Se non credi nei miracoli e hai due minuti di tempo, fermati a leggere queste righe

Se non credi nei miracoli e hai due minuti di tempo, fermati a leggere queste righe.

Ti racconterò la storia di un uomo che si è svegliato un giorno al mattino con un forte rumore alla sua porta.

Ancora in pigiama, gli occhi appiccicati dal sonno, è andato ad aprire.

Raus! Gli hanno ordinato.

Ha guardato indietro, per vedere chi fosse la persona a cui urlavano ordini con così tanta violenza.

Non ha fatto in tempo a capire che non c’era nessun colpevole.

Juden raus! Gli hanno intimato puntandogli un fucile addosso.

Ha buttato in una piccola valigia di cartone qualche indumento, i suoi tefilin e il libro di preghiera.

Ha baciato la mezuzah con la sensazione in pancia che per tanto tempo non l’avrebbe più sfiorata.

Lo hanno caricato su un camion, la sua valigia stretta tra le mani e poi su un treno, la maniglia gli si era quasi appiccicata al palmo, lo hanno stipato su un vagone merci e per miracolo, la valigia non lo aveva ancora abbandonato.

Quando il treno si è fermato, ha pensato per una frazione di secondo che l’avessero portato in villeggiatura. Aveva una valigia con le cose più preziose, il cielo azzurro, la neve intorno.

Le grida lo riportarono alla realtà.

Giovane, in forza? Di qua!

Sua madre, sua moglie, le sue due figlie, di là!

in una fila parallela che con la sua non si sarebbe mai più incontrata.

Mandò un bacio nella loro direzione pregando l’aria di farlo posare sulle loro guance.

Gli ci volle qualche ora per capire che il fumo, in quel posto non usciva da un camino ne’ da una fabbrica. Non proveniva da combustione di legno o di carbone. Che quella fila così silenziosa alimentava ogni ora le fila degli angeli in cielo. E che quel fumo non era altro che l’esalazione di un grande, infinito ultimo respiro.

Riuscì a nascondere la valigia con i resti della sua religione.

Cercò di non dimenticarsi di Pesach e di Sukkot anche nei momenti più duri, quando intorno respirava sangue, dolore, innocenza e morte.

Accarezzava di nascosto le pagine del libro di preghiera e le passava ai compagni per contagiarli con una nuova speranza.

Se uscirò vivo da qui, mi farò ricrescere la barba che mi hanno tagliato.

Mi farò stampare il più grande libro di preghiera, perché tutti possano riversare il proprio cuore davanti a D-o senza timore.

Accenderò le candele di Chanukah nelle piazze pubbliche, sbandiererò ai quattro venti questa identità che mi stanno strappando di dosso.

Oggi questo uomo potrebbe essere scomparso da tempo, incenerito dal piano assassino nazista.

Ma invece è ancora qui.

A cantare a squarciagola i canti dei suoi avi, a legarsi intorno al braccio i filatteri scampati alla guerra, alla faccia di tutti quelli che lo avrebbero voluto vedere per migliaia e migliaia di volte, già morto.

Se lo incontrate, fermatevi a guardarlo per qualche secondo.

Quell’uomo che ancora crede, quell’individuo che è ancora intriso di fede, quel bambino che ancora recita lo shemà prima di andare a dormire, sono una eccezione alla regola dell’umanità.

Non avrebbero più dovuto esserci da tempo. 

Se sei un essere che ha bisogno di prove tangibili, guarda negli occhi un ebreo il 27 gennaio, giornata della memoria.

Secondo le leggi della natura, ne’ lui ne’ la sua fede non dovrebbero essere più qui.

La sua esistenza è la prova che D-o e i suoi miracoli ci sono davvero. 
Gheula Canarutto Nemni 

Please do not celebrate the Holocaust Remembrance Day

We cannot define ourselves as the people of remeberance.

We are not a nation that stops and cries  in front of historical artifacts kept in a display case.

We are not the nation of museums, people who catch each other saying ‘once upon a time’…

The concept of memory in and of itself does not belong to us.

Memories that allow you to get up as the same person as the previous day are not part of our DNA.

We don’t love commemorations and cliches, we don’t scatter ashes or keep mourning for longer than the law requires.

Our calendar has special dates to remember the destroyed sanctuary of Jerusalem. Our year has special days dedicated for when we cry over the lost golden period of our history.

At the beginning of that day, we sit down on the floor, we say sad prayers, we tell stories about destruction and death. But in the afternoon we get up, we dry our eyes and we ask G-d to build something new on our tears. We ask Him to transform all the past heaps of rubble into a foundation superior to the old one.

