Vi svelo il segreto del successo dei chabad

Al momento della nascita ogni individuo è leader di se stesso, a capo di un’istituzione importante chiamata persona e si è impegnati nella battaglia interiore tra le forze del bene e del malein modo che la propria pianta cresca il meglio possibile. 

Poi il tempo passa e si mette su famiglia. Non è più tempo di pensare solo a se stessi, i propri rami crescono, i frutti maturano, nell’ordine delle proprie priorità entrano anche quelle degli altri. E poi magari si apre un business, un negozio, si diventa capi d’azienda, le priorità si allargano oltre alla propria sfera, i propri frutti danno vita ad altre entità. 

E’ in questi passaggi dall’io al noi che emerge la vera leadership, quella che illumina e conferisce ad altri il potere di illuminare. 

Il leader sa che la propria crescita è possibile solo grazie alla collaborazione con altre persone. 

Un vero leader trae la forza da se stesso, da ciò che è, non dall’autorità che esercita e per questo motivo non teme di delegare, di conferire potere a terzi. 

A differenza di un dittatore che usa gli individui per i propri scopi, ma quando diventano troppo abili, inizia a temere per il proprio potere, il vero leader spera che i propri collaboratori diventino a loro volta dei capi in grado di generare altri capi. Perché sa che solo così la crescita sarà inarrestabile.  

La leadership del Rebbe è iniziata il 10 shvat del 1951, sei anni dopo la seconda guerra mondiale e la tragedia della shoà. 

L’ebraismo europeo era incenerito e i rari sopravvissuti tentavano di nascondere la propria identità nel timore di un ennesimo risveglio del nemico. 

Pochi giorni dopo il 10 di shvat, invece di chiudersi nei libri e approfittare della posizione privilegiata per dedicarsi completamente alla propria crescita intellettuale e spirituale, il Rebbe delega una coppia di giovani sposi a partire per il Marocco con lo scopo di risvegliare l’ebraismo e pianta il primo albero di un giardino che da allora non ha smesso di crescere. 

Oggi non c’è posto al mondo senza una traccia della leadership del Rebbe. 

A ogni coppia di chassidim che partiva per paesi lontani, diceva: 

quando incontrerete un ebreo, raccontategli che il mondo è stato creato con lo scopo di essere trasformato nel giardino di D-o. Tirate fuori l’albero che c’è in lui in potenziale e fate in modo che cresca e dia i propri frutti. Che a loro volta daranno vita ad altre piante ed alberi, in una catena infinita di ispirazione e illuminazione.

Il Rebbe ha scritto intere pagine di storia ebraica.

E poi, da vero leader, non ha tenuto le pagine solo per sé. Ha aperto il libro e ha lasciato che le pagine volassero in giro per il mondo, diventando ognuna la prima pagina di una nuova storia ebraica di cui ogni ebreo scrive le prossime righe. 

 

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Lettera di un bambino ucciso dal silenzio del mondo

Ciao mamma,

addio papà,

vi ho visto per pochi istanti e vi devo già salutare.

Vi voglio bene mamma e papà,

purtroppo però me ne devo già andare.

Mi ero illuso di potere arrivare al mondo tra due mesi, di potermi nutrire del latte materno   tra un pianto e l’altro, di aprire gli occhi lentamente e scoprire il mistero di ciò che mi sta intorno.

Ma questo momento non è mai arrivato.

Da dentro al grembo  ho sentito sparare, urla di spavento e terrore mi sono giunte attraverso il liquido amniotico in cui ero immerso, luci, sirene, rumori di soccorsi.

E il battito del mio cuore, che fino a pochi secondi prima possedeva un ritmo cadenzato perfetto, si è rallentato.

Non so spiegarmi il motivo per il quale tutto ciò è accaduto. Perché un uomo che non mi ha mai visto, abbia voluto sparare a mia madre e a me, nel suo grembo. Dicono che stavamo aspettando l’autobus in un pezzo di terra contesa, raccontano che è questa terra il motivo alla base di questo furore omicida.

Ottant’anni fa altri esseri come me venivano portati al macello. Neonati, infanti, bambini che non avevano ancora imparato a camminare, venivano marchiati a fuoco con dei numeri che indicavano Jude, ebreo. E poi assassinati in massa, perché appartenenti a quel popolo così inviso, invidiato, a cui non è permesso vivere in pace da nessuna parte.

Addio miei cari nonni con cui non ho mai potuto giocare. Ho provato a sopravvivere alla cattiveria dell’uomo, ma non ce l’ho fatta.

Nonostante sia nato al settimo mese di gravidanza e abbia potuto vivere per poche ore, posso dirvi con certezza che non è affatto vero che ogni individuo ha diritto alla vita, alla libertà ed alla sicurezza della propria persona come enuncia l’articolo 3 della dichiarazione universale dei diritti dell’uomo.

Non è vero che ogni bambino ha diritto ad avere una casa, una mamma e un papà.

