Vi siete mai chiesti come sia possibile che gli ebrei siano ancora qui a dare fastidio al mondo?

Quando gli ebrei uscirono dall’Egitto non furono le dieci piaghe il miracolo più grande.

Non furono l’acqua trasformata in sangue, la sabbia che prese vita sotto forma di pidocchi, non fu la grandine che cadde insieme al fuoco.

Gli ebrei rimasero in Egitto per 210 anni, circondati di idolatri e politeisti, immersi nell’impurità più profonda, soggiogati a un popolo oppressore che uccideva i bambini usandoli come mattoni per le piramidi.

E fu proprio allora che la nazione ebraica spianò la strada alla nascita di un fenomeno senza il quale noi non saremmo ciò che siamo oggi.

L’identità.

Gli ebrei, in numero così esiguo rispetto alla civiltà che li circondava, riuscirono a non cambiare i nomi dei propri figli, mantenendoli uguali a quelli dei propri avi, dando la forza a un bambino chiamato Avraham di ricordarsi chi era anche se si sarebbe trovato lontano dalle proprie genti.

Mantennero abiti diversi, un ebreo si poteva riconoscere da ciò che indossava, raccontava in silenzio la propria storia attraverso la propria veste.

Gli ebrei si sforzarono di continuare a usare la lingua ebraica, anche se tutto intorno risuonavano parole in un gergo diverso.

Nella loro mente non entrarono geroglifici, preghiere alle divinità pagane.

Il pensiero degli ebrei rimase autonomo, indipendente, attaccato ai valori trasmessi di generazione in generazione e non si fece permeare dalle correnti di pensiero comuni.

Fu quello il vero miracolo.

Il non allineamento.

La capacità di correre a testa alta tra chi pensava e predicava in maniera diversa, il ricordo costante nella parola, nel pensiero, nell’azione di chi si è, da dove si viene e dove si vorrebbe essere tra cento, mille anni.

Gli ebrei in Egitto rimasero liberi pur essendo schiavi, riuscirono a mantenere in vita la propria anima pur essendo minacciati di morte per centinaia di anni.

Quando a Pesach D-o liberò il Suo popolo dall’asservimento a una nazione straniera, il miracolo fu che ritrovò ebrei uguali a quelli che aveva mandato ad affrontare la schiavitù pregando in cuor Suo che non si perdessero.

Ogni ebreo sapeva dove ritrovare se stesso. E nessuno si era dimenticato come si pronunciava il nome di D-o in ebraico.

Pesach è la festa che celebra l’identità che sopravvive in ambienti ostili, l’identità che continua a respirare in periodo storici in cui tutti intorno cercano di convincerci che saremmo più sicuri se appiattiti sulle idee e gli stili di vita comuni.

Se sono ancora qui,

se so chi sono,

è perché qualcuno prima di me ha lottato con tutto se stesso per non allinearsi,

per non perdersi tra il pensiero comune,

per non annegare nelle correnti del mondo.

Abbiamo continuato a nuotare e siamo rimasti a galla non perché siamo più forti, non perché il nostro DNA contenga qualcosa di magico.

No.

È stato il nostro attaccamento cocciuto alle regole, a tutto ciò che è giunto fino a noi immutato attraverso i tempi, questo è il segreto grazie al quale siamo ancora qui, come una spina nel fianco dei nostri nemici, a celebrare pesach e suoi strani rituali colmi di significati, di respiri tramandati, di una storia che non hai mai smesso di esistere.

Pesach Kasher vesameach 
Gheula Canarutto Nemni

Dove si trova la vera casa degli ebrei?

Dove si trova la mia casa? Si chiedeva spesso.

Alzò lo sguardo verso il palazzo che aveva davanti. Questo è l’indirizzo che scrivo sotto alla voce ‘residenza’, pensò poco convinto.

Anche i miei nonni avevano una casa, in una bella via del centro. Ma un giorno qualcuno è arrivato e ha detto: ‘questa non è più vostra’. Due lacrime gli scesero lungo le guance.

La mia casa, quella vera, non possono essere queste quattro mura, non può consistere in questo insieme di pietre che per migliaia di anni, senza sosta, mi hanno preso, restituito per poi riprendersi di nuovo e restituirmi ancora, disse a se stesso.

Non è il posto dove lavoro, il mio ufficio, il palazzo in cui entro ogni giorno per svolgere l’attività attraverso cui mi presento al mondo, riflette’ guardandosi intorno mentre posava la sua grossa cartella piena di documenti.

Un momento prima sei un ingegnere, poi qualcuno ti licenzia, c’è la crisi e il giorno dopo non sei più nulla.

