Lettera di un bambino ucciso dal silenzio del mondo

Ciao mamma,

addio papà,

vi ho visto per pochi istanti e vi devo già salutare.

Vi voglio bene mamma e papà,

purtroppo però me ne devo già andare.

Mi ero illuso di potere arrivare al mondo tra due mesi, di potermi nutrire del latte materno   tra un pianto e l’altro, di aprire gli occhi lentamente e scoprire il mistero di ciò che mi sta intorno.

Ma questo momento non è mai arrivato.

Da dentro al grembo  ho sentito sparare, urla di spavento e terrore mi sono giunte attraverso il liquido amniotico in cui ero immerso, luci, sirene, rumori di soccorsi.

E il battito del mio cuore, che fino a pochi secondi prima possedeva un ritmo cadenzato perfetto, si è rallentato.

Non so spiegarmi il motivo per il quale tutto ciò è accaduto. Perché un uomo che non mi ha mai visto, abbia voluto sparare a mia madre e a me, nel suo grembo. Dicono che stavamo aspettando l’autobus in un pezzo di terra contesa, raccontano che è questa terra il motivo alla base di questo furore omicida.

Ottant’anni fa altri esseri come me venivano portati al macello. Neonati, infanti, bambini che non avevano ancora imparato a camminare, venivano marchiati a fuoco con dei numeri che indicavano Jude, ebreo. E poi assassinati in massa, perché appartenenti a quel popolo così inviso, invidiato, a cui non è permesso vivere in pace da nessuna parte.

Addio miei cari nonni con cui non ho mai potuto giocare. Ho provato a sopravvivere alla cattiveria dell’uomo, ma non ce l’ho fatta.

Nonostante sia nato al settimo mese di gravidanza e abbia potuto vivere per poche ore, posso dirvi con certezza che non è affatto vero che ogni individuo ha diritto alla vita, alla libertà ed alla sicurezza della propria persona come enuncia l’articolo 3 della dichiarazione universale dei diritti dell’uomo.

Non è vero che ogni bambino ha diritto ad avere una casa, una mamma e un papà.

E’ una menzogna,  il mondo non  si adopera affinchè ogni fanciullo possa essere protetto da atti di crudeltà come enuncia la dichiarazione dei diritti del fanciullo dell’Onu.

Per colpa di persone allevate nell’odio, nell’intolleranza, me ne vado con un nome Amiad Yisrael, dato solo per essere inciso sulla mia tomba.

Il libro della mia vita si chiude per via di società civili e mass media che considerano ancora oggi la morte di un ebreo nella propria terra meno grave della morte di individui di altre religioni.

Me ne vado in silenzio a causa di un mondo che ancora oggi utilizza la fede di appartenenza come criterio per assegnare valore alla vita umana.

Amore mio,

un ultimo bacio sul tuo sudario così piccolo che nessuno potrebbe immaginare contenere una vita vera ormai spenta.

Ancora un ultimo saluto alla tua piccolissima mano, ai tuoi piedini, al tuo cuore che sentivo battere dentro di me a ogni ora del giorno e della notte.

Domanda in Cielo il perché di tutto questo. Fai sicuro che ti diano una risposta.

Sei stato bambino per qualche istante, l’odio dell’uomo ti ha trasformato in un angelo eterno.

Mandami un bacio amore mio, grande come quello che ti avrei chiesto se l’educazione alla violenza non ti avesse strappato l’anima prima ancora di venire al mondo.

Gheula Canarutto Nemni

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Facebook e la complicità con i futuri assassini

All’attenzione di Mark Zuckerberg e degli amministratori di Facebook 

Qualche giorno fa ho segnalato un gruppo che incita in maniera esplicita alla violenza contro gli ebrei. L’incitamento avviene in maniera chiara con vignette, didascalie e post. 

Mi avete risposto che se la pagina o le sue foto ‘sono offensive o di cattivo gusto, il vostro suggerimento è smettere di seguirla o vederne meno contenuti’.  

Caro Mark Zuckerberg, gentili amministratori, vi chiedo di prendere due-tre minuti del vostro prezioso tempo. Leggete i commenti sotto al post che voi mi consigliate di non guardare più. 