E’ una menzogna,  il mondo non  si adopera affinchè ogni fanciullo possa essere protetto da atti di crudeltà come enuncia la dichiarazione dei diritti del fanciullo dell’Onu.

Per colpa di persone allevate nell’odio, nell’intolleranza, me ne vado con un nome Amiad Yisrael, dato solo per essere inciso sulla mia tomba.

Il libro della mia vita si chiude per via di società civili e mass media che considerano ancora oggi la morte di un ebreo nella propria terra meno grave della morte di individui di altre religioni.

Me ne vado in silenzio a causa di un mondo che ancora oggi utilizza la fede di appartenenza come criterio per assegnare valore alla vita umana.

Amore mio,

un ultimo bacio sul tuo sudario così piccolo che nessuno potrebbe immaginare contenere una vita vera ormai spenta.

Ancora un ultimo saluto alla tua piccolissima mano, ai tuoi piedini, al tuo cuore che sentivo battere dentro di me a ogni ora del giorno e della notte.

Domanda in Cielo il perché di tutto questo. Fai sicuro che ti diano una risposta.

Sei stato bambino per qualche istante, l’odio dell’uomo ti ha trasformato in un angelo eterno.

Mandami un bacio amore mio, grande come quello che ti avrei chiesto se l’educazione alla violenza non ti avesse strappato l’anima prima ancora di venire al mondo.

Gheula Canarutto Nemni

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Appello per la sopravvivenza del popolo ebraico

Cari amici ebrei di sinistra,

cari amici ebrei di destra,

quello che leggerete nelle prossime righe è un appello per la sopravvivenza.

Sopravvivenza di un popolo che è arrivato miracolosamente alla data di oggi e che rischia pericolosamente di implodere.
Il nostro popolo è noto per le differenze di pensiero. Le mappe mentali così diverse tra loro ci hanno da sempre fatto crescere.
I 4 figli della hagadà hanno ognuno il loro modo di interpretare la storia, le dodici tribù hanno ognuna il suo modo speciale di servire D-o.
Il popolo ebraico si è alimentato della diversità di opinione, si è nutrito delle differenti correnti di pensiero.

La discussione, la divergenza di punti di vista, è una delle colonne portanti che ha tenuto in vita il nostro popolo.

L’univocità di pensiero non fa parte del dna ebraico.
I profeti si sono opposti ai re, Mosè ha discusso con D-o.
Il Talmud non è altro che il risultato di interminabili discussioni e argomentazioni.

In questo ultimo periodo però qualcosa si è rotto. Le discussioni non sono più semplici scambi, ma dardi avvelenati. Le opinioni sono diventate mattoni che erigono muri tra chi la pensa in maniera diversa.

Per salvare a parole i migranti, stiamo spaccando davvero il nostro popolo.
Per decidere la politica di Israele seduti ai tavolini del bar e su Facebook, dividiamo davvero gli ebrei in buoni e cattivi.
Per commentare la politica di un presidente americano, gettiamo al vento 3300 anni di storia di sopravvivenza,

Stiamo sbagliando qualcosa.
Non è per questo che D-o ci ha fatto arrivare fin qua.                                                             Non per vedere il Suo popolo esaurirsi a vicenda su discussioni sterili che, oltre al rumore della tastiera, non portano a nessun reale cambiamento nel mondo.
Non per vederci scannare sui social media e catalogare le persone come direzioni stradali, destra, sinistra.
Non per vedere il Suo popolo darsi da fare per affondare la barca con le proprie mani, quella barca che miracolosamente ha resistito fino ad oggi alle tempeste peggiori.       Non siamo ancora qui per spaccarci in correnti di pensiero così vorticose da creare mulinelli letali per la nostra nazione.

Se siamo giunti fino a questo momento della storia dell’umanità è perché D-o sa che possiamo dare un valore aggiunto.
È perché ha fiducia in noi, Suo popolo, che non ci perdiamo in ondate di parole inutili su cose che là fuori qualcuno sta già decidendo.
No. Noi siamo qui per fare, per fare progredire, per immettere luce, valori, esempi.
Siamo qui per unire gli individui sotto all’ombrello dei principi universali che noi stessi abbiamo insegnato al mondo.
Siamo qui per dire quello che gli altri non sono in grado di pronunciare.
L’anima degli ebrei, di tutti gli ebrei indistintamente, riceve la vitalità dal livello più profondo e alto di D-o.
Due di noi hanno tre opinioni, ma quello che conta è la nostra essenza. Uguale, indistinta, indifferenziata. Un’essenza che non guarda a destra e a sinistra ma solo in alto, verso Chi l’ha creata.
Il nostro santuario è stato distrutto perché gli ebrei invece di unirsi contro i loro nemici si sono divisi all’interno. Non rendendosi conto che quando facciamo così, quando ognuno si siede al suo tavolo e rifiuta di sentire cosa sta dicendo l’altro, quando si urlano le nostre diatribe e i nostri conflitti su facebook, nei programmi televisivi, nelle testate giornalistiche, facciamo il gioco del nostro nemico. Lo aiutiamo. Non deve fare altro che stare a guardare.

