Israele e Gaza. Trova le differenze. Promenade des Anglais e Tel Aviv. Trova le somiglianze. Il male vince perché il mondo non vuole capire

 

Schermata 2016-07-18 alle 18.43.57 Schermata 2016-07-18 alle 18.42.22

Benvenuti in Israele. Questa la frase che troverete ad accogliervi all’aeroporto di Ben Gurion. In inglese, francese, tedesco, italiano e tante altre lingue. E in arabo, naturalmente.

Se dovete arrivare a Tel Aviv imboccate l’autostrada n.2. e se non sapete l’ebraico non preoccupatevi. Tutte le indicazioni sono anche in inglese. E in arabo, naturalmente.

Sedetevi pure in un bar sulla spiaggia, assaporate i gusti esotici e medio orientali. Camerieri e proprietari di locali, dal nome di Tomer, Gai, Muhamad e Abdul vi accoglieranno con grande calore e simpatia.

Sfoggiate le vostre bandiere arcobaleno durante il gay pride. Con voi migliaia di uomini, donne e bambini sfileranno lungo le strade di Tel Aviv gridando slogan in tutte le lingue.

Non perdete la tappa della città santa. Stelle di Davide, croci e mezzelune vi faranno da sottofondo per un tour indimenticabile. Se aprite la finestra al mattino sentirete il canto del muezzin sorvolare nell’aria. Potrete visitare moschee, sinagoghe e chiese in tutta sicurezza. Percorrendo le strade della città vecchia incontrerete sacerdoti, preti ortodossi, suore, frati. E molti pellegrini con indosso simboli visibili della propria religione.

Nelle bancarelle dei venditori arabi troverete souvenir a buon prezzo da portare agli amici al vostro rientro. Dal centro storico incamminatevi verso il parlamento israeliano, davanti al quale sta il famoso candelabro a sette braccia, simbolo dello stato di Israele e della cultura ebraica. Se siete in grado di ottenere un permesso speciale per seguire una seduta della knesset, approfittatene. L’alternanza delle voci e opinioni diverse riaccenderà in voi la fiducia nella democrazia. Cercate tra i deputati i 17 arabi eletti con regolari elezioni. E non perdetevi gli interventi anti israeliani di Haneen Zoabi, che dal pulpito della sua elezione democratica attacca in piena libertà di espressione lo stato in cui vive. Da Gerusalemme potrete andare a Betlemme dove luoghi sacri per l’ebraismo e il cristianesimo vengono custoditi e curati dal governo israeliano. I soldati israeliani vi scorteranno nei tratti più pericolosi permettendovi di entrare in contatto diretto con la storia. E in ultimo, se vi capitasse malauguratamente di ammalarvi, recatevi con tranquillità in uno degli ospedali israeliani più vicini. Verrete accolti da medici e infermieri arabi e israeliani. E lì, tra pazienti di tutte le religioni e i colori, cercheranno la cura migliore per rimettervi in forma.

 

Benvenuti in Palestina. Questa frase la troverete ad accogliervi in inglese e in arabo. Ma non in ebraico. Se la vostra intenzione fosse stata invece di andare da qualche altra parte e aveste solo sbagliato strada, vi suggeriamo di chiamare il vostro notaio per fare sicuro le vostre ultime volontà siano state depositate. Soprattutto se siete ebrei. Perché agli ebrei, l’accesso nei territori sotto l’autorità palestinese è assolutamente proibita. L’ultima volta che tre israeliani hanno sbagliato strada, sono stati fatti a pezzi e restituiti ai famigliari in sacchetti in cambio di terroristi vivi. Pochi metri prima dei territori palestinesi troverete cartelli in ebraico che avvertono del pericolo di morte per chi ci si addentra. Se non siete ebrei e desiderate continuare il vostro tour fate attenzione:

  1. a) a manifestare apertamente certe tendenze omosessuali
  2. b) a manifestare dissenso nei confronti del regime di Hamas
  3. c) a non scattare fotografie delle immense ville con piscina e degli ultra moderni centri commerciali che vedrete durante la vostra visita (potrete causare seri danni all’immagine del popolo palestinese)
  4. d) a non mostrare in pubblico crocefissi e altri simboli che potrebbero offendere gli abitanti del luogo.

Cercate la sede del parlamento. E se siete fortunati, andate a osservarne una seduta. Su 132 deputati, 74 appartengono all’organizzazione Hamas e 45 a quella di Fatah.

Hamas in arabo significa movimento islamico di resistenza ed è il braccio operativo dei Fratelli musulmani. Nella sua carta sta scritto: ’non esiste soluzione alla questione palestinese se non nel Jihad (guerra santa).

