Quei momenti della vita in cui il tuo sogno più grande è un giro in bicicletta

In questi giorni passo gran parte delle mie giornate in un posto in cui la vita appare sospesa, in cui il tempo sembra possedere un ritmo totalmente diverso e il sole non sembra avere fretta di tramontare.

Guardo in alto verso i monitor che registrano il ritmo cardiaco, la pressione, che emettono suoni improvvisi quando il corpo si dimentica come dovrebbe davvero funzionare. All’improvviso ricevo un messaggio in cui i genitori della classe si scambiano informazioni sui libri scolastici del prossimo anno.

Scuola? Libri? Esiste ancora una vita normale lì fuori?

È così strano questo doppio binario su cui corre la nostra vita.

C’è il binario quotidiano sul quale viaggiano senza nemmeno accorgercene, in cui combattiamo contro il tempo per riuscire a fare tutto entro sera. Tempestati di messaggi che sembrano tutti esigere una risposta immediata, pieni di impegni e scadenze che si impadroniscono di ogni minuto presente e futuro. E qui il treno corre, corre veloce.

E poi c’è il binario in cui il treno rallenta, in cui all’improvviso la persona è sdraiata su un letto, il cellulare spento, l’orologio riposto in borsa in attesa che il tempo ritorni a essere una delle dimensioni essenziali della vita. Su questo binario non è importante quello che si fa ogni giorno, ma il respiro che si riesce a emettere in ogni istante.

Da questo binario si osserva la vita con un filtro diverso.

Una passeggiata, un piatto di pasta caldo mangiato intorno al tavolo della cucina di casa, basterebbero per farti sentire la persona più fortunata del mondo.

E ti mancano, quando sei sul binario lento, quella frenesia quotidiana, quei messaggi che ti fanno saltare sulla sedia esclamando ‘accidenti, me ne ero completamente dimenticato’, ti manca la banalità del momento, la capacità di concentrarsi su qualcosa di piccolo e senza senso.

E prego che questi momenti umanamente piccoli si riapproprino della mia vita e della vita di una delle persone che amo di più al mondo e di tutti quelli che ora sono in un letto d’ospedale, in un limbo tagliato fuori dal tempo e di tutti quelli che sognano una gita in bicicletta come nei giorni normali si sogna il biglietto vincente della lotteria.

Gheula Canarutto Nemni

Mia piccola bimba, d’ora in poi ti terrò per mano senza stringere troppo…

mamma figlioMia piccola bimba,

essere genitore significa incontrare lo sguardo di un figlio per la prima volta dopo mesi di infinita fatica e dimenticare tutte le difficoltà del passato in un solo istante.

L’amore per un figlio è un colpo di fulmine che dura per sempre.

Essere genitore significa dare un’importanza infinita a ogni dettaglio.

E se vorrai vedere crescere tuo figlio dritto, con un tronco solido e forte, dovrai curare e nutrire le radici dal primo istante. Senza alcun compromesso.

Essere madre o padre significa tenere per mano, senza stringere troppo.

Perché solo con la libertà che concedi a tuo figlio, lo potrai vedere un giorno incamminarsi nel mondo.

Litigare, gridare, pensare ognuno di avere ragione. E dopo pochi minuti ricominciare a ridere insieme come se niente fosse.

Perché tuo figlio lo ami a prescindere da tutto.

Chiudere gli occhi davanti alle candele dello shabat e domandare a D-o che conceda solo il bene, il bene assoluto, per ognuno dei figli.

Sentirsi inadeguati, non avere sempre la risposta giusta alle loro domande.

E sapere che grazie ai loro dubbi, anche tu crescerai insieme ai tuoi figli.

Da quando diventi genitore impari la forza di volontà da un piccolo essere di pochi mesi che non si muove dal proprio posto finchè la torre con i cubi non si erge alta e perfetta.

Un figlio ti insegna che l’aggettivo possessivo ‘mio’ non è mai per sempre.

A un certo punto arriverà qualcuno e ti dirà, da oggi è ‘nostro’.