Centimetro dopo centimetro creiamo noi stessi le falle che rischiano di fare affondare la nave che ci ha portato in salvo.

Hillel e Shamai possedevano ognuno lenti diverse, a base di pietà e di rigore, attraverso le quali guardare il mondo. Ognuno di loro interpretava la legge a modo suo.                    Se avessero vissuto oggi avremmo avuto le magliette con ‘io sto con Hillel’ e ‘solo Shamai ha ragione’. Ci sarebbero stati raduni, messaggi collettivi, provocazioni, da parte di uno e dell’altro gruppo. Ai loro tempi invece la diversità di pensiero era opportunità di crescita. Oggi non saremmo chi siamo senza le loro discussioni che come arbitro ne hanno avuto uno di eccezione.

D-o stesso.

Che a un certo punto disse: sia queste che quelle rappresentano la parola divina.

Quello che avete letto è un invito.
Invito a stare insieme, al confronto pacifico, allo scambio civile di opinioni diverse.

Siamo accerchiati da nemici a destra e a sinistra. Non spacchiamoci tra destra e sinistra.

Siamo pochi, ma quando siamo uniti diventiamo tanti piccoli, infinitesimi miracoli di sopravvivenza. Solo insieme la luce fioca di ognuno può diventare una luce potente.

Gheula Canarutto Nemni

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Lettura riservata alle persone di religione ebraica. Se non sei ebreo sei pregato di non andare avanti a leggere

 

Se non sei ebreo non leggere queste righe.
Difficilmente ti riguardano.

Se non sei ebreo non ti sei mai sentito braccato.
Non ti sei mai trovato di fronte a un mondo che valuta le tue azioni con standard altissimi mentre chiude gli occhi sulle azioni degli altri, a iniziare da quelle dei tuoi nemici, giustificandone ingiustizie e immoralità assoluti.

Se non sei ebreo non leggere queste righe. Non ti immedesimeresti mai in questo sentimento di rabbia, di impotenza, nei confronti dell’umanità che continua imperterrita da migliaia di anni a mentire sul tuo conto e a inventare false accuse contro di te basate sul nulla.

Se non sei ebreo non puoi capire come ci si senta a fare uscire i propri figli con la kipà in testa come se indossassero la divisa dell’esercito nemico, a camminare per la strada e sentirsi urlare ‘assassino di bambini!’ quando tu non faresti del male nemmeno ad un insetto.

Non puoi immaginare lo stato d’animo di un ebreo che apre le notizie e trova una serie infinita di righe faziose, basate su due o tre agenzie di stampa che raccontano la realtà attraverso filtri distorti dalla mancanza di obiettività.

Intere pagine false che accendono l’immaginario collettivo facendoci ritornare con il naso aquilino e le dita ad artiglio.

Notizie che ci trasformano in bevitori di sangue, in assetati di potere e di terra. In persone insensibili al dolore e alla sofferenza degli altri. Questi ebrei, da vittime disperate a carnefici senza cuore…

Se non sei ebreo non ti soffermare a cercare di capire. Non c’è logica nell’odio contro gli ebrei, nell’antisemitismo, non c’è nulla che possa giustificare il giudizio di persone che, senza nemmeno conoscerci, ci dipinge come i peggiori esseri umani nella propria immaginazione

Solo un ebreo può percepire sulla propria pelle i commenti perfidi di persone buone con tutti, anche con i cani randagi, ma con gli ebrei no perché loro si sa, hanno sempre torto.

Siamo soli, cari ebrei, siamo soli tra settanta lupi affamati.
Siamo soli, ma lo siamo sempre stati.
Gli amici vanno e vengono. I nemici? La storia non ce li ha mai fatti mancare. Mai.

Ma forse siamo soli anche perché le nostre manie danno fastidio.
La mania di portare luce, anche se fuori regna il buio profondo, l’abitudine tutta ebraica di non illuminare mai solo le proprie stanze, ma indirizzare le fiamme delle proprie candele anche verso le stanze degli altri. Perché, così ci insegnano da quando siamo piccoli, l’ebreo non può mai pensare solo a se stesso.

Quel sentimento connaturato che ci fa piangere per Ronen Lubarsky, soldato ucciso da una ‘innocua lastra di marmo’ come se l’avessimo conosciuto da quando è nato, che ci fa percepire profondo nel cuore il grido di dolore della madre che ha appena perso il figlio soldato.

Quella paura che ci attanaglia l’anima quando vengono sparati missili a 3600 chilometri da casa nostra e sentiamo che la nostra vera casa è più lì in mezzo al deserto e alla nostra storia dove possiamo essere chi siamo, che qui, nelle quattro mura dove viviamo ogni giorno sotto agli sguardi accusatori di chi non sa nemmeno chi siamo.

Se non sei ebreo non potrai mai capire a fondo le parole di Golda Meir quando diceva che la punizione peggiore per un soldato di Israele è essere costretto ad uccidere il proprio nemico.

