Gad Lerner mi ha diffamato

promised landGad Lerner,

Con i suoi programmi televisivi, con i suoi proclami mediatici in cui domanda la fine dell’occupazione israeliana, senza nemmeno spiegare chi attaccò per primo e chi agi’ per legittima difesa, lei ha leso il mio onore, ha offeso la mia reputazione, ha creato un’immagine falsa che di me, della mia nazione,  si fanno chi la legge e la ascolta. 

Lei parla da ebreo. E per questo, l’ignaro pubblico, le crede quando parla del popolo ebraico.

Quella terra ci appartiene per diritto. È stata promessa da sempre al popolo ebraico. Apra Bamidbar, Numeri, nella porzione che leggeranno tutti gli ebrei del mondo questo sabato. Cinque donne si avvicinarono a Mose’ per domandargli di rientrare anche loro nella spartizione della terra di Israele. 3300 anni fa gli ebrei erano già connessi alla loro terra. Sfogli la Bibbia nella porzione successiva, dove si racconta delle tribù che avrebbero ricevuto le terre al di là del Giordano. 

La terra di Israele non è stata data al popolo ebraico in maniera provvisoria, come lei fa credere ai suoi ignari spettatori e lettori.

La definizione di Terra Promessa che dà l’ebraismo non è idolatria della terra, per poterne rivendicare la proprietà, come lei afferma. E’ promessa della terra. Promessa fatta da D-o ad Abramo di dare quella terra, la terra di Canaan, ai suoi discendenti, in più passi della Genesi. E’ la promessa fatta ad Isacco (Genesi 26-4), a Giacobbe (Genesi 28-13; Genesi 35-12 ecc ). E’ la spartizione della terra promessa agli avi di Israele tra le dodici tribù, scritta nella Bibbia . L’idolatria è aborrita dalla religione ebraica, lo vorrei ricordare io, al posto suo, a chi segue i suoi scritti.

Lerner non metta in bocca al mio D-o parole che Egli non dice.

Il mio D-o non ha mai detto che gli ebrei sono stranieri nella terra promessa, come lei racconta.

 Il mio D-o quella terra la promette e la fa conquistare ai miei avi.

Non attribuisca agli ebrei credi in cui la maggioranza assoluta di una nazione non si ritrova.

Non appiccichi addosso al mio popolo e a me, una etichetta che le fa comodo per potere farsi trasmettere e pubblicare da chi non vede l’ora di gettare fango addosso al popolo a cui appartengo.

Visto che lei si arroga il diritto di parlare a nome mio, mi permetta di dirle un’ultima cosa. 

Ognuno di noi viene messo al mondo con uno scopo preciso. Questa meta D-o però non la rende facilmente raggiungibile. E costella il percorso di ostacoli e false promesse. 

Lerner, a lei è stato fatto il dono di potersi fare ascoltare da molti italiani. Sfrutti la sua posizione mediatica per raccontare quante volte al giorno gli ebrei pronunciano la parola pace nelle proprie preghiere. Racconti i messaggi straripanti di amore e nessuna vendetta, delle madri davanti ai corpi assassinati e bruciati dei loro tre figli.

Si faccia portavoce di quei valori ebraici che ci hanno fatto cantare e pregare all’entrata dei forni crematori.

Scriva la verità, non sezioni la mia religione, la mia cultura, i principi che guidano il mio popolo, a suo piacimento.

Questa è diffamazione.

Gheula Canarutto Nemni

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Lettera aperta a Obama sulla presunta correlazione tra cambiamenti climatici e terrorismo

Gentile Presidente Obama,

Pochi giorni fa le Sue parole hanno riecheggiato nell’aria di Milano, la mia città.

Abbiamo avuto l’onore di sentire la Sua opinione riguardo alle nuove tecnologie, all’impatto che avranno sul futuro dei nostri figli. Riguardo al cibo, alla salute, agli sprechi.

Poi ha iniziato a parlare di immigrazione, dei profughi che soffrono la fame a causa dei cambiamenti climatici, persone che non hanno lavoro perché il clima si sta modificando.

“Sono certo che questa sia una delle cause che provocano la radicalizzazione e fomentano il terrorismo in molti paesi del Medio Oriente e dell’Asia del Sud. Se molti giovani si ritrovano disoccupati, finiscono per indirizzare le proprie energie in un modo non sano”. Queste sono state le Sue parole.