Fatah fa parte dell’Olp (organizzazione per la liberazione della Palestina), mandante di innumerevoli attentati contro ebrei in Israele e nel mondo.

Questo articolo ho iniziato a scriverlo nei giorni in cui Di Maio stava visitando Israele e provava a risolvere il conflitto medio orientale in poche ore di conoscenza ravvicinata con la regione. ‘Non c’è alcuna preclusione ideologica nell’affrontare il tema. Non è un viaggio squilibrato’ affermava mentre addossava a Israele tutte le colpe e proponeva ‘Non importa chi governi nella striscia. Va perseguito un processo di pacificazione e normalizzazione della Cisgiordania e di Gaza. Questo permetterebbe una maggiore democratizzazione generale’.

 

Importa eccome chi governa Gaza. Come è fondamentale riconoscere in mano a chi sta l’educazione e l’indottrinamento delle nuove generazioni musulmane.

A Gaza come nel resto del mondo.

Perché tra chi pugnala i bambini nei loro letti in Israele, chi spara all’impazzata su persone che stanno infilando un boccone in bocca al ristorante di Tel Aviv e chi guida camion a 80km/h sulla folla che cammina nella Promenade des Anglais non c’è nessuna differenza. Ma un unico comune denominatore. Il volere imporre il proprio credo e il proprio mondo con la forza e la violenza. Ed essere convinti che l’eliminazione fisica del diverso corrisponda al bene.

Caro Di Maio & Co. lo Stato di Israele è nato sui principi della Torah dove sta scritto per 36 volte il comandamento di rispettare e amare lo straniero. Nell’ebraismo il diverso non è una minaccia. Ma un’occasione unica e irripetibile di arricchimento e crescita.

E ora non ci resta altro che volgere gli occhi al Cielo e pregare per tutte le vittime del fanatismo e della cecità di chi proprio non vuole capire.

Gheula Canarutto Nemni

L’Amaca di Michele Serra (17.02.2015)

 

Michele Serra ci ricorda che il pregiudizio e, qualche volta, il non essere a conoscenza dei fatti, sono, nella storia umana, un fattore purtroppo notevole. Glielo spiego io (forse meno autorevole di Gad Lerner ma sicuramente portavoce di molti sentimenti comuni tra gli ebrei italiani) perché questi inviti di Netanyahu a trovare rifugio in Israele non concedono al terrorismo proprio niente. Sono semplicemente una patente di salvezza per chi si sveglia al mattino con l’idea di fare ritardare i propri figli a scuola, perché il momento più pericoloso per un bambino italiano ebreo o ebreo italiano, e’ quello dell’entrata e dell’uscita. Per chi, recandosi in un luogo di culto deve superare soldati, porte blindate e telecamere. Per chi va fare la spesa nei negozi kasher guardandosi avanti, dietro e di fianco. Provino i giornalisti a girare per qualche giorno con la kipa’ in testa e provare l’ebbrezza di sentirsi la saliva di chi non li ama pur non avendoli mai conosciuti, arrivare a fontana sul viso accompagnata da imprecazioni (se gli va bene) contro la loro religione. Provi per credere, signor Serra. E poi capirà perché ognuno di noi, ebreo europeo o europeo ebreo, con ancora i racconti dei nostri nonni che risuonano dentro alle orecchie, si sente sì europeo, ma da ebreo trema. Immagini un continente in cui la metà delle vittime del terrorismo si chiamano Serra. In cui i Serra vengono ammazzati davanti ai loro luoghi d’incontro, nei negozi che frequentano. Non si guarderebbe intorno alla ricerca di un posto dove i Serra possano vivere più tranquilli? Dove un Serra si possa svegliare al mattino e pensare al menù della sera invece che a iscriversi a corsi di autodifesa?

Noi siamo ebrei, lo sono anche quelli che a volte se lo vogliono dimenticare. Il mondo ce lo ricorda periodicamente, in una triste e terribile parabola dall’andamento ciclico. Il patto sociale tra i concittadini sicuramente esiste, altrimenti nessun ebreo sarebbe tornato a calpestare il suolo macchiato di sangue ebraico da Mussolini e Hitler. Però si fermi un attimo e legga i commenti al suo articolo. Capirà che anche tra i miei, i suoi,  concittadini, ce ne sono molti che demonizzano Israele, solo perché  stato degli ebrei, quando in tutti i paesi circostanti  le decapitazioni sono all’ordine del giorno. Legga i commenti e si immedesimi in noi, ebrei fieri di essere italiani dal 1300, che abbiamo già rischiato una volta di sparire da questo suolo. C’è un unico posto al mondo dove essere ebrei non è più rischioso che attraversare la strada con il rosso.

Gheula Canarutto Nemni
Repubblica l'amaca