Il punto di vista di D-o su Unorthodox

Vi siete mai chiesti perché  D-o o la natura, chiamatelo come volete, abbia sentito la necessità di dare vita a un essere umano femminile? 

Perché i corpi e i cervelli dell’uomo e della donna sono così diversi, perché il mio sistema endocrino produce più estrogeni mentre quello di mio marito più testosterone? 

Perché la donna prova più empatia ed è orientata ai piccoli particolari mentre l’uomo in genere si proietta su grandi progetti e a volte perde di vista i dettagli di vita? 

Quando D-o ha creato il mondo ha ritenuto necessario inserirvi due tipi di energie, una maschile e una femminile.

Dopo avere provato ad immaginare il mondo con un solo tipo di energia, quella maschile, gli si proiettò davanti una immagine che non gli piacque. Il suo creato sarebbe diventato banale, popolato da persone con la stessa identica visione, attraversato da un ragionamento univoco e impregnato da una smania di conquistare e preponderare. Non ci sarebbe stato un contraddittorio.

Per potere davvero trasformare il nostro mondo e farne un posto migliore, le due energie devono lavorare insieme, collaborare, muoversi all’unisono verso la meta comune. 

Ogni dettaglio del creato contiene in sé energia maschile e femminile, un puzzle si costruisce solo incastrando pezzi opposti tra loro. 

Quello che avete visto in Unorthodox non è quello che c’è nella Torah, né nella società ebraica ortodossa.

La mini serie di Netflix mostra uno spaccato di uno spaccato di uno spaccato, del mondo osservante. Un angolo che esiste, ma è molto limitato.

E in più ve ne hanno dato una rappresentazione parziale, inficiata dal malessere che l’autrice del libro vi ha vissuto.

Vi hanno fatto vedere il mikveh ma non i sentimenti di trepidazione delle donne che vi si immergono, lo sposo e la sposa vi sembravano dei condannati e non persone che si sono scelte per condividere una vita insieme. La donna relegata al ruolo di procreatrice e privata di ogni dignità.

Se alcuni dei fenomeni che avete visto, esistono davvero in angoli sporadici del mondo ortodosso, il 99% non è così. 

E’ un mondo che ha scelto e sceglie ogni giorno di nuovo, pur tra difficoltà e sfide, di seguire le regole che D-o ha dato.

Ma non per questo noi ortodossi ci priviamo di qualcosa. Studiamo quello che vogliamo, diventiamo dottori e dottoresse, rettrici e professoresse universitarie (questa è stata la mia scelta ad esempio), pianiste.

Ci sposiamo con chi scegliamo, con la persona di cui ci innamoriamo.

Le regole ci danno il passo giusto per non perdere noi stessi nel mondo, per capire che direzione prendere, per non permettere alla società in cui viviamo di fare quello che vuole di noi, ma per fare noi di noi stessi quello che pensiamo sia meglio.

La donna gode di pieni diritti uguali all’uomo e doveri che qualche volta si differenziano.

La donna vale in quanto tale e non perché fa sparire la propria energia peculiare a favore dell’energia maschile.

Nella società ebraica la donna è estremamente tutelata, come ogni altro essere umano.

Tu vali in quanto te stesso e non perché ti appiattisci sul modello di un altro.

Difendete il vostro diritto di conoscere la verità. Non sono sufficienti quattro puntate da 50 minuti per capire un mondo. 

La ex vita di Esty Shapiro ha in comune con il 99% delle donne ortodosse solo lo shabat, il mikveh, la parrucca e il cibo kasher.

Se queste cose vi interessano davvero, andate a scoprirle da chi le vive ogni giorno. E non da quei giornalisti che mi giudicano senza mai essersi nemmeno seduti a una tavolo di shabat.

Come disse Einstein, è più facile spezzare un atomo che un pregiudizio.

Per me libertà è essere giudicata per quello che sono e non per la gabbia in cui le persone mi immaginano chiusa.

Gheula Canarutto Nemni

Unorthodox Netflix

La kippah degli ebrei è il simbolo del fallimento della democrazia

Sembrava impossibile che accadesse di nuovo.

Ci eravamo illusi che il passato fosse stato relegato per sempre alle storie dei nostri nonni, dei loro fratelli, dei pochi sopravvissuti.

