Perché gli ebrei sono da sempre così odiati? Perché in molti sono gelosi della loro ricchezza

Schermata 2018-11-25 alle 16.24.57Caro figlio, 

mi domandi come sia possibile che l’antisemitismo sia ancora oggi così vivo dopo migliaia di anni, per quale motivo il mondo non abbia ancora smesso di odiarti, mi chiedi il perché di un pregiudizio così forte ed ininterrotto nei tuoi confronti. 

Là fuori sentirai delle giustificazioni, qualcuno proverà a dirti che le motivazioni per un astio profondo si devono trovare per forza anche in chi lo subisce,  ti proveranno a spiegare il loro odio con il fatto che il popolo a cui appartieni è sempre stato tra i più ricchi del mondo e che in molti erano e sono ancora, gelosi di quella ricchezza. E forse tenteranno di risvegliare in te un senso di colpa per depistarti. 

Le vere risposte però non provengono mai da fuori, da chi non ti conosce davvero. Per capire la verità devi cercare dentro a te stesso, nella tua storia, all’interno delle pagine che i tuoi antenati hanno offerto al mondo. 

Tutto è iniziato con la caparbietà del tuo patriarca Abramo, nella sua ricerca incessante di D-o e nella sua condivisione del monoteismo con i suoi contemporanei, uomini che si inchinavano ad idoli e statue. 

E’ continuato con il suo anticonformismo, con la sua ricerca di ospiti da sfamare nel deserto, con la sua brama di fare del bene, mentre intorno le città di Sodoma e Gomorra bruciavano a causa della malvagità nei confronti del prossimo. 

Suo figlio Isacco ha proseguito la strada del padre, donando all’umanità la forza spirituale di mettere da parte se stessi in nome di un bene superiore. 

Giacobbe, con il suo rifiuto di adeguarsi alle pratiche commerciali disoneste di Labano e con la sua eterna lotta con il fratello Esaù, simbolo di coloro che recludono D-o in angoli remoti della propria vita.   

Giuseppe, venduto come schiavo in una terra sconosciuta, condannato ingiustamente alla prigione, che non si perse d’animo e continuò ad alimentare la propria fede in D-o, diventando il vice del faraone. 

E poi i tuoi padri sono arrivati davanti al Monte Sinai e lì, in mezzo al deserto, D-o ha scelto il tuo popolo come portavoce della Sua legge e dei Suoi valori.

In quel momento sei diventato parte di una nazione di lottatori per i diritti civili, 

di liberatori di schiavi al settimo anno di schiavitù, 

di contadini che fanno riposare la terra, 

di allevatori a cui è imposto per legge il rispetto degli animali e della natura,

di datori di lavoro che non possono ritardare il salario dei propri lavoratori nemmeno di un giorno.

Nella tua storia re e leader semplici pastori sono diventati re e leader, scelti per i propri meriti e non per la classe sociale di appartenenza. 

Da allora il welfare sociale non è più una scelta discrezionale e chi guadagna ha l’obbligo di contribuire alla società con il 10% degli utili prodotti. 

Nelle famiglie i mariti si impegnano con un contratto matrimoniale a rispettare le mogli, a mantenerle, ad onorarle più di se stessi.

Le donne del tuo popolo sono state profetesse, giudici e non hanno mai smesso di trasmettere ai  propri figli il coraggio di credere, anche se questa perseveranza è stata ripagata per migliaia di anni  con persecuzioni e condanne. 

Appartieni a individui polemici, dubbiosi, sperimentatori, incapaci di accettare lo status quo delle cose. Sognatori, visionari, per i quali i limiti sono il prossimo traguardo da superare. 

La tua nazione crede nella sacralità della vita a ogni costo, nel valore del respiro anche del nemico più agguerrito.

Quando tra la maggior parte delle persone regnava l’analfabetismo, i padri dei tuoi padri scrivevano poemi, libri, trattati legali e di astronomia. L’istruzione, lo studio, la conoscenza sono stati gli ingredienti quotidiani con cui hanno nutrito se stessi e i loro figli. 

E’ un pilastro del credo a cui appartieni sapere che D-o ha scelto l’essere umano come partner per migliorare il Suo creato.

La tua fede si basa sulla  consapevolezza che ognuno, da Mosè all’uomo più semplice,  nasce con lo scopo e la capacità di fare del mondo un posto superiore rispetto a quello che si è trovato.

Nel Talmud, nell’ambito di una disputa legale, un rabbino disse: che i muri dell’edificio crollino se ho ragione. E i muri crollarono. Che i muri tornino integri se la ragione sta dalla mia parte, disse l’altro. E i muri si raddrizzarono. Cosa faceva D-o mentre i Suoi figli discutevano sulle sue leggi? Venne domandato al profeta Elia. D-o rideva e diceva: mi hanno vinto i miei figli, mi hanno vinto i miei figli. 

