Lettera di un bambino ucciso dal silenzio del mondo

Ciao mamma,

addio papà,

vi ho visto per pochi istanti e vi devo già salutare.

Vi voglio bene mamma e papà,

purtroppo però me ne devo già andare.

Mi ero illuso di potere arrivare al mondo tra due mesi, di potermi nutrire del latte materno   tra un pianto e l’altro, di aprire gli occhi lentamente e scoprire il mistero di ciò che mi sta intorno.

Ma questo momento non è mai arrivato.

Da dentro al grembo  ho sentito sparare, urla di spavento e terrore mi sono giunte attraverso il liquido amniotico in cui ero immerso, luci, sirene, rumori di soccorsi.

E il battito del mio cuore, che fino a pochi secondi prima possedeva un ritmo cadenzato perfetto, si è rallentato.

Non so spiegarmi il motivo per il quale tutto ciò è accaduto. Perché un uomo che non mi ha mai visto, abbia voluto sparare a mia madre e a me, nel suo grembo. Dicono che stavamo aspettando l’autobus in un pezzo di terra contesa, raccontano che è questa terra il motivo alla base di questo furore omicida.

Ottant’anni fa altri esseri come me venivano portati al macello. Neonati, infanti, bambini che non avevano ancora imparato a camminare, venivano marchiati a fuoco con dei numeri che indicavano Jude, ebreo. E poi assassinati in massa, perché appartenenti a quel popolo così inviso, invidiato, a cui non è permesso vivere in pace da nessuna parte.

Addio miei cari nonni con cui non ho mai potuto giocare. Ho provato a sopravvivere alla cattiveria dell’uomo, ma non ce l’ho fatta.

Nonostante sia nato al settimo mese di gravidanza e abbia potuto vivere per poche ore, posso dirvi con certezza che non è affatto vero che ogni individuo ha diritto alla vita, alla libertà ed alla sicurezza della propria persona come enuncia l’articolo 3 della dichiarazione universale dei diritti dell’uomo.

Non è vero che ogni bambino ha diritto ad avere una casa, una mamma e un papà.

E’ una menzogna,  il mondo non  si adopera affinchè ogni fanciullo possa essere protetto da atti di crudeltà come enuncia la dichiarazione dei diritti del fanciullo dell’Onu.

Per colpa di persone allevate nell’odio, nell’intolleranza, me ne vado con un nome Amiad Yisrael, dato solo per essere inciso sulla mia tomba.

Il libro della mia vita si chiude per via di società civili e mass media che considerano ancora oggi la morte di un ebreo nella propria terra meno grave della morte di individui di altre religioni.

Me ne vado in silenzio a causa di un mondo che ancora oggi utilizza la fede di appartenenza come criterio per assegnare valore alla vita umana.

Amore mio,

un ultimo bacio sul tuo sudario così piccolo che nessuno potrebbe immaginare contenere una vita vera ormai spenta.

Ancora un ultimo saluto alla tua piccolissima mano, ai tuoi piedini, al tuo cuore che sentivo battere dentro di me a ogni ora del giorno e della notte.

Domanda in Cielo il perché di tutto questo. Fai sicuro che ti diano una risposta.

Sei stato bambino per qualche istante, l’odio dell’uomo ti ha trasformato in un angelo eterno.

Mandami un bacio amore mio, grande come quello che ti avrei chiesto se l’educazione alla violenza non ti avesse strappato l’anima prima ancora di venire al mondo.

Gheula Canarutto Nemni

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Amore mio, non era questo il mondo che sognavo per te quando sei nato

Amore mio,

Non era questo il mondo che sognavo per te quando sei nato.

Non erano queste le notizie che speravo leggessi al mattino appena sveglio.

Sognavo per te un mondo dove le persone imparano a non ripetere gli stessi errori del  proprio passato, un posto dove la vita umana è il bene, il valore,  più prezioso di tutto.

Avrei voluto insegnarti il significato della parola amore e non doverti raccontare perché c’è così tanto odio.

Avrei voluto che guardassi un semplice zaino lasciato per terra presumendo la distrazione del suo proprietario e non temendone le intenzioni. Che tu ne immaginassi il contenuto con appunti, quaderni e colori e non con morte e distruzione.

Speravo di spiegarti il valore della fiducia e non la necessità del sospetto.

Avrei voluto che andassi ai concerti con la paura di rientrare tardi e venire sgridato da mamma e papà. E non con il timore di un soldato che si reca sul fronte di guerra.

Vorrei vederti passeggiare mano nella mano con chi ami, guardando il cielo, i nuovi posti che non hai mai visto. E non osservando i passanti con paura, temendo che le macchine passino col rosso, trascinando con se’ la vita di uomini, donne e bambini innocenti.