Accantonate per qualche istante ciò che state facendo, perché da questi minuti potrebbe dipendere il domani di molte persone. 

La propaganda è stata uno strumento fondamentale per l’ascesa del nazismo. Joseph Goebbels costruì a tavolino una immagine distorta, falsa e negativa, dell’ebreo. La campagna mediatica gli servi’ per rendere odioso, odiato e nemico, l’ebreo. 

Quindi meritevole di morire. Dopo pochi anni sei milioni di ebrei erano stati inceneriti nei forni crematori. 

Tutto iniziò da lì. Da un naso adunco, da dita allungate e deformi che tengono ben stretti dei sacchetti pieni di soldi. 

Tutto iniziò con delle immagini che i passanti avrebbero potuto ignorare, che le persone la cui sensibilità veniva urtata, avrebbero potuto non guardare. 

Credete davvero che, se la gente si fosse voltata dall’altra parte, la Shoa’ non sarebbe mai avvenuta?   

La soluzione non sta nell’ignorare un problema, ma nel risolverlo. 

L’incendio non lo si doma ignorando le fiamme. L’incendio si spegne buttando acqua sul fuoco, dandosi da fare perché si estingua. 

Non è nascondendo le pagine antisemite dal mio profilo, che qualcosa la’ fuori cambierà. 

Non è vedendo meno post anti-semiti che le persone inizieranno a guardare l’ebreo nello stesso modo con cui guardano ogni altro individuo al mondo. 

Non sono io che devo chiudere gli occhi. Siete voi che dovete aprirli, prima che sia troppo tardi. Prima che nelle pagine di storia del prossimo secolo venga scritto che la nuova campagna antisemita iniziò nel secondo decennio del 2000 sulle pagine di un social network chiamato Facebook. 

Ci sono pagine che, secondo voi, non violano gli specifici standard della vostra Comunità. 

Rivedeteli questi standard, non lasciate gestire le segnalazioni ad algoritmi o ragazzini troppo giovani per capire. 

Il silenzio di molti paesi fu complice del piano nazista. 

Facebook si trova oggi davanti a un bivio. 

Se rimanere quel luogo di ritrovo, quella piazza virtuale in cui tutto avviene in maniera civile, democratica e rispettosa dei diritti.  

Oppure trasformarsi in un muro tappezzato di manifesti di Goebbels ed essere complice di chi semina odio e predica violenza e morte. 

Gheula Canarutto Nemni 

L’odio violento verso l’ebreo è arrivato a Milano

san gimignanoE’ arrivata anche qui. Sorvolava nell’aria minacciosa, varcava confini che non la possono fermare, camminava silente nelle pagine dei giornali e nei link di Youtube. E ora è qui.  A  Milano. Nella mia città. Mi sono svegliata stamattina con una sensazione di incredulità. Ma dopo avere ringraziato D-o per avermi restituito l’anima, mi sono detta ‘e perché non avrebbe dovuto arrivare anche qui?’. La violenza contro gli ebrei. Penso all’uomo che stava camminando ieri per strada tranquillo, immerso nei propri pensieri, mentre da dietro qualcuno sfilava un coltello e in pochi secondi cambiava il corso della sua e della nostra storia con nove pugnalate. Lo conosco quell’uomo, lo conosco bene. E’ il marito di una mia amica, al sabato, in sinagoga, ci dà la birkat cohanim, la benedizione dei sacerdoti. E’ un uomo alto e grosso, sembra uscito dalle leggende del Baal Shem Tov, D-o deve averlo fatto così per poter sopravvivere all’odio che ieri sera l’ha colpito in  maniera così brutale.

Guardo fuori dalla finestra e penso che in queste strade, nel 1942, mia nonna scappava con mio nonno e la loro famiglia.

Penso alla paura che doveva attanagliare il suo stomaco all’idea che là fuori ci fossero persone che la odiavano così tanto. Nella mia mente ritornano i suoi racconti che hanno segnato la mia infanzia. La fuga in mezzo alla notte, le poche cose care che stavano in una valigia, il ‘non portare niente che faccia capire che siamo ebrei’ di mio nonno, il suo infilare di nascosto il suo libro di preghiere. Il loro camminare nelle vie di Milano cercando di fingere di non essere chi sono. Il brigadiere che li ferma, che apre le loro valigie, che trova il libro di preghiere su cui sta scritto ‘libro di preghiere ebraico di rito italiano’, il loro cuore che si ferma. Alla domanda

‘e questo cosa è’

mia nonna risponde

‘un libro per dare ripetizioni di greco’.