Casa deve essere qualcosa che c’è a prescindere da tutto il resto, pensò mentre si sedeva nella poltrona della sua sala.

Un luogo in cui potere sempre tornare anche se fuori tirano nuove correnti di pensiero, cambiano umori politici e le mode di passaggio.

La casa deve essere un punto fermo, resistente a tempeste, uragani, marce militari, distanze fisiche e allontanamenti, pensò mentre chiudeva la porta blindata.

Nessun ladro dovrebbe poterla svuotare, nessun malintenzionato dovrebbe poterla varcare.

La vera casa dovrebbe essere un luogo inespugnabile, invalicabile dagli altri.

Un posto dove solo io, in qualsiasi momento, posso entrare e uscire a piacere, pensò

incamminandosi lungo la strada.

Quel percorso, non lo faceva da tempo.

Le sue gambe compivano passi come se fossero memori di qualcosa di cui lui stesso non era a conoscenza.

Sembravano pervase da una consapevolezza atavica, remota, da una reminiscenza lontana e fievole ma sempre presente.

Arrivò a vie che gli sembrava fossero da sempre appartenute ai suoi percorsi, incrocio volti all’apparenza sconosciuti che emanavano un senso di famiglia e di pace.

Aveva camminato per migliaia di anni, senza sosta, lungo sentieri impervi e pericolosi.

Scusi, sa dove è la mia casa? Domandò a un passante.

Quale casa sta cercando?

Quella vera, che le apparterrà per sempre? Gli chiese.

Si guardi dentro, prosegui’ l’anziano signore.

Non capi’ subito.

Lei è ebreo.

La casa di un ebreo sta nella sua anima.

In quel puntino che si mette da parte in silenzio e che senza preavviso si risveglia tutto d’un colpo.

La casa è li’, nell’identità che tace e si mescola con ciò che sta intorno e un giorno all’anno, più forte di qualsiasi peccato e trasgressione, di qualsiasi inciampo e digressione, di qualsiasi strada sbagliata e tentativo di abbandono, si incammina a testa alta verso se stessa.

Ho vagato per così tanto tempo alla ricerca di qualcosa che mi portavo addosso?

Il vecchio gli sorrise e gli disse qualcosa.

L’uomo si svegliò. Del sogno che aveva fatto ricordava solo l’ultima frase.

Oggi è Yom Kipur. Il giorno dell’anno in cui l’ebreo, ovunque si trovi, riapre la porta della sua vera casa.

Gmar chatima tova’ e buon ritorno a casa

Gheula Canarutto Nemni

Dedicato ai Mosè che si fanno chiamare Antonio

Ci sono certi ebrei che hanno dimenticato cosa significhi essere ebrei.

Per i quali una stella di Davide è solo un solco sottile nel proprio subconscio.
Ci sono certe persone che nascono da famiglie ebraiche e non sanno nemmeno di essere connessi ai propri fratelli.

Individui non consci degli effetti che una loro singola parola può avere su fratelli a loro sconosciuti.
Esistono persone che non immaginano di essere collegate ad altri ebrei da legami così stretti ed inevitabili.
Ci sono ebrei che in casa si fanno chiamare Mosè mentre per la strada preferiscono farsi chiamare Antonio, persone che non distinguono il tramonto del venerdì da quello degli altri giorni della settimana, per i quali le tre stelle del sabato sera non sono diverse da quelle cadenti nelle notti di mezza estate.
Uomini e donne che ritrovano il D-o dei propri avi solo per le 25 ore del giorno di kipur, quando varcano la soglia di una sinagoga, si coprono la testa con la kipà e cercano di cogliere qualche parola di quella lingua che i loro trisnonni leggevano senza problemi.
Poi è venuto il Rebbe.
E ci ha insegnato che ci sono certi ebrei che hanno dimenticato cosa significhi essere ebrei perché probabilmente non hanno mai avuto qualcuno che gliel’abbia insegnato.
Ebrei che non sanno di avere fratelli sparsi in giro in tutto il mondo, pronti a lottare per loro e a difenderli di fronte a chiunque, perché non ne hanno mai incontrato uno.

Che non immaginano di possedere, ma magari vorrebbero avere così tanti legami indissolubili con persone che non sono della loro famiglia.
Persone a cui nessuno si è seduto vicino per spiegare che l’effetto dirompente della parola di un ebreo sulla vita di milioni di altri deriva dal fatto che siamo tutti parte indissolubile di D-o stesso, che proveniamo tutti dallo stesso respiro divino.
Quei Mosè che si nascondono sotto i panni di Antonio che forse non sanno quanto un loro piccolo, infinitesimo passo verso D-o e la propria identità, abbia una risonanza infinita nei cieli. Perché probabilmente nessuno gli ha mai detto che chi dà una svolta spirituale alla propria vita raggiunge livelli molto più alti di chi, in quei sentieri, ci ha sempre camminato.