Le ho rilette tre volte, forse avevo perso un pezzo per strada.

La disoccupazione è una delle cause del terrorismo. Questa frase va contro ogni valore in cui sono stata allevata, contro ogni principio che mi hanno insegnato. Stiamo davvero illudendoci che una persona possa arrivare ad uccidere degli innocenti perché non ha un impiego?

Gentile Presidente Obama, dobbiamo impegnarci a trasmettere ai nostri figli un messaggio diverso. Un messaggio che vada oltre il lavoro, le necessità materiali e il denaro.

Di tutto questo ne abbiamo bisogno, senza ombra di dubbio. Cibo e lavoro dovrebbero essere diritti garantiti a ogni essere umano.

Ma la vita riserva sempre delle sorprese. In tempi di crisi economica o di guerra ci si può ritrovare disoccupati, qualche volta senza cibo nel frigorifero.

Nessuna di queste condizioni può essere usata come giustificazione per uccidere dei giovani in una discoteca, per fare saltare per aria un autobus, per lanciare un aereo contro le Torri Gemelle.

Molti terroristi che hanno stravolto il nostro mondo con i loro atti violenti, non erano nè disoccupati nè affamati. Molti di loro erano acculturati, sia dal punto di vista occidentale che sotto quello dell’estremismo islamico.

Nel medio oriente, in Asia del sud e in Europa, molte persone stanno incanalando le proprie energie in direzioni sbagliate. Perchè nessuno si sta occupando di muovere queste energie nella giusta direzione.

La nostra società è in preda a un vuoto ideologico. Ed è in questo vuoto che le ideologie violente si radicano con grande successo.

Non stiamo trasmettendo ai giovani dei valori veri.

Ci stiamo dando da fare per nutrire i loro corpi e qualche volta la loro cultura.

Ma stiamo trascurando il loro spirito.

Gli esseri umani sono fatti di corpo e anima. Entrambe queste dimensioni necessitano di nutrimento.

Le nuove generazioni sono affamate di valori. Sono assetate di mete verso cui correre.

Chi vuole davvero fare progredire l’umanità e portarla fuori dal tunnel buio in cui è rimasta incastrata, non può occuparsi solo degli aspetti materiali del mondo.

Un individuo può possedere milioni di dollari, ma senza uno scopo, un obiettivo di vita, sarà una persona povera e vuota, pronta ad essere riempita. Dal bene e dal male.

Per cambiare in meglio il destino dell’umanità, bisogna investire sull’educazione di ogni persona.

Non sono i cambiamenti climatici che trasformano gli individui in terroristi. Né i campi senza raccolto. E’ l’aridità in campo educativo. Iniziamo a sfamare le nuove generazioni, oltre che con il cibo materiale, anche con quello morale.

Gheula Canarutto Nemni

 

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L’odio spiegato a mio figlio 

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Nella vita diamo tante cose per scontate. L’amore per il bello, per il buono, per il lato positivo. Pensiamo sia naturale buttarsi in mezzo alla strada per salvare un bambino che corre dietro alla palla, insegnare a leggere, a scrivere, trasmettere l’amore per la conoscenza, spegnere un fuoco prima che si trasformi in un incendio indomabile.

Presumiamo che tutti siano stati allevati con gli stessi valori.

Purtroppo non è sempre così.

Non tutti stanno dalla parte del bene. Quello che tu definisci male, altri lo chiamano bene. E viceversa.

Non in tutte le società si insegna a costruire, a salvaguardare la vita. Ci sono giovani a cui viene trasmesso sui banchi di scuola che la costruzione del proprio futuro passa attraverso la distruzione del presente degli altri.

In molti posti l’eroe non salva. L’eroe uccide.

In questi giorni hai visto le fiamme lambire la terra, tingere di rosso il cielo. Hai visto incenerire palazzi, prendere fuoco automobili, intere famiglie fuggire dalla propria casa prima che fosse troppo tardi. Hai visto sparire, inceneriti, migliaia e migliaia di alberi piantati in terreni aridi, annaffiati con la fede, curati con la speranza di vedere fiorire il deserto.

Davanti ai tuoi occhi la voglia di distruggere, di devastare, di terrorizzare, trova persino giustificazione.

