Quei momenti della vita in cui il tuo sogno più grande è un giro in bicicletta

In questi giorni passo gran parte delle mie giornate in un posto in cui la vita appare sospesa, in cui il tempo sembra possedere un ritmo totalmente diverso e il sole non sembra avere fretta di tramontare.

Guardo in alto verso i monitor che registrano il ritmo cardiaco, la pressione, che emettono suoni improvvisi quando il corpo si dimentica come dovrebbe davvero funzionare. All’improvviso ricevo un messaggio in cui i genitori della classe si scambiano informazioni sui libri scolastici del prossimo anno.

Scuola? Libri? Esiste ancora una vita normale lì fuori?

È così strano questo doppio binario su cui corre la nostra vita.

C’è il binario quotidiano sul quale viaggiano senza nemmeno accorgercene, in cui combattiamo contro il tempo per riuscire a fare tutto entro sera. Tempestati di messaggi che sembrano tutti esigere una risposta immediata, pieni di impegni e scadenze che si impadroniscono di ogni minuto presente e futuro. E qui il treno corre, corre veloce.

E poi c’è il binario in cui il treno rallenta, in cui all’improvviso la persona è sdraiata su un letto, il cellulare spento, l’orologio riposto in borsa in attesa che il tempo ritorni a essere una delle dimensioni essenziali della vita. Su questo binario non è importante quello che si fa ogni giorno, ma il respiro che si riesce a emettere in ogni istante.

Da questo binario si osserva la vita con un filtro diverso.

Una passeggiata, un piatto di pasta caldo mangiato intorno al tavolo della cucina di casa, basterebbero per farti sentire la persona più fortunata del mondo.

E ti mancano, quando sei sul binario lento, quella frenesia quotidiana, quei messaggi che ti fanno saltare sulla sedia esclamando ‘accidenti, me ne ero completamente dimenticato’, ti manca la banalità del momento, la capacità di concentrarsi su qualcosa di piccolo e senza senso.

E prego che questi momenti umanamente piccoli si riapproprino della mia vita e della vita di una delle persone che amo di più al mondo e di tutti quelli che ora sono in un letto d’ospedale, in un limbo tagliato fuori dal tempo e di tutti quelli che sognano una gita in bicicletta come nei giorni normali si sogna il biglietto vincente della lotteria.

Gheula Canarutto Nemni

Io sono osservante, tu laico. E allora?

jewish tefilin

Non si sarebbero mai parlati se non fosse stato per quel particolare momento della vita. Un venerdì mattina in cui tutti e due pregavano, a modo loro, che tutto si risolvesse per il meglio. Finchè Menachem alzò lo sguardo e incrociò quello di Daniel.

‘Vuoi mettere i tefilin?’ domandò Menachem.

Daniel lo guardò sorpreso.

‘No, grazie’ rispose.

‘Non lo faresti per me’, insistette il giovane, ‘ma per mia madre che è in sala operatoria in questo momento’, ci tenne a precisare Menachem.

‘Anche mio padre è sotto i ferri ora’, rispose Daniel con un’alzata di spalle.

‘Cosa ti costa metterli?’ si intromise una voce femminile dalla sedia accanto, ‘fagli un piacere, non vedi che ci tiene davvero?’

Daniel si alzò un po’ sbuffando domandando quale manica dovesse arrotolare.

Lentamente la sala d’attesa dell’ospedale si riempì delle parole dello Shemà un po’ storpiate pronunciate da un israeliano di trent’anni laureato in ingegneria.

‘Se mi vedesse mia nonna’ disse Daniel dopo avere finito. ‘Lei non accende il fuoco durante lo shabat e non guarda la televisione. Noi la prendiamo tutti in giro. Mi fai una foto così, con i tefilin, che gliela mando?’

Il flash del cellulare illuminò la stanza.

‘E’ la seconda volta della mia vita che li metto. La prima volta è stata durante il mio bar mizvah’ disse daniel forse più a se stesso che al proprio interlocutore.

Menachem iniziò a srotolargli i tefilin dal braccio. Daniel abbassò lo sguardo sui solchi che le strisce di cuoio avevano lasciato sulla sua pelle.

‘Se non mi avessi domandato di mettere i tefilin probabilmente io e te non ci saremmo mai rivolti la parola in vita nostra. Tu con la kippà e i tzitzit, io totalmente laico…’

‘Dovremmo imparare ad andare oltre a ciò che vediamo. Permettiamo che dei segni esteriori ci dividano. E ci dimentichiamo che la nostra origine spirituale è la stessa. Solo una. Perché ognuno di noi contiene dentro di sé una parte dell’Anima di D-o stesso.’

La donna, che fino a quel momento era stata in silenzio ad osservare la scena, disse

‘Sono la madre di Daniel. Ti posso dire che anche se siamo tutti laici in famiglia, vederlo con i tefilin al braccio, mentre mio marito si trova in sala operatoria, è stato come trovare le preghiere che non conosco’

Menachem le sorrise.

‘Saremmo il popolo più forte del mondo se riuscissimo a ritrovare la nostra unità perduta’.

La donna annuì, stringendo forte la mano del figlio. Due ore dopo vennero a comunicare che le operazioni dei parenti erano perfettamente riuscite. La donna esclamò un forte ‘baruch Hashem’ e cercando lo sguardo di Menachem gli disse ‘so che non mangeresti nulla da casa mia. Ma visto che tua madre sarà in ospedale per shabat, posso andare a comprarti delle chalot e portartele?’

E’ molto importante meditare prima della tfila, figlio mio. Ma questa meditazione è nulla in confronto a ciò che si smuove nei cieli quando si fa un favore al prossimo. La meditazione è importante. Ma solo se ti porta a desiderare di fare il bene ad un’altra persona, disse il Rebbe Rashab a suo figlio.

Gheula Canarutto Nemni