Gli ebrei, questo popolo così inviso e odiato, sono figli di un D-o che li sfida a superarLo. 

Figlio mio, quando ti domandi perché l’antisemitismo scorra ancora nelle vene dell’umanità, per quale motivo questo odio atavico rimanga immutato sia quando gli ebrei vivono in maniera aderente alla propria legge, sia quando tentano di assimilarsi e di fare dimenticare chi sono, perché il mondo disprezzi gli ebrei sia quando sono ricchi sia quando sono poveri (sì perché di ebrei poveri ce ne sono purtroppo tanti),

la risposta la trovi nelle pagine della tua storia, nel modo di vivere, nei principi e valori che il popolo ebraico ha introdotto nell’umanità e difeso a costo della loro vita stessa. 

Il dittatore tedesco che assassinò sei milioni dei tuo i fratelli disse che gli ebrei hanno causato due ferite all’umanità: la circoncisione come ferita sul corpo e la coscienza come ferita dell’anima. 

Ricordati,

chi la pensa diversamente,

chi insegna che non c’è bisogno di un tramite per parlare con D-o,

chi rompe gli schemi e cerca di smuovere gli individui dallo status quo in cui si trovano,

chi non rinuncia ai propri valori anche nei momenti in cui crederci significa essere totalmente controcorrente,

è un elemento scomodo per le società.

Nel mondo servono masse appiattite e silenti per governare senza intralci. 

Se continuano a odiarti sii felice. 

Significa che non hai ancora smesso di darti da fare, che stai continuando a fare sentire la tua voce, che stai continuando il lavoro scomodo iniziato dai tuoi antenati, quello di essere senza compromessi la coscienza viva del mondo.  

Gheula Canarutto Nemni

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L’ebreo questa strana e fastidiosa creatura…

Quando D-o ha creato il mondo, si è guardato intorno e ha detto.

Vorrei dare vita a una creatura diversa, in grado di portare avanti imperterrito il Mio messaggio, un individuo che, anche sotto tortura, minacciato e scacciato, non smetta mai di amare Me e i Miei precetti.

Vorrei creare una persona che, di fronte alla derisione degli altri, alla emarginazione e pregiudizi, continui a trasmettere con orgoglio la propria identità.

Vorrei un essere le cui azioni non passino mai inosservate, le cui parole abbiano un peso maggiore di tutte le altre, il cui pensiero sia in grado di cambiare il destino di tanti.

Ci vorrebbe un essere resistente agli urti, pensò.

Impiegò molti anni per progettarlo e pianificarlo.

Finalmente, 2448 anni dopo la creazione, venne alla luce l’ebreo.

Persona dotata di ottimismo assoluto, mentre gli Egizi preparano il cemento con i suoi neonati e nel loro sangue ci fanno il bagno, l’ebreo  prepara i tamburi in vista del giorno in cui sarebbe stato liberato dalla schiavitù e promosso al grado di popolo.

Individuo la cui fede si rafforza davanti agli ostacoli, che si dà il nome di Macabi e raccoglie adepti al grido di: chi è per D-o, si unisca a me,  nel momento in cui i greci ne disonorano le donne e dissacrano il santuario.

Fiero della propria identità al punto di coprirsi gli occhi e urlare Shema’ Israel, D-o è il nostro D-o, D-o è uno, mentre il fuoco avvolge il suo corpo e il pubblico guarda estasiato l’autodafé bruciare, mentre gli urlano marrani!, maiali! perché ha osato continuare a servire D-o di nascosto.

Imperterrito, testardo, saldo nei propri principi, quando arrivano i cosacchi per ucciderlo e spogliarlo di ogni bene e lui, per l’ennesima, infinitesima, volta, si mette in fuga, la prima cosa che mette in salvo sul carro, accanto ai suoi figli, non sono i beni terreni, ma i rotoli della Torà, quella Torà che lo rende così diverso e inviso al mondo.

Attaccato alle proprie tradizioni, mentre viene trascinato nei forni e ridotto a fumo nei cieli, l’ebreo raccomanda ai propri figli di non abbandonare quella strada da cui è arrivato con tanta fatica, di non dimenticare le regole che l’hanno accompagnato fino a quel momento, di non smettere di trasmettere ai discendenti ciò che i suoi padri gli hanno insegnato.

Quando nell’anno 2448 i discendenti di Abramo, Isacco e Giacobbe sentirono la voce di D-o proclamare la Propria unicità e l’obbligo di crederci, quando il dovere di onorare il padre e la madre, il non rubare, non rapire e non uccidere, furono messi sullo stesso piano della fede in un D-o unico, l’ebreo capì che non aveva più scampo.

Il suo destino sarebbe stato segnato per sempre.