Non posso nemmeno dirti indossa una divisa e vai a combattere in nome dei tuoi ideali. No. Perché questa è una guerra dove il nemico non ha avversari. È il mondo intero che vuole distruggere, la normalità di una passeggiata, che vorrebbe radere al suolo.

Quando hai pianto per la prima volta, ti ho guardato negli occhi promettendo di proteggerti. Di fare in modo che nessun male ti avrebbe mai fatto soffrire. Di fare di tutto perché tu potessi solo gioire.

L’umanità è ancora qui perché anche nei momenti più bui ci sono stati individui che non hanno smesso di credere.

Quando cammini per la strada e quando ritorni a casa, quando vai a dormire e quando ti svegli, ricordati quello che mi ha risposto la mia nonna, quando le ho domandato per la millesima volta, come hai fatto a mettere al mondo altri figli dopo che i fascisti ti avevano perseguitato?

Ci avevano tolto tutto, mi disse. Ma di una cosa non ci avevano potuto privare.

Il coraggio di continuare a credere nel potere infinito del bene.

Gheula Canarutto Nemni

Facebook e la complicità con i futuri assassini

All’attenzione di Mark Zuckerberg e degli amministratori di Facebook 

Qualche giorno fa ho segnalato un gruppo che incita in maniera esplicita alla violenza contro gli ebrei. L’incitamento avviene in maniera chiara con vignette, didascalie e post. 

Mi avete risposto che se la pagina o le sue foto ‘sono offensive o di cattivo gusto, il vostro suggerimento è smettere di seguirla o vederne meno contenuti’.  

Caro Mark Zuckerberg, gentili amministratori, vi chiedo di prendere due-tre minuti del vostro prezioso tempo. Leggete i commenti sotto al post che voi mi consigliate di non guardare più. 

Accantonate per qualche istante ciò che state facendo, perché da questi minuti potrebbe dipendere il domani di molte persone. 

La propaganda è stata uno strumento fondamentale per l’ascesa del nazismo. Joseph Goebbels costruì a tavolino una immagine distorta, falsa e negativa, dell’ebreo. La campagna mediatica gli servi’ per rendere odioso, odiato e nemico, l’ebreo. 

Quindi meritevole di morire. Dopo pochi anni sei milioni di ebrei erano stati inceneriti nei forni crematori. 

Tutto iniziò da lì. Da un naso adunco, da dita allungate e deformi che tengono ben stretti dei sacchetti pieni di soldi. 

Tutto iniziò con delle immagini che i passanti avrebbero potuto ignorare, che le persone la cui sensibilità veniva urtata, avrebbero potuto non guardare. 

Credete davvero che, se la gente si fosse voltata dall’altra parte, la Shoa’ non sarebbe mai avvenuta?   

La soluzione non sta nell’ignorare un problema, ma nel risolverlo. 

L’incendio non lo si doma ignorando le fiamme. L’incendio si spegne buttando acqua sul fuoco, dandosi da fare perché si estingua. 

Non è nascondendo le pagine antisemite dal mio profilo, che qualcosa la’ fuori cambierà. 

Non è vedendo meno post anti-semiti che le persone inizieranno a guardare l’ebreo nello stesso modo con cui guardano ogni altro individuo al mondo. 

Non sono io che devo chiudere gli occhi. Siete voi che dovete aprirli, prima che sia troppo tardi. Prima che nelle pagine di storia del prossimo secolo venga scritto che la nuova campagna antisemita iniziò nel secondo decennio del 2000 sulle pagine di un social network chiamato Facebook. 

Ci sono pagine che, secondo voi, non violano gli specifici standard della vostra Comunità. 

Rivedeteli questi standard, non lasciate gestire le segnalazioni ad algoritmi o ragazzini troppo giovani per capire. 

Il silenzio di molti paesi fu complice del piano nazista. 

Facebook si trova oggi davanti a un bivio. 

Se rimanere quel luogo di ritrovo, quella piazza virtuale in cui tutto avviene in maniera civile, democratica e rispettosa dei diritti.  

Oppure trasformarsi in un muro tappezzato di manifesti di Goebbels ed essere complice di chi semina odio e predica violenza e morte. 

Gheula Canarutto Nemni 

Lettera aperta a Obama sulla presunta correlazione tra cambiamenti climatici e terrorismo

Gentile Presidente Obama,

Pochi giorni fa le Sue parole hanno riecheggiato nell’aria di Milano, la mia città.

Abbiamo avuto l’onore di sentire la Sua opinione riguardo alle nuove tecnologie, all’impatto che avranno sul futuro dei nostri figli. Riguardo al cibo, alla salute, agli sprechi.

Poi ha iniziato a parlare di immigrazione, dei profughi che soffrono la fame a causa dei cambiamenti climatici, persone che non hanno lavoro perché il clima si sta modificando.

