Quella strana regola ebraica che vieta di leggere le storie dalla fine

La storia ebraica è fatta di pagine buie e righe di luce, di momenti d’amore divino rivelato e istanti in cui questo amore sembra sparito.

Tutto è iniziato quando abbiamo ricevuto la Torah davanti al monte Sinai. 

In quei primi momenti della nostra storia in cui D-o si è manifestato così apertamente, in cui la Sua esistenza era evidente come il sole che sorge al mattino, non abbiamo potuto fare altro che sceglierLo, costretti dalla forza dirompente e inconfutabile della verità e della rivelazione. 

Mille anni dopo comparve sulla scena un uomo di nome Haman.

Discendente da Amalek, il popolo che per primo aveva osato sfidare gli ebrei e seminare in loro dei dubbi nonostante la rivelazione a cui erano stati esposti, 

Haman decise che di questi ebrei ne aveva avuto abbastanza.

Erano già mille anni che diffondevano principi, valori, che non smettevano di seguire le proprie leggi nonostante fossero persino sparsi ai quattro angoli della terra. 

Forse non avevano ancora abbandonato D-o perché non erano stati messi davvero alla prova, pensò Haman. 

Forse sarebbe bastato emanare qualche legge in cui si imponeva l’annientamento del popolo ebraico, per portarli ad allontanarsi da quella fede così scomoda per il mondo. 

Dalla promulgazione del decreto di Haman fino al suo annullamento trascorsero undici mesi.

Periodo in cui gli ebrei avrebbero potuto provare ad assimilarsi, a mimetizzarsi nella società, a fare dimenticare chi fossero per salvare la propria vita e quella dei propri figli. 

Invece fecero esattamente il contrario, non solo non si nascosero.

Non solo non si assimilarono. 

Ma continuarono a camminare a testa alta, rafforzando la propria identità e facendo parlare così tanto di sé al punto che, racconta la meghilà, molti non ebrei si convertirono all’ebraismo 

A Purim D-o si è nascosto tra il banchetto di Achashverosh e la condanna a morte di sua moglie Vashtì, tra l’incoronazione di Ester e l’inspiegabile ascesa di Haman.

A Purim è avvenuto l’esatto contrario di ciò che era successo davanti al monte Sinai.

Nessuna rivelazione, nessuna traccia di D-o, solo un grande silenzio. 

Ester deriva il proprio nome da lehastir, nascondere. D-o si era nascosto, sperando che gli ebrei non smettessero di cercarlo. 

E proprio durante  uno dei periodo più bui della storia ebraica, quando una minaccia concreta di annientamento fisico totale pendeva sulle loro teste, quando la rivelazione di D-o si era trasformata in un ricordo lontano e nebuloso, gli ebrei scelsero di propria volontà di credere e avere fede.

E questi giorni vengono ricordati e celebrati attraverso tutte le generazioni, in ogni famiglia, in ogni stato e in ogni città. Questi giorni di Purim non smetteranno mai di esserci tra gli ebrei e il loro ricordo rimarrà in eterno nei loro discendenti’ dice la meghilà. 

Tutte le altre feste ricordano eventi miracolosi. Le dieci piaghe, la spaccatura del mar rosso, l’olio che ha bruciato per otto giorni, le nuvole che proteggevano gli ebrei nel deserto, D-o che dà la Torah sul monte Sinai. 

Purim è la festa in cui si celebra invece il miracolo della fede che rimane accesa e scelta e riscelta nonostante sia l’opzione meno conveniente.

 E’ la festa dell’ebreo che non si perde d’animo, che pur circondato dal buio e dalla sensazione di essere stato quasi abbandonato, pur essendo continuamente minacciato, non smette di cercare D-o. 

Purim è la celebrazione della fede fine a se stessa, svincolata dal fatto che D-o ci dimostri di amarci e proteggerci. 

E’ vietato leggere la meghila lemafrea, in maniera disordinata. Se uno sente leggere prima la seconda parte della meghilà e poi la prima, non ha fatto la mitzvà.