Forse molte spaccature all’interno del popolo ebraico sparirebbero in un attimo se tutti leggessero le parole del Rebbe.

Siamo una sola cosa in due modi: nella nostra essenza e nel nostro carattere. Nella nostra essenza siamo una sola anima che deriva da una sola fonte. Nel nostro carattere siamo ognuno complementare all’altro, nessuno è davvero completo, ognuno di noi contribuisce a ciò che manca nell’altro, ognuno aggiunge perfezione all’altro. Come in un enorme mosaico, stando uno accanto all’altro rendiamo l’intero completo. Nessuno è perfetto senza tutti gli altri. E ognuno di noi è incompleto finché anche uno solo manca. Gheula Canarutto Nemni

Lettura riservata alle persone di religione ebraica. Se non sei ebreo sei pregato di non andare avanti a leggere

 

Se non sei ebreo non leggere queste righe.
Difficilmente ti riguardano.

Se non sei ebreo non ti sei mai sentito braccato.
Non ti sei mai trovato di fronte a un mondo che valuta le tue azioni con standard altissimi mentre chiude gli occhi sulle azioni degli altri, a iniziare da quelle dei tuoi nemici, giustificandone ingiustizie e immoralità assoluti.

Se non sei ebreo non leggere queste righe. Non ti immedesimeresti mai in questo sentimento di rabbia, di impotenza, nei confronti dell’umanità che continua imperterrita da migliaia di anni a mentire sul tuo conto e a inventare false accuse contro di te basate sul nulla.

Se non sei ebreo non puoi capire come ci si senta a fare uscire i propri figli con la kipà in testa come se indossassero la divisa dell’esercito nemico, a camminare per la strada e sentirsi urlare ‘assassino di bambini!’ quando tu non faresti del male nemmeno ad un insetto.

Non puoi immaginare lo stato d’animo di un ebreo che apre le notizie e trova una serie infinita di righe faziose, basate su due o tre agenzie di stampa che raccontano la realtà attraverso filtri distorti dalla mancanza di obiettività.

Intere pagine false che accendono l’immaginario collettivo facendoci ritornare con il naso aquilino e le dita ad artiglio.

Notizie che ci trasformano in bevitori di sangue, in assetati di potere e di terra. In persone insensibili al dolore e alla sofferenza degli altri. Questi ebrei, da vittime disperate a carnefici senza cuore…

Se non sei ebreo non ti soffermare a cercare di capire. Non c’è logica nell’odio contro gli ebrei, nell’antisemitismo, non c’è nulla che possa giustificare il giudizio di persone che, senza nemmeno conoscerci, ci dipinge come i peggiori esseri umani nella propria immaginazione

Solo un ebreo può percepire sulla propria pelle i commenti perfidi di persone buone con tutti, anche con i cani randagi, ma con gli ebrei no perché loro si sa, hanno sempre torto.

Siamo soli, cari ebrei, siamo soli tra settanta lupi affamati.
Siamo soli, ma lo siamo sempre stati.
Gli amici vanno e vengono. I nemici? La storia non ce li ha mai fatti mancare. Mai.

Ma forse siamo soli anche perché le nostre manie danno fastidio.
La mania di portare luce, anche se fuori regna il buio profondo, l’abitudine tutta ebraica di non illuminare mai solo le proprie stanze, ma indirizzare le fiamme delle proprie candele anche verso le stanze degli altri. Perché, così ci insegnano da quando siamo piccoli, l’ebreo non può mai pensare solo a se stesso.

Quel sentimento connaturato che ci fa piangere per Ronen Lubarsky, soldato ucciso da una ‘innocua lastra di marmo’ come se l’avessimo conosciuto da quando è nato, che ci fa percepire profondo nel cuore il grido di dolore della madre che ha appena perso il figlio soldato.

Quella paura che ci attanaglia l’anima quando vengono sparati missili a 3600 chilometri da casa nostra e sentiamo che la nostra vera casa è più lì in mezzo al deserto e alla nostra storia dove possiamo essere chi siamo, che qui, nelle quattro mura dove viviamo ogni giorno sotto agli sguardi accusatori di chi non sa nemmeno chi siamo.

Se non sei ebreo non potrai mai capire a fondo le parole di Golda Meir quando diceva che la punizione peggiore per un soldato di Israele è essere costretto ad uccidere il proprio nemico.

