Mia piccola bimba, d’ora in poi ti terrò per mano senza stringere troppo…

mamma figlioMia piccola bimba,

essere genitore significa incontrare lo sguardo di un figlio per la prima volta dopo mesi di infinita fatica e dimenticare tutte le difficoltà del passato in un solo istante.

L’amore per un figlio è un colpo di fulmine che dura per sempre.

Essere genitore significa dare un’importanza infinita a ogni dettaglio.

E se vorrai vedere crescere tuo figlio dritto, con un tronco solido e forte, dovrai curare e nutrire le radici dal primo istante. Senza alcun compromesso.

Essere madre o padre significa tenere per mano, senza stringere troppo.

Perché solo con la libertà che concedi a tuo figlio, lo potrai vedere un giorno incamminarsi nel mondo.

Litigare, gridare, pensare ognuno di avere ragione. E dopo pochi minuti ricominciare a ridere insieme come se niente fosse.

Perché tuo figlio lo ami a prescindere da tutto.

Chiudere gli occhi davanti alle candele dello shabat e domandare a D-o che conceda solo il bene, il bene assoluto, per ognuno dei figli.

Sentirsi inadeguati, non avere sempre la risposta giusta alle loro domande.

E sapere che grazie ai loro dubbi, anche tu crescerai insieme ai tuoi figli.

Da quando diventi genitore impari la forza di volontà da un piccolo essere di pochi mesi che non si muove dal proprio posto finchè la torre con i cubi non si erge alta e perfetta.

Un figlio ti insegna che l’aggettivo possessivo ‘mio’ non è mai per sempre.

A un certo punto arriverà qualcuno e ti dirà, da oggi è ‘nostro’.

E tu genitore dovrai farti da parte.

Sperando nel tuo cuore di essere riuscito a trasmettere e dare tutto quello che avresti potuto e dovuto, nel tempo che ti è stato concesso.

E ora che Rosh Chodesh Tamuz è alle porte, lo stesso mese in cui sei nata e ci siamo incontrate per la prima volta.

Nel giorno in cui la luna si fa piccola per poi rinascere.

La tua anima, quella a cui abbiamo dato vita vent’anni fa, si fonderà con quella del tuo amato, per formarne una nuova.

E dovremo lasciarti andare.

Perché amare un figlio significa farsi da parte quando un capitolo della vita si chiude e uno nuovo si apre.

Behazlachà amore mio, che H’ accompagni ogni vostro passo con gioia, salute, stima reciproca, successo. E infinito amore.

La tua mamma

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Quando in un ristorante trovi tre maestri di vita

denzelUna delle prime preghiere che recitiamo al mattino dice ‘D-o attaccami alle persone buone’. Attaccami, non semplicemente fammi stare vicino, fai in modo che possa domani essere come loro.

Però non si incontrano persone del genere tutti i giorni. Individui in grado di farti auspicare di assumere un po’ delle loro caratteristiche positive. Che ti invogliano a  svegliarti l’indomani con addosso, attaccata e parte integrante di te, la cosa buona che da loro hai imparato.

A Milano c’è un piccolo ristorante che amiamo. E non solo per il cibo che serve.

È’ un posto piccolo, accogliente, il cui proprietario e’ Afshin, un mio ex compagno di classe. Ai tempi della scuola era l’unico, tra i compagni maschi, a non subissarmi di scherzi e secchiate d’acqua in testa.

Adoro entrarci, respirare l’aria di cibo fresco. Ma, è soprattutto l’atmosfera ad essere speciale. Afshin non è solo dentro al suo ristorante. Dietro al bancone c’è suo fratello Ruben, tra i tavoli spesso volteggia la sorella. E negli ultimi mesi è comparsa la sua fidanzata diventata poche settimane fa sua moglie.

Ultimamente il papà non era stato bene. Afsaneh, la sorella, ha iniziato a fare  la spola tra l’ospedale dove stava il papà e il ristorante. Quando lei appariva, Afshin fuggiva e così a rotazione non c’era un secondo in cui il padre fosse da solo.

E i figli vivevano ogni secondo come se, oltre a lui, non ci fosse nient’altro.

Forse è stata l’assenza degli scherzi cattivi a portarmi all’inizio tra le mura di Denzel, il ristorante di questi fratelli.

Ma ora so che lì, in via Washington, non c’è solo l’hamburger migliore d’Italia.

Lì ho incontrato tre grandi maestri.

Tre persone che mi hanno insegnato il vero significato del rispetto di un genitore. Che mi hanno trasmesso il vero senso di forza, potere. Siamo forti quando stiamo tutti insieme, quando tre fratelli si muovono all’unisono per la stessa causa, quando ci si alterna per non fare mai sentire il padre solo, anche a costo di apparire sciupati, smagriti, senza una lista definitiva degli invitati, a due settimane dal matrimonio.

Non esiste una gioia più grande per un genitore che vedere i propri figli aiutarsi a vicenda, crescere insieme e costruire il proprio futuro appoggiandosi l’uno all’altro.

Non c’è regalo più grande che si possa chiedere.

E voi, fratelli Kaboli, ci avete insegnato come farlo questo dono. Non a parole e con lezioni sui manuali. Ma con un esempio di vita vissuta.

Il secondo santuario è stato distrutto perché tra il popolo ebraico non c’era una grande quantità d’amore, anzi.

