Quando l’Occidente mette in dubbio la legittimità di Israele, nega l’esistenza di D-o stesso

 

Fiat lux, e luce sia, ordinò D-o e per la prima volta un raggio trafisse l’universo. Ci sia una divisione tra il cielo e la terra, continuò D-o, facendo comparire l’orizzonte. Vi siano alberi, fiori, la luna, il sole, le stelle. Le foglie iniziarono a respirare l’ossigeno e a sintetizzare la luce per trasformarla nel proprio nutrimento. E poi arrivarono i pesci, i volatili, le pecore, i cavalli. L’uomo.

Iniziò la storia del mondo.

E D-o disse ad Abramo ‘questa terra la darò a te e ai tuoi discendenti’ ed apparve a Isacco suo figlio, per ribadire la propria promessa. E Giacobbe scappò dal fratello Esaù. Durante la fuga si mise a dormire e D-o gli promise in sogno ‘darò la terra su cui sei sdraiato a te e ai tuoi discendenti’.

E poi arrivarono i discendenti di Abramo, Isacco e Giacobbe che continuarono a leggere e a studiare la Torah, la parola di D-o e i suoi insegnamenti.

E poi arrivarono i discendenti dei discendenti e non smisero mai di credere nemmeno per un attimo alle promesse che D-o, il Creatore del mondo, aveva fatto ai loro padri.

E poi arrivarono degli uomini che dicevano di essere persone di fede, credenti. Uomini che non si facevano smuovere dalle teorie sul big bang e i buchi neri. Persone che avrebbero cavalcato nel Medioevo per migliaia di chilometri pur di liberare i propri luoghi sacri e riportare la parola di D-o là dove regnavano gli infedeli.

La storia si popolò di individui che avrebbero giurato di dire la verità sul libro più letto e venduto del mondo, su un testo in cui credevano fermamente.

E questi stessi individui, che si dichiaravano credenti, si riunirono per decidere le sorti di un fazzoletto di terra umido, desertico, senza nessun appeal razionale.

Abbracciarono rappresentati del terrore mettendo da parte stragi, bambini sgozzati, terrore, orrore, massacri di innocenti che avvenivano sotto ai loro occhi silenti e dedicarono le proprie energie a un puntino geografico quasi invisibile sul mappamondo.

La storia si riempì di uomini dal buonismo selettivo, dalla coscienza relativa, dalla fede limitata a ciò che era più confortevole.

Quando l’occidente si siede a tavolino per discutere la legalità e legittimità dello Stato di Israele e il rappresentante della cristianità abbraccia degli assassini non è di politica né di diritti umani che si discute. Ma di D-o. Di D-o e della Sua parola.

Perché se un individuo crede che sia stato D-o a generare la luce a soffiare dentro di lui l’anima stessa, se prega a D-o, quello stesso D-o che ha creato il mondo, se crede nella veridicità della Bibbia e la considera un libro sacro, quello stesso individuo non può mettere in discussione la parola divina quando D-o dichiara ad Abramo, Isacco, Giacobbe, Mosè, Isaia, che la terra appartiene al popolo ebraico.

Chi mette in dubbio che la terra di Israele appartenga al popolo ebraico, sta mettendo in dubbio la propria fede, sta negando la veridicità della Bibbia. E l’esistenza di D-o stesso.

Gheula Canarutto Nemni

 

 

 

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C’è una sola condizione per la convivenza tra Occidente e Islam. Anzi sette

 

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‘Che piacere rivederti’ esclamò I. quando O. venne ad aprirgli la porta.

Si abbracciarono dandosi forti pacche sulle spalle, proprio come fanno i vecchi amici.

‘Sono secoli che non ci vediamo’, disse I. entrando in casa.

‘Vedo che ti sei dato da fare. È tutto nuovo qui, mi sembra di capire’.

‘Oh sì, dall’ultima volta che sei stato qui abbiamo rivoluzionato parecchio. Allargato finestre, ora la nostra visione è più ampia. Buttato giù muri, gli ospiti non devono mai sentirsi stretti’

‘Bello, davvero un ambiente invitante’ disse I.

‘C’è anche una grande ricerca dei colori, sembra non ne manchi quasi nessuno’

‘Si, è proprio così’ disse O. compiaciuto. ‘Desidero che chi entra qui si trovi a proprio agio, che sia senta come a casa propria’.

‘Senti O.’, disse I. un po’ sussurrando. Si schiarì la voce. ‘In casa, uhm, avrei qualche problema. Mi ospiteresti per qualche tempo? Sai, mi permetto di domandatelo solo perché hai fatto tutte quelle premesse sull’ospitalità…’

O. sorrise.

‘Ma certo amico mio, sarò molto felice di aiutarti. Seguimi ti faccio vedere la stanza dove potrei ospitarti.

Il giorno seguente I. arrivò carico di valigie e pacchi.

O. lo guardò e un filo di preoccupazione pervase il suo viso. ‘Ma, se posso permettermi, per quanto tempo intendi fermarti?’