Se non sei ebreo e sei arrivato fino in fondo a queste righe, prendi un minuto del tuo tempo prezioso per interrogare la tua obiettività morale e cercare di capire come hai permesso alle notizie faziose di farti dimenticare le tragedie che avvengono a poche migliaia di chilometri da dove vivi e farti focalizzare solo sulla necessità del popolo ebraico di difendersi da chi li vorrebbe di nuovo nelle camere a gas.

E se sei ebreo ricordati.

Se D-o ti ha fatto arrivare fino ad oggi, facendoti sopravvivere tra chi ti avrebbe voluto spazzare via dalla faccia terra, è perché hai ancora una missione da portare a termine.
Continuare a essere la voce fuori dal coro, la fede dove non c’è più speranza, la coscienza che ostacola l’assuefazione alla normalità del male.

Gheula Canarutto Nemni

P.s un grazie dal profondo del cuore a quelli che, seppure non ebrei, si caricano di oneri per difendere noi e il diritto di ogni individuo a essere rispettato

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Il vero perché della partenza del Giro d’Italia dalla terra degli ebrei

Era una sua usanza.

Prima di ogni gara e corsa ripassava a mente gli insegnamenti chiave che avevano fatto di lui un ciclista provetto.

Non acquistare mai una bici scadente, non fare compromessi sul mezzo che pedalerai, gli aveva consigliato un professionista decine di anni prima, quando stava iniziando a dare voce alla sua passione per il ciclismo.

Lo ringraziò mentalmente.

Se avesse fatto compromessi all’inizio, non sarebbe cresciuto né arrivato ad essere quello che era.

Cerca di studiare qualche nozione di ciclomeccanica, impara a cambiare una camera d’aria bucata.

Per essere un vero ciclista devi sapere a quanti bar gonfiare le ruote quando fuori fa caldo, quando fa freddo, quando sul terreno c’è il fango bagnato o il fango argilloso.

Non ti spaventare per tutti i dettagli, gli aveva detto.

Se vuoi affrontare ogni tipo di percorso saranno proprio questi piccoli dettagli, la tua precisione nel seguire ogni regola, a permetterti di arrivare fino in fondo.

Non ti arrendere alla prima salita. Sono le salite, i percorsi difficili, che ti permetteranno di diventare un ciclista provetto. La fatica, il lavoro duro e costante, saranno le condizioni necessarie per diventare ogni giorno più bravo.

Intorno a te sentirai tante persone dire: prendi la macchina, ma chi te la fa fare tutta questa fatica, perché impiegare ore per arrivare in un posto dove in auto arriveresti in molto meno, perché devi per forza distinguerti dal resto del mondo che sale in macchina per arrivare da qualsiasi parte?

Non ti scoraggiare, gli aveva detto il professionista.

Non farti condizionare dall’opinione comune. Nella vita si distingue solo chi non si adatta alla moltitudine.

Iniziò a pedalare.

Quel giorno era prevista pioggia, il terreno sarebbe stato fangoso, difficile.

Ma quando il terreno era troppo facile, non lo trovava divertente.

Controllò bene le ruote, come gli aveva insegnato il suo maestro.

Per affrontare i terreni fangosi e non rimanere impantanato, è necessario scegliere ruote con tasselli molto pronunciati, ruote con un’identità spiccata, aveva detto il professionista.

Solo ricordando al terreno chi sei, solo mostrando con decisione la tua identità di ciclista, potrai ottenere stabilità ed affrontarlo.

Non le aveva gonfiate troppo, le ruote.

Quando pedali su terreni fangosi, troppa aria impedirebbe di aderire bene al terreno.

Solo se le ruote sono deformabili, non troppo dure ma flessibili, stai attaccato a terra.

L’umiltà delle tue ruote sarà quella che ti farà lasciare impronte lungo il percorso e che ti porterà avanti.

Per fare in modo di prendere solo il meglio dal tragitto che stava per intraprendere, per evitare che le strade bagnate e fangose danneggiassero la sua bici, protesse il telaio con un velo protettivo. Il fango è inevitabile per qualsiasi ciclista, ma se parti attrezzato, la bici ne esce indenne.

In salita si ricordò di gestire al meglio il suo peso. Il baricentro, quella era la cosa più importante. Doveva stare saldo sulla bici ma per procedere era necessario proiettarsi in avanti.

Pedalò con decisione.

Soprattutto sul fango e nei terreni più ostili, quando si fanno le cose a metà, in maniera non troppo decisa, non solo si rischia di non fare nuova strada, ma se si è in salita molto probabilmente si scivola indietro.

Guardò lontano, per scegliere la sua traiettoria.

L’insicurezza nella scelta potrebbe portare a grandi frenate, a perdere l’equilibrio e a fare grandi cadute.

