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Gheula Canarutto Nemni

Nella diversità siamo tutti uguali

Have you ever been empowered? Lessons from Jli, the Jewish National Retreat

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A call for the survival of the Jewish nation

Dear friends of the Left Wing,

Dear friends of the Right Wing,

What you are going to read is a call for survival.

Survival of a nation that was able to live up to day thanks to unending miracles. While today that same nation is at risk of implosion.

Our nation is famous for its different thoughts and approaches.

Mental maps so different, one from the other, that they helped us grow up.

The four sons of the Hagada have their own ways to interpret history; the 12 tribes each had its special way of serving G-d.

The Jewish nation nurtured itself on the diversity of opinions, of the different waves of thought.

Discussion, divergency of points of views is one of the holding columns that preserved our nation’s life.

One directional thoughts are not part of our Jewish DNA.

The prophets fearlessly opposed themselves to kings, Moses discussed with G-d.

The Talmud is but the result of unending discussions and dissertations.

However, during the last few months, a part of this equilibrium broke. Discussions are not simple exchanges anymore, but poisoned arrows. Different opinions have become like stones that contribute to the building of walls to separate people who see the world in different ways.

To save with words migrants, we are destroying our nation.

By deciding Israeli policy sitting around a coffee table and tapping on Facebook, we are dividing Jews into bad and good.

To comment on the policy of an American president, we throw away 3300 years of survival.

Something is wrong here.

G-d didn’t make us survive until today to be like this.

He doesn’t want to see his nation nation falling out due to unuseful discussions that move only the keyboard keys and nothing more.

We didn’t survive until now to slay each other on social media and divide people into Right and Left, like they were road signs.

We are sinking our boat with our own hands, the same boat that miraculously resisted the worst storms.

If we Jews are still here today it’s because G-d knows we can contribute an added value.

He trusts that we won’t get lost in the waves of unuseful words directed at a policy that someone else is already deciding.

We are here to do, to help advance, to add more light and values.

We are here to unite people under the umbrella of universal rights, rights that we taught the world.

We are here to say what others are not brave enough to pronounce.

The Jewish soul, of every single Jew on earth, receives its vitality from the deepest level of G-d.

Two of us have three opinions, but what really counts is our essence. That is the same, undifferentiated, indistinct, soul. An essence that does not look leftwards or rightwards but only upwards, towards its Creator.

Our sanctuary was destroyed because Jews, instead of being one against their enemy, got divided internally.

And they didn’t realise that in this way, when everyone sits around his/her own table and refuses to hear what the other one is saying, when we shout on Facebook and Twitter, on mass media, we are playing into the favour of our enemies, helping them in their strategy of our destruction.

And our enemy just needs to sit there and watch and wait.

Hillel and Shamai wore different lenses through which they saw the world. One had lenses of pity, the other of rigor.

Each of them interpreted law in his own way. If they lived today there would be shirts with ‘I am with Hillel’ and ‘only Shamai is right’.

There would be meetings, public demonstrations, provocations. In their period diversity was an opportunity for growth. Today, we would not be same nation without their discussions, which G-d Himself as referee.

Who, at a certain point said: this and this are my living words.

What you read is an invitation.

To stay together, and to discuss in a respectful and civil way.

We are surrounded on the right and on the left by enemies. Let’s not break into factions of right and left.

We are truly a small number of people, yet of we stay together we become many tiny surviving miracles.

Only together can the weak light of one become the brightest.

Gheula Canarutto Nemni

Appello per la sopravvivenza del popolo ebraico

Cari amici ebrei di sinistra,

cari amici ebrei di destra,

quello che leggerete nelle prossime righe è un appello per la sopravvivenza.

Sopravvivenza di un popolo che è arrivato miracolosamente alla data di oggi e che rischia pericolosamente di implodere.
Il nostro popolo è noto per le differenze di pensiero. Le mappe mentali così diverse tra loro ci hanno da sempre fatto crescere.
I 4 figli della hagadà hanno ognuno il loro modo di interpretare la storia, le dodici tribù hanno ognuna il suo modo speciale di servire D-o.
Il popolo ebraico si è alimentato della diversità di opinione, si è nutrito delle differenti correnti di pensiero.

La discussione, la divergenza di punti di vista, è una delle colonne portanti che ha tenuto in vita il nostro popolo.

