L’ebreo questa strana e fastidiosa creatura…

Quando D-o ha creato il mondo, si è guardato intorno e ha detto.

Vorrei dare vita a una creatura diversa, in grado di portare avanti imperterrito il Mio messaggio, un individuo che, anche sotto tortura, minacciato e scacciato, non smetta mai di amare Me e i Miei precetti.

Vorrei creare una persona che, di fronte alla derisione degli altri, alla emarginazione e pregiudizi, continui a trasmettere con orgoglio la propria identità.

Vorrei un essere le cui azioni non passino mai inosservate, le cui parole abbiano un peso maggiore di tutte le altre, il cui pensiero sia in grado di cambiare il destino di tanti.

Ci vorrebbe un essere resistente agli urti, pensò.

Impiegò molti anni per progettarlo e pianificarlo.

Finalmente, 2448 anni dopo la creazione, venne alla luce l’ebreo.

Persona dotata di ottimismo assoluto, mentre gli Egizi preparano il cemento con i suoi neonati e nel loro sangue ci fanno il bagno, l’ebreo  prepara i tamburi in vista del giorno in cui sarebbe stato liberato dalla schiavitù e promosso al grado di popolo.

Individuo la cui fede si rafforza davanti agli ostacoli, che si dà il nome di Macabi e raccoglie adepti al grido di: chi è per D-o, si unisca a me,  nel momento in cui i greci ne disonorano le donne e dissacrano il santuario.

Fiero della propria identità al punto di coprirsi gli occhi e urlare Shema’ Israel, D-o è il nostro D-o, D-o è uno, mentre il fuoco avvolge il suo corpo e il pubblico guarda estasiato l’autodafé bruciare, mentre gli urlano marrani!, maiali! perché ha osato continuare a servire D-o di nascosto.

Imperterrito, testardo, saldo nei propri principi, quando arrivano i cosacchi per ucciderlo e spogliarlo di ogni bene e lui, per l’ennesima, infinitesima, volta, si mette in fuga, la prima cosa che mette in salvo sul carro, accanto ai suoi figli, non sono i beni terreni, ma i rotoli della Torà, quella Torà che lo rende così diverso e inviso al mondo.

Attaccato alle proprie tradizioni, mentre viene trascinato nei forni e ridotto a fumo nei cieli, l’ebreo raccomanda ai propri figli di non abbandonare quella strada da cui è arrivato con tanta fatica, di non dimenticare le regole che l’hanno accompagnato fino a quel momento, di non smettere di trasmettere ai discendenti ciò che i suoi padri gli hanno insegnato.

Quando nell’anno 2448 i discendenti di Abramo, Isacco e Giacobbe sentirono la voce di D-o proclamare la Propria unicità e l’obbligo di crederci, quando il dovere di onorare il padre e la madre, il non rubare, non rapire e non uccidere, furono messi sullo stesso piano della fede in un D-o unico, l’ebreo capì che non aveva più scampo.

Il suo destino sarebbe stato segnato per sempre.

Non avrebbe più potuto permettersi di vivere in nome di se stesso, non avrebbe più goduto della libertà assoluta di pensare, parlare ed agire, come un individuo a se stante.

Ai piedi di quel monte l’ebreo è stato nominato sacerdote al servizio divino, diffusore eterno di valori morali, collante tra spirito e materia, portavoce di D-o e delle Sue leggi.

Anche volendo, non avrebbe più potuto liberarsi di quell’identità a lui destinata.

Da quel momento in avanti, un ebreo che non rispetti la propria ebraicità, non viene rispettato dal mondo.

Davanti  a quel monte, capì che…

…l’ebreo e i precetti divini sono una sola cosa.

…essere ebrei è un percorso ad ostacoli, uno slalom tra chi ne vuole la sparizione dalla terra.

…essere ebrei non è una scelta, ma un onore imposto alla nascita.

Se D-o ha deciso di affidargli questa missione impossibile, di continuare a illuminare il mondo con gli insegnamenti della Torà, quella antica, datata e così sorprendentemente attuale, legge, è perché D-o si fida del popolo ebraico.

E sa che anche le acque più turbolenti non potranno estinguerne la fede, quella fiamma che brucia in eterno dentro al cuore di ogni ebreo.