Il Baal Shem Tov interpreta questa regola spiegando che è vietato leggere la meghilà pensando che sia appartenuta solo al passato, ritenendo che questa fede profonda fosse presente solo negli ebrei di una volta.

In ogni ebreo, di ogni secolo e generazione, c’è la capacità di cercare e ritrovare D-o nonostante l’ebraismo possa essere rischioso e controcorrente. 

Purim è la festa della fede che batte il buio profondo. 

Gheula Canarutto Nemni

D-o non deve stare tra le righe…

Alla vigilia di Purim, mi trovavo nella mia cucina ad ascoltare  Bibi Netanyahu. Mentre chiudevo gli ultimi pacchi da mandare ad amici, parenti e compagni di classe dei miei figli, pensavo che il ministro aveva proprio ragione. Nel suo discorso davanti al Congresso americano stava dicendo  che dobbiamo stare attenti. Perché la  storia si ripete, volta dopo volta, in un ciclo perpetuo che non ha mai fine. Bibi ha raccontato della regina Ester e del suo coraggio di andare a domandare al re persiano di salvare la vita agli ebrei del suo regno e permettere loro di difendersi. Dopo poche ore nel mondo i bambini battevano i piedi e rompevano i timpani ai grandi, coprendo col loro rumore il nome dell’acerrimo nemico Haman, il ministro persiano antisemita. Nell’aria ancora riecheggiavano le parole di Netanyahu. Sull’antisemitismo iraniano dei nostri giorni, sugli  Haman del 2015, che sognano di vedere sparire tutti quegli ebrei che non gli si inchinano. La storia si sta ripetendo di nuovo.  Bibi ha pronunciato in ebraico le parole di Moshe ‘fatevi forza e coraggio, non temete e non spaventatevi davanti ai vostri nemici’ e nel Congresso è di nuovo esplosa una standing ovation. Dobbiamo imparare dagli errori della storia, ha ribadito. Cercare di non ripeterli per non inciampare negli stessi passi falsi. Durante la storia di Purim, Haman ha potuto prendere potere perché si e’ venuto a creare uno spazio, un vuoto da colmare. Tra gli ebrei e D-o. Il popolo ebraico ha cercato di ingraziarsi il re del momento, accantonando per qualche istante determinante, la fede in D-o che l’aveva  fino ad allora protetto tra settanta lupi affamati. Ora che la storia si ripete e’ da lì che dobbiamo imparare. Per arrivare a quella vittoria Ester domanda che tutta la nazione preghi e digiuni e ricordi a se stessa che la sopravvivenza di un ebreo non dipende da quanto ci amano i politici del momento.  E’ vero Moshe ha incoraggiato gli ebrei nel deserto, a pochi metri dalla terra di Israele che avrebbero dovuto iniziare a conquistare. Ma mentre in cucina stavo in piedi pronta per esplodere in un’altra standing ovation, ho smesso di arricciare i nastri intorno alle confezioni di Purim, in attesa. Che la frase di Moshe venisse terminata. ‘Fatevi forza e coraggio, non temete e non spaventatevi davanti ai vostri nemici…’, certo abbiamo oggi come allora  un esercito e andiamo  a combattere. Ma Moshe aggiunge una postilla vitale per la sopravvivenza del nostro popolo. Fatevi forza e coraggio, non temete e non spaventatevi davanti ai vostri nemici, perché H’ il tuo D-o andrà sempre con te e non ti abbandonerà né mai lascerà mai”. Di Purim ce n’è stato uno. Una intera meghila’ e’ stata scritta omettendo il nome del Creatore. Ora che la storia torna su se stessa dobbiamo imparare. A   non nascondere il nome di D-o tra le righe, a non lasciarlo sospeso tra le cose non dette. Ma a terminare con orgoglio e fede i nostri annunci al mondo intero. Se siamo ancora qui e’ perché abbiamo digiunato e pregato. È perché abbiamo avuto il coraggio di finire le nostre frasi dicendo che è da D-o che la nostra salvezza è sempre dipesa.

netanyahu-2Gheula Canarutto Nemni