Cum grana salis

C’era una volta,  giugno del 2015, una famiglia che si era seduta in un ristorante kosher a Venezia. In attesa di venire serviti, i genitori tirarono fuori la pappa della piccola di otto mesi.

 Appena provarono a mettere la pappa nel cucchiaio del ristorante, da dietro balzo’ un temibile cameriere. ‘Come osate dare la pappa al vostro bambino utilizzando il nostro cucchiaio?’ Urlo’. I due genitori si guardarono straniti. ‘Ma guardi che non c’è niente che non vada bene qui dentro. È’ una pappa a base di verdure e grana’ provarono a dire. Ma il cameriere si adirò ancora di più. ‘Grana?’ Esclamò paonazzo, ‘ve lo vieto in maniera assoluta’. I due ospiti si alzarono adirati, presero la piccola in braccio e se andarono a mangiare da  un’altra parte. La’ dove le esigenze di un bambino di otto mesi venivano prese molto più in considerazione. L’Ansa subito riprese la notizia. Gli ebrei cattivi fanno sempre click e condivisioni. Perché non approfittare e creare uno scoop sulla mancanza di sensibilità e comprensione di questi ebrei sempre un po’ demoni? La voglia di colpire nel segno  l’immaginario collettivo fu maggiore dell’etica che ogni giornalista e testata dovrebbero usare come condizione minima alla base di ogni pubblicazione. Maggiore del dovere di sapere prima di far sapere. Maggiore del doveroso  approfondimento  che avrebbe portato il giornalista di turno a Venezia, a scoprire che il ristorante e’ kosher e pure di carne e che quindi qualsiasi cibo non kosher soprattutto  derivato del latte non può entrare in contatto con le posate e piatti del posto. Cari giornalisti, cum grana salis, parafrasando  gli antichi maestri. 

Gheula Canarutto Nemni 

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Cronaca da Gerusalemme, 5.08.2014

Correva il 9 di Av del 1800 e beis hamikdashqualcosa. Napoleone passava davanti a una sinagoga in una città d’Europa. Da dentro provenivano pianti e lamenti. Cosa succede là dentro? domanda Napoleone.  Perché piangono in quel  modo?

Non è niente, generale, gli risponde un suo soldato. Sono gli ebrei. Piangono per la distruzione del loro santuario di Gerusalemme.

Mi spiace, dice Napoleone. Ma quando è successa questa distruzione?

2000 anni fa, generale.

Napoleone spalanca gli occhi stupito. Ma poi si ricompone e afferma.

Se piangono ancora dopo 2000 anni, sicuramente verrà anche ricostruito.

Mi trovavo a Venezia nei giorni scorsi. Ho visitato le sinagoghe del 1500. Ho accarezzato il legno, gli intarsi, le incisioni a cui i miei antenati hanno dato vita in quei tempi. Ho tirato giù mio figlio dagli scalini che portavano all’Aron Hakodesh, soffermandomi un attimo per guardare la scena. Un bambino con la kippà in testa, alla vigilia di un altro 9 di Av della nostra storia, calcava gli stessi  gradini che 500 anni fa altri uomini e bambini con la kippà avevano calcato.

D-o, ho detto alzando gli occhi al cielo. I miracoli non sempre noi li vediamo. Qualche volta la vita ci appare come una lunga  concatenazione di eventi regolata da fenomeni e casualità.

Invece dobbiamo avere il coraggio di dirlo. Quel bimbo oggi, nonostante tutti i popoli che hanno provato e provano a distruggerci, è un miracolo nel vero senso della parola. Nessuno statistico potrebbe spiegarlo, nessuno storico descriverlo, nessun mago farlo.

Solo D-o, nella Sua infinita bontà, ha potuto realizzarlo.

E se piangiamo ancora oggi, il 4 agosto 2014, dopo quasi 2000 anni, non c’è ombra di dubbio. Che presto, in un batter d’occhio, vedremo il nostro santuario ricostruito.

 

Gheula Canarutto Nemni

Nostalgia di una figlia

foto papi z'l

Stanotte eravamo davanti alla lapide di Leon da Modena, stavamo leggendo i versi che venivano alla luce via via che grattavamo dalla superficie di marmo le incrostazioni del tempo.

Cercavamo di dare un senso ai simboli, di attribuire un significato alle righe e alle rime, di restituire respiro al suono delle parole antiche che rimbombavano nel buio della casa della vita, come si chiama in ebraico il posto del riposo eterno.

A un certo punto mi hai guardato e mi hai detto: assomigli alla mamma, ma i tuoi occhi sono esattamente come i miei.

Mi sono guardata allo specchio e ho pensato che sì, lo avevo sempre saputo, eppure non ci avevo mai davvero pensato. Gli occhi sono lo specchio dell’anima e in quello specchio avrei dovuto sempre vedere anche una parte di te.

Quello spirito combattente contro chi voleva farci sparire dal mondo, contro l’oblio del tempo, contro i colori che sbiadiscono e che tu cercavi di fermare su una pellicola Agfa da 400 asa.

Ogni volta che mi fermo a pensare da quanti giorni non riesco più a vederti con gli occhi del corpo e da quanti mesi devo immaginarti con gli occhi della mente, da quante notti ti devo sognare, come la scorsa notte, per poterti parlare, non riesco a crederci. Che siano passati così tanti anni dal nostro ultimo abbraccio.

Ma io lo so che ti afferro ad ogni mio passo,

quando racconto di Torah,

di ebrei,

quando parlo di D-o,

di miracoli nascosti nella natura,

di orgoglio ebraico e fede.

E ti ritrovo li’, nascosto tra le righe,

una testa che spunta tra la gente.

Ti voglio bene papi, ma Lassù, dove stai godendo della pura presenza divina, della luce trascendente con i giusti di ogni luogo e tempo, ogni cosa è risaputa. Anche il mio amore infinito per te.

Che la tua anima  rimanga sempre attaccata alla vita

Tua Gheula

 

Canarutto

 

Nemni