Se non sei ebreo e sei arrivato fino in fondo a queste righe, prendi un minuto del tuo tempo prezioso per interrogare la tua obiettività morale e cercare di capire come hai permesso alle notizie faziose di farti dimenticare le tragedie che avvengono a poche migliaia di chilometri da dove vivi e farti focalizzare solo sulla necessità del popolo ebraico di difendersi da chi li vorrebbe di nuovo nelle camere a gas.

E se sei ebreo ricordati.

Se D-o ti ha fatto arrivare fino ad oggi, facendoti sopravvivere tra chi ti avrebbe voluto spazzare via dalla faccia terra, è perché hai ancora una missione da portare a termine.
Continuare a essere la voce fuori dal coro, la fede dove non c’è più speranza, la coscienza che ostacola l’assuefazione alla normalità del male.

Gheula Canarutto Nemni

P.s un grazie dal profondo del cuore a quelli che, seppure non ebrei, si caricano di oneri per difendere noi e il diritto di ogni individuo a essere rispettato

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L’ebreo questa strana e fastidiosa creatura…

Quando D-o ha creato il mondo, si è guardato intorno e ha detto.

Vorrei dare vita a una creatura diversa, in grado di portare avanti imperterrito il Mio messaggio, un individuo che, anche sotto tortura, minacciato e scacciato, non smetta mai di amare Me e i Miei precetti.

Vorrei creare una persona che, di fronte alla derisione degli altri, alla emarginazione e pregiudizi, continui a trasmettere con orgoglio la propria identità.

Vorrei un essere le cui azioni non passino mai inosservate, le cui parole abbiano un peso maggiore di tutte le altre, il cui pensiero sia in grado di cambiare il destino di tanti.

Ci vorrebbe un essere resistente agli urti, pensò.

Impiegò molti anni per progettarlo e pianificarlo.

Finalmente, 2448 anni dopo la creazione, venne alla luce l’ebreo.

Persona dotata di ottimismo assoluto, mentre gli Egizi preparano il cemento con i suoi neonati e nel loro sangue ci fanno il bagno, l’ebreo  prepara i tamburi in vista del giorno in cui sarebbe stato liberato dalla schiavitù e promosso al grado di popolo.

Individuo la cui fede si rafforza davanti agli ostacoli, che si dà il nome di Macabi e raccoglie adepti al grido di: chi è per D-o, si unisca a me,  nel momento in cui i greci ne disonorano le donne e dissacrano il santuario.

Fiero della propria identità al punto di coprirsi gli occhi e urlare Shema’ Israel, D-o è il nostro D-o, D-o è uno, mentre il fuoco avvolge il suo corpo e il pubblico guarda estasiato l’autodafé bruciare, mentre gli urlano marrani!, maiali! perché ha osato continuare a servire D-o di nascosto.

Imperterrito, testardo, saldo nei propri principi, quando arrivano i cosacchi per ucciderlo e spogliarlo di ogni bene e lui, per l’ennesima, infinitesima, volta, si mette in fuga, la prima cosa che mette in salvo sul carro, accanto ai suoi figli, non sono i beni terreni, ma i rotoli della Torà, quella Torà che lo rende così diverso e inviso al mondo.

Attaccato alle proprie tradizioni, mentre viene trascinato nei forni e ridotto a fumo nei cieli, l’ebreo raccomanda ai propri figli di non abbandonare quella strada da cui è arrivato con tanta fatica, di non dimenticare le regole che l’hanno accompagnato fino a quel momento, di non smettere di trasmettere ai discendenti ciò che i suoi padri gli hanno insegnato.

Quando nell’anno 2448 i discendenti di Abramo, Isacco e Giacobbe sentirono la voce di D-o proclamare la Propria unicità e l’obbligo di crederci, quando il dovere di onorare il padre e la madre, il non rubare, non rapire e non uccidere, furono messi sullo stesso piano della fede in un D-o unico, l’ebreo capì che non aveva più scampo.

Il suo destino sarebbe stato segnato per sempre.

Non avrebbe più potuto permettersi di vivere in nome di se stesso, non avrebbe più goduto della libertà assoluta di pensare, parlare ed agire, come un individuo a se stante.

Ai piedi di quel monte l’ebreo è stato nominato sacerdote al servizio divino, diffusore eterno di valori morali, collante tra spirito e materia, portavoce di D-o e delle Sue leggi.

Anche volendo, non avrebbe più potuto liberarsi di quell’identità a lui destinata.

Da quel momento in avanti, un ebreo che non rispetti la propria ebraicità, non viene rispettato dal mondo.

Davanti  a quel monte, capì che…

…l’ebreo e i precetti divini sono una sola cosa.

…essere ebrei è un percorso ad ostacoli, uno slalom tra chi ne vuole la sparizione dalla terra.

…essere ebrei non è una scelta, ma un onore imposto alla nascita.

Se D-o ha deciso di affidargli questa missione impossibile, di continuare a illuminare il mondo con gli insegnamenti della Torà, quella antica, datata e così sorprendentemente attuale, legge, è perché D-o si fida del popolo ebraico.