“Sono certo che questa sia una delle cause che provocano la radicalizzazione e fomentano il terrorismo in molti paesi del Medio Oriente e dell’Asia del Sud. Se molti giovani si ritrovano disoccupati, finiscono per indirizzare le proprie energie in un modo non sano”. Queste sono state le Sue parole.

Le ho rilette tre volte, forse avevo perso un pezzo per strada.

La disoccupazione è una delle cause del terrorismo. Questa frase va contro ogni valore in cui sono stata allevata, contro ogni principio che mi hanno insegnato. Stiamo davvero illudendoci che una persona possa arrivare ad uccidere degli innocenti perché non ha un impiego?

Gentile Presidente Obama, dobbiamo impegnarci a trasmettere ai nostri figli un messaggio diverso. Un messaggio che vada oltre il lavoro, le necessità materiali e il denaro.

Di tutto questo ne abbiamo bisogno, senza ombra di dubbio. Cibo e lavoro dovrebbero essere diritti garantiti a ogni essere umano.

Ma la vita riserva sempre delle sorprese. In tempi di crisi economica o di guerra ci si può ritrovare disoccupati, qualche volta senza cibo nel frigorifero.

Nessuna di queste condizioni può essere usata come giustificazione per uccidere dei giovani in una discoteca, per fare saltare per aria un autobus, per lanciare un aereo contro le Torri Gemelle.

Molti terroristi che hanno stravolto il nostro mondo con i loro atti violenti, non erano nè disoccupati nè affamati. Molti di loro erano acculturati, sia dal punto di vista occidentale che sotto quello dell’estremismo islamico.

Nel medio oriente, in Asia del sud e in Europa, molte persone stanno incanalando le proprie energie in direzioni sbagliate. Perchè nessuno si sta occupando di muovere queste energie nella giusta direzione.

La nostra società è in preda a un vuoto ideologico. Ed è in questo vuoto che le ideologie violente si radicano con grande successo.

Non stiamo trasmettendo ai giovani dei valori veri.

Ci stiamo dando da fare per nutrire i loro corpi e qualche volta la loro cultura.

Ma stiamo trascurando il loro spirito.

Gli esseri umani sono fatti di corpo e anima. Entrambe queste dimensioni necessitano di nutrimento.

Le nuove generazioni sono affamate di valori. Sono assetate di mete verso cui correre.

Chi vuole davvero fare progredire l’umanità e portarla fuori dal tunnel buio in cui è rimasta incastrata, non può occuparsi solo degli aspetti materiali del mondo.

Un individuo può possedere milioni di dollari, ma senza uno scopo, un obiettivo di vita, sarà una persona povera e vuota, pronta ad essere riempita. Dal bene e dal male.

Per cambiare in meglio il destino dell’umanità, bisogna investire sull’educazione di ogni persona.

Non sono i cambiamenti climatici che trasformano gli individui in terroristi. Né i campi senza raccolto. E’ l’aridità in campo educativo. Iniziamo a sfamare le nuove generazioni, oltre che con il cibo materiale, anche con quello morale.

Gheula Canarutto Nemni

 

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Caro mondo, la tua integrazione si sta trasformando nella tua disintegrazione…

17504424_10211180074553438_1587843083399641041_oCaro mondo che ti eri illuso che i pedoni venissero travolti solo nelle strade di Gerusalemme. Che speravi coltelli e pugnali colpissero alle spalle solo chi cammina su marciapiedi contesi. Che ti sei lasciato ingannare da titoli mediatici e tesi geopolitiche, che descrivono il medio oriente come un universo a te molto, molto, lontano. 

Caro mondo che hai nascosto la testa nella sabbia per non sentire le avvisaglie di una guerra interna. Che hai chiuso gli occhi davanti all’esodo degli ebrei dall’Europa nel 2017, davanti agli attacchi terroristici che hanno falciato donne, uomini e bambini nelle entrate delle scuole ebraiche, alla cassa degli Hyper Casher.

L’Europa non è un insieme di stati nati da una risoluzione ONU nel 1948. L’Europa non è stata fondata da popoli che ritornavano sulla propria terra. La legittimità dell’Europa non è mai stata messa in discussione da politici, attori e movimenti boicottatori.
Eppure anche a Londra, Nizza, Parigi, Berlino, Anversa, ci sono terroristi che si buttano con la propria macchina sulla folla, assassini che ammazzano a sangue freddo ragazzi che ballano in una discoteca.

Perché accade tutto questo anche lontano da Israele, mondo, te lo sei mai chiesto? Cosa accomuna quello che gira con il pugnale per le strade israeliane e chi lo fa di fronte al parlamento inglese?

Caro mondo, solo se aprirai gli occhi e capirai chi hai davanti, solo se ti scuoterai dal tuo torpore pacifista intriso di tolleranza gratuita, potrai dire di avere fatto qualcosa per salvare il domani dei tuoi figli.