Non ti perdere d’animo, amore mio. E’ da migliaia di anni che remiamo contro le correnti del mondo. Che concediamo la libertà agli schiavi quando le civiltà intorno negavano loro ogni diritto. Che riteniamo più rieducativo costringere un ladro a vivere in una famiglia dove imparerà cosa sia il rispetto, piuttosto che rinchiuderlo in una prigione dove imparerà nuove tecniche per rapinare. Sono infiniti secoli che costruiamo sinagoghe dove ce le hanno chiuse, sequestrate, trasformate in chiese, bruciate. Abbiamo insegnato l’amore per il dubbio, per la domanda quando intorno si accettava solo l’univocità della risposta.

Puntualmente arriva la sfida ai nostri valori, l’ascia che colpisce e tenta di abbattere ciò che, con estrema fatica, abbiamo costruito. Ce la faremo, con l’aiuto di D-o, anche stavolta. Con l’aiuto di Chi ci ha insegnato a comprendere l’amore di una madre uccello per il proprio figlio, a salvaguardare l’ambiente, a rispettare la natura anche durante la battaglia.

I tuoi avi non hanno mai smesso di combattere per la diffusione del bene, di quel bene che costruisce e abbraccia, che semina gioia, nascita, impegno e costruzione.

Domani, sui solchi neri lasciati dalle radici soffocate dal fuoco, ci sarà qualcuno che all’alba, guardando il sole rosso che sgorga di nuovo dal cielo, farà dei piccoli fori nel terreno bruciato e pianterà dei nuovi semi. Li nutrirà con quella cenere venuta dall’odio. E che il tuo popolo, per l’ennesima volta, cercherà di trasformare in bene.

Gheula Canarutto Nemni

 

Libertà individuale. Destino collettivo

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Spesso pensiamo che ci sia un io e ci sia un noi. Quello che pertiene alla nostra sfera personale e quello che invece sta al di là di noi stessi. Che ci sia la nostra vita, nella nostra casa, quello che ci succede dentro. E che ci sia un là fuori, ciò che accade agli altri oltre la nostra soglia. Che ci sia uno e ci siano tanti. Era il 6 di Sivan del 2448 esimo anno dopo la creazione. Il mondo era in tumulto. E ovunque regnava il silenzio perfetto. Un intero popolo, uscito appena 49 giorni prima dalla terra da cui nessuno schiavo era mai fuggito, si ritrova ai piedi di un monte. E lì, tra i fumi e i suoni dello shofar che irrompono nell’aria fendendo il silenzio, si inizia a scrivere la storia al plurale. Davanti al monte Sinai si ritrova un insieme di genti. Uomini, donne, bambini, individui di ogni età e genere. Un’unica persona con un unico cuore, così vengono descritti. Mentre si accampano ai piedi di quella montagna, ognuno di loro si dissolve in un uno che li contiene. Ai piedi di quella montagna il singolo diventa collettività, si sente parte di qualcosa più grande, si dissolve al di là di se stesso. Ai piedi di quella montagna, dopo avere sentito i Dieci Comandamenti, quelle stesse persone affermano ‘naase venishmà’ faremo ed ascolteremo, ognuno di loro ritornando nella sfera dell’io, da cui era venuto. Da unità indistinta formata da infinite genti, si ritorna all’individuo, al singolo uomo, donna, bambino. Ai piedi di quella montagna il confine tra l’io e il noi si è trasformato in qualcosa di diverso. E’ diventato un’andata e ritorno tra ciò che faccio e ciò che succederà agli altri in conseguenza della mia azione. Ogni singolo atto dell’individuo ha un riverbero su una miriade di genti, magari distanti migliaia di chilometri dal luogo in cui quell’azione è stata fatta. Il libero arbitrio, da quel momento, è a disposizione di tutti. Ma è lì, in mezzo al deserto, nella terra di nessuno, che abbiamo imparato che non esiste atto, buono o cattivo, relativo solo a noi stessi. Da quel giorno, da quando la Torah è arrivata in terra, tutti noi siamo diventati parte di un uno più grande e ogni piccolo gesto individuale liberamente espresso, ha un impatto, nel bene o nel male, immenso.