‘Non ho idea, ma almeno finché le cose in casa non si sistemano’ rispose I

O. non disse niente. Sarebbe stato contrario a tutti i principi della buona educazione e dell’accoglienza che gli erano stati insegnati.

Mentre O. rifletteva, I. iniziava già a sistemare le proprie cose.

Appoggiò la valigia sul comò antico della nonna, quello che era sopravvissuto a decine di traslochi e di guerre. E lo strisciò tutto.

‘Oh scusa, mi dispiace tanto. Si potrà riparare immagino?’ disse I.

O. non si scompose più di tanto.

‘Fa niente, tanto era vecchio’, disse ricordando improvvisamente tutti gli sforzi che erano stati fatti per mantenerlo integro fino a quel giorno.

I.svuotò tutti i cassetti, buttando le cose per terra.

‘Hai qualcuno che pulisce e riordina vero?’

O. rimase un po’ sbigottito.

‘Sì, certo, viene qualcuno qualche ora alla settimana’ disse. Ma pensò che avrebbe ripulito lui stesso.

I giorni passarono e diventarono settimane. Le settimane passarono e diventarono mesi.

‘Senti O. quella foto li di tua nonna, quella che c’è nella mia stanza. Mi dà un po’ fastidio. Ti dispiacerebbe metterla in un posto dove il mio sguardo non la incroci?’

O. la spostò e la mise nella propria stanza. Così la nonna veglierà su di me mentre dormo, sorrise tra se’ e se’ mentre appoggiava la cornice sul comò di fronte al suo letto.

‘O., scusa se te lo dico, ma hai visto in che modo esce di casa tua moglie? Dovresti farla coprire un po’ di più. Lo dico perché ti voglio bene, davvero’

O. si vergognò.

‘I. suggeriscimi tu come dovrebbe vestirsi’

‘Aspettavo che me lo chiedessi’

E da quel giorno la moglie di O., una femminista incallita che aveva urlato nelle piazze e combattuto per ottenere più diritti per le donne, dovette passare l’esame di I. prima di uscire di casa.

 

Una sera O. si chiuse nella propria stanza un po’ allarmato. Non era questo il risultato che si aspettava dall’ospitalità offerta a un amico.

Dopo un po’ lo raggiunse la moglie. Si guardarono negli occhi.

‘Teniamo duro. D’altronde quando lo abbiamo accolto gli abbiamo fatto capire che doveva sentirsi come se fosse nella propria, di casa’.

Dalla sala iniziarono a provenire dei rumori strani. Musica a tutto spiano, odori strani, invasero l’ambiente domestico.

‘Ma cosa sta succedendo?’

‘Ho invitato un po’ di amici. Sto dando una festa. Mi avevi detto di fare come se fossi a casa mia. O sbaglio?’ L’ultima frase I. la pronunciò lentamente, nei suoi occhi si poteva leggere lo sguardo di chi si sente quasi padrone.

E i sensi di colpa di O. si riaccesero all’istante.

‘Certo, certo, va pure avanti’ disse al proprio ospite mentre notava che in sala erano stati spostati i quadri, il tavolo era stato girato, molti dei soprammobili, misteriosamente spariti.

‘Mi sembra sempre meno la mia casa’ osò pensare O. trasgredendo per qualche istante i valori con cui era stato allevato. Se ne vergognò subito. E per rimediare andò in cucina a lavare i piatti che la moltitudine di ospiti continuava a sporcare.

L’indomani si alzò e andò in sala. Le tapparelle erano ancora tutte giù, nonostante fosse quasi mezzogiorno.

Si avvicinò per tirarle su. Amava la luce del giorno.

‘No, no, lasciale così, per favore. Meglio vedere il meno possibile quello che ci sta là fuori. Tanto non c’è proprio nulla di interessante’

La sera i figli di O. rientrarono a casa. Fecero una rapida apparizione in cucina, dove I. se ne stava a tavola con altri ospiti che aveva invitato. E si rinchiusero nella propria stanza. I ragazzi accesero la musica. Dopo pochi minuti arrivò I. e si mise a bussare con forza.

‘Spegnete subito quel marchingegno infernale!’ urlò cercando di abbassare la maniglia e di entrare. I ragazzi corsero verso la porta e la chiusero a doppia mandata.

Poi telefonarono al padre.

‘Ma dove siete?’ Domandò O. ‘mi sembrava di avervi visto entrare’

‘Siano in camera nostra papà, potresti venire un attimo per favore?’

Mentre O. cercava di riprendersi dalla sorpresa di quella telefonata avvenuta da una stanza all’altra della sua, almeno così ancora si illudeva, casa, vide che qualcuno stava provando ad abbassare la maniglia della sua, di stanza

I. entrò senza domandare nemmeno scusa.

‘Uhm, saresti nella mia stanza I’ provo’ a dirgli.

‘Lo so. E allora? Tutto ciò che è tuo ormai è un po’ anche mio’ disse I. buttandosi sul letto di O. come se fosse ormai il proprio.

O. bussò alla stanza dei suoi figli, entrò e si chiuse a doppia mandata. Non aveva quasi il coraggio di guadarli negli occhi.