Vogliono toglierti i valori che hai conquistato con grande fatica, utilizzando la tua voglia di integrazione per disintegrarti.

Odiano la tua cultura, la tua democrazia. Odiano i balli, la musica, la diversità.

Caro mondo, solo se troverai dentro di te il coraggio di chiamare terrorista chi travolge la folla che con gli occhi verso il cielo sta guardando i fuochi d’artificio sulla boulevard des Anglais, chi si lancia contro persone mentre sono alla ricerca di un regalo nei mercatini di Natale. Non sono ubriachi, lupi solitari, depressi, non sono individui con problemi comportamentali. Sono terroristi e stanno spargendo sangue innocente dove si parla l’inglese, il francese, il tedesco. E l’ebraico.

Non vogliono solo il ritorno ai confini del ’67. Non vogliono solo un pezzo di terra d’Israele. Vogliono tutta Israele. Vogliono tutta l’Europa. Vogliono il mondo intero.

La verità e la coerenza sono armi potenti. Tirale fuori dai tuoi arsenali prima che sia troppo tardi.

Gheula Canarutto Nemni

L’odio spiegato a mio figlio 

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Nella vita diamo tante cose per scontate. L’amore per il bello, per il buono, per il lato positivo. Pensiamo sia naturale buttarsi in mezzo alla strada per salvare un bambino che corre dietro alla palla, insegnare a leggere, a scrivere, trasmettere l’amore per la conoscenza, spegnere un fuoco prima che si trasformi in un incendio indomabile.

Presumiamo che tutti siano stati allevati con gli stessi valori.

Purtroppo non è sempre così.

Non tutti stanno dalla parte del bene. Quello che tu definisci male, altri lo chiamano bene. E viceversa.

Non in tutte le società si insegna a costruire, a salvaguardare la vita. Ci sono giovani a cui viene trasmesso sui banchi di scuola che la costruzione del proprio futuro passa attraverso la distruzione del presente degli altri.

In molti posti l’eroe non salva. L’eroe uccide.

In questi giorni hai visto le fiamme lambire la terra, tingere di rosso il cielo. Hai visto incenerire palazzi, prendere fuoco automobili, intere famiglie fuggire dalla propria casa prima che fosse troppo tardi. Hai visto sparire, inceneriti, migliaia e migliaia di alberi piantati in terreni aridi, annaffiati con la fede, curati con la speranza di vedere fiorire il deserto.

Davanti ai tuoi occhi la voglia di distruggere, di devastare, di terrorizzare, trova persino giustificazione.

Non ti perdere d’animo, amore mio. E’ da migliaia di anni che remiamo contro le correnti del mondo. Che concediamo la libertà agli schiavi quando le civiltà intorno negavano loro ogni diritto. Che riteniamo più rieducativo costringere un ladro a vivere in una famiglia dove imparerà cosa sia il rispetto, piuttosto che rinchiuderlo in una prigione dove imparerà nuove tecniche per rapinare. Sono infiniti secoli che costruiamo sinagoghe dove ce le hanno chiuse, sequestrate, trasformate in chiese, bruciate. Abbiamo insegnato l’amore per il dubbio, per la domanda quando intorno si accettava solo l’univocità della risposta.

Puntualmente arriva la sfida ai nostri valori, l’ascia che colpisce e tenta di abbattere ciò che, con estrema fatica, abbiamo costruito. Ce la faremo, con l’aiuto di D-o, anche stavolta. Con l’aiuto di Chi ci ha insegnato a comprendere l’amore di una madre uccello per il proprio figlio, a salvaguardare l’ambiente, a rispettare la natura anche durante la battaglia.

I tuoi avi non hanno mai smesso di combattere per la diffusione del bene, di quel bene che costruisce e abbraccia, che semina gioia, nascita, impegno e costruzione.

Domani, sui solchi neri lasciati dalle radici soffocate dal fuoco, ci sarà qualcuno che all’alba, guardando il sole rosso che sgorga di nuovo dal cielo, farà dei piccoli fori nel terreno bruciato e pianterà dei nuovi semi. Li nutrirà con quella cenere venuta dall’odio. E che il tuo popolo, per l’ennesima volta, cercherà di trasformare in bene.

Gheula Canarutto Nemni

 

Sparare (a un nemico) o non sparare. Questo è il dilemma

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Caro soldato che hai sparato a un terrorista che pochi attimi prima aveva accoltellato un tuo commilitone alla schiena.

Il mondo oggi ti è contro, c’è chi chiede di farti un processo.

Ti giudicano, pensano non avresti dovuto sparare, si mettono nei tuoi panni.

Ma la divisa, per difendere i civili dalla gente che li odia, la stai portando tu, non loro.

La responsabilità della vita altrui è sulle tue spalle, non su quei signori seduti comodi sulla poltrona della propria casa.