E il miracolo del brigadiere che finge di crederci e dice

‘andate’.

Sveglio i miei figli e contro ogni mio principio educativo e di vita, li calo nella realtà in cui ci stanno avvolgendo.

Mentre sto dicendo  che devono stare attenti, mi sento che sto rubando una parte della loro infanzia. Sto creando la paura verso i mostri, quelli veri, che girano per le strade alla ricerca dell’ebreo, come nel Medioevo, come nei pogrom, come durante il fascismo.

Sistemo la kippah sulla loro testa, baciamo la mezuzà sullo stipite prima di uscire. Andiamo a scuola con la sensazione di stare andando al fronte.

Immagino mia nonna, ormai ultra novantenne, abbracciarmi come una volta. E dirmi.

‘D-o ci ha protetto finora e continuerà a proteggerci. Non smettere di avere fede. Continua a credere. In D-o e nell’uomo.’

Stasera in sinagoga le nostre preghiere saranno più forti della paura dei mostri che ci stanno inseguendo.

Gheula Canarutto Nemni

Un’ebrea dalla parte del popolo palestinese

 

C’era una volta un non ebreo che desiderava convertirsi all’ebraismo, mentre stava su un piede solo. Andò da Shamay, un rabbino noto per la sua severità, comunicandogli le proprie intenzioni. Il rabbino lo cacciò in malo modo. L’individuo in questione non si perse d’animo e andò a fare la stessa richiesta a Hillel, rabbino noto invece per la sua pazienza e bontà. “Non fare agli altri quello che considereresti odioso per te stesso”, gli disse, mentre il signore stava su un piede solo. “Questa è tutta la Torah. Il resto è commento. Ora vai e studia”.

Nel corso dei secoli questo motto è diventato la base di tutte le società civili.

Perché quando si pensa a se stessi è più facile immedesimarmi negli altri.

In questi giorni di crescente violenza e atti terroristici in Israele, una domanda sorvola sopra ai filmati di morte, di sangue, di pugnali e armi.

Cosa significa amare il popolo palestinese e sposare in pieno la sua causa?

Non dovrebbe forse significare allontanare questo popolo da ciò che a noi, nati e cresciuti in democrazie e paesi civili, è odioso, da ciò che a noi non piace?

Nessuno di noi vorrebbe che al figlio di sette anni insegnassero a scuola come impugnare un pugnale o un fucile al ritmo di ‘a morte gli ebrei.’ Perché i bambini ‘hanno diritto di godere di un’educazione che contribuisca alla loro cultura generale e consenta di sviluppare il loro senso di responsabilità morale e sociale (settimo principio della dichiarazione dei diritti del fanciullo).

 

Nei paesi civili i bambini imparano le filastrocche sulla pioggia e le nuvole e non inni razzisti e canzoni su martiri che si sono fatti saltare per aria.

 

Nessuno di noi vorrebbe un figlio che a tredici anni va a pugnalare a morte un ragazzo di tredici anni mentre pedala la sua bicicletta, solo perché israeliano. Perché ‘i bambini devono avere tutte le possibilità di dedicarsi a giochi e attività ricreative orientate a fini educativi’(settimo principio della dichiarazione dei diritti del fanciullo)

Nei paesi civili ai bambini si insegna di sognare di diventare calciatori o musicisti. Non assassini.

Nessuno di noi vorrebbe vivere in una società in cui la massima aspirazione dei giovani  è alzarsi al mattino e prendere l’autobus per pugnalare e sparare sui passeggeri di religione diversa che stanno andando a scuola e al lavoro. Perchè ‘il fanciullo deve essere protetto contro le pratiche che possono portare alla discriminazione razziale, alla discriminazione religiosa e ad ogni altra forma di discriminazione. Deve essere educato in uno spirito di comprensione, di tolleranza, di amicizia fra i popoli, di pace e di fratellanza universale, e nella consapevolezza che deve consacrare le sue energie e la sua intelligenza al servizio dei propri simili’ (decimo principio della dichiarazione dei diritti del fanciullo)

Nei paesi civili i bambini imparano a rispettare chi prega D-o chiamandolo in un modo diverso dal proprio.