Invece questa settimana il governo tedesco ha ‘sconsigliato’ agli ebrei di indossare la kippah.

A settant’anni dalla fine della shoà, la storia ritorna a bussare alla porta.

Gli ebrei è meglio che si nascondano, gli ebrei dovrebbero mimetizzarsi. Anzi, meglio ancora.

Gli ebrei dovrebbero assimilarsi. 

E’ caldamente suggerito che gli ebrei cerchino di non stuzzicare l’antisemitismo di coloro che incontrano, quella kippah sbandierata ai quattro venti potrebbe avere l’effetto scatenante come un drappo rosso agitato davanti agli occhi di un toro.

Ebrei spogliatevi della vostra identità consiglia il governo democratico tedesco.

Perché questa identità è troppo scomoda. 

Perché insegna in ogni momento quale è il posto vero dell’uomo e il valore reale del suo operato.

Questo simbolo che noi ebrei ci ostiniamo a tenere in testa, nonostante rischiamo di ricevere sputi in faccia, urla antisemite e botte, rappresenta l’invito all’uomo di ricordarsi che, al di sopra di ciò che è in grado creare, inventare, generare, oltre al suo intelletto, al suo ego e superego, ci sta il Suo Creatore.

Questo pezzo di stoffa, di velluto nero o colorato, è il limite che ogni individuo dovrebbe porsi,

è la domanda a cui bisognerebbe regolarmente rispondere: 

essere umano, ma chi ti credi di essere?

Eravamo convinti di avere ottenuto tutto, di avere trovato l’equilibrio perfetto.

La democrazia, i valori, i principi, l’accoglienza.

Ci siamo così tanto crogiolati nell’autocompiacimento per ciò che abbiamo creato, che ci siamo dimenticati di porre dei limiti, di creare un recinto per dire alt, al di là di questo non si può andare. 

La democrazia è stata sconfitta da una cosa chiamata democrazia.

L’eccesso di democrazia ha portato la democrazia ad implodere su se stessa.

La kippah insegna che non esiste cosa umana destinata a durare in eterno. Che ci sarà sempre un punto di rottura, qualcosa che si inceppa, anche in ciò che a noi appare perfetto.

Non c’è forma di governo più consona all’essere umano della democrazia. Eppure anche questa sta iniziando a mostrare i propri effetti collaterali.

La kippah è il simbolo della finitezza dell’uomo. Per questo dà fastidio a chi si vuole porre al posto di D-o, quello vero, che tutela la sacralità della vita, per questo disturba chi si arroga il diritto di decidere quale parte dell’umanità è superiore e merita di vivere. 

Noi che crediamo nell’uguaglianza di ogni essere umano di fronte a D-o e che continuiamo a insegnare da più di tremila anni che la grandezza dell’uomo sta nella sua capacità di porsi dei limiti e non nella sua innaturale illimitatezza, per amore dell’umanità e in nome della vera democrazia, non smetteremo di indossare la kippah per la strada. 

 Gheula Canarutto Nemni

 

 

Vi siete mai chiesti come sia possibile che gli ebrei siano ancora qui a dare fastidio al mondo?

Quando gli ebrei uscirono dall’Egitto non furono le dieci piaghe il miracolo più grande.

Non furono l’acqua trasformata in sangue, la sabbia che prese vita sotto forma di pidocchi, non fu la grandine che cadde insieme al fuoco.

Gli ebrei rimasero in Egitto per 210 anni, circondati di idolatri e politeisti, immersi nell’impurità più profonda, soggiogati a un popolo oppressore che uccideva i bambini usandoli come mattoni per le piramidi.

E fu proprio allora che la nazione ebraica spianò la strada alla nascita di un fenomeno senza il quale noi non saremmo ciò che siamo oggi.

L’identità.

Gli ebrei, in numero così esiguo rispetto alla civiltà che li circondava, riuscirono a non cambiare i nomi dei propri figli, mantenendoli uguali a quelli dei propri avi, dando la forza a un bambino chiamato Avraham di ricordarsi chi era anche se si sarebbe trovato lontano dalle proprie genti.

Mantennero abiti diversi, un ebreo si poteva riconoscere da ciò che indossava, raccontava in silenzio la propria storia attraverso la propria veste.