E’ molto facile giudicare a posteriori, quando non c’è alcuna tensione, quando non sei circondato da nemici che vorrebbero vederti morto nel minor tempo possibile.

Caro ragazzo che hai premuto il grilletto temendo che il terrorista portasse addosso una cintura esplosiva.

Se qualcuno avesse premuto quel grilletto a Bruxelles, a Lahore, in Turchia, ci sarebbero più di cento persone ancora vive.

E non vedove, vedovi, orfani e genitori che piangono sulla tomba del proprio figlio.

Nella Torah si racconta di un ladro che entra in casa di una persona con l’intenzione di derubarla.

Se il derubato uccide il ladro, per la Torah il derubato è innocente.

Perché, dice la Torah, chi entra in un posto con delle cattive intenzioni, sa che mette la propria vita in pericolo.

Mentre il rappresentante della religione più diffusa al mondo dimentica di nominare Israele tra i paesi vittime del terrorismo, mentre la società occidentale piange molto meno per chi è morto in un parco a Lahore, per chi viene decapitato in Siria e quella stessa società versa una quantità maggiore di lacrime per chi stava a un banco del check in a Bruxelles, mentre intorno a noi si dividono gli esseri umani in vittime di prima e seconda categoria, noi ebrei discutiamo sull’etica di sparare o meno a un terrorista che ha già cercato di uccidere.

Caro soldato, voglio solo che tu sappia una cosa.

Il tuo gesto ha probabilmente permesso a molti futuri bambini di venire al mondo.

Grazie a te, gli anni di altre persone potranno essere sfogliati sul calendario.

Chi è misericordioso con i crudeli finisce per essere crudele con i misericordiosi, sta scritto.

E quello che sta succedendo nel mondo oggi non è altro che il figlio del buonismo a tutti i costi.

Gheula Canarutto Nemni

 

C’è una sola condizione per la convivenza tra Occidente e Islam. Anzi sette

 

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‘Che piacere rivederti’ esclamò I. quando O. venne ad aprirgli la porta.

Si abbracciarono dandosi forti pacche sulle spalle, proprio come fanno i vecchi amici.

‘Sono secoli che non ci vediamo’, disse I. entrando in casa.

‘Vedo che ti sei dato da fare. È tutto nuovo qui, mi sembra di capire’.

‘Oh sì, dall’ultima volta che sei stato qui abbiamo rivoluzionato parecchio. Allargato finestre, ora la nostra visione è più ampia. Buttato giù muri, gli ospiti non devono mai sentirsi stretti’

‘Bello, davvero un ambiente invitante’ disse I.

‘C’è anche una grande ricerca dei colori, sembra non ne manchi quasi nessuno’

‘Si, è proprio così’ disse O. compiaciuto. ‘Desidero che chi entra qui si trovi a proprio agio, che sia senta come a casa propria’.

‘Senti O.’, disse I. un po’ sussurrando. Si schiarì la voce. ‘In casa, uhm, avrei qualche problema. Mi ospiteresti per qualche tempo? Sai, mi permetto di domandatelo solo perché hai fatto tutte quelle premesse sull’ospitalità…’

O. sorrise.

‘Ma certo amico mio, sarò molto felice di aiutarti. Seguimi ti faccio vedere la stanza dove potrei ospitarti.

Il giorno seguente I. arrivò carico di valigie e pacchi.

O. lo guardò e un filo di preoccupazione pervase il suo viso. ‘Ma, se posso permettermi, per quanto tempo intendi fermarti?’

‘Non ho idea, ma almeno finché le cose in casa non si sistemano’ rispose I

O. non disse niente. Sarebbe stato contrario a tutti i principi della buona educazione e dell’accoglienza che gli erano stati insegnati.

Mentre O. rifletteva, I. iniziava già a sistemare le proprie cose.

Appoggiò la valigia sul comò antico della nonna, quello che era sopravvissuto a decine di traslochi e di guerre. E lo strisciò tutto.

‘Oh scusa, mi dispiace tanto. Si potrà riparare immagino?’ disse I.

O. non si scompose più di tanto.

‘Fa niente, tanto era vecchio’, disse ricordando improvvisamente tutti gli sforzi che erano stati fatti per mantenerlo integro fino a quel giorno.

I.svuotò tutti i cassetti, buttando le cose per terra.

‘Hai qualcuno che pulisce e riordina vero?’

O. rimase un po’ sbigottito.

‘Sì, certo, viene qualcuno qualche ora alla settimana’ disse. Ma pensò che avrebbe ripulito lui stesso.

I giorni passarono e diventarono settimane. Le settimane passarono e diventarono mesi.

‘Senti O. quella foto li di tua nonna, quella che c’è nella mia stanza. Mi dà un po’ fastidio. Ti dispiacerebbe metterla in un posto dove il mio sguardo non la incroci?’