In Hebrew, a cemetery is called a ‘house of life’. It is a place where people who left this world rest in peace. But it is even a place of warning, of reflection, where those who are alive recall the real goal they were created for and their moral duty to use, in a positive way, every minute of life they were granted.

Jewish memory is never only a simple memory for its own sake.

Jewish memory is a path that takes one on a journey to a better self.

During Passover, when we tell the miracolous escape from Egypt, we eat matzah to remember how hastily Jews ran away from their enslavement. We dip bitter herbs to recall the bitter taste of being subjugated to somebody else. But at the end we celebrate freedom, our ability to keep our values, traditions and thoughts free from any external influence.

Celebration focuses on the past, it helps to treasure and transmit its stories and lessons. But celebration means to become stronger, more aware, thanks to those mistakes, to those succeses and  those pains, that belong to the past.

Memory helps us walk the paths of tomorrow in a better way.

There is no instant of our life that cannot become a springboard. Even the most painful events can become the first of the next steps.

As runners on a historical course, we study the past match so we can be better runners in the next game.

The word zecher, memory, shares the same root with rakaz, to concentrate.

We remember our life and we concentrate on the past days so we are able to live our future in a better way.

When we commemorate our dead, we don’t only stop in front of their pictures and cry. We gather people to study, we offer food and drink in their memory,  trying to give continuity to those things death has stopped.

So…

If today you are heading to a Holocaust memorial, if you are going to listen to a survivor’s personal story, if you are opening the pages of Anne Frank’s diary, if you are crying for our dead, please do all these things in our way.

Listen and learn, read and reflect, process a personal change.

In Jewish history past tense always runs with present.

Past is suspended until the next breath.

Memory is when children finish what their fathers left incomplete.

Memory is the next generation that brings life again where is there is destructiion and death.

Memory for Jews is transforming a sigh into a better future day.

Gheula Canarutto Nemni

Per favore, non associate gli ebrei con la memoria

Noi non siamo il popolo della memoria.

Non siamo persone che si fermano a piangere davanti a reperti storici conservati dentro a una teca.

Non siamo popolo da museo, gente che si dà pacche sulle spalle, che si consola con un c’era una volta…

Noi non possediamo il concetto di ricordo fine a se stesso.

Il ricordo che riesce a fare svegliare immutati il giorno dopo, non fa parte del nostro retaggio.

Non amiamo le commemorazioni, le frasi di circostanza, il cospargimento di ceneri sulla testa, un lutto che si protrae oltre al tempo stabilito per legge.

Il nostro calendario segna date in cui ricordare il santuario distrutto, in cui piangere per il periodo d’oro della nostra storia, andato perso. All’inizio della giornata ci sediamo per terra, recitiamo lamentazioni, riportiamo alla memoria eventi tristi, scene di distruzione agghiaccianti. Ma a metà digiuno ci rialziamo,  asciughiamo gli occhi e preghiamo che su quelle lacrime venga costruito qualcosa di nuovo, di migliore, che le macerie passate fungano da base per qualcosa di livello superiore a ciò che è andato distrutto.

Da noi il cimitero si chiama casa della vita, un luogo in cui riposa chi ha lasciato questo mondo, ma anche un posto di monito, di riflessione, in cui i vivi interiorizzano e rammentano il vero scopo per cui sono stati creati e il dovere di ognuno di fare buon uso di ogni attimo di vita concesso.

La memoria ebraica non è ricordo fine a se stesso.

La memoria ebraica è ricordo che porta al rinnovamento.

A Pesach, quando raccontiamo il miracolo dell’uscita dall‘Egitto, mangiamo la matzà, il pane azzimo, per ricordare la fretta con cui il popolo ebraico era scappato dalla schiavitù d’Egitto, intingiamo le erbe amare, per riportare alla memoria la durezza di essere asserviti a qualcun altro. Ma poi è la libertà che celebriamo, la nostra capacità e desiderio di mantenere oggi valori, ragionamenti, usi e costumi al di là di chi vorrebbe tutti omologati.

La celebrazione fa focalizzare sul passato, aiuta a farne tesoro, a custodirne e tramandarne le storie e il significato. E a guardare al domani più forti, più consapevoli, grazie agli errori, alla sofferenza e ai successi.

La memoria da noi serve per camminare meglio domani.

Non esiste vissuto che non possa trasformarsi in trampolino di lancio, anche le basi più dolorose possono essere il prossimo passo in avanti.