E sa che anche le acque più turbolenti non potranno estinguerne la fede, quella fiamma che brucia in eterno dentro al cuore di ogni ebreo.

Gheula Canarutto Nemni

 

Un’ebrea italiana cita per danni morali Moni Ovadia e Il Manifesto

Alla cortese attenzione del direttore de Il Manifesto

Le scrivo riguardo al Commento di Moni Ovadia pubblicato ieri, 26 aprile, sul suo giornale.

Non le scrivo in merito al contenuto dell’articolo. Il libero arbitrio è alla base della fede ebraica, ognuno è libero di vivere e pensare come preferisce, ognuno può andare incontro al proprio destino come meglio crede.

Ma è sulla forma di uno scritto pubblicato sulla sua testata che dovrebbe, in quanto direttore, riflettere.

L’articolo di Moni Ovadia non spiega al lettore cosa sia successo, cosa gli abbia causato di svegliarsi al mattino del 26 aprile in preda a un tale cattivo umore.

E così, senza una introduzione né spiegazione che contestualizzino gli eventi, si viene annegati fin dalle prime righe da aggettivi violenti, da descrizioni nervose, da frasi grondanti di rabbia e paragrafi sovrabbondanti di furore.

La scena si apre con la parola ‘pantomima’ accostata alle azioni e decisioni delle comunità ebraiche. Pantomima è definita come ‘esibizioni false, con le quali convincere, impietosire o commuovere’. E’ questo il giudizio che il quotidiano dei comunisti, quale viene definito Il Manifesto, esprime su chi la pensa in maniera diversa?

A questa pantomima Ovadia fa seguire ‘deliranti motivazioni’ degli ebrei che non desiderano sfilare accanto a chi inneggia alla loro morte. Delirante è uno stato di alterazione mentale di chi immagina realtà inesistenti. Il Manifesto ritiene deliranti le motivazioni dei parenti di Mireille Knoll, dei genitori dei quattro ragazzi uccisi nell’Hypercasher, delle famiglie distrutte dall’attentato alla scuola ebraica di Tolosa, della madre di Ilan Halimi torturato e assassinato nelle periferie di Parigi? Pensa che sia delirante chi teme per la propria vita quando accompagna i figli alla scuola ebraica ogni giorno?

Moni Ovadia prosegue raccontando che Netanyahu fa una ‘propaganda pagliaccesca’, facendo dimenticare al lettore che questo premier è stato eletto democraticamente da milioni di persone o forse gli elettori sono, per il vostro quotidiano, dei pagliacci.

Le comunità ebraiche non vogliono sfilare accanto ai palestinesi. ‘E perché no?’ si domanda l’attore. ‘Per pedissequo ossequio allo scellerato progetto segregazionista e razzista del premier israeliano Netanyahu’. E’ possibile definire scellerato un progetto che prevede un milione di arabi integrati all’interno dello stato? E’ segregazionista un progetto secondo il quale nel parlamento siedono arabi accanto ad ebrei? Oppure scellerato e segregazionista è il progetto che ha reso quasi tutti gli stati arabi judenfrei?

Il Manifesto desidera che il lettore si faccia l’idea che in Israele ci sia ‘un’alleanza con i peggiori fanatici religiosi’ come dice Ovadia, che si immagini un regime teocratico mentre Israele è una democrazia come l’Italia?

Il Manifesto è d’accordo con il definire gli ebrei che si rifiutano di sfilare accanto a persone che urlano ‘a morte gli ebrei’, ‘ufficio stampa e propaganda del governo ultrareazionario e segregazionista oggi in carica in Israele’?

No, Moni Ovadia, non pensiamo che ‘questi siano i pensieri del solito estremista, veterocomunista, ebreo antisemita solo perché condanna la politica di Netanyahu e dei suoi fanatici alleati colonizzatori compulsivi’ come lei conclude nell’articolo.

Pensiamo che se Il Manifesto si considera ancora una testata giornalistica e crede nel confronto civile tra parti che la pensano in maniera diversa, i suoi direttori dovrebbero delle scuse agli ebrei italiani.

Non siamo ‘degli imbecilli che scambiano critiche politiche ed etiche per antisemitismo’. Siamo persone che crediamo nella libertà di pensiero, nel libero arbitrio di pensarla diversamente da lei, da voi, persone che hanno verso il proprio vissuto, verso la storia e gli eventi recenti, una opinione e dei sentimenti diversi. Non siamo imbecilli. E sappiamo ancora distinguere tra un pezzo degno di venire pubblicato su un giornale che si definisca tale e un insieme di righe dettate dall’odio, dalla rabbia e dalla mancanza di rispetto assoluta.

Gheula Canarutto Nemni

qui di seguito l’articolo di Moni Ovadia

Il Manifesto 26 aprile 2018

Moni Ovadia

La pantomima delle comunità ebraiche (di Roma e non solo) che non partecipano alla Manifestazione unitaria del 25 aprile, giorno della liberazione dal nazifascismo, si ripete mestamente. Uguale il gesto sdegnato, uguale la delirante motivazione.