Gheula Canarutto Nemni

Parigi, 9 gennaio 2015. Babilonia, Auschwitz. E le nostre cetre.

psalm-137Sui fiumi di Babilonia là ci siamo seduti e abbiamo anche pianto al ricordo di Sion. Sui salici in mezzo a quell’acqua abbiamo appeso le nostre cetre, perché lì i nostri carcerieri ci domandavano parole di canto e i nostri tormentatori ci dicevano, portateci gioia, cantateci un canto di Sion. Ma come potevamo noi cantare un canto a D-o in terra straniera?

Nelle strade d’Europa i nostri nonni sono scappati e hanno pianto al ricordo dei paesi in cui erano nati. Tra corpi ammassati del proprio popolo, i nemici hanno provato a seppellire le loro speranze in un futuro migliore. Perché lì, tra i fumi di Auschwitz e Birkenau non sembrava esserci nascosto un domani. E poi come potevano cantare un canto a D-o in una terra grigia di cenere umana?

Sul fiume di Parigi lì ci siamo seduti e abbiamo anche pianto, ricordando la civiltà occidentale. Sui corpi massacrati di giornalisti ed ebrei abbiamo posato le nostre penne, perché lì i nostri valori sono rimasti insanguinati da chi prova gioia e sa cantare solo di fronte alla morte dei propri simili. Come possiamo noi cantare in in un mondo che ci è diventato di nuovo diventato straniero?

Dai fiumi di Babilonia ci siamo rialzati. Dopo un lungo cammino, l’aria di Gerusalemme ci ha di nuovo inebriati. Dalla shoà siamo risuscitati. Dalle ceneri dei campi di sterminio abbiamo tratto energie vitali.

Non è alla razionalità che il popolo ebraico si è sempre appellato. Fra i morti nelle redazioni e dentro ai supermarket casher, tra gli urli delle madri che vanno incontro alle bare dei figli avvolte dalla Stella di Davide, razionalmente la nostra voce non potrebbe essere altro che un muto canto.

E come possiamo noi cantare con il piede straniero sopra il cuore? Grazie a una forza suprema, irrazionale, eterna, che preme contro la gola trasformando gli ultimi respiri, nel suono dello Shemà Israel.

Alle fronde dei salici, grazie alla fede, non troverete le nostre cetre appese. No, le nostre cetre saranno dentro alle sinagoghe, nelle scuole ebraiche, nei luoghi di studio della Torà. E da lì continueremo a fare sentire la nostra voce, il nostro canto, le nostre preghiere.

Gheula Canarutto Nemni

 

La nazione ebraica non è nazione senza la Torà (Rav Saadia Gaon)

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Intorno a me nulla si muove. Non si sente un battito d’ali, il vento si è fermato. I fiumi sono in attesa, le onde aspettano il prossimo segnale. Il destino del mondo sta cambiando in eterno.

D’ora in poi gli schiavi godranno di diritti che il sistema giuridico internazionale riconoscerà loro solo tra più di tremila anni, coloro che subiranno un danno fisico verranno risarciti in base alla professione che svolgono, i businessmen fermeranno la propria corsa per venticinque ore settimanali. Il creato avrà finalmente le leggi e la giustizia che solo il suo Creatore avrebbe potuto ideare. Abbiamo anelato questo momento.

Abbiamo contato ogni secondo che ci separava da questo traguardo. Da qui in avanti non saremo più un semplice insieme di genti, un gruppo di persone che si è incontrato per caso. La voce di D-o ci dirà quali azioni si aspetta da ognuno di noi. Le Sue parole contenute nella Torà ci indicheranno la strada comune in cui incamminarci.

Apro gli occhi dopo avere percepito il più alto livello di spiritualità mai manifestato all’uomo.

E invidio.

Quelle generazioni che, diversamente da noi, questa rivelazione non l’avranno vista con i propri occhi e che continueranno comunque a credere.

Sono geloso di chi andrà avanti a rispettare shabat, a fare kidush, in quei tempi in cui D-o sarà così nascosto, da sembrare quasi sparito.

Stimo chi camminerà per le strade con una kippà in testa, corazzato dal proprio orgoglio, diretto a una serata di studio, verso una preghiera, a un ristorante kasher.

Ammiro profondamente queste persone che, nonostante i tempi avversi, continueranno a portare avanti un messaggio antico di tremilatrecento anni che noi abbiamo ascoltato in diretta.