Come corridori su percorsi della storia, studiamo le corse passate per potere correre al meglio la prossima gara.

La parola zecher, ricordo, ha la stessa radice di rakaz, concentrazione. Ricordiamo il nostro vissuto e ci concentriamo affinché i giorni passati possano aiutarci a vivere nel modo migliore quelli che devono ancora venire.

Nelle date in cui ricordiamo i nostri cari, non ci fermiamo solo a guardare con le lacrime agli occhi le loro fotografie. Riuniamo persone a studiare, pronunciamo benedizioni e compiamo atti di bontà in nome del caro scomparso, cercando di dare continuità a quello che la morte ha interrotto.

Se oggi state per varcare la soglia di un memoriale, se state per ascoltare la testimonianza di un superstite, se state aprendo le pagine del diario di Anna Frank o state piangendo per i nostri morti, per favore fatelo seguendo le regole ebraiche, rispettando i nostri criteri di celebrazione.

Ascoltate per imparare, leggete per riflettere, elaborate un cambiamento interiore che duri nel tempo.

Nella storia declinata all’ebraica, il tempo passato corre sempre con il presente. Il passato rimane in sospeso se non si trasforma in respiro.

Il ricordo serve perché i figli completino ciò che i padri hanno lasciato incompiuto.

Memoria è generazioni che ricostruiscono ciò che i predecessori hanno distrutto.

Commemorare è trasformare un sospiro in un futuro migliore.

Gheula Canarutto Nemni

Il fertility day della Shoà

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Correva l’anno 1944. Fela Herling si trovava tra i pochi ancora in vita, nel campo di concentramento di Buchenwald. Separata dal marito un mese prima, come ultimo atto d’amore (miracolosamente sopravvivranno entrambi), avevano concepito un figlio. Quando si accorse di essere in gravidanza, Fela si vide passare davanti tutte le scene di cui non avrebbe mai voluto essere la protagonista.

Essere un neonato o una donna in gravidanza nei campi di concentramento significava spalancare la porta all’angelo della morte. Fela però decise di sfidare la storia. E di tenere il figlio. Riuscí a nascondere il proprio stato fino alla fine. E, miracolosamente, diede alla luce un maschio. Simcha, che in ebraico significa gioia. Fela aveva deciso di dare vita alla vita in un mondo dove regnava la morte.
In questi giorni del 2016, comodi nei nostri salotti, discutiamo del Fertility day.

Di una campagna voluta dal ministero per riempire gli asili e, come ci insegnano gli economisti, per permettere almeno l’equilibrio tra le entrate e le uscite pensionistiche.

Cosa comporti davvero mettere al mondo un figlio, lo si scopre solo quando non si dorme per tre mesi di seguito.

La vita invita ad accantonare le proprie esigenze, a ridimensionare i propri sogni, ad abbracciarne di nuovi che non da sempre ci appartengono. Quando si mette al mondo un figlio si supera la barriera che delimita il confine individuale di ogni persona. E si scopre la capacità di andare oltre a se stessi.

A raccontare le difficoltà che le donne affrontano in italia ogni volta che solo osano sognare una gravidanza, ci impiegheremmo interi mesi.

Migliaia di pagine si potrebbero riempire con le esperienze di chi è stato messo da parte al rientro dopo la maternità, di chi è stato costretto a ripensare alla propria carriera.

Sussidi dello stato, leggi ad hoc, agevolazioni e rispetto per chi svolge ogni giorno il lavoro di madre, renderebbero il nostro compito molto più facile.

Ma niente giustifica il tirarsi indietro.

Ci sono coppie che mettono al mondo figli con il solo amore e la voglia di dare, come ricchezza iniziale.

Nonostante l’assenza di regole, nonostante la carriera messa a rischio, nonostante la derisione di colleghi e l’ostracismo di quelle donne che per la carriera hanno rinunciato a venire svegliate durante la notte da un pianto assordante di un neonato affamato.

Il 23 marzo 1945 un neonato di nome Simcha apri’ gli occhi in un campo di concentramento. Grazie a una madre che non pensò a nulla, se non all’amore e all’infinito.

Non è mai il momento giusto della vita per mettere al mondo un figlio. Manca sempre qualcosa. Uno o due zeri in più nel conto corrente, il forno a microonde, la posizione ideale nel mondo professionale.

Eppure Fela non ci pensó due volte.

Se dobbiamo proprio celebrarlo il Fertility day, facciamolo il 23 marzo, il giorno in cui Fela ci insegnò il coraggio di mettere al mondo un figlio. Nonostante tutto.