O. la spostò e la mise nella propria stanza. Così la nonna veglierà su di me mentre dormo, sorrise tra se’ e se’ mentre appoggiava la cornice sul comò di fronte al suo letto.

‘O., scusa se te lo dico, ma hai visto in che modo esce di casa tua moglie? Dovresti farla coprire un po’ di più. Lo dico perché ti voglio bene, davvero’

O. si vergognò.

‘I. suggeriscimi tu come dovrebbe vestirsi’

‘Aspettavo che me lo chiedessi’

E da quel giorno la moglie di O., una femminista incallita che aveva urlato nelle piazze e combattuto per ottenere più diritti per le donne, dovette passare l’esame di I. prima di uscire di casa.

 

Una sera O. si chiuse nella propria stanza un po’ allarmato. Non era questo il risultato che si aspettava dall’ospitalità offerta a un amico.

Dopo un po’ lo raggiunse la moglie. Si guardarono negli occhi.

‘Teniamo duro. D’altronde quando lo abbiamo accolto gli abbiamo fatto capire che doveva sentirsi come se fosse nella propria, di casa’.

Dalla sala iniziarono a provenire dei rumori strani. Musica a tutto spiano, odori strani, invasero l’ambiente domestico.

‘Ma cosa sta succedendo?’

‘Ho invitato un po’ di amici. Sto dando una festa. Mi avevi detto di fare come se fossi a casa mia. O sbaglio?’ L’ultima frase I. la pronunciò lentamente, nei suoi occhi si poteva leggere lo sguardo di chi si sente quasi padrone.

E i sensi di colpa di O. si riaccesero all’istante.

‘Certo, certo, va pure avanti’ disse al proprio ospite mentre notava che in sala erano stati spostati i quadri, il tavolo era stato girato, molti dei soprammobili, misteriosamente spariti.

‘Mi sembra sempre meno la mia casa’ osò pensare O. trasgredendo per qualche istante i valori con cui era stato allevato. Se ne vergognò subito. E per rimediare andò in cucina a lavare i piatti che la moltitudine di ospiti continuava a sporcare.

L’indomani si alzò e andò in sala. Le tapparelle erano ancora tutte giù, nonostante fosse quasi mezzogiorno.

Si avvicinò per tirarle su. Amava la luce del giorno.

‘No, no, lasciale così, per favore. Meglio vedere il meno possibile quello che ci sta là fuori. Tanto non c’è proprio nulla di interessante’

La sera i figli di O. rientrarono a casa. Fecero una rapida apparizione in cucina, dove I. se ne stava a tavola con altri ospiti che aveva invitato. E si rinchiusero nella propria stanza. I ragazzi accesero la musica. Dopo pochi minuti arrivò I. e si mise a bussare con forza.

‘Spegnete subito quel marchingegno infernale!’ urlò cercando di abbassare la maniglia e di entrare. I ragazzi corsero verso la porta e la chiusero a doppia mandata.

Poi telefonarono al padre.

‘Ma dove siete?’ Domandò O. ‘mi sembrava di avervi visto entrare’

‘Siano in camera nostra papà, potresti venire un attimo per favore?’

Mentre O. cercava di riprendersi dalla sorpresa di quella telefonata avvenuta da una stanza all’altra della sua, almeno così ancora si illudeva, casa, vide che qualcuno stava provando ad abbassare la maniglia della sua, di stanza

I. entrò senza domandare nemmeno scusa.

‘Uhm, saresti nella mia stanza I’ provo’ a dirgli.

‘Lo so. E allora? Tutto ciò che è tuo ormai è un po’ anche mio’ disse I. buttandosi sul letto di O. come se fosse ormai il proprio.

O. bussò alla stanza dei suoi figli, entrò e si chiuse a doppia mandata. Non aveva quasi il coraggio di guadarli negli occhi.

‘Papà, una cosa però te la vorremmo dire. Non ci siamo opposti quando hai preso I. in casa. Sei stato tu stesso a insegnarci lo spirito e il dovere dell’ospitalità e dell’accoglienza. Ma I. non si sta più comportando da ospite. Ormai ha preso così tanto piede in casa da sembrare lui il padrone. Non possiamo ascoltare la musica, vestirci come ci pare. Ha tolto i quadri dei nonni, le fotografie di quando eravamo piccoli. Negli armadi si trova quasi solo quello che piace a lui, di cibo. Papà una sola domanda. I. sta infrangendo a una a una tutte le regole che ci hai insegnato. Quando noi le trasgrediamo, ti arrabbi, urli, ti alteri profondamente. Perché a lui non dici niente?’

Ad O. bastò un attimo.

Per capire che aveva commesso un solo errore nell’accoglienza di I.

E che ormai era troppo tardi.