Individui che trasmetteranno ai propri figli il segreto della sopravvivenza del nostro popolo tra i settanta lupi, che insegneranno la resistenza fisica e spirituale di un raggio di sole minacciato da un buio incombente, attraverso le parole di shemà Israel pronunciate in posti chiamati Auschwitz e Mathausen, facendo rimbombare la fede nel proprio Creatore tra anime e cenere.

D-o metterà le future generazioni alla prova in tutti i modi.

Ma, da qui io lo posso vedere, loro non Lo dimenticheranno.

Oggi abbiamo visto il Cielo congiungersi con la Terra, la spiritualità con la materia, D-o con il Suo popolo.

Eppure, il più grande miracolo di tutti i tempi sarà poter percepire la fede della mia gente, il loro voler portare avanti a tutti costi e nonostante tutto, Torà e mizvoth, a Roma, a Milano, in una Bruxelles del 2014.

Questo sarà il cuore pulsante, l’elisir di eterna vita, della nostra nazione.

Monte Sinai, 6 Sivan 2448

Vostro Mosè

 

Gheula Canarutto Nemni

Se vuoi renderti indimenticabile

maria luceDa quando è stato creato il mondo, esiste un metodo infallibile per farsi notare. Per ottenere visibilità, per avanzare. E per potere lasciare una traccia indelebile di sé nei tempi a venire. Basta essere dei trasgressori. Una volta lo erano quelli che, bombolette alla mano, riempivano i muri cittadini di graffiti e slogan multicolori. Fino a qualche tempo fa riempivano le pagine dei giornali quelli che, pur di fare sentire un proprio pensiero diverso, si arrampicavano fino al tetto del grattacielo più alto dell’universo. Facevano parlare di sé quelle donne che, coperte da pochi centimetri di stoffa, camminavano per la strada sperando di fare notare più le proprie cellule epiteliali che quelle neuronali. Oggi tutto questo non fa più notizia. Non esiste più un muro che non sia stato imbrattato, dai tetti più alti si urlano slogan identici in tutte le lingue, nessuno nota più un corpo di donna, da quanti ne girano senza mistero persino con il termometro sotto zero. Oggi per rientrare nella categoria dei trasgressori, di quelli che vanno contro le usanze comuni, per fare notizia e venire notato basta dire buongiorno, grazie e per favore, restituire qualche migliaio di euro trovato per caso in un cassonetto, tenere la porta aperta alla vecchietta vicina di casa. O, come ha fatto una ragazza di nome Maria Luce, rifiutarsi di salire su un palco quando il regista richiede di togliere un po’ troppi abiti e veli. La notizia è rimbalzata su Facebook e le maggiori testate italiane. “Una ragazza non si è spogliata, mettendo a rischio la propria carriera”. Questo ormai fa scoop, il non essere come tutti si aspettano che si sia. Tutti corrono per sette giorni su sette all’impazzata? Basta fermarsi per venticinque ore. Tra qualche settimana si avrà un giornalista che verrà a domandare come ci si può permettere questa pausa forzata. Tutti si siedono al primo ristorante in cui ci sia un rapporto qualità prezzo ragionevole? Basta girare per la città domandando dove si trovi il ristorante kasher della zona. Il numero di persone che si volterà a guardare sarà più alto di quelle che si sono girate per il vip appena passato. Tutte si conformano al modello femminile che dilaga, alla donna oggetto, senza senso del pudore o regola di un vestire un po’ modesto? Basta coprire la scollatura, indossare gonne oltre al ginocchio e maniche oltre il gomito. E aspettare sicure. Nel prossimo numero di Vogue si sarà in copertina.

Gheula Canarutto Nemni

Cittadino e straniero

 

 

diverso

 

 

 

 

 

