad immedesimarsi nel sangue ebraico. Per la cultura occidentale noi siamo, siamo stati e saremo sempre diversi. Forse è questa la grande prova a cui sono messi di fronte i paesi europei, gli Stati Uniti e tutti quei posti da cui si grida in difesa dei valori occidentali. Lo spartiacque della vera democrazia, dei veri diritti civili indistinti, della vittoria contro gli estremismi e i terrorismi di ogni tipo, sta qui.

Nella risposta a questa domanda.

 

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Lettera aperta a Noa, a Naomi Wolf e a tutti quelli che parlano a nome mio

corriere-della-seraLettera aperta a Noa, a Naomi Wolf e a tutti quelli che parlano a nome mio

Venerdì 25 luglio il Corriere della Sera ha pubblicato una lettera di Noa, la cantante israeliana. Canto e piango per i due popoli. Un’altra strada c’è: tendere la mano ai moderati. Pochi giorni dopo l’intervista di Alessandra Farkas a Naomi Wolf, dal titolo Tocca a noi ebrei all’estero schierarsi.
Bene, oggi tocca a me. Non so se il Corriere della Sera mi darà spazio. Non ho una bella voce e non ho mai fatto parte di nessuna amministrazione americana. Però sono un’ebrea. E per di più italiana. E di voci ebraiche italiane durante questo periodo se ne sono sentite davvero poche.

Più volte ho scritto al Direttore. Non mi ha mai risposto. Fa niente. Conosco la forza del web. Che spesso  stravolge anche i numeri della carta stampata. La libertà di parola, la possibilità di fare sentire anche la mia voce, me la creo da sola.

Gentili Noa, Naomi Wolf e tutti quelli che parlano a nome mio

da settimane è in atto un conflitto senza precedenti.  Ci sono missili sparati nei cieli israeliani con lo scopo di uccidere civili, donne e bambini, mentre dormono, cogliendoli nel sonno notturno. Ci sono tunnel che sfociano dentro a sale da pranzo in cui intere famiglie stanno sedute ogni giorno, tunnel da cui avrebbero dovuto sbucare terroristi assetati di sangue ebraico per uccidere più israeliani possibile. Siamo in Israele.

Ci sono razzi sparati da bambini, mitragliatrici impugnate da esseri poco più alti delle armi che imbracciano, ci sono creature di pochi anni che invece di venire vestite per andare a scuola vengono bardate a festa con cinture esplosive. Ci sono neonati che vengono imbottiti di tritolo con lo scopo di attirare, attraverso il proprio pianto, i soldati israeliani. Neonati che vengono fatti esplodere per poter trascinare con sé il nemico. Ci sono membri di organizzazioni che seminano terrore, che impiccano e fucilano chi osa ribellarsi alle regole degli assassini, che usano bambini per farsi scudo e potere diffondere le fotografie a chi non si farà troppe domande.Ci sono ambulanze in cui vengono nascosti kamikaze pronti al suicidio, ci sono campus estivi in cui i bambini imparano l’arte della guerra come noi in Italia impariamo a dipingere e suonare. Ci sono ospedali e scuole in cui si trovano arsenali in grado di fare proseguire la guerra per interi anni. Ci sono giornalisti minacciati di morte se racconteranno ciò che vedono al mondo. C’è un manuale con un insieme di regole ben chiaro per i  reporter che vogliono raccontare cosa succede a Gaza. Siamo a Gaza.

Ci sono asfalti divelti, macchine distrutte, sinagoghe assediate, bandiere di Israele bruciate ed ebrei tenuti in ostaggio. Siamo a Parigi. Non a Gaza.

Ci sono cori di ‘morte agli ebrei’ per le strade, minacce di morte a un giornalista che porta un cognome semita, atti vandalici in luoghi di culto ebraici. Siamo a Miami. Non a Gaza.

Ci sono imam che inneggiano all’uccisione degli ebrei, ovunque si trovino.  Siamo a San Donà di Piave. Siamo in Italia. Non siamo a Gaza.

L’odio per Israele non proviene  solo da Gaza. L’estremismo, il terrorismo, non è concentrato in quei pochi chilometri quadrati.

E quindi, vi prego, smettetela di cercare nel vostro, nel mio popolo, la causa di ogni fallimento di pace. Cercatela lì, in ogni parte del mondo, dove le madri nutrono i figli con sogni di morte. Propria e altrui.

I sorrisi dei palestinesi rilasciati dalle prigioni israeliane in nome di una ipotetica pace, offuscati dalle lacrime delle famiglie che hanno visto ritornare a casa solo pezzi di corpi dei propri cari, fatti saltare per aria proprio da quegli uomini, sono ancora impressi nella nostra memoria.