‘Quando l’ho accolto, mosso dalla pena nei suoi confronti, ci ho messo tutto me stesso per farlo sentire bene, per offrirgli tutto ciò che potesse servirgli. Ho tralasciato solo un piccolo dettaglio. Le regole. A quelle, in nome di un’ospitalità perfetta, non ho mai fatto alcun cenno.’

Quando il popolo ebraico si presentò alle porte della terra di Israele, aveva uno scopo in mente. Portare la civiltà e la giustizia là dove non ne sapevano niente.

3300 anni fa il popolo ebraico imponeva ai popoli che incontrava nel proprio cammino, sette regole:

  1. Un sistema giudiziario che garantisse giustizia e diritti civili a tutti
  2. Il divieto di blasfemia, di porsi in maniera diretta contro D-o e i Suoi principi morali
  3. La proibizione dell’idolatria e l’accettazione di un D-o unico
  4. Il divieto di relazioni illecite. Il rispetto dell’istituzione matrimoniale.
  5. Il divieto di uccidere e di fare del male al prossimo. Nessuno può disporre della vita altrui a proprio piacimento.
  6. Il divieto di rubare, di appropriarsi illecitamente di ciò che appartiene agli altri.
  7. Il divieto di nutrirsi di un animale mentre è ancora in vita. Ciò implica il rispetto della natura e di tutto il creato.

Sette regole.

Oggi è stato di nuovo colpito il cuore dell’Occidente. Ogni vittima di Bruxelles è un passo indietro della civiltà. Basterebbe insegnare queste regole perché l’accoglienza che l’occidente sta dando all’immigrazione non si trasformi nella bara dei nostri valori e della nostra libertà.

Gheula Canarutto Nemni

Quando siederò nel buio, D-o sarà la mia luce

 

Perché accendiamo queste candele ogni anno? mi domandi figlio mio.

Perché ripetiamo questo rituale e ogni giorno, per gli otto giorni di Chanukà, ci impuntiamo che ci sia una fiamma in più a danzare?

Figlio mio, quella di Chanukà non è solo una storia.

Quando i Maccabei sconfissero il nemico non andarono per le strade a brandire le proprie spade, come facevano tutti gli altri popoli. I Maccabei avevano altro da fare.

Corsero verso il Beth Hamikdash, il santuario, con un unico obiettivo in testa. Riaccendere la menorah, il candelabro a sette braccia. Non organizzarono banchetti e grandi celebrazioni, ma si misero alla ricerca frenetica di un’ampolla intatta, non dissacrata, per ridare vita con purezza assoluta, a quella luce.

Trovarono solo un’ampolla.

Che con le proprie forze continuò a resistere, a danzare e illuminare per otto ininterrotti giorni.

Noi ebrei siamo abituati a muoverci nel buio. Davanti a ogni nostro passo abbiamo sempre trovato un ostacolo, una sfida, una persecuzione, un nemico giurato.

Nulla però è mai riuscito a farci pensare ‘basta, mi arrendo’.

Figlio mio, non siamo venuti al mondo per osservare passivi ciò che accade intorno.

La nostra anima non è stata staccata dal trono celeste per subire gli eventi senza gridare.

D-o si è preso la briga di soffiare dentro a noi la Sua essenza per un solo motivo.

Perché noi possiamo.

Ognuno di noi è quella ampolla, ognuno di noi ha dentro di sé la forza di resistere, ognuno possiede dentro di sé la forza di illuminare.

Ognuno di noi è capace di inondare se stesso e il mondo che lo circonda, di positività e luce assoluta.

Figlio mio, quella di Chanukà è la storia ebraica che si ripete in ogni momento.

E’ la storia di una ragazza che, pur avendo perso il padre e il fratello due settimane prima in un attentato, non ha voluto darla vinta al nostro nemico.

Noi al male non concediamo tregua.

Da ogni caduta e battaglia ci siamo sempre rialzati.

E partendo dall’ultimo, fievole, raggio di luce rimasto, dalla fede che batte in ogni anima ebraica, alimentiamo una fiamma sempre più grande.

‘Non gioire mio nemico, perché sono caduto ma mi sono rialzato’, ha fatto scrivere la ragazza sul nuovo invito del suo matrimonio posticipato.

Figlio mio, ricordati.

Il popolo ebraico il buio lo acceca da sempre con luce infinita.

Chanuka sameach

Gheula Canarutto Nemni

chanukah nazismo

Cari Hillary Clinton e leader del mondo, la disperazione non è mai una giustificazione

parigi 13 novembre 2015

La disperazione non è mai stata per noi una giustificazione.