Gheula Canarutto Nemni

 

C’è una sola condizione per la convivenza tra Occidente e Islam. Anzi sette

 

bruxelles 22 marzo 2016Schermata 2016-01-25 alle 13.25.03

 

 

‘Che piacere rivederti’ esclamò I. quando O. venne ad aprirgli la porta.

Si abbracciarono dandosi forti pacche sulle spalle, proprio come fanno i vecchi amici.

‘Sono secoli che non ci vediamo’, disse I. entrando in casa.

‘Vedo che ti sei dato da fare. È tutto nuovo qui, mi sembra di capire’.

‘Oh sì, dall’ultima volta che sei stato qui abbiamo rivoluzionato parecchio. Allargato finestre, ora la nostra visione è più ampia. Buttato giù muri, gli ospiti non devono mai sentirsi stretti’

‘Bello, davvero un ambiente invitante’ disse I.

‘C’è anche una grande ricerca dei colori, sembra non ne manchi quasi nessuno’

‘Si, è proprio così’ disse O. compiaciuto. ‘Desidero che chi entra qui si trovi a proprio agio, che sia senta come a casa propria’.

‘Senti O.’, disse I. un po’ sussurrando. Si schiarì la voce. ‘In casa, uhm, avrei qualche problema. Mi ospiteresti per qualche tempo? Sai, mi permetto di domandatelo solo perché hai fatto tutte quelle premesse sull’ospitalità…’

O. sorrise.

‘Ma certo amico mio, sarò molto felice di aiutarti. Seguimi ti faccio vedere la stanza dove potrei ospitarti.

Il giorno seguente I. arrivò carico di valigie e pacchi.

O. lo guardò e un filo di preoccupazione pervase il suo viso. ‘Ma, se posso permettermi, per quanto tempo intendi fermarti?’

‘Non ho idea, ma almeno finché le cose in casa non si sistemano’ rispose I

O. non disse niente. Sarebbe stato contrario a tutti i principi della buona educazione e dell’accoglienza che gli erano stati insegnati.

Mentre O. rifletteva, I. iniziava già a sistemare le proprie cose.

Appoggiò la valigia sul comò antico della nonna, quello che era sopravvissuto a decine di traslochi e di guerre. E lo strisciò tutto.

‘Oh scusa, mi dispiace tanto. Si potrà riparare immagino?’ disse I.

O. non si scompose più di tanto.

‘Fa niente, tanto era vecchio’, disse ricordando improvvisamente tutti gli sforzi che erano stati fatti per mantenerlo integro fino a quel giorno.

I.svuotò tutti i cassetti, buttando le cose per terra.

‘Hai qualcuno che pulisce e riordina vero?’

O. rimase un po’ sbigottito.

‘Sì, certo, viene qualcuno qualche ora alla settimana’ disse. Ma pensò che avrebbe ripulito lui stesso.

I giorni passarono e diventarono settimane. Le settimane passarono e diventarono mesi.

‘Senti O. quella foto li di tua nonna, quella che c’è nella mia stanza. Mi dà un po’ fastidio. Ti dispiacerebbe metterla in un posto dove il mio sguardo non la incroci?’

O. la spostò e la mise nella propria stanza. Così la nonna veglierà su di me mentre dormo, sorrise tra se’ e se’ mentre appoggiava la cornice sul comò di fronte al suo letto.

‘O., scusa se te lo dico, ma hai visto in che modo esce di casa tua moglie? Dovresti farla coprire un po’ di più. Lo dico perché ti voglio bene, davvero’

O. si vergognò.

‘I. suggeriscimi tu come dovrebbe vestirsi’

‘Aspettavo che me lo chiedessi’

E da quel giorno la moglie di O., una femminista incallita che aveva urlato nelle piazze e combattuto per ottenere più diritti per le donne, dovette passare l’esame di I. prima di uscire di casa.

 

Una sera O. si chiuse nella propria stanza un po’ allarmato. Non era questo il risultato che si aspettava dall’ospitalità offerta a un amico.

Dopo un po’ lo raggiunse la moglie. Si guardarono negli occhi.

‘Teniamo duro. D’altronde quando lo abbiamo accolto gli abbiamo fatto capire che doveva sentirsi come se fosse nella propria, di casa’.