L’univocità di pensiero non fa parte del dna ebraico.
I profeti si sono opposti ai re, Mosè ha discusso con D-o.
Il Talmud non è altro che il risultato di interminabili discussioni e argomentazioni.

In questo ultimo periodo però qualcosa si è rotto. Le discussioni non sono più semplici scambi, ma dardi avvelenati. Le opinioni sono diventate mattoni che erigono muri tra chi la pensa in maniera diversa.

Per salvare a parole i migranti, stiamo spaccando davvero il nostro popolo.
Per decidere la politica di Israele seduti ai tavolini del bar e su Facebook, dividiamo davvero gli ebrei in buoni e cattivi.
Per commentare la politica di un presidente americano, gettiamo al vento 3300 anni di storia di sopravvivenza,

Stiamo sbagliando qualcosa.
Non è per questo che D-o ci ha fatto arrivare fin qua.                                                             Non per vedere il Suo popolo esaurirsi a vicenda su discussioni sterili che, oltre al rumore della tastiera, non portano a nessun reale cambiamento nel mondo.
Non per vederci scannare sui social media e catalogare le persone come direzioni stradali, destra, sinistra.
Non per vedere il Suo popolo darsi da fare per affondare la barca con le proprie mani, quella barca che miracolosamente ha resistito fino ad oggi alle tempeste peggiori.       Non siamo ancora qui per spaccarci in correnti di pensiero così vorticose da creare mulinelli letali per la nostra nazione.

Se siamo giunti fino a questo momento della storia dell’umanità è perché D-o sa che possiamo dare un valore aggiunto.
È perché ha fiducia in noi, Suo popolo, che non ci perdiamo in ondate di parole inutili su cose che là fuori qualcuno sta già decidendo.
No. Noi siamo qui per fare, per fare progredire, per immettere luce, valori, esempi.
Siamo qui per unire gli individui sotto all’ombrello dei principi universali che noi stessi abbiamo insegnato al mondo.
Siamo qui per dire quello che gli altri non sono in grado di pronunciare.
L’anima degli ebrei, di tutti gli ebrei indistintamente, riceve la vitalità dal livello più profondo e alto di D-o.
Due di noi hanno tre opinioni, ma quello che conta è la nostra essenza. Uguale, indistinta, indifferenziata. Un’essenza che non guarda a destra e a sinistra ma solo in alto, verso Chi l’ha creata.
Il nostro santuario è stato distrutto perché gli ebrei invece di unirsi contro i loro nemici si sono divisi all’interno. Non rendendosi conto che quando facciamo così, quando ognuno si siede al suo tavolo e rifiuta di sentire cosa sta dicendo l’altro, quando si urlano le nostre diatribe e i nostri conflitti su facebook, nei programmi televisivi, nelle testate giornalistiche, facciamo il gioco del nostro nemico. Lo aiutiamo. Non deve fare altro che stare a guardare.

Centimetro dopo centimetro creiamo noi stessi le falle che rischiano di fare affondare la nave che ci ha portato in salvo.

Hillel e Shamai possedevano ognuno lenti diverse, a base di pietà e di rigore, attraverso le quali guardare il mondo. Ognuno di loro interpretava la legge a modo suo.                    Se avessero vissuto oggi avremmo avuto le magliette con ‘io sto con Hillel’ e ‘solo Shamai ha ragione’. Ci sarebbero stati raduni, messaggi collettivi, provocazioni, da parte di uno e dell’altro gruppo. Ai loro tempi invece la diversità di pensiero era opportunità di crescita. Oggi non saremmo chi siamo senza le loro discussioni che come arbitro ne hanno avuto uno di eccezione.

D-o stesso.

Che a un certo punto disse: sia queste che quelle rappresentano la parola divina.

Quello che avete letto è un invito.
Invito a stare insieme, al confronto pacifico, allo scambio civile di opinioni diverse.

Siamo accerchiati da nemici a destra e a sinistra. Non spacchiamoci tra destra e sinistra.

Siamo pochi, ma quando siamo uniti diventiamo tanti piccoli, infinitesimi miracoli di sopravvivenza. Solo insieme la luce fioca di ognuno può diventare una luce potente.

Gheula Canarutto Nemni

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Dedicato ai Mosè che si fanno chiamare Antonio

Ci sono certi ebrei che hanno dimenticato cosa significhi essere ebrei.