Non avrebbe più potuto permettersi di vivere in nome di se stesso, non avrebbe più goduto della libertà assoluta di pensare, parlare ed agire, come un individuo a se stante.

Ai piedi di quel monte l’ebreo è stato nominato sacerdote al servizio divino, diffusore eterno di valori morali, collante tra spirito e materia, portavoce di D-o e delle Sue leggi.

Anche volendo, non avrebbe più potuto liberarsi di quell’identità a lui destinata.

Da quel momento in avanti, un ebreo che non rispetti la propria ebraicità, non viene rispettato dal mondo.

Davanti  a quel monte, capì che…

…l’ebreo e i precetti divini sono una sola cosa.

…essere ebrei è un percorso ad ostacoli, uno slalom tra chi ne vuole la sparizione dalla terra.

…essere ebrei non è una scelta, ma un onore imposto alla nascita.

Se D-o ha deciso di affidargli questa missione impossibile, di continuare a illuminare il mondo con gli insegnamenti della Torà, quella antica, datata e così sorprendentemente attuale, legge, è perché D-o si fida del popolo ebraico.

E sa che anche le acque più turbolenti non potranno estinguerne la fede, quella fiamma che brucia in eterno dentro al cuore di ogni ebreo.

Gheula Canarutto Nemni

 

Perchè sei antisemita? Lettera aperta di Mireille Knoll al proprio assassino

 

‘Sporca ebrea!’ mi urli mentre le ginocchia mi fanno male da quanto ho strofinato il mio pavimento, le mie mani bruciano da quanto ho pulito la mia cucina per la mia Pasqua e nella mia casa non c’è più una briciola né di sporco né di pane.

‘Hai avvelenato i miei pozzi!’ mi accusi davanti ai tuoi figli malati dall’assenza completa di norme sanitarie nella tua alimentazione, mentre io, dopo avere macellato gli animali, li sottopongo a ferrei controlli sul loro stato di salute.

‘Solo voi non prendete la sifilide!’ mi sputi in faccia mentre sto circoncidendo mio figlio in nome di una fede che migliora anche la qualità della vita.

‘Hai impastato il tuo pane azzimo con il sangue dei nostri figli!’ E io sto controllando le uova per accertarmi che non abbia nemmeno un puntino di sangue che me lo renderebbe proibito. E mi domando: da dove nasce questa accusa?

‘Controlli l’economia mondiale!’ Mi alzo la manica dove c’è impresso a fuoco il numero che ha sostituito il mio nome mentre ero internata in campo di concentramento. E ti rispondo: ti sei mai domandato da dove sono arrivato?

‘Hai ucciso il mio Dio’ mi dici mentre mi torturi affinché cambi il mio credo. ‘Il mio D-o è eterno’ sussurro esalando l’ultimo respiro.

‘Mireille, aprimi sono io’ e io, che da quando eri piccolo ti ho accolto nella mia casa e ti ho cantato le canzoni che i tuoi genitori non ti cantavano e ti ho dato l’amore che la tua famiglia non ti dava, ti ho aperto. Ti ho sorriso come sempre e ti ho fatto entrare. Ma tu hai iniziato a urlarmi sporca ebrea, hai avvelenato i miei pozzi, mi hai fatto ammalare, stai impastando il tuo pane azzimo con il sangue di mio figlio, sei più ricca di me, voglio santificare il nome del mio dio con il tuo sangue. E io ti guardo incredula e non capisco perché all’improvviso la storia sia piombata proprio nella mia casa, in queste mura abitate da una vecchietta di 85 anni che è riuscita a sopravvivere miracolosamente all’odio nazista ma non alla ferocia di un islamista.

E mentre le mie membra bruciano e la mia anima fa ritorno al Creatore, mentre le mie ceneri si uniscono a quelle dei miei cari rastrellati nel Vel d’Hiv e trasformati in fumo nelle ciminiere di Auschwitz, io Mireille Knoll, una anziana signora ebrea francese nata prima della guerra in Francia e uccisa nella sua casa di Parigi nel marzo 2018 da un vero antisemita, descritto da un sostantivo senza virgolette, un ragazzo allevato ed educato nell’odio assoluto di un popolo dal quale ha imparato a credere nel D-o unico e nella Bibbia, io idealista incallita che sono tornata a vivere in Francia nonostante la Francia mi avesse già tradita una volta, ti guardo e ti vorrei dire ‘ma io non ti odio’ nel momento in cui tu mi pugnali.

In ogni generazione c’è sempre chi tenta di sterminarci. In ogni generazione nasce una accusa falsa, una nuova menzogna. Ma la resistenza all’odio è parte del dna ebraico e le Mireille Knoll continueranno ad aprire la porta armate di fede in D-o e in un uomo migliore.