Ma non aveva mai guardato troppo indietro, non si era mai fatto spaventare dalle sue cadute passate. La sua storia gli era servita per imparare ad affrontare meglio la strada, i suoi errori ad arrivare più preparato alla corsa successiva.

Toccava a lui fare capire al terreno chi era, solo così nessuna forza esterna sarebbe stata più forte della sua volontà di farcela.

Gli mancavano ancora molti chilometri. Per non scoraggiarsi, si ripeté la frase che gli aveva permesso di superare gli ostacoli più grandi, di tagliare i traguardi più difficili.

Ricordati, se sei stato creato ciclista, nessuno ti potrà staccare da questa natura. Il vero ciclista possiede dentro di sé tutte le potenzialità che servono per affrontare ogni tipo di percorso.

Gheula canarutto nemni

Unesco. Lettera aperta ai cristiani di tutto il mondo. Per sopravvivere ci vuole il coraggio di essere sempre uguali a se stessi

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In questi giorni nei quali tanto si discute del voto dell’Unesco sui luoghi sacri agli ebrei, sorge una domanda. Ai cristiani di tutto il mondo.

Non è facile preservare la propria identità, dare continuità a quello in cui si crede. Il passaggio di padre in figlio rischia sempre di fare perdere qualche pezzo di quello che si vuole trasmettere, per strada.

Non è così naturale che tra cento anni ci siano ancora persone che la pensano come pensiamo noi oggi, che alzino gli occhi al cielo invocando aiuto e protezione dalla stessa Entità in cui noi crediamo.

Fare sopravvivere l’ebraismo fino ai nostri giorni, è stata un’impresa ardua.

Per trasmetterlo intatto, immutato, con lo stesso cocktail di fede, di domande, di dubbi e risposte, di studio e osservanza, ci è voluto un impegno infinito.

E una narrazione sempre uguale a stessa, senza alcuna interruzione.

Per la nazione ebraica la narrazione dei fatti avvenuti nel passato, non è una semplice storiella con alcuni insegnamenti morali. La storia, per gli ebrei, è la linfa vitale che l’ha tenuto in vita. La storia è la connessione con le radici, il collegamento con le origini, il cuore degli avi che batte nel cuore dei discendenti.

Tre volte al giorno, quattro durante il sabato e le feste, gli ebrei volgono il corpo e la mente verso la storia. Verso Est. Mizrach. Verso Gerusalemme, dove una volta stava il santuario e ora c’è solo un Muro a dare vita ai ricordi. Cerchiamo Est e troviamo re Davide e re Salomone, il grande sacerdote. Ritroviamo la civiltà ellenistica, gli imperatori romani e i loro decreti contro la l’osservanza della Torah.

Judea capta per il mondo è l’incisione su una moneta antica, un’epigrafe per celebrare la vittoria di un impero che non esiste più. Per gli ebrei Judea capta è un matrimonio la cui celebrazione non è completa senza un bicchiere rotto sotto al piede dello sposo in memoria del santuario di Gerusalemme distrutto, è una serie di digiuni che culminano nel digiuno del 9 di Av, in cui si piange per fatti avvenuti duemila anni fa, con lacrime vere.

Est per gli ebrei non è un punto cardinale. È una direzione verso la quale, per migliaia di anni, si sono rivolti i cuori.

Il pane azzimo, i digiuni, i cedri, le capanne, l’est. Sono i dettagli immutati, la ripetizione senza apportare alcun cambiamento, di una narrazione identica nel corso del tempo.

L’identità si tramanda con la consapevolezza di appartenere a qualcosa di certo.

E poi viene l’Unesco e con la votazione di decine di stati totalitari, paesi in cui nessuno gode del diritto di voto, cerca di riscrivere la storia.

Quella stessa storia che gli ebrei si tramandano da migliaia di anni.

E che, in teoria, si tramandano anche i cristiani.

In teoria. Perché il silenzio del papa, del mondo cristiano, degli ultimi giorni, fanno sorgere qualche dubbio.

Quando qualcosa è tuo, quando vivi da sempre solo per preservarlo, quando la tua vita oggi non sarebbe la stessa se i tuoi avi non avessero calpestato quel pezzo di terra, quando tutte le tue celebrazioni rimandano a quella storia, non permetti a giochi geopolitici di cancellare in pochi attimi quello che la tua fede ti ha sempre raccontato.

Il mondo cristiano sta accettando passivamente che si modifichi la propria, di storia.

Cari cristiani, ribadire l’origine ebraica di Gerusalemme e dei luoghi sacri è avere la speranza che tra cento anni ci siano ancora persone che condividono e a loro volta trasmettono la stessa fede e il desiderio profondo, di rimanere uguali a se stessi.

