Noi sottoscritti Vauro, Boldrini, Papa Francesco, insieme con i giornalisti dell’Ansa, ci impegniamo a commemorare gli ebrei e a rispettarne la memoria

A noi gli ebrei piacciono così.

Ci piacciono dietro i cartelli ‘il lavoro rende liberi’, con addosso solo la pelle.

Ci piacciono mucchi di cadaveri esposti alla neve e al vento finché qualcuno verrà a fotografarli per dire che si’, è stato davvero.

A noi gli ebrei piacciono con gli sguardi impauriti in bianco e nero, esseri indifesi portati alla morte davanti ai sorrisi degli indifferenti.

Ci piace commemorarli questi ebrei, ci piace aprire musei con i loro oggetti rituali conservati a dovere.

A noi gli ebrei piacciono quando stanno zitti, quando viene tolto loro il diritto di parola. Ci piacciono quando i fucili sono puntati verso di loro. Ci piacciono prostrati a terra, espropriati, espatriati, deportati, massacrati. Ci piace averne pena.

Invece questi ebrei hanno alzato la cresta.

Osano impugnare le armi per difendere la loro terra, quel fazzoletto che l’Onu ha pensato di concedere loro come rifugio dopo che sei milioni di loro erano stati trucidati nei nostri stati, nel nostro continente, nel nostro mondo, con l’aiuto della nostro silenzio e della nostra indifferenza.

Parlano, discutono, controbattono persino, questi discendenti di Abramo.

Hanno addestrato i loro figli a non farsi più portare come bestie al macello.

Hanno insegnato il diritto alla vita anche degli ebrei, nonostante gli sia stato negato per secoli e secoli.

Ma chi si credono di essere per definire terrorista chi imbraccia mitragliatrici per falciarli nei bar, nei ristoranti, chi si imbottisce di tritolo e di chiodi per continuare il lavoro dell’inquisizione, dei progrom, dei nazisti?

Questi ebrei così presuntuosi da arrogarsi il diritto di vivere nel proprio stato.

Rinuncino a quelle terre contese e vegano da noi.

Non possiamo certo assicurare loro una vita serena, magari permetteremo pure che li uccidano ogni tanto davanti alle loro scuole, chiuderemo gli occhi davanti alle loro nonne pugnalate in casa , ai loro giovani uccisi mentre fanno la spesa.

Ma noi, noi idealisti, pacifisti, noi sottoscritti

Papa,

Vauro,

Boldrini,

Erdogan,

giornalisti dell’Ansa e delle Iene.

Noi, gli ebrei, li commemoreremo sempre con estremo rispetto.

Noi per gli ebrei avremo un occhio così di riguardo, ci concentreremo così tanto su di loro, da dimenticare le stragi di siriani, di curdi, ci focalizzeremo così tanto sul popolo ebraico da concedere a Erdogan la parola sui diritti dell’uomo mentre li starà lui stesso violando dietro a casa nostra.

Dedicheremo in ricordo degli ebrei una targa, un giardino, un bell’articolo una volta all’anno, delle pietre d’inciampo, una vignetta satirica.

Né dal tuo miele ne’ dal tuo pungiglione, disse Giacobbe a Esaù quando si ritrovarono dopo molti anni.

Shalom, chi usa la parola pace, chi ci crede davvero, deve essere shalem, intero, coerente.

Pretendete dagli altri ciò che pretendete dagli ebrei.

Applicate gli stessi criteri umanitari, la stessa etica e la stessa morale a tutta l’umanità, ebrei e non ebrei, in maniera obiettivamente indistinta.

Allora ci sarà Shalom davvero.

Gheula Canarutto Nemni

Advertisements

Quando l’Occidente mette in dubbio la legittimità di Israele, nega l’esistenza di D-o stesso

 

Fiat lux, e luce sia, ordinò D-o e per la prima volta un raggio trafisse l’universo. Ci sia una divisione tra il cielo e la terra, continuò D-o, facendo comparire l’orizzonte. Vi siano alberi, fiori, la luna, il sole, le stelle. Le foglie iniziarono a respirare l’ossigeno e a sintetizzare la luce per trasformarla nel proprio nutrimento. E poi arrivarono i pesci, i volatili, le pecore, i cavalli. L’uomo.

Iniziò la storia del mondo.

E D-o disse ad Abramo ‘questa terra la darò a te e ai tuoi discendenti’ ed apparve a Isacco suo figlio, per ribadire la propria promessa. E Giacobbe scappò dal fratello Esaù. Durante la fuga si mise a dormire e D-o gli promise in sogno ‘darò la terra su cui sei sdraiato a te e ai tuoi discendenti’.

E poi arrivarono i discendenti di Abramo, Isacco e Giacobbe che continuarono a leggere e a studiare la Torah, la parola di D-o e i suoi insegnamenti.

E poi arrivarono i discendenti dei discendenti e non smisero mai di credere nemmeno per un attimo alle promesse che D-o, il Creatore del mondo, aveva fatto ai loro padri.