E tu genitore dovrai farti da parte.

Sperando nel tuo cuore di essere riuscito a trasmettere e dare tutto quello che avresti potuto e dovuto, nel tempo che ti è stato concesso.

E ora che Rosh Chodesh Tamuz è alle porte, lo stesso mese in cui sei nata e ci siamo incontrate per la prima volta.

Nel giorno in cui la luna si fa piccola per poi rinascere.

La tua anima, quella a cui abbiamo dato vita vent’anni fa, si fonderà con quella del tuo amato, per formarne una nuova.

E dovremo lasciarti andare.

Perché amare un figlio significa farsi da parte quando un capitolo della vita si chiude e uno nuovo si apre.

Behazlachà amore mio, che H’ accompagni ogni vostro passo con gioia, salute, stima reciproca, successo. E infinito amore.

La tua mamma

Io sono osservante, tu laico. E allora?

jewish tefilin

Non si sarebbero mai parlati se non fosse stato per quel particolare momento della vita. Un venerdì mattina in cui tutti e due pregavano, a modo loro, che tutto si risolvesse per il meglio. Finchè Menachem alzò lo sguardo e incrociò quello di Daniel.

‘Vuoi mettere i tefilin?’ domandò Menachem.

Daniel lo guardò sorpreso.

‘No, grazie’ rispose.

‘Non lo faresti per me’, insistette il giovane, ‘ma per mia madre che è in sala operatoria in questo momento’, ci tenne a precisare Menachem.

‘Anche mio padre è sotto i ferri ora’, rispose Daniel con un’alzata di spalle.

‘Cosa ti costa metterli?’ si intromise una voce femminile dalla sedia accanto, ‘fagli un piacere, non vedi che ci tiene davvero?’

Daniel si alzò un po’ sbuffando domandando quale manica dovesse arrotolare.

Lentamente la sala d’attesa dell’ospedale si riempì delle parole dello Shemà un po’ storpiate pronunciate da un israeliano di trent’anni laureato in ingegneria.

‘Se mi vedesse mia nonna’ disse Daniel dopo avere finito. ‘Lei non accende il fuoco durante lo shabat e non guarda la televisione. Noi la prendiamo tutti in giro. Mi fai una foto così, con i tefilin, che gliela mando?’

Il flash del cellulare illuminò la stanza.

‘E’ la seconda volta della mia vita che li metto. La prima volta è stata durante il mio bar mizvah’ disse daniel forse più a se stesso che al proprio interlocutore.

Menachem iniziò a srotolargli i tefilin dal braccio. Daniel abbassò lo sguardo sui solchi che le strisce di cuoio avevano lasciato sulla sua pelle.

‘Se non mi avessi domandato di mettere i tefilin probabilmente io e te non ci saremmo mai rivolti la parola in vita nostra. Tu con la kippà e i tzitzit, io totalmente laico…’

‘Dovremmo imparare ad andare oltre a ciò che vediamo. Permettiamo che dei segni esteriori ci dividano. E ci dimentichiamo che la nostra origine spirituale è la stessa. Solo una. Perché ognuno di noi contiene dentro di sé una parte dell’Anima di D-o stesso.’

La donna, che fino a quel momento era stata in silenzio ad osservare la scena, disse

‘Sono la madre di Daniel. Ti posso dire che anche se siamo tutti laici in famiglia, vederlo con i tefilin al braccio, mentre mio marito si trova in sala operatoria, è stato come trovare le preghiere che non conosco’

Menachem le sorrise.

‘Saremmo il popolo più forte del mondo se riuscissimo a ritrovare la nostra unità perduta’.

La donna annuì, stringendo forte la mano del figlio. Due ore dopo vennero a comunicare che le operazioni dei parenti erano perfettamente riuscite. La donna esclamò un forte ‘baruch Hashem’ e cercando lo sguardo di Menachem gli disse ‘so che non mangeresti nulla da casa mia. Ma visto che tua madre sarà in ospedale per shabat, posso andare a comprarti delle chalot e portartele?’