‘Papà, una cosa però te la vorremmo dire. Non ci siamo opposti quando hai preso I. in casa. Sei stato tu stesso a insegnarci lo spirito e il dovere dell’ospitalità e dell’accoglienza. Ma I. non si sta più comportando da ospite. Ormai ha preso così tanto piede in casa da sembrare lui il padrone. Non possiamo ascoltare la musica, vestirci come ci pare. Ha tolto i quadri dei nonni, le fotografie di quando eravamo piccoli. Negli armadi si trova quasi solo quello che piace a lui, di cibo. Papà una sola domanda. I. sta infrangendo a una a una tutte le regole che ci hai insegnato. Quando noi le trasgrediamo, ti arrabbi, urli, ti alteri profondamente. Perché a lui non dici niente?’

Ad O. bastò un attimo.

Per capire che aveva commesso un solo errore nell’accoglienza di I.

E che ormai era troppo tardi.

‘Quando l’ho accolto, mosso dalla pena nei suoi confronti, ci ho messo tutto me stesso per farlo sentire bene, per offrirgli tutto ciò che potesse servirgli. Ho tralasciato solo un piccolo dettaglio. Le regole. A quelle, in nome di un’ospitalità perfetta, non ho mai fatto alcun cenno.’

Quando il popolo ebraico si presentò alle porte della terra di Israele, aveva uno scopo in mente. Portare la civiltà e la giustizia là dove non ne sapevano niente.

3300 anni fa il popolo ebraico imponeva ai popoli che incontrava nel proprio cammino, sette regole:

  1. Un sistema giudiziario che garantisse giustizia e diritti civili a tutti
  2. Il divieto di blasfemia, di porsi in maniera diretta contro D-o e i Suoi principi morali
  3. La proibizione dell’idolatria e l’accettazione di un D-o unico
  4. Il divieto di relazioni illecite. Il rispetto dell’istituzione matrimoniale.
  5. Il divieto di uccidere e di fare del male al prossimo. Nessuno può disporre della vita altrui a proprio piacimento.
  6. Il divieto di rubare, di appropriarsi illecitamente di ciò che appartiene agli altri.
  7. Il divieto di nutrirsi di un animale mentre è ancora in vita. Ciò implica il rispetto della natura e di tutto il creato.

Sette regole.

Oggi è stato di nuovo colpito il cuore dell’Occidente. Ogni vittima di Bruxelles è un passo indietro della civiltà. Basterebbe insegnare queste regole perché l’accoglienza che l’occidente sta dando all’immigrazione non si trasformi nella bara dei nostri valori e della nostra libertà.

Gheula Canarutto Nemni

Parigi, 9 gennaio 2015. Babilonia, Auschwitz. E le nostre cetre.

psalm-137Sui fiumi di Babilonia là ci siamo seduti e abbiamo anche pianto al ricordo di Sion. Sui salici in mezzo a quell’acqua abbiamo appeso le nostre cetre, perché lì i nostri carcerieri ci domandavano parole di canto e i nostri tormentatori ci dicevano, portateci gioia, cantateci un canto di Sion. Ma come potevamo noi cantare un canto a D-o in terra straniera?

Nelle strade d’Europa i nostri nonni sono scappati e hanno pianto al ricordo dei paesi in cui erano nati. Tra corpi ammassati del proprio popolo, i nemici hanno provato a seppellire le loro speranze in un futuro migliore. Perché lì, tra i fumi di Auschwitz e Birkenau non sembrava esserci nascosto un domani. E poi come potevano cantare un canto a D-o in una terra grigia di cenere umana?

Sul fiume di Parigi lì ci siamo seduti e abbiamo anche pianto, ricordando la civiltà occidentale. Sui corpi massacrati di giornalisti ed ebrei abbiamo posato le nostre penne, perché lì i nostri valori sono rimasti insanguinati da chi prova gioia e sa cantare solo di fronte alla morte dei propri simili. Come possiamo noi cantare in in un mondo che ci è diventato di nuovo diventato straniero?

Dai fiumi di Babilonia ci siamo rialzati. Dopo un lungo cammino, l’aria di Gerusalemme ci ha di nuovo inebriati. Dalla shoà siamo risuscitati. Dalle ceneri dei campi di sterminio abbiamo tratto energie vitali.

Non è alla razionalità che il popolo ebraico si è sempre appellato. Fra i morti nelle redazioni e dentro ai supermarket casher, tra gli urli delle madri che vanno incontro alle bare dei figli avvolte dalla Stella di Davide, razionalmente la nostra voce non potrebbe essere altro che un muto canto.

E come possiamo noi cantare con il piede straniero sopra il cuore? Grazie a una forza suprema, irrazionale, eterna, che preme contro la gola trasformando gli ultimi respiri, nel suono dello Shemà Israel.

Alle fronde dei salici, grazie alla fede, non troverete le nostre cetre appese. No, le nostre cetre saranno dentro alle sinagoghe, nelle scuole ebraiche, nei luoghi di studio della Torà. E da lì continueremo a fare sentire la nostra voce, il nostro canto, le nostre preghiere.

Gheula Canarutto Nemni