D-o ammette più gli sgarri rivolti a Lui, che quelli rivolti ai nostri fratelli.

Quando mi domando cosa significhi fare felice D-o, nostro padre, ora so rispondere. Significa fare fronte compatto con il mio popolo e tutti insieme affrontare le difficoltà, le sfide, le minacce, i momenti bui.

Solo così, come i fratelli Kaboli mi hanno insegnato, dimostreremo  di amarLo con tutto il nostro cuore. E verremo premiati con giorni migliori. I migliori.

Ora il loro papà è in cielo, insieme alla moglie e ai serafini.

E senza dubbio sta brillando non solo di luce propria. Ma di tutta la luce che i suoi figli hanno creato.

Gheula

Israel, yom kippur e l’anima incorruttibile

Caro figlio,

voglio ringraziarti per essere arrivato. Per esserti ricordato anche quest’anno, da dove sei nato. Per avere rinunciato a colazione e pranzo, a quella telefonata importante, a quell’impegno che sembrava davvero urgente. Grazie per essere venuto di nuovo a cercarMi. Nonostante, forse, nemmeno tu capisca perché hai sentito proprio oggi questa necessità impellente. Per questo ti scrivo. Per spiegarti cosa sta dietro a questi tuoi passi. Dentro a ogni mio figlio, ho impiantato un microchip intangibile. Una parte di anima resistente agli urti, alle correnti avverse, agli slogan antisemiti. Alla razionalità e alle spiegazioni della mente. Questa è la parte più profonda del tuo essere. E’ una fiamma che non si potrebbe spegnere nemmeno sotto a un diluvio universale. Magari ci hai provato. A liberarti di queste origini, di questa identità storicamente pesante, di questo legame che crea inesplicabili sensazioni di vuoto, necessità improvvise di introspezione. Non è facile essere un Tuo figlio, D-o, avrai qualche volta pensato. Ma poi le tue gambe ti portano in sinagoga durante questo giorno santo perché dentro di te pulsa qualcosa che non sei mai riuscito a rendere silente. E’ la parte più profonda dell’anima che fa sentire forte la propria voce in questo giorno di kippur, in queste venticinque ore sacre. E’ così che ti ho creato. Ti ho concesso il libero arbitrio, il tuo comportamento, le tue azioni, stanno nelle tue mani. Ma la tua appartenenza al popolo di Israel, un insieme di genti che mai potrà staccarsi da Me, sono Io ad averla decisa. Nonostante un mio figlio abbia peccato, nonostante abbia tirato la corda che ci unisce sollecitandola più del dovuto, nonostante Mi abbia voltato la schiena, c’è un livello dell’anima che nulla al mondo potrà mai corrompere. Fai parte di un popolo legato a D-o da un nodo indissolubile. E anche quando ti sembra di stare lontano anni luce da Me, quando temi di esserti perso nella strada della vita e di non sapere più come tornare, voglio che tu sappia. Il tempo che ho stabilito per ogni mio figlio, affinché possa imboccare la via del ritorno al proprio Padre, ammonta a non più di un secondo.

 

Ti aspetto.

 

 

Gmar chatimà tovà

Gheula Canarutto NemniSchermata 2014-09-30 alle 10.57.13

Nostalgia di una figlia

foto papi z'l

Stanotte eravamo davanti alla lapide di Leon da Modena, stavamo leggendo i versi che venivano alla luce via via che grattavamo dalla superficie di marmo le incrostazioni del tempo.

Cercavamo di dare un senso ai simboli, di attribuire un significato alle righe e alle rime, di restituire respiro al suono delle parole antiche che rimbombavano nel buio della casa della vita, come si chiama in ebraico il posto del riposo eterno.

A un certo punto mi hai guardato e mi hai detto: assomigli alla mamma, ma i tuoi occhi sono esattamente come i miei.

Mi sono guardata allo specchio e ho pensato che sì, lo avevo sempre saputo, eppure non ci avevo mai davvero pensato. Gli occhi sono lo specchio dell’anima e in quello specchio avrei dovuto sempre vedere anche una parte di te.

Quello spirito combattente contro chi voleva farci sparire dal mondo, contro l’oblio del tempo, contro i colori che sbiadiscono e che tu cercavi di fermare su una pellicola Agfa da 400 asa.

Ogni volta che mi fermo a pensare da quanti giorni non riesco più a vederti con gli occhi del corpo e da quanti mesi devo immaginarti con gli occhi della mente, da quante notti ti devo sognare, come la scorsa notte, per poterti parlare, non riesco a crederci. Che siano passati così tanti anni dal nostro ultimo abbraccio.

Ma io lo so che ti afferro ad ogni mio passo,

quando racconto di Torah,

di ebrei,

quando parlo di D-o,

di miracoli nascosti nella natura,

di orgoglio ebraico e fede.

E ti ritrovo li’, nascosto tra le righe,

una testa che spunta tra la gente.

Ti voglio bene papi, ma Lassù, dove stai godendo della pura presenza divina, della luce trascendente con i giusti di ogni luogo e tempo, ogni cosa è risaputa. Anche il mio amore infinito per te.

Che la tua anima  rimanga sempre attaccata alla vita

Tua Gheula

 

Canarutto

 

Nemni