Per i quali una stella di Davide è solo un solco sottile nel proprio subconscio.
Ci sono certe persone che nascono da famiglie ebraiche e non sanno nemmeno di essere connessi ai propri fratelli.

Individui non consci degli effetti che una loro singola parola può avere su fratelli a loro sconosciuti.
Esistono persone che non immaginano di essere collegate ad altri ebrei da legami così stretti ed inevitabili.
Ci sono ebrei che in casa si fanno chiamare Mosè mentre per la strada preferiscono farsi chiamare Antonio, persone che non distinguono il tramonto del venerdì da quello degli altri giorni della settimana, per i quali le tre stelle del sabato sera non sono diverse da quelle cadenti nelle notti di mezza estate.
Uomini e donne che ritrovano il D-o dei propri avi solo per le 25 ore del giorno di kipur, quando varcano la soglia di una sinagoga, si coprono la testa con la kipà e cercano di cogliere qualche parola di quella lingua che i loro trisnonni leggevano senza problemi.
Poi è venuto il Rebbe.
E ci ha insegnato che ci sono certi ebrei che hanno dimenticato cosa significhi essere ebrei perché probabilmente non hanno mai avuto qualcuno che gliel’abbia insegnato.
Ebrei che non sanno di avere fratelli sparsi in giro in tutto il mondo, pronti a lottare per loro e a difenderli di fronte a chiunque, perché non ne hanno mai incontrato uno.

Che non immaginano di possedere, ma magari vorrebbero avere così tanti legami indissolubili con persone che non sono della loro famiglia.
Persone a cui nessuno si è seduto vicino per spiegare che l’effetto dirompente della parola di un ebreo sulla vita di milioni di altri deriva dal fatto che siamo tutti parte indissolubile di D-o stesso, che proveniamo tutti dallo stesso respiro divino.
Quei Mosè che si nascondono sotto i panni di Antonio che forse non sanno quanto un loro piccolo, infinitesimo passo verso D-o e la propria identità, abbia una risonanza infinita nei cieli. Perché probabilmente nessuno gli ha mai detto che chi dà una svolta spirituale alla propria vita raggiunge livelli molto più alti di chi, in quei sentieri, ci ha sempre camminato.

Forse molte spaccature all’interno del popolo ebraico sparirebbero in un attimo se tutti leggessero le parole del Rebbe.

Siamo una sola cosa in due modi: nella nostra essenza e nel nostro carattere. Nella nostra essenza siamo una sola anima che deriva da una sola fonte. Nel nostro carattere siamo ognuno complementare all’altro, nessuno è davvero completo, ognuno di noi contribuisce a ciò che manca nell’altro, ognuno aggiunge perfezione all’altro. Come in un enorme mosaico, stando uno accanto all’altro rendiamo l’intero completo. Nessuno è perfetto senza tutti gli altri. E ognuno di noi è incompleto finché anche uno solo manca. Gheula Canarutto Nemni

Lettura riservata alle persone di religione ebraica. Se non sei ebreo sei pregato di non andare avanti a leggere

 

Se non sei ebreo non leggere queste righe.
Difficilmente ti riguardano.

Se non sei ebreo non ti sei mai sentito braccato.
Non ti sei mai trovato di fronte a un mondo che valuta le tue azioni con standard altissimi mentre chiude gli occhi sulle azioni degli altri, a iniziare da quelle dei tuoi nemici, giustificandone ingiustizie e immoralità assoluti.

Se non sei ebreo non leggere queste righe. Non ti immedesimeresti mai in questo sentimento di rabbia, di impotenza, nei confronti dell’umanità che continua imperterrita da migliaia di anni a mentire sul tuo conto e a inventare false accuse contro di te basate sul nulla.

Se non sei ebreo non puoi capire come ci si senta a fare uscire i propri figli con la kipà in testa come se indossassero la divisa dell’esercito nemico, a camminare per la strada e sentirsi urlare ‘assassino di bambini!’ quando tu non faresti del male nemmeno ad un insetto.

Non puoi immaginare lo stato d’animo di un ebreo che apre le notizie e trova una serie infinita di righe faziose, basate su due o tre agenzie di stampa che raccontano la realtà attraverso filtri distorti dalla mancanza di obiettività.

Intere pagine false che accendono l’immaginario collettivo facendoci ritornare con il naso aquilino e le dita ad artiglio.

