Am Israel Chay, il popolo di Israele vive

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E io che non riesco a smettere di leggere le notizie sui giornali e sul web, che mi sento assalire dalla rabbia ogni volta che vedo un titolo relativo al Medio Oriente, io che non riesco a mangiare senza pensare che i miei fratelli, i miei figli si trovano lì ad aspettare un autobus tremando per la propria vita, io, da qui cosa posso fare?

E tu, tu che twitti i messaggi per fare girare il più possibile la verità tra la gente, che prendi il microfono e cerchi di spiegare la realtà a chi la vuole negare e manipolare, tu che cambi status ogni dieci minuti per raccontare agli amici virtuali quello che non vedrebbero da nessuna altra parte, tu, cosa puoi fare?

E noi, noi che guardiamo con sospetto chiunque si aggiri nei dintorni ebraici, che ci ritroviamo nei bar, nelle scuole e non possiamo permetterci di distrarci un attimo, che sussurriamo le parole in ebraico per la paura di venire riconosciuti, noi, cosa possiamo fare?

C’è una porzione di mondo, là fuori, a cui noi ebrei non stiamo simpatici. Non importa che passaporto abbiamo, se con una copertina blu e un candelabro a sette braccia o una bordeaux con lo stemma europeo. Non importa che lingua parliamo in casa e dove sono nati i nostri nonni. Non importa come abbiamo coniugato la nostro vita. A questa porzione di mondo noi non piacciamo perché siamo ebrei. Punto. E il loro sogno più grande è vederci un giorno sparire.

Io, tu, noi in questi giorni abbiamo una sola cosa da fare. Cercare di dare ancora più vitalità al nostro popolo. Con fatti, azioni concrete, torà e mizvoth che rinforzano la nostra identità ebraica. Gli arabi che accoltellano gli ebrei per le strade non lo fanno guardando il loro passaporto. E nemmeno il terrorista nel supermercato kasher di Parigi. A loro non interessa che lingua parliamo. Quello che li disturba è il nostro essere ancora qui, nonostante tutto. A pregare, a chiudere i nostri negozi di shabat, a cercare la carne kasher e a recitare lo shemà con i nostri figli. Diamo fastidio perché non abbiamo mai smesso di essere ebrei.

Am Israel Chay, il nostro popolo è, grazie a D-o, ancora vivo. E mai smetteremo di dimostrarvelo.

Gheula Canarutto Nemni

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Parigi, 9 gennaio 2015. Babilonia, Auschwitz. E le nostre cetre.

psalm-137Sui fiumi di Babilonia là ci siamo seduti e abbiamo anche pianto al ricordo di Sion. Sui salici in mezzo a quell’acqua abbiamo appeso le nostre cetre, perché lì i nostri carcerieri ci domandavano parole di canto e i nostri tormentatori ci dicevano, portateci gioia, cantateci un canto di Sion. Ma come potevamo noi cantare un canto a D-o in terra straniera?

Nelle strade d’Europa i nostri nonni sono scappati e hanno pianto al ricordo dei paesi in cui erano nati. Tra corpi ammassati del proprio popolo, i nemici hanno provato a seppellire le loro speranze in un futuro migliore. Perché lì, tra i fumi di Auschwitz e Birkenau non sembrava esserci nascosto un domani. E poi come potevano cantare un canto a D-o in una terra grigia di cenere umana?

Sul fiume di Parigi lì ci siamo seduti e abbiamo anche pianto, ricordando la civiltà occidentale. Sui corpi massacrati di giornalisti ed ebrei abbiamo posato le nostre penne, perché lì i nostri valori sono rimasti insanguinati da chi prova gioia e sa cantare solo di fronte alla morte dei propri simili. Come possiamo noi cantare in in un mondo che ci è diventato di nuovo diventato straniero?

Dai fiumi di Babilonia ci siamo rialzati. Dopo un lungo cammino, l’aria di Gerusalemme ci ha di nuovo inebriati. Dalla shoà siamo risuscitati. Dalle ceneri dei campi di sterminio abbiamo tratto energie vitali.

Non è alla razionalità che il popolo ebraico si è sempre appellato. Fra i morti nelle redazioni e dentro ai supermarket casher, tra gli urli delle madri che vanno incontro alle bare dei figli avvolte dalla Stella di Davide, razionalmente la nostra voce non potrebbe essere altro che un muto canto.

E come possiamo noi cantare con il piede straniero sopra il cuore? Grazie a una forza suprema, irrazionale, eterna, che preme contro la gola trasformando gli ultimi respiri, nel suono dello Shemà Israel.

Alle fronde dei salici, grazie alla fede, non troverete le nostre cetre appese. No, le nostre cetre saranno dentro alle sinagoghe, nelle scuole ebraiche, nei luoghi di studio della Torà. E da lì continueremo a fare sentire la nostra voce, il nostro canto, le nostre preghiere.

Gheula Canarutto Nemni