Gheula Canarutto Nemni

 

 

 

 

 

La Giornata della memoria? Giornata dell’identità ebraica, se posso scegliere, grazie

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Vennero bruciati i libri della Torà, chiusi i mikveh per le donne.

Vennero tagliate la barba e le peot agli uomini in mezzo alla strada.

Venne imposto di mangiare durante lo yom kippur, di trasgredire le regole.

L’ebreo che camminava, che mangiava, che costruiva la propria vita famigliare, che in ogni proprio gesto quotidiano ricordava D-o e le Sue leggi, forse senza nemmeno saperlo, avrebbe dovuto sparire senza lasciare una minima traccia.

L’ebreo avrebbe dovuto trasformarsi in un ricordo, in una sfumatura storica da fare studiare agli alunni, in un passato remoto a cui guardare senza il rischio di vederselo di nuovo comparire davanti con i suoi canti, con i suoi dondolii durante le preghiere, con la sua fede, con i suoi ideali.

I nazisti ci provarono con tutti i mezzi.

A fare diventare gli ebrei pura memoria.

Si dimenticarono di studiare attentamente questa nazione.

Per la quale la memoria non cammina mai da sola.

Ricordati il giorno dello shabat per santificarlo, sta scritto quando nella Torà si menzionano i Dieci Comandamenti per la prima volta.

Osserva il giorno dello shabat per santificarlo, così si ritrova invece la seconda volta.

Ricordati e osserva vennero pronunciati da D-o contemporaneamente, dicono i nostri maestri.

Senza la storia noi siamo nessuno. Senza una madre da cui partire, senza una nonna da cui farsi raccontare, senza un moto della testa che si volge indietro alla ricerca delle radici da cui tutto prese vita, senza i profumi, persino gli incubi, un uomo non esiste davvero.

L’ebraismo si basa sulla memoria. La Pasqua è il ricordo dell’uscita dall’Egitto e la trasformazione di un gruppo di genti in una nazione. Shavuot è il ricordo del momento in cui gli ebrei ricevettero la Torà accettando su di sé i comandamenti e le leggi divine. Sukkot è il ricordo delle nuvole che protessero il popolo ebraico durante i quarant’anni nel deserto.

Nell’ebraismo la memoria è sacra. Perché dalla memoria si impara a vivere l’oggi e il domani.

E così il ricordo dell’uscita dall’Egitto si trasforma nel dovere quotidiano di uscire dai propri limiti e proiettarsi al di là di ciò che si è oggi.

Il ricordo del ricevimento della Torà si trasforma nell’emozione con cui ci si deve svegliare in ogni nuovo giorno come se si avesse appena ricevuto il dono più grande.

Le nuvole, protezione nel deserto più di 3300 anni fa, protezione dal caldo e dai pericoli incombenti, rappresentano la fede da riporre in D-o in ogni momento.

La storia, la memoria, la memoria storica non è mai per l’ebreo un punto di arrivo.

L’ebreo non ricorda per il semplice gusto di mettere alla prova la propria capacità di memorizzare.

L’ebreo non si concentra su un evento passato per lasciarlo lì, nella catena del tempo, isolato. La storia è un anello, un tassello, la storia è uno scalino già arrampicato di una scala che nel mezzo contiene il presente. E in fondo il futuro che ancora ci aspetta.

Il ricordo è un cassetto in cui gli ebrei ripongono le proprie esperienze passate. Un tesoro fatto di gioie, dolori, traguardi e sofferenze.

Per gli ebrei ricordare è un dovere, come osservare lo shabat e mettersi i tfilin ogni giorno. Agli ebrei è proibito dimenticare.

La memoria per l’ebreo, però, è solo l’inizio.

E questo i nazisti lo sapevano bene.

Per questo non hanno provato a cancellare il passato. A loro, che il mondo si ricordasse di quella razza chiamata ebraica, una volta esistita, non dava alcun fastidio.

Loro, degli ebrei, volevano cancellare il presente e il futuro.

Volevano cancellare quel senso della continuità del proprio essere nel corso del tempo, accompagnato dalla consapevolezza della propria diversità dagli altri individui, quello che il vocabolario definisce identità.

Era l’identità ebraica che i nazisti volevano annientare.

Ricordati è la memoria da cui partire. Osserva è il modo in cui farla continuare a vivere, a pulsare.

Memoria e vita vissuta con un’identità ebraica piena, senza compromessi, sono concatenati in una struttura portante.

Celebrare solo la memoria di chi è stato cancellato fisicamente da questa terra perché ebreo, è come risuscitare un morto facendolo rimanere nella propria bara.