Ho aperto gli occhi stamattina accecato dalla luce che entrava attraverso la tenda. Eppure intorno a me toccavo con mano un buio pesante. Ho camminato per terre e paesi alla ricerca delle radici di quell’assenza di luminosità, domandando ai viandanti che via via incontravo, se anche loro sentissero sulla propria pelle quel peso perenne di risposte mai date. Scuotevano la testa dicendo, a noi non interessa, stiamo bene così, dove ci troviamo, con i piedi, la testa e il cuore. Non si dia troppo da fare, signore, non vale la pena, si occupi della sua vita quotidiana, non di dare un significato profondo alla sua esistenza. Li ho guardati in faccia e ho capito. Non mi sarei mai sentito davvero parte di quelle genti. Anche se con loro spartiscol’aria, il sole, la terra. I frutti, le paure e i venti. Anche se parlo la loro lingua e muovo le mani allo stesso modo. Io quel buio lo avverto in ogni mia cellula.  Percepisco nell’animo quel vuoto che mi circonda. Dopo lunghe peregrinazioni del corpo e della mente ho trovato la ragione di quell’assenza di luce. Era l’Io, il sentire solo se stessi, come motore propulsore, fattore scatenante, ragione d’essere e per cui correre, di ogni cosa.  Ora volgo gli occhi verso il cielo e nei disegni che formano le nuvole, vedo una Mano che muove ogni cosa. Dietro al fruscio di una foglia so che ci sta una precisa intenzione.  Il mondo per me non è un insieme casuale di causa ed effetto, di concatenazioni arbitrarie gestite da un destino o da un dispetto, una macchina messa in moto qualche volta dall’uomo e in alcuni giorni, quando si è incapaci di fornire spiegazioni, da un caso cieco e arbitrario. Ora so che l’universo è parte di un Essere al di là di ogni cosa, ma che dentro di sé comprende tutto il creato. Seppellisco i miei morti in una terra, in un insieme di polvere e sassi, che accoglie indifferentemente ogni fine respiro. Io oggi però so. Che nella mia essenza e nell’essenza dei miei figli sarò sempre diverso. Un non allineato. Io Abramo, padre di Isacco e futuro progenitore del popolo ebraico, sarò pure un cittadino come ogni altro abitante. Ma dentro di me e di ogni mio discendente ci sarà un sentimento che permetterà al mio destino di rimanere infinito. Sarà la percezione di ogni ebreo, rispetto ai cittadini del mondo, di essere sempre uno straniero.

 

Gheula Canarutto Nemni

Un messaggero cristallino

water sukkotPer cosa  corriamo ogni giorno della nostra vita?

Cosa inseguiamo svegliandoci all’alba e andando a dormire quando le stelle già da tempo brillano nell’atmosfera?

Cosa ci porta a spingere sull’acceleratore della vita, a fermarci solo nelle corsie di emergenza, a dimenticare cosa ci scalda davvero il cuore e placa la nostra sete?

Cosa cerchiamo ogni giorno con tutti noi stessi? Forse il denaro, quel pezzo di carta ammiccante che promette ogni bene terreno?

Forse il potere, quella capacità di ammaliare le folle, di muovere gli altri come se fossero automi o pedine, di far scaturire comportamenti con

un semplice battito di ciglia?

E se fosse il denaro, una volta ottenuto come vorremmo fosse il nostro stato d’animo?

E se fosse il potere, una volta raggiunto, quale sogneremmo come sentimento prevalente dentro al nostro cuore?

La verità è solo una, caro lettore.

Ognuno di noi, dalla prima lieve apertura delle palpebre sulla luce del mondo, desidera una sola cosa.

La felicità.

Con il denaro ci si illude di comprarla. Con il potere di catturarla.

E forse la vita è solo un grande slalom per sfidarci a trovarla.

C’è una festa chiamata il tempo della nostra gioia. Per celebrarla si versava sull’altare l’elemento più puro e semplice che la natura ci offre. Senza gusto né corpo. Senza tinta nè sostanza. Un elemento senza il quale nessuno sopravvivrebbe. L’acqua. E noi che corriamo inseguendo ciò che ci illudiamo ci renderà felici,  noi che rinunciamo ai nostri giorni pur di sognare la notte gioie illusorie, la vera fonte di ogni sorriso ce l’abbiamo a portata di mano. Dietro a una parola di un figlio, uno sguardo grato di un povero che abbiamo aiutato, nel solco  lasciato dai tefilin che abbiamo appena messo, nella gratitudine di un ospite che abbiamo appena saziato, in un piccolo ma sicuramente  enorme passo avanti verso Chi ci ha creato.

D-o possiede infiniti messaggeri depositari dei segreti di una felice esistenza. L ‘acqua con la sua semplicità, purezza,  gratuità, facilità di ottenimento, ce lo ricorda col suo essere protagonista una volta all’anno. A noi non resta che coglierne il semplice, profondo, eterno messaggio.