Stare dalla parte dei palestinesi significa lottare perché vengano insegnati a ognuno di loro i principi universali su cui si basano le società civili. Significa contagiarli con i nostri sogni di figli architetti e dottori e potere pensare a un loro domani basato sulla convivenza e la tolleranza verso chi è diverso.

Stare dalla parte dei palestinesi significa trovare la voce per condannare chi inculca nei giovani sogni di violenza e di morte, per condannare qualsiasi atto di terrorismo e terrore.

Solo così si potrà sperare in una loro condizione di vita migliore.

Al popolo palestinese mancano dei leader che li instradino in un cammino civile.

E mancano dei veri amici.

Persone capaci di non fare distinzione tra ciò che sognano per se stessi e ciò che invece sognano per il prossimo che dichiarano di amare.

Gheula Canarutto Nemni

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Ho deciso. Anch’io partirò per la mia guerra.

Caro Papà,

Ti scrivo prima che questo anno finisca. Che chiuda le porte dietro di se’ senza dare la possibilità di tornare indietro. Ti voglio ringraziare per tutto quello che mi hai dato, per la luce, i sorrisi, le guarigioni, i momenti banali, noiosi e quei picchi di felicità ed entusiasmo. Non è un momento facile per chi hai messo al mondo. Sputati fuori da pagine ingiallite della storia, sono spuntati nuovi cavalieri del male. Persone il cui desiderio più grande è seminare terrore e distruzione in ogni angolo. Sono persone che vivono con un unico sogno. Riportare le lancette del tempo, della civiltà, indietro di centinaia di anni. Per farci sprofondare in un buio profondo. Per questo caro Papà ti scrivo. Per renderti partecipe dei miei propositi per il nuovo anno. Anch’io partirò per la mia guerra. Non voglio osservare passivamente questa rivoluzione in corso, desidero dare il mio contributo in questo momento cruciale. Farò uso delle armi più potenti, quelle che storicamente hanno provato di essere vincenti. Mi sto esercitando. Tra i combattenti, voglio essere il migliore. Papà, nonostante per molti anni abbia un po’ dimenticato chi sono, alle soglie di questo nuovo anno ho preso questa decisione. Magari le persone intorno a me mi guarderanno un po’ strano. Ma ormai ci ho fatto l’abitudine. E d’ora in poi non sarà più il pensiero altrui a forgiare ogni mia azione. Per questo sono qui, a manifestare nero su bianco la mia dichiarazione d’intenti. Voglio poter rileggere questa lettera nei prossimi 365 giorni e trovare il coraggio per non nascondermi più dietro le quinte. Papà, ho ripescato nelle memorie del tempo l’arma che tu mi hai insegnato ad imbracciare quando spade minacciose pendono sulla mia testa. Ed ora ne farò uso a oltranza. E’ giunto il momento di non subire più in silenzio. Non voglio più commiserazione, voglio rispetto. Per me e i mie fratelli. Per questo ho deciso. Per ogni immagine crudele, per ogni messaggio di minaccia e di morte, prenderò su me stesso una mitzvà ulteriore. Per ogni pagina di buio che scriveranno, ne scriverò due colme di luce. Per ogni urlo di guerra che invaderà il mio schermo, insegnerò ai miei figli una nuova preghiera. Ogni atto violento lo controbilancerò con un Tuo insegnamento. Perché è questo il modo di combattere che tu mi hai insegnato. Papà concedimi il coraggio di raccontare a testa alta chi sono, da dove vengo, perché mi hai portato al mondo. Ti prego sorreggimi quando rischio di soccombere, quando il buio là fuori mi attanaglia l’anima togliendo il respiro. Non con la forza ma con il Mio spirito, questo sarà il mio nuovo motto.

Ktivà vachatima tovà, Gheula Canarutto Nemnishofar chagall