 

Hanno distrutto il nostro santuario di Gerusalemme e ci hanno portato in catene nelle strade di Roma. Ci hanno buttato nelle arene per fare divertire gli spettatori mentre i leoni ci sbranavano vivi. Ci hanno bruciato negli autodafé, chiamati marrani, maiali, ci hanno proibito di accendere le candele al venerdì sera e di pregare nella lingua dei nostri padri. Ci hanno cacciato dalla Spagna, costringendoci a cercare nuovi paesi che ci accogliessero. Ci hanno massacrati nei pogrom, devastato le nostre sinagoghe, arruolato i nostri figli in eserciti da cui non sarebbero mai più ritornati. Ci hanno tolto il diritto di lavorare, di possedere, di votare, di parlare. Ci hanno spogliato della dignità di cui ogni essere umano dovrebbe godere per diritto alla nascita, strappandoci  i denti d’oro dalla bocca e marchiandoci a fuoco come bestie al macello. Ci hanno urlato per secoli ‘tornatevene nella vostra terra’ e ora che ci siamo tornati ci urlano ‘andatevene’.

Eppure noi ebrei siamo parte indissolubile del tessuto della storia del mondo.

La presenza ebraica è il comune denominatore per la maggior parte dei paesi sulla cartina geografica.

In ogni posto della terra dove siamo approdati abbiamo generato poeti, matematici, fisici, scrittori, politici, scienziati, medici, inventori.

 

Anche quando ci chiudevano nei ghetti, abbiamo continuato a produrre. Non abbiamo smesso di scrivere, di riflettere, di discutere e di cercare di infondere il bene .

Non abbiamo messo la nostra vita in standby nemmeno per un istante.

Non ci siamo coperti la testa di cenere per migliaia di anni.

Ci hanno cacciato, derubato, privato, spogliato, ucciso, massacrato.

Abbiamo caricato in spalla il nostro destino e nel cuore l’eredità spirituale dei nostri avi e siamo andati alla ricerca di un nuovo posto in cui ricominciare a respirare.

Non c’è tempo né voglia di piangersi addosso per chi cresce sapendo che ogni istante in questo mondo è la ricchezza più grande che si possiede, per coloro a cui viene insegnato che la vita è un regalo da sfruttare in ogni istante che ci viene regalato.

E non c’è nemmeno spazio per il rancore.

Siamo tornati in Germania, in Italia, in Francia senza più genitori, fratelli, mogli e figli. Ci siamo messi sotto alle finestre a guardare altri vivere nelle case che prima della guerra ci appartenevano.

Ci siamo alzati le maniche, scoprendo numeri impressi a fuoco nel braccio e nell’anima e abbiamo ricominciato da capo.

I paesi invasi dalle ondate migratorie dovrebbero studiarsi la storia ebraica e il nostro modello di integrazione.

Ovunque siamo andati, abbiamo fatto attenzione a non scivolare sulle nostre lacrime.

Non abbiamo aspettato la pietà, la compassione dei paesi che ci accoglievano. Abbiamo detto grazie e, dal primo istante, cercato di integrarci nel tessuto sociale del luogo che ci ospitava donando  i nostri talenti e il nostro potenziale per lo sviluppo e l’avanzamento. Per il futuro nostro e degli altri.

C’è chi usa la disperazione per giustificare i massacri di innocenti.

E chi cerca di accantonare la disperazione nel cassetto dei ricordi e risalire la china concentrandosi sulle nuove opportunità offerte.

Gentile Hillary Clinton, politici europei e italiani che cercate una ragione, un motivo dietro alla trasformazione di questi esseri umani in schegge mortali.

Anche se scopriste una loro situazione personale tragica, seppure in molti casi queste persone abbiano in un tenore di vita allineato con la società in cui vivono, anche se così fosse, nulla, nulla, può giustificare la violenza cieca contro altri esseri umani. Nulla, nulla, può dare il diritto a un individuo di privare un altro del suo domani.

E andare alla ricerca di giustificazioni significa preparare un terreno fertile per i prossimi atti.

Mai un popolo è stato trattato peggio dalla storia come quello ebraico.

Eppure, ovunque ci abbia portato il vento dell’odio, ci siamo integrati, abbiamo imparato la lingua del posto, studiato a memoria Foscolo, Quasimodo e Leopardi.

Abbiamo ideato le lasagne al ragù senza latte, sappiamo che sta a noi doverci inserire nel luogo dove viviamo. Non abbiamo mai domandato che fosse il paese che ci accoglieva ad adeguarsi alle nostre usanze.

Dina demalchuta dina, la legge del posto deve diventare la tua legge, dice il Talmud.

Ai leader che  vanno alla ricerca di giustificazioni per atti assassini e criminali, forse sarebbe il caso di offrire qualche lezione di storia ebraica.

L’integrazione vera, anche dei più disperati della storia del mondo, è possibile e può diventare realtà. Ma dipende innanzitutto dai valori che trasmettono la religione e la famiglia dei nuovi arrivati. E dalla loro volontà di entrare a far parte in maniera positiva e costruttiva della società che li accoglie.

Gheula Canarutto Nemni