Questo ebrei sono stati sterminati perché portavano in sé un’identità pulsante, una storia continua.

C’è solo un modo per onorare la memoria di sei milioni di ebrei scomparsi. Garantire la libertà ai loro figli, ai discendenti, agli eredi spirituali di questi sei milioni di ebrei, di vivere la propria identità senza compromessi, di potersi dondolare di nuovo durante la preghiera senza paura di essere interrotti da un terrorista, di camminare in mezzo alla strada con una kippah senza doversi guardare le spalle.

Al mondo chiediamo questo.

La nostra risposta deve consistere, non in parole e meditazione, ma nelle azioni e nel comportamento giusti. Vita significa assumersi la responsabilità di trovare la giusta risposta ai suoi problemi e portare a termine i compiti che essa assegna ad ogni individuo (Viktor Frankl, Man’s Search for Meaning)

A noi ebrei il compito di riportare in vita chi è morto cantando ani maamin, io credo, mentre veniva portato nei forni.

E c’è solo un modo di farlo. Riprendere la loro preghiera, i loro tfilin, le loro celebrazioni, da dove sono stati interrotti.

Gheula Canarutto Nemni

 

 

 

 

 

 

Am Israel Chay, il popolo di Israele vive

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E io che non riesco a smettere di leggere le notizie sui giornali e sul web, che mi sento assalire dalla rabbia ogni volta che vedo un titolo relativo al Medio Oriente, io che non riesco a mangiare senza pensare che i miei fratelli, i miei figli si trovano lì ad aspettare un autobus tremando per la propria vita, io, da qui cosa posso fare?

E tu, tu che twitti i messaggi per fare girare il più possibile la verità tra la gente, che prendi il microfono e cerchi di spiegare la realtà a chi la vuole negare e manipolare, tu che cambi status ogni dieci minuti per raccontare agli amici virtuali quello che non vedrebbero da nessuna altra parte, tu, cosa puoi fare?

E noi, noi che guardiamo con sospetto chiunque si aggiri nei dintorni ebraici, che ci ritroviamo nei bar, nelle scuole e non possiamo permetterci di distrarci un attimo, che sussurriamo le parole in ebraico per la paura di venire riconosciuti, noi, cosa possiamo fare?

C’è una porzione di mondo, là fuori, a cui noi ebrei non stiamo simpatici. Non importa che passaporto abbiamo, se con una copertina blu e un candelabro a sette braccia o una bordeaux con lo stemma europeo. Non importa che lingua parliamo in casa e dove sono nati i nostri nonni. Non importa come abbiamo coniugato la nostro vita. A questa porzione di mondo noi non piacciamo perché siamo ebrei. Punto. E il loro sogno più grande è vederci un giorno sparire.

Io, tu, noi in questi giorni abbiamo una sola cosa da fare. Cercare di dare ancora più vitalità al nostro popolo. Con fatti, azioni concrete, torà e mizvoth che rinforzano la nostra identità ebraica. Gli arabi che accoltellano gli ebrei per le strade non lo fanno guardando il loro passaporto. E nemmeno il terrorista nel supermercato kasher di Parigi. A loro non interessa che lingua parliamo. Quello che li disturba è il nostro essere ancora qui, nonostante tutto. A pregare, a chiudere i nostri negozi di shabat, a cercare la carne kasher e a recitare lo shemà con i nostri figli. Diamo fastidio perché non abbiamo mai smesso di essere ebrei.

Am Israel Chay, il nostro popolo è, grazie a D-o, ancora vivo. E mai smetteremo di dimostrarvelo.

Gheula Canarutto Nemni

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Finché la fiamma ebraica non salirà da sola