I tentativi fatti da Netanyahu e dai suoi predecessori di sedersi al tavolo dei negoziati si possono ritrovare in qualsiasi giornale. Forse il nome Oslo ricorderà qualcosa.

Più volte Israele ha teso la mano a una controparte, tra cui l’Olp, anche se questa dichiarava apertamente di volere conquistare tutta la terra santa. E di non accontentarsi solo di una parte di essa.

 

Noa, Naomi e tutti voi che parlate a nome del mio popolo,

la guerra non è proprio scritta nel Dna del popolo ebraico.

Siamo un insieme di studiosi, di occhialuti e filosofi, di persone che arano la terra con un libro in mano. Siamo un popolo di sognatori, di persone che non si arrendono davanti alla realtà. Immaginiamo campi fioriti lì dove c’è il deserto assolato. Prosciughiamo paludi per costruirci grattacieli a cento piani. Nei nostri ospedali curiamo i feriti siriani, maciullati dai loro fratelli. Assistiamo persino i terroristi. Quelli che non sono ancora riusciti a raggiungere il proprio paradiso, pur avendoci provato.

Non inneggiamo alla morte di nessuno, gli estremisti di cui parlate li possiamo contare sulle dita di mezza mano. Nessuno di noi si aggira con le accette per le strade di Londra, non minacciamo di morte chi si presenta ai cortei pro-Israele con una bandiera palestinese.

Non facciamo proselitismo, la nostra religione non la vogliamo imporre a nessuno. Secondo l’ebraismo ogni individuo nasce con un valore intrinseco e non vale di più a seconda della religione che professa. Non dipingete il vostro popolo con tinte che non ha mai posseduto.

Noa, Naomi, il popolo ebraico aborrisce l’estremismo. La nostra nazione ha da sempre combattuto con le parole, con le idee, con una penna in mano.

Quando mettete sullo stesso piano un estremismo che minaccia di morte gli infedeli da ogni parte del mondo, un estremismo che dipinge ‘N’ rosse sulle case cristiane per sapere chi andare ad uccidere domani, che mozza le teste e lapida le donne, quando mettete sullo stesso piano questi individui e il mio popolo, temo conosciate davvero poco la vostra propria gente.

 

Forse farebbe comodo a tutti potere mettere sul piatto della bilancia i due contendenti. Così il conflitto sarebbe una normale guerra, tra due parti.

Purtroppo invece la realtà è molto diversa. Da una parte c’è un paese, Israele, una democrazia nel cui parlamento siedono arabi e sul cui territorio vivono più di un milione e mezzo di arabi israeliani. Dall’altra c’è una cultura che non vuole nessun infedele sulla propria terra. Nessun ebreo entro i confini palestinesi. Una cultura che alleva madri che sognano figli terroristi e assassini di infedeli. Da un lato c’è il popolo israeliano che imbraccia le armi solo per difendersi, dopo che per anni da Gaza hanno sparato e sparano missili su case, ospedali e asili. Dall’altro ci sono persone che crescono con un unico scopo di sbucare da un tunnel e fare un massacro. Che sognano di invadere Trafalgar Square e sgozzare il primo ministro britannico.

Da un lato c’è chi aspira alla vita. Dall’altra c’è chi non vede l’ora di rinunciarvi pur di toglierla agli altri.

Chi salva una vita salva un mondo intero è l’inno degli ebrei, in qualsiasi parte del mondo.

Il paradiso dagli ebrei si guadagna salvando le vite. Non togliendole a chi professa una religione diversa.

Cara Noa, gentile Naomi, esiste un modo per uscire da tutta questa spirale di violenza e morte. C’è un’altra strada.

Si chiama educazione alla vita. Cosa che noi ebrei facciamo da migliaia di anni.

A nome mio e di milioni di altri ebrei del mondo.

Gheula Canarutto Nemni

 

 

 

 

Antisemitismo. Prevenire è meglio che curare

antisemitismo_02Mi sono sempre domandata perché, invece di dedicare infinite risorse, economiche e umane, alla cura dei tumori, non si concentri l’attenzione sui fattori che lo innescano, quegli input fisici e cellulari che fanno crescere nel corpo un nemico creato da se stesso. Se si scoprisse la causa, almeno quella principale, l’epidemia si potrebbe fermare all’origine, invece che affrontarla con cure costose e devastanti. Prevenire è meglio che curare, diceva una vecchia pubblicità di quando ero bambina. Non ne capivo molto il senso. Oggi invece sì.