E la delirante motivazione è che «nella manifestazione sfilano le bandiere di coloro che settanta anni fa furono alleati dei carnefici nazisti». Quali? Quelle dei risorgenti partiti neonazisti est europei polacchi, ungheresi, ucraini?

No, quelle dei palestinesi, che secondo la pagliaccesca propaganda di Benjamin Netanyahu avrebbero convinto il «mansueto» Führer Adolf Hitler, contro la sua volontà e disponibilità verso gli ebrei, a sterminarne invece sei milioni.

Anche 500.000 Rom e Sinti, tre milioni di slavi, decine di migliaia di disabili (inferiori rispetto alla «razza pura»), di antifascisti, migliaia di omosessuali, testimoni di Geova e di socialmente emarginati, senza dimenticare milioni e milioni di civili sovietici. Ma costoro poco interessano ai dirigenti delle comunità ebraiche. Che accetterebbero volentieri i vessilli di ogni altro popolo oppresso che volesse sfilare nelle manifestazioni del 25 aprile per rivendicare i propri diritti. Ma i palestinesi no! E perché no? Per pedissequo ossequio allo scellerato progetto segregazionista e razzista dle premier israeliano Netanyahu.

Che in alleanza con i peggiori fanatici religiosi intende far sparire i palestinesi in quanto popolo e nazione, per dare legittimità alla grande Israele fondata sul logoro mitologema della «Terra promessa» e poi ridurli in minuscoli bantustan concessi dall’effendi israeliano.

Ho già scritto a questo proposito, proprio sul manifesto in occasione della stessa manifestazione dello scorso anno.

Ma in questo anniversario vorrei aprire una prospettiva altra. Gli organizzatori dell’evento del 25 aprile dovrebbero disinteressarsi delle decisioni della comunità ebraica di Roma o di altre comunità ebraiche. Dichiarino la piena e naturale apertura alla partecipazione del mondo ebraico ma non si facciano condizionare da esso su chi debba partecipare o meno al corteo. Il 25 aprile è soprattutto e più di tutto il giorno degli antifascisti di qualsivoglia orientamento.

Le comunità dell’ebraismo siano le benvenute in quanto tali, ma se non tali e se si comportano da ufficio stampa e propaganda del governo ultrareazionario e segregazionista oggi in carica nello stato di Israele, non hanno motivo di sfilare con l’antifascismo.

Un governo antifascista non opprimerebbe mai un altro popolo, non lo deprederebbe delle sue legittime risorse, non ruberebbe il futuro ai suoi figli, non colonizzerebbe le terre assegnategli dalla legalità internazionale come sistematicamente e perversamente fa il governo Netanyahu sorretto dal presidente americano Trump che si appresta all’affrontoa est di spostare l’ambasciata Usa a Gerusalemme (occupata a Est).

E se qualcuno pensa che questi siano i pensieri del solito estremista, veterocomunista, «ebreo antisemita», si legga le dichiarazioni del presidente del Congresso Mondiale Ebraico, Ronald Lauder, ebreo americano aderente al partito repubblicano, pubblicate dal New York Times in questi giorni con questo titolo: Israel’s self inflicted wounds (le ferite autoinflitte di Israele), nel quale cui dopo una premessa fatta di dichiarazioni d’amore legittimo per Israele e captazio benevolentiae, condanna la politica di Netanyahu e dei suoi fanatici alleati colonizzatori compulsivi come suicidaria e invisa alla vasta maggioranza di ebrei della diaspora.

Alla faccia degli imbecilli che scambiano critiche politiche ed etiche per antisemitismo.

Gli ultraortodossi e lo Stato di Israele

Negli anni ’70, la mia nonna venne eletta presidentessa di una importante associazione femminile ebraica.

Al suo discorso di insediamento parlò della alià, il ritorno alla terra di Israele, il sogno costante ed eterno del popolo ebraico.

Ma aggiunse, non lo chiamiamo

chazarà, ritorno,

ma alià, salita.

Eppure la terra di Israele non si trova a 3000 metri sopra al livello del mare.

C’è scritto nella Torà che gli occhi di D-o sono costantemente sulla terra di Israele, dal primo giorno dell’anno all’ultimo. La terra di Israele è il posto più sacro del mondo, per questo definiamo alià, il nostro ritorno.

Per potere vivere in Eretz Israel dobbiamo salire spiritualmente, migliorando costantemente il nostro rapporto e dialogo con D-o.

Questa terra, disse la mia nonna, dobbiamo guadagnarla con i nostri meriti.

Il suo incarico durò un giorno. Alià, per i membri dell’associazione, era da interpretare come la salita sulle scale dell’aereo con destinazione Tel Aviv…

Il 17 luglio del 1977, poche ore prima dell’inizio dei trattati di Camp David, Menachem Begin si recò dal Rebbe.