Dalla sala iniziarono a provenire dei rumori strani. Musica a tutto spiano, odori strani, invasero l’ambiente domestico.

‘Ma cosa sta succedendo?’

‘Ho invitato un po’ di amici. Sto dando una festa. Mi avevi detto di fare come se fossi a casa mia. O sbaglio?’ L’ultima frase I. la pronunciò lentamente, nei suoi occhi si poteva leggere lo sguardo di chi si sente quasi padrone.

E i sensi di colpa di O. si riaccesero all’istante.

‘Certo, certo, va pure avanti’ disse al proprio ospite mentre notava che in sala erano stati spostati i quadri, il tavolo era stato girato, molti dei soprammobili, misteriosamente spariti.

‘Mi sembra sempre meno la mia casa’ osò pensare O. trasgredendo per qualche istante i valori con cui era stato allevato. Se ne vergognò subito. E per rimediare andò in cucina a lavare i piatti che la moltitudine di ospiti continuava a sporcare.

L’indomani si alzò e andò in sala. Le tapparelle erano ancora tutte giù, nonostante fosse quasi mezzogiorno.

Si avvicinò per tirarle su. Amava la luce del giorno.

‘No, no, lasciale così, per favore. Meglio vedere il meno possibile quello che ci sta là fuori. Tanto non c’è proprio nulla di interessante’

La sera i figli di O. rientrarono a casa. Fecero una rapida apparizione in cucina, dove I. se ne stava a tavola con altri ospiti che aveva invitato. E si rinchiusero nella propria stanza. I ragazzi accesero la musica. Dopo pochi minuti arrivò I. e si mise a bussare con forza.

‘Spegnete subito quel marchingegno infernale!’ urlò cercando di abbassare la maniglia e di entrare. I ragazzi corsero verso la porta e la chiusero a doppia mandata.

Poi telefonarono al padre.

‘Ma dove siete?’ Domandò O. ‘mi sembrava di avervi visto entrare’

‘Siano in camera nostra papà, potresti venire un attimo per favore?’

Mentre O. cercava di riprendersi dalla sorpresa di quella telefonata avvenuta da una stanza all’altra della sua, almeno così ancora si illudeva, casa, vide che qualcuno stava provando ad abbassare la maniglia della sua, di stanza

I. entrò senza domandare nemmeno scusa.

‘Uhm, saresti nella mia stanza I’ provo’ a dirgli.

‘Lo so. E allora? Tutto ciò che è tuo ormai è un po’ anche mio’ disse I. buttandosi sul letto di O. come se fosse ormai il proprio.

O. bussò alla stanza dei suoi figli, entrò e si chiuse a doppia mandata. Non aveva quasi il coraggio di guadarli negli occhi.

‘Papà, una cosa però te la vorremmo dire. Non ci siamo opposti quando hai preso I. in casa. Sei stato tu stesso a insegnarci lo spirito e il dovere dell’ospitalità e dell’accoglienza. Ma I. non si sta più comportando da ospite. Ormai ha preso così tanto piede in casa da sembrare lui il padrone. Non possiamo ascoltare la musica, vestirci come ci pare. Ha tolto i quadri dei nonni, le fotografie di quando eravamo piccoli. Negli armadi si trova quasi solo quello che piace a lui, di cibo. Papà una sola domanda. I. sta infrangendo a una a una tutte le regole che ci hai insegnato. Quando noi le trasgrediamo, ti arrabbi, urli, ti alteri profondamente. Perché a lui non dici niente?’

Ad O. bastò un attimo.

Per capire che aveva commesso un solo errore nell’accoglienza di I.

E che ormai era troppo tardi.

‘Quando l’ho accolto, mosso dalla pena nei suoi confronti, ci ho messo tutto me stesso per farlo sentire bene, per offrirgli tutto ciò che potesse servirgli. Ho tralasciato solo un piccolo dettaglio. Le regole. A quelle, in nome di un’ospitalità perfetta, non ho mai fatto alcun cenno.’

Quando il popolo ebraico si presentò alle porte della terra di Israele, aveva uno scopo in mente. Portare la civiltà e la giustizia là dove non ne sapevano niente.