Notizie che ci trasformano in bevitori di sangue, in assetati di potere e di terra. In persone insensibili al dolore e alla sofferenza degli altri. Questi ebrei, da vittime disperate a carnefici senza cuore…

Se non sei ebreo non ti soffermare a cercare di capire. Non c’è logica nell’odio contro gli ebrei, nell’antisemitismo, non c’è nulla che possa giustificare il giudizio di persone che, senza nemmeno conoscerci, ci dipinge come i peggiori esseri umani nella propria immaginazione

Solo un ebreo può percepire sulla propria pelle i commenti perfidi di persone buone con tutti, anche con i cani randagi, ma con gli ebrei no perché loro si sa, hanno sempre torto.

Siamo soli, cari ebrei, siamo soli tra settanta lupi affamati.
Siamo soli, ma lo siamo sempre stati.
Gli amici vanno e vengono. I nemici? La storia non ce li ha mai fatti mancare. Mai.

Ma forse siamo soli anche perché le nostre manie danno fastidio.
La mania di portare luce, anche se fuori regna il buio profondo, l’abitudine tutta ebraica di non illuminare mai solo le proprie stanze, ma indirizzare le fiamme delle proprie candele anche verso le stanze degli altri. Perché, così ci insegnano da quando siamo piccoli, l’ebreo non può mai pensare solo a se stesso.

Quel sentimento connaturato che ci fa piangere per Ronen Lubarsky, soldato ucciso da una ‘innocua lastra di marmo’ come se l’avessimo conosciuto da quando è nato, che ci fa percepire profondo nel cuore il grido di dolore della madre che ha appena perso il figlio soldato.

Quella paura che ci attanaglia l’anima quando vengono sparati missili a 3600 chilometri da casa nostra e sentiamo che la nostra vera casa è più lì in mezzo al deserto e alla nostra storia dove possiamo essere chi siamo, che qui, nelle quattro mura dove viviamo ogni giorno sotto agli sguardi accusatori di chi non sa nemmeno chi siamo.

Se non sei ebreo non potrai mai capire a fondo le parole di Golda Meir quando diceva che la punizione peggiore per un soldato di Israele è essere costretto ad uccidere il proprio nemico.

Se non sei ebreo e sei arrivato fino in fondo a queste righe, prendi un minuto del tuo tempo prezioso per interrogare la tua obiettività morale e cercare di capire come hai permesso alle notizie faziose di farti dimenticare le tragedie che avvengono a poche migliaia di chilometri da dove vivi e farti focalizzare solo sulla necessità del popolo ebraico di difendersi da chi li vorrebbe di nuovo nelle camere a gas.

E se sei ebreo ricordati.

Se D-o ti ha fatto arrivare fino ad oggi, facendoti sopravvivere tra chi ti avrebbe voluto spazzare via dalla faccia terra, è perché hai ancora una missione da portare a termine.
Continuare a essere la voce fuori dal coro, la fede dove non c’è più speranza, la coscienza che ostacola l’assuefazione alla normalità del male.

Gheula Canarutto Nemni

P.s un grazie dal profondo del cuore a quelli che, seppure non ebrei, si caricano di oneri per difendere noi e il diritto di ogni individuo a essere rispettato

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L’ebreo questa strana e fastidiosa creatura…

Quando D-o ha creato il mondo, si è guardato intorno e ha detto.

Vorrei dare vita a una creatura diversa, in grado di portare avanti imperterrito il Mio messaggio, un individuo che, anche sotto tortura, minacciato e scacciato, non smetta mai di amare Me e i Miei precetti.

Vorrei creare una persona che, di fronte alla derisione degli altri, alla emarginazione e pregiudizi, continui a trasmettere con orgoglio la propria identità.

Vorrei un essere le cui azioni non passino mai inosservate, le cui parole abbiano un peso maggiore di tutte le altre, il cui pensiero sia in grado di cambiare il destino di tanti.

Ci vorrebbe un essere resistente agli urti, pensò.

Impiegò molti anni per progettarlo e pianificarlo.

Finalmente, 2448 anni dopo la creazione, venne alla luce l’ebreo.

Persona dotata di ottimismo assoluto, mentre gli Egizi preparano il cemento con i suoi neonati e nel loro sangue ci fanno il bagno, l’ebreo  prepara i tamburi in vista del giorno in cui sarebbe stato liberato dalla schiavitù e promosso al grado di popolo.