Vengo a domandare la benedizione del Rebbe prima dell’incontro, disse Begin ai giornalisti.

Perché il popolo ebraico è un popolo eterno e il nostro destino non dipende da un incontro tra leader politici, aggiunse.

Il Rebbe completò la sua frase.

La nostra esistenza dipende dalla nostra spiritualità, dal nostro attaccamento a Torà e Mizvoth. E’ questo il segreto della sopravvivenza del popolo ebraico.

La vita in terra di Israele, non deve limitarsi ad un insediamento materiale, ma deve essere un insediamento spirituale.

Ricordatevi, disse il Rebbe, che la terra di Israele è stata da D-o in regalo a tutto il popolo ebraico.

Daresti indietro un regalo che ti è stato donato con così tanti miracoli, con così tanto amore?

Nessun ebreo ha il diritto di dare ad altri popoli una parte della terra di Israele.

Questa terra appartiene a noi da quando D-o l’ha promessa ad Abramo.

E noi dobbiamo insediarla come la insediò Abramo, trasformandola in un posto in cui si percepisce la Torà, in cui ci si innalza spiritualmente, per farla diventare un faro di luce tra le nazioni.

Sionista è chi ama la terra di Israele a tal punto da essere pronto a raffinarsi spiritualmente per poterla meritare di nuovo ogni giorno.

Gheula Canarutto Nemni

Roberto Saviano e il cecchino israeliano

Roberto Saviano,

Il mestiere del giornalista è un mestiere importante, difficile e colmo di effetti collaterali.

Una fotografia di una modella ritoccata potrebbe portare una bambina di 13 anni a suicidarsi perché troppo grassa, un titolo imparziale potrebbe spostare l’ago della bilancia delle elezioni.

Un tweet senza previa informazione, ma pensato forse per avere tante condivisioni, può diventare un’arma in mano a dei giustificatori di assassini.

Quando un giornalista del tuo calibro scrive, sa di essere letto. E molto.

Sa di potere influenzare il pensiero di tanti.

Sa che i suoi lettori immaginano che la verità sia stata appurata a priori.

Quando hai twittato sul video dei soldati israeliani che commentano sul palestinese a cui viene sparato al confine, quanto tempo hai dedicato per approfondire la notizia prima di trasformarla in un insieme di parole fazioso?

Quante fonti hai consultato per capire quando si fosse svolta la vicenda e in che modalità? Perché il tutto è accaduto a fine dicembre 2017 e non negli ultimi giorni.

Sei sicuro che chi sta esultando nel video sia chi sta sparando per difendere il proprio paese? Perché chi sta sparando si trova altrove e chi sta facendo le riprese sta solo monitorando il campo.

Hai sentito nel video i ragazzi dire: ‘c’è un bambino accanto a lui, non può sparare’? Perché i soldati israeliani anche se trovano di fronte a loro il terrorista più ricercato al mondo, non prenderebbero il rischio di ferire un bambino che gli sta accanto.

Hai indagato sull’identità della persona a cui stanno sparando? Sai che gli e’ stato sparato alle gambe solo per neutralizzarlo?

Per essere un giornalista che contribuisce a migliorare il nostro mondo non basta coprirsi la bocca per condannare l’uso dei gas in Siria. I gesti simbolici costano poco e fanno tanto effetto mediatico.

Un giornalista dovrebbe fornire commenti su fatti esistenti, la sua indignazione rivolta ad eventi deplorevoli realmente accaduti.

Il giornalista è la lente attraverso la quale i lettori decifrano il mondo.

‘Se qualcuno di voi vorrà fare questo mestiere, sfuggite alla tentazione dello scoop. Ricordate che esso è la scorciatoia dei somari. Se volete fare questo mestiere, ricordatevelo bene. È un mestiere che richiede molta umiltà, molta e il protagonismo è in contrasto con questa legge fondamentale’, disse Indro Montanelli nella sua ultima lezione di giornalismo.

Gheula Canarutto Nemni

Noi sottoscritti Vauro, Boldrini, Papa Francesco, insieme con i giornalisti dell’Ansa, ci impegniamo a commemorare gli ebrei e a rispettarne la memoria

A noi gli ebrei piacciono così.

Ci piacciono dietro i cartelli ‘il lavoro rende liberi’, con addosso solo la pelle.

Ci piacciono mucchi di cadaveri esposti alla neve e al vento finché qualcuno verrà a fotografarli per dire che si’, è stato davvero.

A noi gli ebrei piacciono con gli sguardi impauriti in bianco e nero, esseri indifesi portati alla morte davanti ai sorrisi degli indifferenti.

Ci piace commemorarli questi ebrei, ci piace aprire musei con i loro oggetti rituali conservati a dovere.

A noi gli ebrei piacciono quando stanno zitti, quando viene tolto loro il diritto di parola. Ci piacciono quando i fucili sono puntati verso di loro. Ci piacciono prostrati a terra, espropriati, espatriati, deportati, massacrati. Ci piace averne pena.