Gli ebrei si sforzarono di continuare a usare la lingua ebraica, anche se tutto intorno risuonavano parole in un gergo diverso.

Nella loro mente non entrarono geroglifici, preghiere alle divinità pagane.

Il pensiero degli ebrei rimase autonomo, indipendente, attaccato ai valori trasmessi di generazione in generazione e non si fece permeare dalle correnti di pensiero comuni.

Fu quello il vero miracolo.

Il non allineamento.

La capacità di correre a testa alta tra chi pensava e predicava in maniera diversa, il ricordo costante nella parola, nel pensiero, nell’azione di chi si è, da dove si viene e dove si vorrebbe essere tra cento, mille anni.

Gli ebrei in Egitto rimasero liberi pur essendo schiavi, riuscirono a mantenere in vita la propria anima pur essendo minacciati di morte per centinaia di anni.

Quando a Pesach D-o liberò il Suo popolo dall’asservimento a una nazione straniera, il miracolo fu che ritrovò ebrei uguali a quelli che aveva mandato ad affrontare la schiavitù pregando in cuor Suo che non si perdessero.

Ogni ebreo sapeva dove ritrovare se stesso. E nessuno si era dimenticato come si pronunciava il nome di D-o in ebraico.

Pesach è la festa che celebra l’identità che sopravvive in ambienti ostili, l’identità che continua a respirare in periodo storici in cui tutti intorno cercano di convincerci che saremmo più sicuri se appiattiti sulle idee e gli stili di vita comuni.

Se sono ancora qui,

se so chi sono,

è perché qualcuno prima di me ha lottato con tutto se stesso per non allinearsi,

per non perdersi tra il pensiero comune,

per non annegare nelle correnti del mondo.

Abbiamo continuato a nuotare e siamo rimasti a galla non perché siamo più forti, non perché il nostro DNA contenga qualcosa di magico.

No.

È stato il nostro attaccamento cocciuto alle regole, a tutto ciò che è giunto fino a noi immutato attraverso i tempi, questo è il segreto grazie al quale siamo ancora qui, come una spina nel fianco dei nostri nemici, a celebrare pesach e suoi strani rituali colmi di significati, di respiri tramandati, di una storia che non hai mai smesso di esistere.

Pesach Kasher vesameach 
Gheula Canarutto Nemni

Fino a che punto può spingersi l’osservanza dell’ebraismo oggi? Quando la Consulta Rabbinica impedisce di partecipare a un concerto in una cappella

 Chi l’ha detto che un ebreo oggi debba essere uguale a quello di ieri?

Dove sta scritto che se uno è di religione ebraica dovrebbe ancora astenersi dall’accendere la luce, camminare a piedi invece che salire comodamente in macchina, privarsi di Instagram e delle chat di whatsapp ogni settimana durante le ore dello shabat?

Chi ha deciso che per gli ebrei del 2019 non è indicato entrare in un luogo di culto di un’altra religione nemmeno quando in quella cappella si sta tenendo un concerto in occasione del centenario della nascita di un’ebrea come Tullia Zevi, personaggio di spicco dell’ebraismo italiano?

Forse è una mancanza di ‘senso comune’, un ‘anacronismo’ che andrebbe colmato adeguando finalmente l’ebraismo al mondo moderno?

Se per senso comune si intende il seguire le convinzioni e il modo di essere della maggioranza, è vero, l’ebraismo ne è privo da sempre. Gli ebrei si sono rifiutati di offrire i propri figli in sacrificio agli dei, di isolare lo straniero, di lasciare nell’ignoranza un numero elevato di individui, di maltrattare i servi, di lavorare a ciclo continuo, di uccidere chi non apparteneva al loro credo, nonostante la maggior parte delle nazioni del mondo accettassero e incentivassero queste pratiche.

Se gli ebrei sono anacronisti perché credono ancora che l’uomo sia fatto di corpo e di spirito, perché portano ancora dentro di sé la consapevolezza che ogni evento, ogni situazione, con cui si viene in contatto, crea un solco nel subconscio della persona, come provano oggi le neuroscienze e anche un semplice spazio fisico può avere un influsso sull’anima, ebbene sì, siamo anche anacronisti.