L’Europa e il mondo sono invasi da un cancro che si è risvegliato dalle ceneri di Auschwitz, dalle macerie dei villaggi polacchi rasi al suolo da contadini antisemiti, dalle fiamme di sinagoghe e case di studio, accese durante le migliaia di pogrom del passato, dagli autodafè spagnoli eretti nelle piazze per dimostrare che chi non ha trovato la via della verità merita solo la morte. Oggi l’antisemitismo è qui, tra noi, come un tumore maligno che si risveglia e invade con i suoi tentacoli il corpo del mondo. Noi corriamo ai ripari facendo indossare ai nostri figli un cappello mentre camminano per la strada o prendono la metropolitana, andando a pregare barricati da camionette della polizia e metal detector, portando i nostri figli a scuola e sentendo il cuore in gola. Dobbiamo fare veloce, nessuno sosti davanti all’entrata. Lì fuori non siamo più al sicuro.

Barricarsi, proteggere, provare a nascondersi, è l’unica cura rimasta dopo che la malattia è stata dichiarata diffusa a tutti i livelli dell’organismo. Questa è la cura, di una malattia che tutti accettano con passività.

Ormai nessuno pensa nemmeno a come riuscire ad estirpare questo male dalla mente dell’umanità.

Eppure la soluzione sarebbe così facile, quasi banale.

Immaginate una campagna mediatica in cui si racconti cosa fa Israele per curare i siriani massacrati dai loro fratelli musulmani. In cui si dica la verità su quello che succede dietro le quinte di un bambino ferito dai soldati israeliani. Su come, la maggior parte delle volte, viene allestita la scena, preparato un succo di pomodoro rosso e dopo che i fotoreporter vanno a bersi il caffè al bar, il finto ferito si alza e riceve la paga per l’ora di recitazione.

Immaginate pagine di giornale, telegiornali, in cui si racconta e ricorda il motivo per cui si sta mettendo a ferro e fuoco un’area popolata da molti terroristi.  Per riportare a casa tre ragazzini che, all’uscita da scuola, con l’anima piena di ottimismo verso l’umanità, prendono un passaggio da una presunta brava persona. Che invece li trascina con sé nel baratro, nel mondo del terrorismo globale, dove non importa se sei ebreo, cristiano o presbiteriano. Non sei parte dell’Islam e meriti solo la morte peggiore.

Immaginate giornalisti che insegnano la morale che da millenni guida e tiene al mondo il popolo ebraico. Una morale basata sulla parola vita, non solo tua, ma anche del tuo peggiore nemico, di chi ha fatto a brandelli esseri umani, bambini con in bocca un pezzo di pizza, mamme con il cucchiaino del gelato porto verso la bocca di un neonato che verrà sepolto vicino a loro. Nell’aldilà l’ebreo viene premiato solo se avrà rispettato quel soffio divino presente in ogni essere umano, ebreo e non. E in questo mondo c’è chi osa contrapporlo a chi nell’aldilà viene premiato in proporzione al numero di anime che falcerà da questa terra.

Ma come al mondo probabilmente fa più comodo il giro d’affari innescato dai miliardi spesi nelle cure dei tumori piuttosto che investire massicciamente nella prevenzione, così il mondo preferisce barricare gli ebrei, denunciare gli sputi, gli sfregi, le sparatorie, indagare sugli atti terroristici ex post, sulle sparatorie a Bruxelles, a Lione, sulle pietre ad Anversa e il saluto nazista in Ucraina, piuttosto che cercare di evitarli attraverso una massiccia campagna di vera informazione.

Nella Torah c’è l’obbligo di erigere una balaustra, una protezione nei punti dove la vita di una persona potrebbe essere in pericolo, dove si rischierebbe di cadere. Chi non previene è ritenuto pienamente responsabile nel caso accada qualcosa.

Una volta era la Chiesa e le sue predicazioni antisemite. Poi sono arrivati i protocolli dei Savi di Sion e la soluzione finale. Oggi si nasconde la parola antisemitismo dietro a un paravento talmente trasparente, che solo chi è in malafede non è in grado di vedere la mano che ci sta dietro. Una mano assettata di sangue infedele.

Non sogno un J’accuse a posteriori. Non ho bisogno di scuse del mondo quando ormai il tumore avrà fatto il suo lavoro. Sogno una massiccia operazione mediatica che racconti ad ogni essere vivente che questo maledetto male ha infestato la terra dai tempi della Babilonia, dell’impero romano, dell’Inquisizione, della Russia zarista, della Germania nazista. Israele ancora non esisteva ma il mondo da sempre ha cercato e trovato infinte scuse. Per dare addosso all’ebreo.

Finchè questo non succederà e la stampa, i telegiornali, inonderanno le case con notizie parziali e faziose, il mondo mediatico sarà colpevole di ogni atto antisemitico e terroristico ai danni di ogni ebreo, ovunque si trovi nel mondo. Perché la maggior parte di questi sono frutto di un indottrinamento alimentato con le bugie e diffamazioni antisemite che riempiono l’aria del mondo in ogni secondo.

Gheula Canarutto Nemni