E poi arrivarono degli uomini che dicevano di essere persone di fede, credenti. Uomini che non si facevano smuovere dalle teorie sul big bang e i buchi neri. Persone che avrebbero cavalcato nel Medioevo per migliaia di chilometri pur di liberare i propri luoghi sacri e riportare la parola di D-o là dove regnavano gli infedeli.

La storia si popolò di individui che avrebbero giurato di dire la verità sul libro più letto e venduto del mondo, su un testo in cui credevano fermamente.

E questi stessi individui, che si dichiaravano credenti, si riunirono per decidere le sorti di un fazzoletto di terra umido, desertico, senza nessun appeal razionale.

Abbracciarono rappresentati del terrore mettendo da parte stragi, bambini sgozzati, terrore, orrore, massacri di innocenti che avvenivano sotto ai loro occhi silenti e dedicarono le proprie energie a un puntino geografico quasi invisibile sul mappamondo.

La storia si riempì di uomini dal buonismo selettivo, dalla coscienza relativa, dalla fede limitata a ciò che era più confortevole.

Quando l’occidente si siede a tavolino per discutere la legalità e legittimità dello Stato di Israele e il rappresentante della cristianità abbraccia degli assassini non è di politica né di diritti umani che si discute. Ma di D-o. Di D-o e della Sua parola.

Perché se un individuo crede che sia stato D-o a generare la luce a soffiare dentro di lui l’anima stessa, se prega a D-o, quello stesso D-o che ha creato il mondo, se crede nella veridicità della Bibbia e la considera un libro sacro, quello stesso individuo non può mettere in discussione la parola divina quando D-o dichiara ad Abramo, Isacco, Giacobbe, Mosè, Isaia, che la terra appartiene al popolo ebraico.

Chi mette in dubbio che la terra di Israele appartenga al popolo ebraico, sta mettendo in dubbio la propria fede, sta negando la veridicità della Bibbia. E l’esistenza di D-o stesso.

Gheula Canarutto Nemni

 

 

 

La bontà immorale del mondo

D-o creò il mondo con la sola severità. Poi vide che nulla e nessuno avrebbe potuto sopravvivere nemmeno per mezzo minuto e vi unì la compassione, la pietà. Bontà e rigidità, pietà e severità avrebbero dovuto imparare a convivere, formando un’emulsione in grado di mantenere in vita l’intero universo. Dopo dieci generazioni D-o mandò il diluvio, distruggendo l’intero creato. Quando finì, Noach, Noè, mandò fuori dall’arca un corvo per controllare a che livello fosse scesa l’acqua. Il corvo era un volatile serio, severo, con poca propensione alla compassione. Il corvo volò sulla terra, poi tornò indietro. Noè allora mandò la colomba. Alla seconda ricognizione, tornò indietro con un ramo di ulivo in bocca.

Settantasette anni fa prendeva piede in Europa un movimento basato su ordine, disciplina, l’eliminazione sistematica dalla società di tutto ciò che era considerato inutile. Una severità portata all’estremo che ha dato origine alla peggiore macchina omicida mai esistita. Il nazismo. Dopo la guerra le democrazie hanno tentato la fuga da questa rigidità ad oltranza. Iniziava l’era dell’uguaglianza a tutti i costi, della bontà trasformata in buonismo, della condanna per chi spara per legittima difesa, del rilascio per buona condotta di chi ha ucciso a sangue freddo.

Quando D-o creò il mondo lo costruì in modo che non potesse sopravvivere senza severità e pietà in un equilibrio armonico.

Quando Noach mandò i volatili fuori dall’arca, scelse di fare volare prima il corvo, simbolo di severità, sopra alla terra. Solo dopo le regole, le leggi uguali per tutti, la moralità senza compromessi, la colomba avrebbe potuto rientrare con un ramo di ulivo, simbolo di pace, in bocca.

Abramo era chessed, bontà assoluta. Convinto che tutto si potesse ottenere con amore e dolcezza. Isacco era severità, gvurà, ad oltranza. Strenuo fautore delle misure rigide per raddrizzare ogni cosa.

Poi venne Giacobbe e riunì dentro di sé le qualità dei propri avi. Le rimescolò, ottenendo tiferet, splendore.

Pochi giorni fa a Roma, in Vaticano, in una piazza in cui si è abituati a sentire parlare di pace, di fratellanza e d’amore, sventolavano le bandiere nere, rosse, bianche e verdi. Quelle stesse che sventolano durante i funerali d’onore riservati ai terroristi. Un rappresentante di queste bandiere stava seduto in prima fila, fiero del proprio soprannome ‘angelo di pace’.

La severità ad oltranza ha lasciato dietro di sé sei milioni di morti innocenti.

Ma la bontà illimitata trasforma i terroristi in angeli.

Insegna Maimonide, se sei buono con chi è crudele, finirai per essere crudele con chi è buono.