Individuo la cui fede si rafforza davanti agli ostacoli, che si dà il nome di Macabi e raccoglie adepti al grido di: chi è per D-o, si unisca a me,  nel momento in cui i greci ne disonorano le donne e dissacrano il santuario.

Fiero della propria identità al punto di coprirsi gli occhi e urlare Shema’ Israel, D-o è il nostro D-o, D-o è uno, mentre il fuoco avvolge il suo corpo e il pubblico guarda estasiato l’autodafé bruciare, mentre gli urlano marrani!, maiali! perché ha osato continuare a servire D-o di nascosto.

Imperterrito, testardo, saldo nei propri principi, quando arrivano i cosacchi per ucciderlo e spogliarlo di ogni bene e lui, per l’ennesima, infinitesima, volta, si mette in fuga, la prima cosa che mette in salvo sul carro, accanto ai suoi figli, non sono i beni terreni, ma i rotoli della Torà, quella Torà che lo rende così diverso e inviso al mondo.

Attaccato alle proprie tradizioni, mentre viene trascinato nei forni e ridotto a fumo nei cieli, l’ebreo raccomanda ai propri figli di non abbandonare quella strada da cui è arrivato con tanta fatica, di non dimenticare le regole che l’hanno accompagnato fino a quel momento, di non smettere di trasmettere ai discendenti ciò che i suoi padri gli hanno insegnato.

Quando nell’anno 2448 i discendenti di Abramo, Isacco e Giacobbe sentirono la voce di D-o proclamare la Propria unicità e l’obbligo di crederci, quando il dovere di onorare il padre e la madre, il non rubare, non rapire e non uccidere, furono messi sullo stesso piano della fede in un D-o unico, l’ebreo capì che non aveva più scampo.

Il suo destino sarebbe stato segnato per sempre.

Non avrebbe più potuto permettersi di vivere in nome di se stesso, non avrebbe più goduto della libertà assoluta di pensare, parlare ed agire, come un individuo a se stante.

Ai piedi di quel monte l’ebreo è stato nominato sacerdote al servizio divino, diffusore eterno di valori morali, collante tra spirito e materia, portavoce di D-o e delle Sue leggi.

Anche volendo, non avrebbe più potuto liberarsi di quell’identità a lui destinata.

Da quel momento in avanti, un ebreo che non rispetti la propria ebraicità, non viene rispettato dal mondo.

Davanti  a quel monte, capì che…

…l’ebreo e i precetti divini sono una sola cosa.

…essere ebrei è un percorso ad ostacoli, uno slalom tra chi ne vuole la sparizione dalla terra.

…essere ebrei non è una scelta, ma un onore imposto alla nascita.

Se D-o ha deciso di affidargli questa missione impossibile, di continuare a illuminare il mondo con gli insegnamenti della Torà, quella antica, datata e così sorprendentemente attuale, legge, è perché D-o si fida del popolo ebraico.

E sa che anche le acque più turbolenti non potranno estinguerne la fede, quella fiamma che brucia in eterno dentro al cuore di ogni ebreo.

Gheula Canarutto Nemni

 

Il vero perché della partenza del Giro d’Italia dalla terra degli ebrei

Era una sua usanza.

Prima di ogni gara e corsa ripassava a mente gli insegnamenti chiave che avevano fatto di lui un ciclista provetto.

Non acquistare mai una bici scadente, non fare compromessi sul mezzo che pedalerai, gli aveva consigliato un professionista decine di anni prima, quando stava iniziando a dare voce alla sua passione per il ciclismo.

Lo ringraziò mentalmente.

Se avesse fatto compromessi all’inizio, non sarebbe cresciuto né arrivato ad essere quello che era.

Cerca di studiare qualche nozione di ciclomeccanica, impara a cambiare una camera d’aria bucata.

Per essere un vero ciclista devi sapere a quanti bar gonfiare le ruote quando fuori fa caldo, quando fa freddo, quando sul terreno c’è il fango bagnato o il fango argilloso.

Non ti spaventare per tutti i dettagli, gli aveva detto.

Se vuoi affrontare ogni tipo di percorso saranno proprio questi piccoli dettagli, la tua precisione nel seguire ogni regola, a permetterti di arrivare fino in fondo.

Non ti arrendere alla prima salita. Sono le salite, i percorsi difficili, che ti permetteranno di diventare un ciclista provetto. La fatica, il lavoro duro e costante, saranno le condizioni necessarie per diventare ogni giorno più bravo.