Gheula Canarutto Nemni

 

 

 

 

 

 

Sai cosa rispondere a tuo figlio quando ti domanda il significato della parola libertà? 

Se Shakespeare non avesse studiato e  le regole dell’ortografia e della grammatica, non avremmo l’Amleto né Romeo e Giulietta.

Se Einstein avesse ignorato gli assiomi e i paradigmi matematici, se avesse visto la fisica come un nesso casuale di eventi e non come una serie di fenomeni che seguono leggi precise, la teoria della relatività e l’energia nucleare non sarebbero mai esistite.

Se Mosè fosse andato a parlare con il Faraone e gli avesse detto solo libera il mio popolo, fallo andare e non avesse aggiunto altro, la vera libertà non sarebbe mai nata.

Cosa è la libertà lo puoi capire solo se sei stato prigioniero. Quando esci dalla prigione, quando spacchi le catene e vedi la luce del sole per la prima volta dopo tanto tempo. E ti domandi, e ora? Dove vado? Hai un mondo intero a disposizione, spazi infiniti. E nessuna indicazione ne’ strada spianata.

E allora capisci che la libertà, quella vera, non è solo l’assenza di un limite non desiderato.

Per essere liberi è necessario togliere le catene, abbattere i muri.

Ma non basta.

Per essere libero devi avere un’idea su quali saranno le tue prossime mosse, dove indirizzerai i tuoi passi.

Sei davvero libero se sai dove andare.

Un uomo totalmente privo di indicazioni, non è un uomo libero.

È un uomo perso.

Quando si tolgono le regole a un individuo gli si regala il vuoto; gli si spiana la strada perché si perda poi nel deserto.

Libera il mio popolo perché possa servirmi, disse D-o al Faraone.

Me li porto via, saranno i mie servi. Individui al servizio divino e non al servizio di un altro essere umano. O peggio ancora, persi nel nulla.

Insegneremo al mondo cosa significa libertà, disse D-o al suo popolo appena liberato dalla schiavitu’ e in procinto a sottomettersi alle Sue leggi.

La libertà non limita l’essere umano ma gli pone dei limiti, la libertà non lo ostacola ma gli pone dei paletti precisi, la libertà non ferma ma suggerisce dove sia meglio andare.

Pesach è la fine della schiavitù dall’Egitto e l’inizio della carriera degli ebrei come servi di D-o.

Pesach è la festa della libertà. Perché un individuo è davvero libero solo quando è provvisto della base giusta da cui partire per il proprio cammino nel mondo.

Pesach kasher vesameah e buona festa della libertà, quella vera

Gheula Canarutto Nemni

Quando l’Occidente mette in dubbio la legittimità di Israele, nega l’esistenza di D-o stesso

 

Fiat lux, e luce sia, ordinò D-o e per la prima volta un raggio trafisse l’universo. Ci sia una divisione tra il cielo e la terra, continuò D-o, facendo comparire l’orizzonte. Vi siano alberi, fiori, la luna, il sole, le stelle. Le foglie iniziarono a respirare l’ossigeno e a sintetizzare la luce per trasformarla nel proprio nutrimento. E poi arrivarono i pesci, i volatili, le pecore, i cavalli. L’uomo.

Iniziò la storia del mondo.

E D-o disse ad Abramo ‘questa terra la darò a te e ai tuoi discendenti’ ed apparve a Isacco suo figlio, per ribadire la propria promessa. E Giacobbe scappò dal fratello Esaù. Durante la fuga si mise a dormire e D-o gli promise in sogno ‘darò la terra su cui sei sdraiato a te e ai tuoi discendenti’.

E poi arrivarono i discendenti di Abramo, Isacco e Giacobbe che continuarono a leggere e a studiare la Torah, la parola di D-o e i suoi insegnamenti.

E poi arrivarono i discendenti dei discendenti e non smisero mai di credere nemmeno per un attimo alle promesse che D-o, il Creatore del mondo, aveva fatto ai loro padri.

E poi arrivarono degli uomini che dicevano di essere persone di fede, credenti. Uomini che non si facevano smuovere dalle teorie sul big bang e i buchi neri. Persone che avrebbero cavalcato nel Medioevo per migliaia di chilometri pur di liberare i propri luoghi sacri e riportare la parola di D-o là dove regnavano gli infedeli.

La storia si popolò di individui che avrebbero giurato di dire la verità sul libro più letto e venduto del mondo, su un testo in cui credevano fermamente.

E questi stessi individui, che si dichiaravano credenti, si riunirono per decidere le sorti di un fazzoletto di terra umido, desertico, senza nessun appeal razionale.

Abbracciarono rappresentati del terrore mettendo da parte stragi, bambini sgozzati, terrore, orrore, massacri di innocenti che avvenivano sotto ai loro occhi silenti e dedicarono le proprie energie a un puntino geografico quasi invisibile sul mappamondo.