E’ molto importante meditare prima della tfila, figlio mio. Ma questa meditazione è nulla in confronto a ciò che si smuove nei cieli quando si fa un favore al prossimo. La meditazione è importante. Ma solo se ti porta a desiderare di fare il bene ad un’altra persona, disse il Rebbe Rashab a suo figlio.

Gheula Canarutto Nemni

Un ebreo è sempre un ebreo che è sempre un ebreo

 

Si accomodi pure, gli disse il medico.

Isacco spostò la sedia, imbarazzato. Era la prima volta che varcava la soglia di uno psicologo. Ma lui non ce la faceva più. Avvertiva dentro di sé un senso di inadeguatezza, di incapacità di affrontare la realtà. Tutto gli sembrava troppo pesante, troppo grande, troppo difficile da sopportare.

“Tutto in che senso?” gli domandò lo psicologo. Tutto. Il risveglio, il mettere giù un piede dal letto, il guardarmi allo specchio. Andare a lavorare, le liti dei miei figli…

”Lei è ebreo?” gli domandò a bruciapelo il dottore. Isacco si spostò sulla sedia di scatto. Non mi bastano quelli là fuori a ricordarmelo, pensò dentro di sé, aggiungendo alla lista mentale delle cose che non sopportava anche quella seduta che avrebbe dovuto essere terapeutica. “Che differenza le fa se sono ebreo o meno? Tutti i pazienti dovrebbero essere uguali per lei!” tuonò Isacco.

“Si calmi,” gli pregò il medico, “sono pronto a spiegarle”. Isacco provò a rilassarsi. Ma dentro di sé si sentiva ancora ribollire. L’ebraismo era l’ultima cosa di cui voleva ricordarsi. “Conoscerà sicuramente quel detto. Un ebreo è sempre un ebreo che è sempre un ebreo. Vede, caro Isacco, essere ebrei è scritto nel dna della persona. Uno che nasce ebreo può cercare di non esserlo per tutta la sua vita, può provare a ignorare questo proprio status. La sua essenza rimarrà, suo malgrado, volente o nolente, eternamente ebraica. Partendo da questo presupposto, lei ha davanti a sè due opzioni.

La prima di continuare a provare medicinali, cure antidepressive, sedute terapeutiche, viaggi in estremo oriente. Sono le alternative razionali che la sua mente cerca per colmare quel vuoto che sente dentro di sè alternato alla sensazione di un peso profondo,  a quell’incapacità di affrontare il mondo.

La seconda opzione è di partire dalla consapevolezza dell’esistenza della sua anima ebraica. E provare a darle voce, a nutrirla con Torah e mizvoth. Immagini un individuo che nasce con un talento incredibile di pittore. Un talento di cui egli stesso non è a conoscenza. Metta questo individuo per vent’anni dietro a una scrivania a fare conti. Tra i numeri vedrebbe emergere schizzi di ogni dimensione e colore, ritratti di paesaggi cittadini, palme e fiori. E, con molta probabilità, sarebbe il prossimo paziente in attesa là fuori. Un ebreo che non dà voce alla propria ebraicità è come un artista che non mette a frutto il proprio talento. Sentirà sempre una sorta di inspiegabile frustrazione dentro di sé.”

Isacco lo guardò senza emettere sillaba. Si ricordò di quella volta che aveva partecipato a una cena del venerdì sera, alla sensazione di irrefrenabile gioia con cui era uscito da quella casa illuminata come nel 1800 dal lume delle candele. Forse aveva capito qualcosa di se stesso. Si alzò, tendendo la mano al medico che aveva di fronte.

“Mi sono dimenticato di domandarle il suo nome” disse Isacco prima di uscire.

“Mi chiamo chassidut”, gli disse il dottore sparendo tutto d’un tratto.

TanyaE lasciando sul tavolo un libro intitolato Tanya, accompagnato da un bigliettino.

Lo studi, vedrà che le farà bene. Rimango, come per qualsiasi altro ebreo di questo mondo, sempre a sua disposizione… 

Buon Rosh Hashanà della chassidut

Gheula Canarutto Nemni