 
cohen gadol

Non immaginavo sarebbe andata così. Che la mia vita avrebbe preso questa svolta. Ho un buon lavoro, il week end lo trascorro con amici e famiglia. Non mi pongo troppe domande sul significato profondo della vita, le giornate scorrono così, dall’alba all’uscita delle stelle. O almeno trascorrevano. Sei mesi fa è mancata mia nonna. Una donna tutta d’un pezzo, di quelle che non si trovano più. Con mia madre ci siamo messe a svuotare la sua casa, a rimuovere oggetto per oggetto, i pezzi della sua vita. Sul pavimento si accatastavano carte e fotografie, non c’era quasi più spazio per camminare. Finché tra le mani mi è comparso un foglio. Di razza ebraica, c’era scritto. Alzo gli occhi alla ricerca di quelli di mia madre. “E questo cosa è?” le domando. Lei alza le spalle. “Cioè?” “Niente di importante”, mi risponde. “Quindi sai di cosa si tratta?” “Di qualcosa che non ci riguarda più”. “Ma la nonna era ebrea? Tua madre era ebrea?” Dopo qualche minuto di silenzio sento un ‘sì’ vagare per la stanza. Ebrea. Mia nonna era ebrea. Sono tornata a casa e ho cercato su Google. Nei miei ricordi sono affiorati quei pugni nello stomaco che ho sentito a quindici anni mentre leggevo Anna Frank, come se in lei, nella sua tragedia, ci fosse un pezzo di me. Se mia nonna, la mamma di mia madre, era ebrea, lo sono anch’io, così ho scoperto su un sito ormai sei mesi fa. Mia madre lo sapeva. Ma, per proteggermi dal destino del suo popolo, da quella storia che, a suo avviso, è stata costellata più che altro da tragedie, non ha mai voluto dirmelo. Da quel giorno di sei mesi fa, le mie giornate scorrono con un perché in più. Il mio Perché. Ho una nuova responsabilità, oltre a quella professionale, sentimentale e famigliare. Ricomporre quel pezzo di mondo perduto, quell’identità sepolta dal tempo e dalla storia, e ridarle vita. “Quando accendi le candele” D-o ad Aharon, alimenta la fiamma finché non salirà da sola, spiega Rashi. Ora che so cosa è successo, quante prove ha dovuto affrontare lungo la guerra, solo perché era nata ebrea, ho fatto una promessa a mia nonna. Sua nipote farà di tutto per riportare orgoglio in quelle tre parole ‘di razza ebraica’, stampate su quel foglio. In molti hanno provato a spegnerla quella fiamma. Io, finché non la vedrò ritornare, stabile, alla vita, non smetterò di provare ad accenderla e riaccenderla di nuovo.

 

Gheula Canarutto Nemni

L’Amaca di Michele Serra (17.02.2015)

 

Michele Serra ci ricorda che il pregiudizio e, qualche volta, il non essere a conoscenza dei fatti, sono, nella storia umana, un fattore purtroppo notevole. Glielo spiego io (forse meno autorevole di Gad Lerner ma sicuramente portavoce di molti sentimenti comuni tra gli ebrei italiani) perché questi inviti di Netanyahu a trovare rifugio in Israele non concedono al terrorismo proprio niente. Sono semplicemente una patente di salvezza per chi si sveglia al mattino con l’idea di fare ritardare i propri figli a scuola, perché il momento più pericoloso per un bambino italiano ebreo o ebreo italiano, e’ quello dell’entrata e dell’uscita. Per chi, recandosi in un luogo di culto deve superare soldati, porte blindate e telecamere. Per chi va fare la spesa nei negozi kasher guardandosi avanti, dietro e di fianco. Provino i giornalisti a girare per qualche giorno con la kipa’ in testa e provare l’ebbrezza di sentirsi la saliva di chi non li ama pur non avendoli mai conosciuti, arrivare a fontana sul viso accompagnata da imprecazioni (se gli va bene) contro la loro religione. Provi per credere, signor Serra. E poi capirà perché ognuno di noi, ebreo europeo o europeo ebreo, con ancora i racconti dei nostri nonni che risuonano dentro alle orecchie, si sente sì europeo, ma da ebreo trema. Immagini un continente in cui la metà delle vittime del terrorismo si chiamano Serra. In cui i Serra vengono ammazzati davanti ai loro luoghi d’incontro, nei negozi che frequentano. Non si guarderebbe intorno alla ricerca di un posto dove i Serra possano vivere più tranquilli? Dove un Serra si possa svegliare al mattino e pensare al menù della sera invece che a iscriversi a corsi di autodifesa?

Noi siamo ebrei, lo sono anche quelli che a volte se lo vogliono dimenticare. Il mondo ce lo ricorda periodicamente, in una triste e terribile parabola dall’andamento ciclico. Il patto sociale tra i concittadini sicuramente esiste, altrimenti nessun ebreo sarebbe tornato a calpestare il suolo macchiato di sangue ebraico da Mussolini e Hitler. Però si fermi un attimo e legga i commenti al suo articolo. Capirà che anche tra i miei, i suoi,  concittadini, ce ne sono molti che demonizzano Israele, solo perché  stato degli ebrei, quando in tutti i paesi circostanti  le decapitazioni sono all’ordine del giorno. Legga i commenti e si immedesimi in noi, ebrei fieri di essere italiani dal 1300, che abbiamo già rischiato una volta di sparire da questo suolo. C’è un unico posto al mondo dove essere ebrei non è più rischioso che attraversare la strada con il rosso.

Gheula Canarutto Nemni
Repubblica l'amaca