La storia si riempì di uomini dal buonismo selettivo, dalla coscienza relativa, dalla fede limitata a ciò che era più confortevole.

Quando l’occidente si siede a tavolino per discutere la legalità e legittimità dello Stato di Israele e il rappresentante della cristianità abbraccia degli assassini non è di politica né di diritti umani che si discute. Ma di D-o. Di D-o e della Sua parola.

Perché se un individuo crede che sia stato D-o a generare la luce a soffiare dentro di lui l’anima stessa, se prega a D-o, quello stesso D-o che ha creato il mondo, se crede nella veridicità della Bibbia e la considera un libro sacro, quello stesso individuo non può mettere in discussione la parola divina quando D-o dichiara ad Abramo, Isacco, Giacobbe, Mosè, Isaia, che la terra appartiene al popolo ebraico.

Chi mette in dubbio che la terra di Israele appartenga al popolo ebraico, sta mettendo in dubbio la propria fede, sta negando la veridicità della Bibbia. E l’esistenza di D-o stesso.

Gheula Canarutto Nemni

 

 

 

Io, donna ebrea, sto dalla parte del burkini. A una condizione

Schermata 2016-08-18 alle 22.02.23L’ebraismo si basa su un principio fondamentale. Il libero arbitrio. La possibilità di ogni individuo di intraprendere la propria strada.

La Torah, la legge ebraica, suggerisce una via. Sta poi all’essere umano, uomo o donna che sia, seguirne o meno il suggerimento.

Nessuno impone di mangiare kasher, né di rispettare lo shabat.

Nessuno impone di mettere la kippah o di coprire il proprio corpo in spiaggia.

In Israele ci sono spiagge separate per uomini e donne, spiagge miste, spiagge libere e spiagge sorvegliate. Ognuno è libero di scegliere la spiaggia che più gli piace.

Sono ebrea e indosso un costume modesto per andare al mare. Copre le braccia fino al gomito, le gambe fino al ginocchio. Lo indosso per scelta. Non pensavo che il mio costume un giorno avrebbe fatto notizia, finendo sui titoli di tutti i giornali de mondo come minaccia ai valori occidentali.

Tra il burkini e il costume modesto ebraico esiste una differenza.

E si chiama imposizione.

Le donne ebree sono libere di indossare il costume che preferiscono, sono libere di andare nella spiaggia che vogliono. Sono libere.

Alle donne musulmane non sempre è concessa questa libertà.

Il fruscio del burkini ha svegliato improvvisamente l’Occidente dal proprio letargo.

Ha fatto più rumore delle decapitazioni di religiosi nelle proprie chiese, degli accoltellatori nei treni, dei camion che uccidono decine di innocenti lungo la Promenade Des Anglais.

Il burkini è diventato il simbolo della mancata integrazione di milioni di individui sul suolo europeo. La punta di un iceberg che nessuno ha mai osato provare a fare sciogliere nel mare della civiltà.

Non è imponendo il bikini a forza che si risolverà il problema.

Ma forse è più comodo lottare contro il burkini.

Invece di entrare nelle moschee e vietare i discorsi che infiammano con l’estremismo gli animi di milioni di giovani.

Invece di smantellare le reti terroristiche che agiscono indisturbate sul suolo europeo.

Invece di liberare veramente quelle donne. Alle quali, da oggi, verrà impedito anche di andare al mare.

Invece di educare all’accettazione del diverso e all’apprezzamento del valore della diversità.

Invece di imporre il diritto a essere diversi. Vietando il burkini si rischia di scivolare nelle metodiche delle società che impongono il velo integrale. E di vedere, in chi non si adatta al proprio stile di vita, una minaccia alla propria esistenza.

Non combattete contro il burkini o il costume modesto indossato dalle donne ebree. Non sono le religioni che vanno combattute né le loro espressioni. E’ l’imposizione della pratica religiosa. Combattete contro le società che il burkini lo impongono. Combattete contro quei mondi che uccidono la libertà ogni giorno.

Liberate le donne da chi le considera esseri umani inferiori. Non dai burkini, quando li indossano per libera scelta.

Non è con l’imposizione della laicità che cambieremo il corso della storia. Ma con l’imposizione della libertà di scelta.

Libertè è indossare il costume che si preferisce, è camminare per le strade con la kippah in testa senza rischiare di essere presi a calci, a sputi in faccia. E’ andare in chiesa o in sinagoga con la preghiera nel cuore. E non con il timore dell’urlo di morte  di un terrorista.

L’occidente si perde davanti a un burkini. Perché la battaglia contro l’estremismo è, con molta probabilità, già stata persa.