Invece questi ebrei hanno alzato la cresta.

Osano impugnare le armi per difendere la loro terra, quel fazzoletto che l’Onu ha pensato di concedere loro come rifugio dopo che sei milioni di loro erano stati trucidati nei nostri stati, nel nostro continente, nel nostro mondo, con l’aiuto della nostro silenzio e della nostra indifferenza.

Parlano, discutono, controbattono persino, questi discendenti di Abramo.

Hanno addestrato i loro figli a non farsi più portare come bestie al macello.

Hanno insegnato il diritto alla vita anche degli ebrei, nonostante gli sia stato negato per secoli e secoli.

Ma chi si credono di essere per definire terrorista chi imbraccia mitragliatrici per falciarli nei bar, nei ristoranti, chi si imbottisce di tritolo e di chiodi per continuare il lavoro dell’inquisizione, dei progrom, dei nazisti?

Questi ebrei così presuntuosi da arrogarsi il diritto di vivere nel proprio stato.

Rinuncino a quelle terre contese e vegano da noi.

Non possiamo certo assicurare loro una vita serena, magari permetteremo pure che li uccidano ogni tanto davanti alle loro scuole, chiuderemo gli occhi davanti alle loro nonne pugnalate in casa , ai loro giovani uccisi mentre fanno la spesa.

Ma noi, noi idealisti, pacifisti, noi sottoscritti

Papa,

Vauro,

Boldrini,

Erdogan,

giornalisti dell’Ansa e delle Iene.

Noi, gli ebrei, li commemoreremo sempre con estremo rispetto.

Noi per gli ebrei avremo un occhio così di riguardo, ci concentreremo così tanto su di loro, da dimenticare le stragi di siriani, di curdi, ci focalizzeremo così tanto sul popolo ebraico da concedere a Erdogan la parola sui diritti dell’uomo mentre li starà lui stesso violando dietro a casa nostra.

Dedicheremo in ricordo degli ebrei una targa, un giardino, un bell’articolo una volta all’anno, delle pietre d’inciampo, una vignetta satirica.

Né dal tuo miele ne’ dal tuo pungiglione, disse Giacobbe a Esaù quando si ritrovarono dopo molti anni.

Shalom, chi usa la parola pace, chi ci crede davvero, deve essere shalem, intero, coerente.

Pretendete dagli altri ciò che pretendete dagli ebrei.

Applicate gli stessi criteri umanitari, la stessa etica e la stessa morale a tutta l’umanità, ebrei e non ebrei, in maniera obiettivamente indistinta.

Allora ci sarà Shalom davvero.

Gheula Canarutto Nemni

Chanuka. E se fossi tu il responsabile del destino del mondo?

Se percepisci il vuoto come assenza di quella cosa che avrebbe potuto esserci.

E il silenzio come quelle parole mancanti che nessuno ha ancora avuto il coraggio di pronunciare.

Se senti il peso inesistente del nulla come un’entità incombente.

Ricordati di quell’epoca in cui un popolo conquistatore emise degli editti contro una piccola nazione.

Riporta alla memoria la storia di quello sparuto gruppo di ebrei che ha deciso di ribellarsi contro la repressione.

Racconta ai tuoi figli il coraggio dei maccabei, poche persone che sfidarono i molti e il miracolo di quella fiamma rimasta accesa  contro ogni legge fisica e pronostico.

Se senti che qualcosa non va nel tuo mondo, se percepisci la necessità di aggiustamento, non fermarti perché ti sembra non esserci nemmeno un’ampolla intatta di olio puro.

Non ti arrendere anche se davanti a te c’è il nemico più forte del mondo.

Ce la puoi fare.

A colmare quel vuoto,

a dare consistenza a qualcosa che ancora non esiste,

a pronunciare quelle parole che cambieranno il destino di molti.

Non sei solo nella tua sfida come non lo erano i tuoi avi.

C’è il Tuo Creatore che amplificherà le tue azioni.

Ma sappi che lassù c’è Qualcuno in attesa della tua introduzione, del tuo calcio d’inizio,  del tasto start premuto senza timore.

D-o aspetta il tuo incipit, il tuo input iniziale, le prime righe di un manifesto mai scritto prima di adesso.

Tutto il creato rimane in sospeso finché una persona prende il coraggio in mano per provare a cambiare quello che c’è là fuori.

E quando un uomo decide di darsi da fare, di tentare nonostante tutto sembri remargli contro, allora in Cielo si inizia a danzare e la risposta di D-o si muove al ritmo delle azioni.

D-o ha programmato il mondo in modo che sia l’essere umano a dare il via ad un nuovo processo.

Discendiamo da avi che accendono la prima fiamma sapendo che poi D-o dirà: ci penso io alle altre.

Quando guarderai la fiamma di Chanukà muoversi quest’anno, sappi che ti sta parlando.

E’ la tua fiamma che il mondo sta aspettando.

Sei tu, solo tu, la persona da cui dipende il cambiamento.

Buon Chanukah!

Gheula Canarutto Nemni