Gheula Canarutto Nemni

Dove era D-o durante Purim (e la Shoà)?

shoàIn ogni generazione, in ogni periodo storico, secolo e millennio c’è stato qualcuno desideroso di porre fine al popolo ebraico.

Di vederlo diventare un reperto archeologico, trasformato in un ricordo, in una lezione di storia.

In ogni generazione si è alzato un Haman il cui sogno era di cancellare ogni traccia ebraica dalla faccia della terra.

Anche in quelle generazioni in cui gli ebrei quasi non si distinguevano dagli altri.

Anche in quei decenni in cui l’ebraismo veniva relegato a qualche ora all’anno, a qualche rito sporadico tramandato.

Anche in quei momenti in cui l’ebreo faceva di tutto per ingraziarsi il regnante di turno, convinto che il proprio destino dipendesse dall’umore del regno.

D-o non viene menzionato nella meghilà nemmeno una volta.

Bisogna scovarlo tra le righe, andarlo a cercare negli acronimi delle parole, si devono fare i salti mortali per ritrovarlo nelle allusioni, nelle espressioni.

Non c’è il Suo nome, sembra sparito nel nulla. Come dalla vita degli ebrei di quel periodo storico.

D-o è relegato ai margini della storia, perché gli ebrei Lo avevano relegato ai margini della propria vita.

Poi però si alza Haman e tutto cambia profondamente.

Gli ebrei, appena venuti a conoscenza dell’imminente sterminio, usano tutti i propri canali diplomatici, mandano delegazioni.

La regina mette la propria vita a repentaglio.

Ma nello stesso tempo è la regina stessa a dire, guardatevi dentro.

Perché il mondo ci considera diversi seppure abbiamo provato a fare dimenticare la nostra identità a tutti?

E gli ebrei si riunirono e pregarono, si strapparono le vesti e digiunarono.

Ricordarono ai propri figli chi erano, proprio in quel momento in cui la minaccia pendeva pericolosamente sulla loro testa.

Quando qualcuno si alza e dichiara ‘ripuliamo il mondo da questa nazione così diversa’, il popolo ebraico, pur avendo fatto di tutto per assimilarsi e rendersi uguali agli altri, ritrova la propria essenza.

Dove era D-o durante Purim?

Dove era durante le tragedie che hanno colpito il Suo popolo?

D-o è lì nella fede ritrovata di chi pensava di non averla mai avuta, D-o sarà nel risveglio di quell’ebreo a cui apparentemente, della propria identità, non è mai importato niente.

D-o è in quegli gli ebrei che rischiavano la propria vita per indossare i tefilin di nascosto ad Auschwitz, quando nella comodità delle proprie case non l’avevano mai fatto.

D-o è nelle raccomandazioni ai figli di festeggiare il proprio bar mizvah prima di metterli in salvo su un treno.

E’ in quei figli che, sporgendosi dal finestrino, domandano ‘ma papà, cosa è un bar mizvah?’, perché nessuno glielo aveva mai detto.

D-o è nei raduni segreti per celebrare il seder, con il rischio di finire in un gulag per il resto della propria vita.

D-o è nei Daniel Pearl che, con la spada sul collo urlano al mondo ‘io sono ebreo’ negli ultimi respiri.

D-o è sempre con noi anche se non lo riusciamo a vedere.

E’ lì, nell’anima ebraica che rinasce sotto minaccia, quando razionalmente dovrebbe cercare di nascondersi ancora più di prima.

Quando Haman si mette d’accordo con i governanti del momento, quando viene plaudito dalle Nazioni Unite e gli viene concessa via libera per l’antisemitismo, quando essere ebreo è la cosa più scomoda che ti possa accadere, lì ritrovi D-o.

D-o è nella gioia, nell’orgoglio ritrovato di appartenere a questa nazione.

Buon Purim!

Gheula Canarutto Nemni

Io ho vissuto, tu ricordi, egli vivrà. La memoria coniugata all’ebraica

ebrei prima guerraCaro vicino di pianerottolo che mi saluti con un tono arrabbiato perché non ho accettato la serratura elettronica da te proposta,

caro fiorista che mi porti i fiori lanciando occhiate a quell’oggetto sospeso sullo stipite destro della mia casa,

cara sarta che a volte mi prendi un po’ in giro per la mia mania di allungare le gonne, in questi giorni siete bombardati di immagini.