Per l’ebraismo ogni piccolo passo ha un peso indeterminabile, anche un interruttore della luce sfiorato durante lo shabat è in grado di generare delle conseguenze sul micro e macro cosmo.

Ogni voce che si ascolta, ogni scena che si osserva, ogni luogo in cui ci si trova, si trasforma in un tassello psicologico e morale. Anche l’atmosfera di un posto, la sua sacralità per chi in quel luogo professa la propria fede, hanno un impatto profondo su chi vi entra da semplice visitatore.

Se siamo arrivati oggi ad essere ancora ebrei, se nel 2019 ci sono ancora ebrei al mondo a dibattere sul permesso o divieto di entrare in una cappella, è perché ci sono stati altri ebrei che si sono tenacemente, ostinatamente e coraggiosamente attaccati a quei divieti e a quei permessi, a quelle regole e a quelle tradizioni, che si chiamano Torah.

Il popolo ebraico è nato nel momento in cui 600.000 persone hanno sentito la voce di D-o proclamare dieci comandamenti che al proprio interno contenevano tutti i 613 sentieri dell’ebraismo in questo mondo.

E c’è un solo modo di garantire la continuità di questa nazione.

Non entrare nelle cappelle se i rabbini non lo permettono, entrarci se i rabbini ritengono che in quel caso si possa, continuare a discutere per capire se secondo cosa la Torah permette e cosa proibisce.

‘Le ripeterai ai tuoi figli e ne parlerai stando nella tua casa e camminando per la strada, quando ti coricherai e quando ti alzerai’ c’è scritto nello shemà.

Se siamo ancora qui oggi è perché non abbiamo smesso per più di tremila anni di coinvolgere D-o in ogni minimo dettaglio.

Sai cosa rispondere a tuo figlio quando ti domanda il significato della parola libertà? 

Se Shakespeare non avesse studiato e  le regole dell’ortografia e della grammatica, non avremmo l’Amleto né Romeo e Giulietta.

Se Einstein avesse ignorato gli assiomi e i paradigmi matematici, se avesse visto la fisica come un nesso casuale di eventi e non come una serie di fenomeni che seguono leggi precise, la teoria della relatività e l’energia nucleare non sarebbero mai esistite.

Se Mosè fosse andato a parlare con il Faraone e gli avesse detto solo libera il mio popolo, fallo andare e non avesse aggiunto altro, la vera libertà non sarebbe mai nata.

Cosa è la libertà lo puoi capire solo se sei stato prigioniero. Quando esci dalla prigione, quando spacchi le catene e vedi la luce del sole per la prima volta dopo tanto tempo. E ti domandi, e ora? Dove vado? Hai un mondo intero a disposizione, spazi infiniti. E nessuna indicazione ne’ strada spianata.

E allora capisci che la libertà, quella vera, non è solo l’assenza di un limite non desiderato.

Per essere liberi è necessario togliere le catene, abbattere i muri.

Ma non basta.

Per essere libero devi avere un’idea su quali saranno le tue prossime mosse, dove indirizzerai i tuoi passi.

Sei davvero libero se sai dove andare.

Un uomo totalmente privo di indicazioni, non è un uomo libero.

È un uomo perso.

Quando si tolgono le regole a un individuo gli si regala il vuoto; gli si spiana la strada perché si perda poi nel deserto.

Libera il mio popolo perché possa servirmi, disse D-o al Faraone.

Me li porto via, saranno i mie servi. Individui al servizio divino e non al servizio di un altro essere umano. O peggio ancora, persi nel nulla.

Insegneremo al mondo cosa significa libertà, disse D-o al suo popolo appena liberato dalla schiavitu’ e in procinto a sottomettersi alle Sue leggi.

La libertà non limita l’essere umano ma gli pone dei limiti, la libertà non lo ostacola ma gli pone dei paletti precisi, la libertà non ferma ma suggerisce dove sia meglio andare.

Pesach è la fine della schiavitù dall’Egitto e l’inizio della carriera degli ebrei come servi di D-o.

Pesach è la festa della libertà. Perché un individuo è davvero libero solo quando è provvisto della base giusta da cui partire per il proprio cammino nel mondo.