Gheula Canarutto NemniSchermata 2016-08-18 alle 22.05.44

Perché gli ebrei pongono sempre domande?, mi hanno domandato. Perché no?, ho riposto

pesach e domandeE quando smetterai di porti domande, quando non alzerai più gli occhi al Cielo chiedendo ‘perché?’, sappi che lì, in quel preciso momento, la storia potrà dirsi interrotta.Non lasciare che forze esterne ti convincano di essere arrivato. Di essere giunto a quello stadio per il quale la domanda è segno di sconfitta. Sono le domande che da sempre ci hanno tenuto in vita. Così mi hanno insegnato.

Esistono anche le domande di chi non vuole sentire risposta e di chi non possiede nessun punto di partenza. Ma non sono queste le domande che fanno crescere. Le domande, quelle vere, provengono da chi approfondisce, da chi si muove senza interruzione nel territorio della conoscenza continua.

E non ti stupire quando scoprirai che già, molto prima di te, qualcuno si era già posto lo stesso quesito. Qualcuno come te si è alzato al mattino domandandosi ‘quale è lo scopo per il quale sono stato creato?’. E un altro è andato a dormire chiedendo a se stesso ‘perché non sono felice?’ Sono queste domande che hanno insegnato all’uomo a guardare oltre se stesso.

C’è quel quarto figlio nella Hagadah di Pesach, il figlio che non sa domandare. Che teme di manifestare esplicitamente ciò che ancora non comprende. In questa mancanza di coraggio sta il pericolo più incombente. Più che nel malvagio, più che in quello un po’ lento. Il pericolo sta in chi non si sporge al di là della propria siepe, incapace di andare oltre a ciò che già conosce. Il quarto figlio si chiude in se stesso, arrogante nelle proprie risposte. Ma senza domande non si apriranno mai nuove porte.

Isidor I. Rabi, premio nobel per la fisica, raccontò di come sua madre, un’ebrea di Brooklyn, lo accogliesse ogni giorno. Non gli domandava ‘cosa hai studiato?’ o ‘che voto hai preso?’. Gli domandava ‘Izzy, hai posto una buona domanda oggi? Questa è stata la spinta che mi ha portato al Nobel, disse Rabi.

Nella festa della liberazione assoluta, che si chiama Pesach, dalla radice saltare, perché D-o andò oltre alle case degli ebrei durante la piaga dei primogeniti. Ma che si chiama Pesach anche perché ognuno di noi, per crescere, deve saltare e andare oltre alle proprie certezze, durante questa festa in cui ricordiamo le dieci piaghe e la spaccatura del Mar Rosso, miracoli davanti ai quali nessun ebreo ebbe alcuna domanda o dubbio, proprio in questi giorni incoraggiamo le domande, quelle giuste, quelle che nascono dalla conoscenza.

Apri tu la strada a chi non sa domandare, suggerisce la hagadà, il libro che rileggiamo ogni anno.

Poni la base giusta per le domande dei tuoi figli, in modo che non siano domande fini a se stesse, domande gettate lì per il gusto di filosofeggiare. I libri in cui sono contenute le risposte dei nostri saggi si chiamano ‘sheelot utshuvot- domande e risposte’. Perché per l’ebraismo l’infinito non è una curva orizzontale.

Ma una curva che tende verso l’alto, un punto di domanda, che sta in piedi su un punto piccolo ma fermo, chiamato fede.

Gheula Canarutto Nemni

 

Il mondo e la sua strategia di separazione del popolo ebraico

elal orthodoxHo visto innumerevoli cose nella mia vita.

Ho visto donne con indosso talit e tefilin volere pregare al Muro del Pianto. La notizia delle loro rivendicazioni fare il giro del mondo.

Ho visto una signora 81enne, sopravvissuta della shoà, fare causa alla El Al, la compagnia aerea israeliana, per averla spostata nella business class in seguito alle richieste di un ebreo ortodosso, sì uno di quelli che mette talit e tefilin e osserva lo shabat, che non voleva sedersi accanto a una donna.

Ho visto nemici esultare davanti ai sentimenti che queste notizie fanno nascere nell’animo del nostro popolo. Sentimenti di separazione, di non appartenenza, di divisione interna. Sentimenti di io con quelle persone non ho niente a che fare. Se c’è una cosa che sogna il nemico è vedere gli avversari farsi la guerra e distruggersi tra loro.

Ho visto profughi che bussano alle porte di paesi stranieri, il medio oriente ridotto in macerie. E i mass media dedicare spazi e notizie alle piccole controversie interne di una nazione corrispondente allo 0,2% della popolazione mondiale.

Ho visto un popolo ricevere la più alta rivelazione divina mai avvenuta in terra. L’ho visto pochi attimi dopo pregare a un vitello d’oro, come se la rivelazione non l’avessero mai percepita, come se la voce di D-o non fosse mai giunta alle loro orecchie, come se il Mar Rosso non si fosse spaccato davanti ai loro occhi. Ho sentito Mosè implorare il perdono per quella nazione.