Buon tempo della felicità

Gheula Canarutto Nemni

Dieci regole per il quieto vivere (e per mettersi finalmente l’anima in pace)

Marc-Chagall-Moses-and-the-Ten-Commandments-large-1154213874Non sprecare energie per andare alla ricerca di qualche entità che possa soddisfare ogni tuo desiderio. Non scalare inutilmente cime innevate per ottenere risposte.  Regola numero uno. Alza gli occhi al cielo e ricordati. Che da D-o, Quello stesso che ti ha fatto uscire dall’Egitto e dimostrato attraverso miracoli la propria Onnipotenza, proviene ogni cosa.

Non dare troppo peso al denaro, al potere degli uomini, alla politica e al prestigio. Non asservirti a loro, mettendo anima e corpo nel loro inseguimento. Regola numero due. Non farti altri idoli. Perché tanto nessuno di loro avrà mai a cuore come il Signore tuo D-o, la tua vera felicità.

Non riempirti la bocca di brutte parole, di imprecazioni, di mancanza di rispetto verso Chi ti ha creato.  Regola numero tre. Acquisisci consapevolezza del potere infinito delle tue parole.  Prenditi un giorno tutto per te. Per tua figlio, tua figlia, tua moglie e coloro che ami. Impara a porre una distanza di sicurezza tra te e il mondo che ti circonda, a ritagliare degli spazi per la tua famiglia e per la tua anima. Regola numero quattro. Se a D-o sono bastati sei giorni per creare un intero universo, sicuramente il tuo lavoro può essere accantonato senza rischio di fallimento per un giorno alla settimana.

Sii sempre riconoscente verso chi ti ha messo al mondo.  Verso coloro che hanno ancora le occhiaie nere per la mancanza di sonno dovuta ai tuoi pianti notturni. Verso chi ti ha imboccato cantando canzoni stonate, facendo volare aeroplanini sulla tua testa, pur di vederti ingrassare di qualche benedetto grammo ogni giorno. Regola numero cinque. Ama tuo padre e tua madre e rispettali sempre. E un giorno, quando sarai vecchio e sdentato, anche tu verrai rispettato.

Non credere che tutto ti appartenga. Non essere arrogante al punto di pensare di potere disporre della vita degli altri come ti pare. Regola numero sei. La vita di ognuno, anche di chi ti sembra il più miserabile, è un dono di Chi l’ha creata. E non sta a te inventare nuovi criteri per decidere se valga la pena di essere vissuta.

Cerca di nuotare controcorrente. E se tutti dopo un po’ si stufano di quello che hanno, tu inventa una nuova moda. Regola numero sette. Ama ogni giorno di più chi ti sta accanto.

Sì è vero, sembra che la felicità dipenda da quella Maserati Biturbo. Da quel collier da trecentomila euro così facile da prendere, da quel gruzzolo di soldi che in quel momento nessuno controlla. Regola numero otto. Chi ruba, chi si impossessa illegittimamente di ciò e chi che non gli appartiene, non rischia solo qualche anno di prigione. Ma si arroga il diritto di sapere fare meglio i calcoli su cosa spetta a quali persone. Meglio di Chi distribuisce e assegna i possedimenti al genere umano.

Le bugie hanno le gambe corte. Anche se quel signore proprio non ti sta simpatico, non pensare di poterlo vedere soffrire semplicemente inventando su di lui qualche storiella. Regola numero nove. Sii sempre un testimone onesto ed attendibile. Se magari un giorno ti troverai tu sul banco dell’imputato, sicuramente desidererai solo la verità raccontata sul tuo conto.

Tutto questo per insegnare che esiste un ordine a questo mondo. Un’Entità che decide presente, passato e futuro. Il tuo conto in banca, l’aspetto di tua moglie, la marca del letto su cui dormi ogni sera. E quindi è inutile che cerchi di scoprire costantemente col binocolo la marca della giacca del tuo amico. Che tu chiuda gli occhi sognando quello che lui possiede. Regola numero dieci. E poi vuoi sapere la verità? L’erba del vicino non è sempre più verde come ti potrebbe sembrare. Parola di D-o e dei Suoi dieci eterni comandamenti.

Buon shavuot, buona festa della Torà

Gheula Canarutto Nemni