Pesach kasher vesameah e buona festa della libertà, quella vera

Gheula Canarutto Nemni

Mia piccola bimba, d’ora in poi ti terrò per mano senza stringere troppo…

mamma figlioMia piccola bimba,

essere genitore significa incontrare lo sguardo di un figlio per la prima volta dopo mesi di infinita fatica e dimenticare tutte le difficoltà del passato in un solo istante.

L’amore per un figlio è un colpo di fulmine che dura per sempre.

Essere genitore significa dare un’importanza infinita a ogni dettaglio.

E se vorrai vedere crescere tuo figlio dritto, con un tronco solido e forte, dovrai curare e nutrire le radici dal primo istante. Senza alcun compromesso.

Essere madre o padre significa tenere per mano, senza stringere troppo.

Perché solo con la libertà che concedi a tuo figlio, lo potrai vedere un giorno incamminarsi nel mondo.

Litigare, gridare, pensare ognuno di avere ragione. E dopo pochi minuti ricominciare a ridere insieme come se niente fosse.

Perché tuo figlio lo ami a prescindere da tutto.

Chiudere gli occhi davanti alle candele dello shabat e domandare a D-o che conceda solo il bene, il bene assoluto, per ognuno dei figli.

Sentirsi inadeguati, non avere sempre la risposta giusta alle loro domande.

E sapere che grazie ai loro dubbi, anche tu crescerai insieme ai tuoi figli.

Da quando diventi genitore impari la forza di volontà da un piccolo essere di pochi mesi che non si muove dal proprio posto finchè la torre con i cubi non si erge alta e perfetta.

Un figlio ti insegna che l’aggettivo possessivo ‘mio’ non è mai per sempre.

A un certo punto arriverà qualcuno e ti dirà, da oggi è ‘nostro’.

E tu genitore dovrai farti da parte.

Sperando nel tuo cuore di essere riuscito a trasmettere e dare tutto quello che avresti potuto e dovuto, nel tempo che ti è stato concesso.

E ora che Rosh Chodesh Tamuz è alle porte, lo stesso mese in cui sei nata e ci siamo incontrate per la prima volta.

Nel giorno in cui la luna si fa piccola per poi rinascere.

La tua anima, quella a cui abbiamo dato vita vent’anni fa, si fonderà con quella del tuo amato, per formarne una nuova.

E dovremo lasciarti andare.

Perché amare un figlio significa farsi da parte quando un capitolo della vita si chiude e uno nuovo si apre.

Behazlachà amore mio, che H’ accompagni ogni vostro passo con gioia, salute, stima reciproca, successo. E infinito amore.

La tua mamma

Il politically correct? Il nutrimento preferito del male


Quando D-o creò il mondo, vi mise due forze opposte.

Due forze che si sarebbero eternamente sfidate, rinforzate e indebolite in un’alternanza eclatante.

A entrambe D-o concesse armi pari, ognuna avrebbe avuto a disposizione gli stessi mezzi per conquistare spazio vitale.

Ma D-o non gettò queste forze nell’arena senza dare una chiara identità ad ognuna, non diede inizio al duello se non dopo avere delineato in maniera netta e distinta i confini tra una forza e l’altra.

Venne il momento.

D-o calò nel mondo il bene e il male.

Tra chi fosse l’uno e chi fosse l’altro non vi era nessuna ombra di dubbio.

Chi rubava era un ladro, chi colpiva il prossimo con l’intenzione di uccidere era un assassino.

Poi venne il tempo in cui il bianco non  poteva venire chiamato più bianco e il nero, no, assolutamente non si poteva chiamare più nero.

I bambini venivano sempre giustificati per avere risposto male ai maestri,

ci si appropriava delle cose altrui senza averne il diritto

e i giudici difendevano i rapinatori invece che il derubato.

Un tempo in cui certe persone si arrogavano il diritto di privare il prossimo della propria vita, in nome di una disperazione forse mai nemmeno conosciuta.

Iniziò a venire meno il coraggio di chiamare le cose con il proprio nome.

Correvano i tempi del politically correct.

I confini tra il bene e il male vennero smantellati.

Sparirono i ladri, i terroristi, gli assassini.

Al loro posto vennero i bisognosi, i disperati, i male integrati.