3300 anni fa il popolo ebraico imponeva ai popoli che incontrava nel proprio cammino, sette regole:

  1. Un sistema giudiziario che garantisse giustizia e diritti civili a tutti
  2. Il divieto di blasfemia, di porsi in maniera diretta contro D-o e i Suoi principi morali
  3. La proibizione dell’idolatria e l’accettazione di un D-o unico
  4. Il divieto di relazioni illecite. Il rispetto dell’istituzione matrimoniale.
  5. Il divieto di uccidere e di fare del male al prossimo. Nessuno può disporre della vita altrui a proprio piacimento.
  6. Il divieto di rubare, di appropriarsi illecitamente di ciò che appartiene agli altri.
  7. Il divieto di nutrirsi di un animale mentre è ancora in vita. Ciò implica il rispetto della natura e di tutto il creato.

Sette regole.

Oggi è stato di nuovo colpito il cuore dell’Occidente. Ogni vittima di Bruxelles è un passo indietro della civiltà. Basterebbe insegnare queste regole perché l’accoglienza che l’occidente sta dando all’immigrazione non si trasformi nella bara dei nostri valori e della nostra libertà.

Gheula Canarutto Nemni

Ecco il motivo per il quale il mondo odia così tanto gli ebrei…

Corriere_testata_1938 2015‘Faraone ma lei si rende conto di quello che ha appena fatto?’ Il faraone sembrò risvegliarsi da un sogno. ‘Lei ha appena permesso a un popolo intero di fuggire dal nostro paese. Eravamo noti per essere il posto da cui nessuno schiavo poteva scappare e questi sono usciti addirittura con tanto di ricchezze. Uomini, donne, bambini, bestiame, ori, argenti. Faraone dobbiamo fare qualcosa. Ne va della nostra fama di potenza schiavista’. Così iniziò la storia del popolo che più di ogni altro nuotò controcorrente. Scrollandosi di spalle la schiavitù e varcando a testa alta, da uomini liberi, i confini insuperabili del paese più potente del mondo, attraversarono le acque di un mare spaccato ad hoc e giunsero davanti a un monte, nel cuore del deserto. Non farti altri dei, sentirono dire lì da D-o stesso. Nella loro mente tutti gli idoli egizi, tutte le divinità adorate dagli altri popoli che avevano incontrato, tornarono alla polvere da cui erano giunti. Rispetta il riposo del settimo giorno. Tu, la tua famiglia, i tuoi schiavi. La casta iniziò a tremare. Nessun privilegio avrebbe potuto durare per più di sei giorni. Non rubare. La proprietà diventò un diritto inalienabile. L’usurpazione e il furto sarebbero rientrati nella categoria degli atti illeciti. Gli ebrei si guardarono in faccia. Da quel momento la loro vita non sarebbe più stata all’insegna solo di se stessi. Avrebbero attraversato deserti, confini, imparato nuove lingue, errato di paese in paese, per insegnare i valori che avevano appena udito da D-o. Avrebbero proclamato la sacralità della vita di ogni individuo al di là dell’appartenenza ad una classe sociale. Avrebbero ricordato alle società schiaviste che quegli schiavi su cui basavano il proprio potere, dovevano godere di molti diritti. E alla fine del sesto anno, avrebbero dovuto tornare a essere uomini liberi. Avrebbero insegnato la libertà di credo, il rispetto per lo straniero. Avrebbero raccontato il dovere di preservare la natura come un dono dato in custodia da Chi l’ha creata. E il diritto al riposo anche di qualcosa che in molti avrebbero continuato a calpestare, la terra. Gli ebrei si guardarono in faccia. Amico, disse uno al proprio vicino, ci aspetta una vita non facile. Non saremo molto amati, temo, gli rispose l’altro. Le società schiaviste tenteranno di metterci a tacere, le dittature ci odieranno. Gli sfruttatori ci rinchiuderanno, i negatori dei diritti civili, se ci andrà bene, ci imbavaglieranno. Non possiamo esimerci, si dissero, siamo arrivati fin qui proprio per questo. Che D-o ci aiuti…si augurarono a vicenda. In quel preciso istante, ai piedi di un monte nascosto dal fumo, la storia del mondo assunse una nuova piega. Fatta di diritti, doveri, morale, etica e le basi per tutte le future società civili. In quel preciso momento sul popolo ebraico ricadde un’ardua impresa. Fungere da coscienza per l’universo intero.

Gheula Canarutto Nemni