E D-o dire ho perdonato come tu mi hai chiesto.

E poco dopo ho udito Mosè, il loro leader, chiamare tutti gli ebrei in raduno. Vayakhel Moshe’. Mosè li riunì. Avete appena peccato, è vero. Ma non è il peccato ciò che più dovete temere. Ma la separazione tra fratelli.

L’unione fa la forza, disse.

Anche di fronte ai peccati più grandi, anche di fronte alle discese spirituali più eclatanti, se starete insieme, ce la farete.

Sopravvivrete.

I vostri nemici faranno pubblicare notizie su ebrei ortodossi e su litigi davanti al Muro del Pianto.

Sappiate, è una strategia per indebolirvi. Ho visto D-o perdonare l’idolatria assoluta. Ma l’ho visto distruggere un santuario. Per l’odio che serpeggiava tra i suoi figli. Siamo nell’anno di Hakhel, l’anno in cui D-o si aspetta da noi uno sforzo per stare insieme.

Shemà Israel H’ è il nostro D-o, H’ è uno, diciamo ogni giorno. Nostro, di tutti gli ebrei insieme. Solo così nessuna forza esterna potrà mai sconfiggerci.

Gheula Canarutto Nemni

Il politically correct? Il nutrimento preferito del male


Quando D-o creò il mondo, vi mise due forze opposte.

Due forze che si sarebbero eternamente sfidate, rinforzate e indebolite in un’alternanza eclatante.

A entrambe D-o concesse armi pari, ognuna avrebbe avuto a disposizione gli stessi mezzi per conquistare spazio vitale.

Ma D-o non gettò queste forze nell’arena senza dare una chiara identità ad ognuna, non diede inizio al duello se non dopo avere delineato in maniera netta e distinta i confini tra una forza e l’altra.

Venne il momento.

D-o calò nel mondo il bene e il male.

Tra chi fosse l’uno e chi fosse l’altro non vi era nessuna ombra di dubbio.

Chi rubava era un ladro, chi colpiva il prossimo con l’intenzione di uccidere era un assassino.

Poi venne il tempo in cui il bianco non  poteva venire chiamato più bianco e il nero, no, assolutamente non si poteva chiamare più nero.

I bambini venivano sempre giustificati per avere risposto male ai maestri,

ci si appropriava delle cose altrui senza averne il diritto

e i giudici difendevano i rapinatori invece che il derubato.

Un tempo in cui certe persone si arrogavano il diritto di privare il prossimo della propria vita, in nome di una disperazione forse mai nemmeno conosciuta.

Iniziò a venire meno il coraggio di chiamare le cose con il proprio nome.

Correvano i tempi del politically correct.

I confini tra il bene e il male vennero smantellati.

Sparirono i ladri, i terroristi, gli assassini.

Al loro posto vennero i bisognosi, i disperati, i male integrati.

Il bianco e il nero diventarono grigi, così nessuno si sarebbe più offeso.

Le certezze divennero dubbi e nulla fu più chiaro.

Il politically correct iniziò a stendere veli sulle nozioni, a mascherare la realtà sotto mentite spoglie e a renderla più commestibile, più digeribile, meno brutale e diretta.

Tutto poteva e doveva essere sfumato, indefinibile, non categorizzabile.

Il ladro? Una ovvia conseguenza dell’incapacità del sistema economico di offrire sostentamento a tutti.

L’assassino o il terrorista? Una colpa da cercare dentro all’occidente troppo rigido e colmo di ingiustizie.

Quando D-o calò il libero arbitrio all’interno della vita degli esseri umani, disse

‘ho messo davanti a voi il bene e il male. Scegliete il bene’.

Per percorrere questa strada a noi rimane solo un’opzione.

Ricominciare a fare chiarezza e distinzione, chiamare il bene, bene e il male, male.

Riattaccare ad ognuno, senza paura, il proprio vero nome.

Forse si aprirà il sipario su una nuova era. Quella del morally correct.

E la giustificazione di ogni tipo di male si sgretolerà davanti ai nostri occhi spianando la strada per un futuro migliore.

Gheula Canarutto Nemni

 

Cari Hillary Clinton e leader del mondo, la disperazione non è mai una giustificazione

parigi 13 novembre 2015

La disperazione non è mai stata per noi una giustificazione.