Volti di bimbi in bianco e nero che da lì a dopo svaniranno nel nulla, donne a cui vengono strappate le loro valigie di cartone, inconsapevoli che l’espropriazione dal proprio bagaglio sarà davvero l’ultimo dei loro futuri pensieri, cappotti dal taglio sartoriale impeccabile deturpati da stelle gialle, uomini assaggiati dalla morte quando ancora il cuore pulsava nel loro corpo.

Vi siete mai domandati chi ci stia dietro a queste immagini?

Chi fossero queste persone prima di trasformarsi in Olocausto?

Stanno cercando di spacciarveli per memoria.

Per noi non sono solo questo.

La memoria non è un museo, un insieme ingiallito di foto, ma una voce vera. Non è una teca su cui attaccare voci al passato remoto, ma oggetti che passano di mano in mano, che si consumano, che vengono utilizzati ogni giorno.

Molti di loro correvano a fare la spesa al venerdì per acquistare i cibi migliori al mercato, al tramonto spegnevano i fuochi e indossavano i loro migliori vestiti, per alcuni all’ultima moda, per altri i migliori tra gli stracci che possedevano. Altri invece magari dimenticavano per 364 giorni all’anno della proprio provenienza. Per poi incamminarsi verso la sinagoga nelle venticinque ore del giorno più santo. Per quanto potessero essere diversi, perfetti sconosciuti, condividevano qualcosa per il quale sarebbero stati rastrellati, ammassati e ammazzati. Condividevano un’identità, una coscienza, un’anima, diversa dal mondo.

Caro vicino di pianerottolo, noi siamo la loro continuazione. Nel nostro insistere imperterriti a non utilizzare l’elettricità durante il sabato, ridiamo corpo al loro buio quando le candele del venerdì sera, nelle loro case in Polonia, in Ungheria, in Germania, si spegnevano. Con le pergamene sugli stipiti, proiettiamo nel 2015 le loro mani protese a baciare la mezuzà prima di varcare la soglia e incamminarsi verso le proprie botteghe di ciabattini, sarti o verso un’aula universitaria e uno studio medico.

Cara sarta, gentile fioraio, popolo italiano e mondo intero. La memoria per noi ebrei non è solo un ricordo. E’ uno scalino su cui salire, per ricordarci da dove veniamo. E da lì continuare la nostra corsa, attaccati alle nostre tradizioni per proiettarci verso il futuro.

 

Gheula Canarutto Nemni

Un sogno tramandato

bambina shoàMi chiamo Anna. Ho dodici anni. Ho occhi e capelli castani. La mia adolescenza è appena iniziata. Ma la mia vita sta per finire. Mi chiamo Rebecca. Ho cinque anni. Ho occhi azzurri e capelli biondi. Non festeggerò mai il mio compleanno di sei anni. Mi chiamo Isaac. Non so esattamente quanti anni ho. Forse uno. Forse due. L’unica cosa certa è che mi hanno separato dalla mia mamma. E che non la rivedrò mai più. Mi chiamo Ruben. Sarei dovuto nascere tra due mesi. La mia anima non giungerà mai in questo mondo. Qualcuno ha deciso che non meritiamo di vivere. Che siamo colpevoli di una diversità insopportabile. La lingua parlata dai nostri genitori è troppo differente da quella del posto. Il nostro modo di vestire non segue sempre le mode dettate dagli stilisti. I nostri nomi, durante l’appello, risuonano come suoni stranieri tra le mura di scuola. La nostra identità è troppo sentita per passare inosservata. Il nostro orgoglio come nazione troppo potente per rimanere silente. Coloro che ci hanno negato il futuro avevano un unico progetto in testa. Un sogno tramandato dal faraone fino al 1938. Cancellare per sempre l’esistenza del popolo a cui apparteniamo. Annientare il nostro presente per evitare un vostro domani. Un disegno, grazie a D-o, mai trasformato in realtà. Voi, che vi trovate lì oggi, a leggere comodi in una sinagoga o tra le accoglienti pareti di casa, potete scegliere. Se piangere per noi, commiserandoci e ricordandoci. O riportarci in vita. Quando una bambina di nome Anna compirà dodici anni e prenderà su di sé tutte le mizvot. Quando una bambina di nome Rebecca accenderà una candela al venerdì sera. Quando un bambino di nome Isaac pronuncerà ‘torà’ tra le sue prime parole. Quando un bambino di nome Ruben vedrà la luce e farà il brit milà all’ottavo giorno. Il sogno dei nostri nemici andrà in frantumi. E voi ci avrete ridato la nostra vita rubata.