Gheula Canarutto Nemni

colomba ulivo

 

 

Rav Toaff. Ci sono uomini che vivono al di là della propria vita

rav toaff

 

Ci sono certe persone in grado di unirne molte altre, al di là della loro diversità. Di guardare oltre ciò che si vede, scrutando scenari che pochi riescono a intravedere. Di lottare per mantenere vivo ciò in cui credono, a costo di sfidare personaggi importanti.

Persone che vivono in funzione del prossimo, pensando davvero poco a se stesse. Persone che raggiungono le vette della propria carriera ma continuano a camminare in pianura insieme alla gente comune. Tra questi ce n’è stato uno che si è scavato da solo la fossa, nel vero senso della parola. Davanti un plotone d’esecuzione, dietro la buca dove avrebbe dovuto cadere il suo corpo dopo la fucilazione, recitò imperterrito lo Shemà Israel. Il soldato commosso gli disse ‘scappa’ e lui capì di essere stato investito di una speciale missione dall’Alto. Le sue lotte furono infinite, tenere in equilibrio i valori in cui era stato allevato con quel mondo che stava risorgendo dalle ceneri della più grande tragedia mai vista, una sfida costante. Non voleva cedere, nemmeno per un secondo, a quel nuovo modo di vivere l’ebraismo, basato su compromessi, scendere a patti, con il mondo intorno. Un giorno però lo sconforto ebbe la meglio. Un personaggio importante della comunità ebraica aveva deciso di introdurre l’organo, in segno di avvicinamento alla cultura del luogo, per accompagnare la preghiera del venerdì sera. Lui, che aveva combattuto con tutte le proprie forze perché nessun movimento riformatore entrasse nell’aria della propria comunità, si chiuse in ufficio e iniziò a scrivere la lettera di dimissioni. Non era quello l’ebraismo che voleva fare rivivere nella città che lo aveva scelto. Mentre la penna scorreva sul foglio, due uomini bussarono alla sua porta. ‘Ci manda il Rebbe di Lubavitch. Ci ha domandato di riferirle che suo padre, di benedetta memoria, è preoccupato per lei. Sa che ci sono molti problemi, ma le domanda di tenere duro. In un paio di settimane tutto si dovrebbe risolvere.’ I due uomini si dileguarono senza lasciare traccia. L’uomo prese la lettera di dimissioni, quasi pronta per essere consegnata, e la fece in mille pezzi. Due settimane dopo colui il quale aveva proposto la musica del venerdì sera rinunciò per motivi sconosciuti, al proprio proposito. Da allora il nostro protagonista ha continuato nella propria missione. Ridare all’ebraismo quella vitalità, quella capacità millenaria di convivenza, pur rimanendo ancorato alle proprie regole.

Da pochi giorni ci sta vegliando dall’alto. Con il suo sorriso, con il suo fare ironico, starà sicuramente allietando insieme ai giusti della storia, gli angeli delle sfere celesti.

Che la sua anima riposi in pace rav Toaff, sicuramente il suo unico peccato, quello di avere rubato ai nazisti un carro armato, sarà già stato perdonato.

 

Baruch Dayan Haemet

 

Gheula Canarutto Nemni

Nostalgia di una figlia

foto papi z'l

Stanotte eravamo davanti alla lapide di Leon da Modena, stavamo leggendo i versi che venivano alla luce via via che grattavamo dalla superficie di marmo le incrostazioni del tempo.

Cercavamo di dare un senso ai simboli, di attribuire un significato alle righe e alle rime, di restituire respiro al suono delle parole antiche che rimbombavano nel buio della casa della vita, come si chiama in ebraico il posto del riposo eterno.

A un certo punto mi hai guardato e mi hai detto: assomigli alla mamma, ma i tuoi occhi sono esattamente come i miei.

Mi sono guardata allo specchio e ho pensato che sì, lo avevo sempre saputo, eppure non ci avevo mai davvero pensato. Gli occhi sono lo specchio dell’anima e in quello specchio avrei dovuto sempre vedere anche una parte di te.

Quello spirito combattente contro chi voleva farci sparire dal mondo, contro l’oblio del tempo, contro i colori che sbiadiscono e che tu cercavi di fermare su una pellicola Agfa da 400 asa.

Ogni volta che mi fermo a pensare da quanti giorni non riesco più a vederti con gli occhi del corpo e da quanti mesi devo immaginarti con gli occhi della mente, da quante notti ti devo sognare, come la scorsa notte, per poterti parlare, non riesco a crederci. Che siano passati così tanti anni dal nostro ultimo abbraccio.

Ma io lo so che ti afferro ad ogni mio passo,

quando racconto di Torah,

di ebrei,

quando parlo di D-o,

di miracoli nascosti nella natura,

di orgoglio ebraico e fede.

E ti ritrovo li’, nascosto tra le righe,

una testa che spunta tra la gente.

Ti voglio bene papi, ma Lassù, dove stai godendo della pura presenza divina, della luce trascendente con i giusti di ogni luogo e tempo, ogni cosa è risaputa. Anche il mio amore infinito per te.

Che la tua anima  rimanga sempre attaccata alla vita

Tua Gheula

 

Canarutto

 

Nemni