 

Hanno distrutto il nostro santuario di Gerusalemme e ci hanno portato in catene nelle strade di Roma. Ci hanno buttato nelle arene per fare divertire gli spettatori mentre i leoni ci sbranavano vivi. Ci hanno bruciato negli autodafé, chiamati marrani, maiali, ci hanno proibito di accendere le candele al venerdì sera e di pregare nella lingua dei nostri padri. Ci hanno cacciato dalla Spagna, costringendoci a cercare nuovi paesi che ci accogliessero. Ci hanno massacrati nei pogrom, devastato le nostre sinagoghe, arruolato i nostri figli in eserciti da cui non sarebbero mai più ritornati. Ci hanno tolto il diritto di lavorare, di possedere, di votare, di parlare. Ci hanno spogliato della dignità di cui ogni essere umano dovrebbe godere per diritto alla nascita, strappandoci  i denti d’oro dalla bocca e marchiandoci a fuoco come bestie al macello. Ci hanno urlato per secoli ‘tornatevene nella vostra terra’ e ora che ci siamo tornati ci urlano ‘andatevene’.

Eppure noi ebrei siamo parte indissolubile del tessuto della storia del mondo.

La presenza ebraica è il comune denominatore per la maggior parte dei paesi sulla cartina geografica.

In ogni posto della terra dove siamo approdati abbiamo generato poeti, matematici, fisici, scrittori, politici, scienziati, medici, inventori.

 

Anche quando ci chiudevano nei ghetti, abbiamo continuato a produrre. Non abbiamo smesso di scrivere, di riflettere, di discutere e di cercare di infondere il bene .

Non abbiamo messo la nostra vita in standby nemmeno per un istante.

Non ci siamo coperti la testa di cenere per migliaia di anni.

Ci hanno cacciato, derubato, privato, spogliato, ucciso, massacrato.

Abbiamo caricato in spalla il nostro destino e nel cuore l’eredità spirituale dei nostri avi e siamo andati alla ricerca di un nuovo posto in cui ricominciare a respirare.

Non c’è tempo né voglia di piangersi addosso per chi cresce sapendo che ogni istante in questo mondo è la ricchezza più grande che si possiede, per coloro a cui viene insegnato che la vita è un regalo da sfruttare in ogni istante che ci viene regalato.

E non c’è nemmeno spazio per il rancore.

Siamo tornati in Germania, in Italia, in Francia senza più genitori, fratelli, mogli e figli. Ci siamo messi sotto alle finestre a guardare altri vivere nelle case che prima della guerra ci appartenevano.

Ci siamo alzati le maniche, scoprendo numeri impressi a fuoco nel braccio e nell’anima e abbiamo ricominciato da capo.

I paesi invasi dalle ondate migratorie dovrebbero studiarsi la storia ebraica e il nostro modello di integrazione.

Ovunque siamo andati, abbiamo fatto attenzione a non scivolare sulle nostre lacrime.

Non abbiamo aspettato la pietà, la compassione dei paesi che ci accoglievano. Abbiamo detto grazie e, dal primo istante, cercato di integrarci nel tessuto sociale del luogo che ci ospitava donando  i nostri talenti e il nostro potenziale per lo sviluppo e l’avanzamento. Per il futuro nostro e degli altri.

C’è chi usa la disperazione per giustificare i massacri di innocenti.

E chi cerca di accantonare la disperazione nel cassetto dei ricordi e risalire la china concentrandosi sulle nuove opportunità offerte.

Gentile Hillary Clinton, politici europei e italiani che cercate una ragione, un motivo dietro alla trasformazione di questi esseri umani in schegge mortali.

Anche se scopriste una loro situazione personale tragica, seppure in molti casi queste persone abbiano in un tenore di vita allineato con la società in cui vivono, anche se così fosse, nulla, nulla, può giustificare la violenza cieca contro altri esseri umani. Nulla, nulla, può dare il diritto a un individuo di privare un altro del suo domani.

E andare alla ricerca di giustificazioni significa preparare un terreno fertile per i prossimi atti.

Mai un popolo è stato trattato peggio dalla storia come quello ebraico.

Eppure, ovunque ci abbia portato il vento dell’odio, ci siamo integrati, abbiamo imparato la lingua del posto, studiato a memoria Foscolo, Quasimodo e Leopardi.

Abbiamo ideato le lasagne al ragù senza latte, sappiamo che sta a noi doverci inserire nel luogo dove viviamo. Non abbiamo mai domandato che fosse il paese che ci accoglieva ad adeguarsi alle nostre usanze.

Dina demalchuta dina, la legge del posto deve diventare la tua legge, dice il Talmud.

Ai leader che  vanno alla ricerca di giustificazioni per atti assassini e criminali, forse sarebbe il caso di offrire qualche lezione di storia ebraica.

L’integrazione vera, anche dei più disperati della storia del mondo, è possibile e può diventare realtà. Ma dipende innanzitutto dai valori che trasmettono la religione e la famiglia dei nuovi arrivati. E dalla loro volontà di entrare a far parte in maniera positiva e costruttiva della società che li accoglie.

Gheula Canarutto Nemni