Il bianco e il nero diventarono grigi, così nessuno si sarebbe più offeso.

Le certezze divennero dubbi e nulla fu più chiaro.

Il politically correct iniziò a stendere veli sulle nozioni, a mascherare la realtà sotto mentite spoglie e a renderla più commestibile, più digeribile, meno brutale e diretta.

Tutto poteva e doveva essere sfumato, indefinibile, non categorizzabile.

Il ladro? Una ovvia conseguenza dell’incapacità del sistema economico di offrire sostentamento a tutti.

L’assassino o il terrorista? Una colpa da cercare dentro all’occidente troppo rigido e colmo di ingiustizie.

Quando D-o calò il libero arbitrio all’interno della vita degli esseri umani, disse

‘ho messo davanti a voi il bene e il male. Scegliete il bene’.

Per percorrere questa strada a noi rimane solo un’opzione.

Ricominciare a fare chiarezza e distinzione, chiamare il bene, bene e il male, male.

Riattaccare ad ognuno, senza paura, il proprio vero nome.

Forse si aprirà il sipario su una nuova era. Quella del morally correct.

E la giustificazione di ogni tipo di male si sgretolerà davanti ai nostri occhi spianando la strada per un futuro migliore.

Gheula Canarutto Nemni

 

I canarini della società

Quando c’erano le miniere, i minatori si portavano dietro dei canarini. Li mandavano all’interno, in esplorazione, per avvertire la presenza di gas velenosi. I canarini sono molto sensibili al monossido di carbonio, che avrebbe potuto compromettere la vita dei minatori.

Gli uccellini venivano liberati all’interno delle miniere e i minatori stavano in attesa. Aspettavano di sentire.

Se i canarini continuavano a cantare.

O se la loro melodia si interrompeva.

I minatori si sono salvati la vita migliaia di volte grazie alla sensibilità di questi volatili e, una volta imparato ad utilizzarla, non hanno mai smesso di mandare i canarini in avanscoperta.

Ci sono i canarini anche all’interno della società, in prima linea ad affrontare i gas velenosi del mondo.

Sensibili all’immoralità diffusa nell’aria, alla violenza che corre per strada.

Questi canarini amano la libertà, sono stati loro a portarla in terra per primi. Sono stati dotati di ali alla nascita e da sempre le usano per portare il proprio canto in ogni angolo della terra.

Sono i termometri della società in cui vivono, si ammalano sempre prima degli altri.  Da quando esiste il mondo sono i primi contro i quali i gas letali vengono puntati. Perché con le loro ali non hanno mai smesso di librarsi al di sopra della terra e sono stati in grado di fare volgere lo sguardo verso l’alto anche a chi la libertà non l’ha mai assaggiata.

Quando nell’aria tira il veleno, quando non si respira altro che il male, sono i primi a rallentare il proprio volo. A sentirsi pesanti, a percepire che c’è chi vorrebbe interrompere, ammutolire, il canto.

Ma vanno avanti imperterriti, sapendo che ogni suono della loro voce è una nota essenziale per contrastare chi vorrebbe ridurre la parola libertà a una sola riga del dizionario.

I canarini della società si chiamano popolo ebraico.

Quando vedete che si prova a farli smettere di cantare, iniziate a preoccuparvi.

Perché i veleni nell’aria li inala chiunque respiri. E non solo loro.

Gheula Canarutto Nemni

Bird_Mine

Libertà individuale. Destino collettivo

benigni dieci comandamenti

Spesso pensiamo che ci sia un io e ci sia un noi. Quello che pertiene alla nostra sfera personale e quello che invece sta al di là di noi stessi. Che ci sia la nostra vita, nella nostra casa, quello che ci succede dentro. E che ci sia un là fuori, ciò che accade agli altri oltre la nostra soglia. Che ci sia uno e ci siano tanti. Era il 6 di Sivan del 2448 esimo anno dopo la creazione. Il mondo era in tumulto. E ovunque regnava il silenzio perfetto. Un intero popolo, uscito appena 49 giorni prima dalla terra da cui nessuno schiavo era mai fuggito, si ritrova ai piedi di un monte. E lì, tra i fumi e i suoni dello shofar che irrompono nell’aria fendendo il silenzio, si inizia a scrivere la storia al plurale. Davanti al monte Sinai si ritrova un insieme di genti. Uomini, donne, bambini, individui di ogni età e genere. Un’unica persona con un unico cuore, così vengono descritti. Mentre si accampano ai piedi di quella montagna, ognuno di loro si dissolve in un uno che li contiene. Ai piedi di quella montagna il singolo diventa collettività, si sente parte di qualcosa più grande, si dissolve al di là di se stesso. Ai piedi di quella montagna, dopo avere sentito i Dieci Comandamenti, quelle stesse persone affermano ‘naase venishmà’ faremo ed ascolteremo, ognuno di loro ritornando nella sfera dell’io, da cui era venuto. Da unità indistinta formata da infinite genti, si ritorna all’individuo, al singolo uomo, donna, bambino. Ai piedi di quella montagna il confine tra l’io e il noi si è trasformato in qualcosa di diverso. E’ diventato un’andata e ritorno tra ciò che faccio e ciò che succederà agli altri in conseguenza della mia azione. Ogni singolo atto dell’individuo ha un riverbero su una miriade di genti, magari distanti migliaia di chilometri dal luogo in cui quell’azione è stata fatta. Il libero arbitrio, da quel momento, è a disposizione di tutti. Ma è lì, in mezzo al deserto, nella terra di nessuno, che abbiamo imparato che non esiste atto, buono o cattivo, relativo solo a noi stessi. Da quel giorno, da quando la Torah è arrivata in terra, tutti noi siamo diventati parte di un uno più grande e ogni piccolo gesto individuale liberamente espresso, ha un impatto, nel bene o nel male, immenso.

Gheula Canarutto Nemni

Perché gli ebrei hanno la libertà incisa nel dna…

pesachTra pochi giorni le matzot saranno sulle nostre tavole. Laveremo la lattuga, bolliremo le uova, arrostiremo colli di polli o cosce di agnello. Riempiremo quattro bicchieri, canteremo, ricorderemo le dieci piaghe, il pane che non aveva fatto in tempo a lievitare, la spaccatura del mare. Trasmetteremo ai nostri figli quello che i nostri genitori hanno trasmesso a noi, tramandandoci quello che i nostri avi hanno continuato a insegnare senza mai interrompere né modificare il messaggio. La prima sera racconteremo che la matzà che stiamo mangiando è in realtà fede allo stato puro che stiamo assorbendo. La seconda sera spiegheremo che la nuova quantità di matzà che stiamo masticando si trasformerà in salute fisica e spirituale per l’intero anno che poi vivremo. Dagli ebrei nessuna festa è solo occasione di festeggiamento. Si è allegri, felici, si sta in buona compagnia, si mangia e si beve. Ma tutto questo è solo un contorno. Un piccolissimo dettaglio nel quadro di ciò che si sta svolgendo. Ogni celebrazione è fonte di insegnamento. Seduto intorno a un lunghissimo tavolo sul quale stanno poggiati quegli strani pezzi di pane azzimo, il popolo ebraico ricorda a se stesso che la libertà non è solo una parola da urlare come slogan nelle manifestazioni. E’ un concetto che va tramandato, fatto assorbire, scorrere nelle vene, nostre e delle generazioni future. La libertà è quell’insieme di atti che continui a svolgere anche se sono passati più di tremila anni da quel momento. Anche se da allora è arrivato il rinascimento, l’illuminismo, la celebrazione dell’uomo e la derisione di tutto questo. Libertà è continuare a cantare alla fine di ogni seder che l’anno prossimo si starà tutti insieme a Gerusalemme. D-o incise le lettere sulle tavole dei dieci comandamenti. Nella Torà sta scritto charut. Non chiamarlo charut (incisione) dicono i nostri maestri, ma cherut, libertà . Non è una semplice incisione quella che D-o fece quando ci diede la Torà, tutto quell’insieme di leggi, regole, tradizioni, obblighi e proibizioni. Non, non fu solo un’incisione. Ma una vera e propria dichiarazione di indipendenza. La libertà di trovare nel pane azzimo fede e salute oltre all’acqua e alla farina. Libertà è pensare e comportarsi in maniera autonoma rispetto al resto del mondo.

 

Pesach Kasher vesameach

Gheula Canarutto Nemni