Intorno a te sentirai tante persone dire: prendi la macchina, ma chi te la fa fare tutta questa fatica, perché impiegare ore per arrivare in un posto dove in auto arriveresti in molto meno, perché devi per forza distinguerti dal resto del mondo che sale in macchina per arrivare da qualsiasi parte?

Non ti scoraggiare, gli aveva detto il professionista.

Non farti condizionare dall’opinione comune. Nella vita si distingue solo chi non si adatta alla moltitudine.

Iniziò a pedalare.

Quel giorno era prevista pioggia, il terreno sarebbe stato fangoso, difficile.

Ma quando il terreno era troppo facile, non lo trovava divertente.

Controllò bene le ruote, come gli aveva insegnato il suo maestro.

Per affrontare i terreni fangosi e non rimanere impantanato, è necessario scegliere ruote con tasselli molto pronunciati, ruote con un’identità spiccata, aveva detto il professionista.

Solo ricordando al terreno chi sei, solo mostrando con decisione la tua identità di ciclista, potrai ottenere stabilità ed affrontarlo.

Non le aveva gonfiate troppo, le ruote.

Quando pedali su terreni fangosi, troppa aria impedirebbe di aderire bene al terreno.

Solo se le ruote sono deformabili, non troppo dure ma flessibili, stai attaccato a terra.

L’umiltà delle tue ruote sarà quella che ti farà lasciare impronte lungo il percorso e che ti porterà avanti.

Per fare in modo di prendere solo il meglio dal tragitto che stava per intraprendere, per evitare che le strade bagnate e fangose danneggiassero la sua bici, protesse il telaio con un velo protettivo. Il fango è inevitabile per qualsiasi ciclista, ma se parti attrezzato, la bici ne esce indenne.

In salita si ricordò di gestire al meglio il suo peso. Il baricentro, quella era la cosa più importante. Doveva stare saldo sulla bici ma per procedere era necessario proiettarsi in avanti.

Pedalò con decisione.

Soprattutto sul fango e nei terreni più ostili, quando si fanno le cose a metà, in maniera non troppo decisa, non solo si rischia di non fare nuova strada, ma se si è in salita molto probabilmente si scivola indietro.

Guardò lontano, per scegliere la sua traiettoria.

L’insicurezza nella scelta potrebbe portare a grandi frenate, a perdere l’equilibrio e a fare grandi cadute.

Ma non aveva mai guardato troppo indietro, non si era mai fatto spaventare dalle sue cadute passate. La sua storia gli era servita per imparare ad affrontare meglio la strada, i suoi errori ad arrivare più preparato alla corsa successiva.

Toccava a lui fare capire al terreno chi era, solo così nessuna forza esterna sarebbe stata più forte della sua volontà di farcela.

Gli mancavano ancora molti chilometri. Per non scoraggiarsi, si ripeté la frase che gli aveva permesso di superare gli ostacoli più grandi, di tagliare i traguardi più difficili.

Ricordati, se sei stato creato ciclista, nessuno ti potrà staccare da questa natura. Il vero ciclista possiede dentro di sé tutte le potenzialità che servono per affrontare ogni tipo di percorso.

Gheula canarutto nemni

Un’ebrea italiana cita per danni morali Moni Ovadia e Il Manifesto

Alla cortese attenzione del direttore de Il Manifesto

Le scrivo riguardo al Commento di Moni Ovadia pubblicato ieri, 26 aprile, sul suo giornale.

Non le scrivo in merito al contenuto dell’articolo. Il libero arbitrio è alla base della fede ebraica, ognuno è libero di vivere e pensare come preferisce, ognuno può andare incontro al proprio destino come meglio crede.

Ma è sulla forma di uno scritto pubblicato sulla sua testata che dovrebbe, in quanto direttore, riflettere.

L’articolo di Moni Ovadia non spiega al lettore cosa sia successo, cosa gli abbia causato di svegliarsi al mattino del 26 aprile in preda a un tale cattivo umore.

E così, senza una introduzione né spiegazione che contestualizzino gli eventi, si viene annegati fin dalle prime righe da aggettivi violenti, da descrizioni nervose, da frasi grondanti di rabbia e paragrafi sovrabbondanti di furore.

La scena si apre con la parola ‘pantomima’ accostata alle azioni e decisioni delle comunità ebraiche. Pantomima è definita come ‘esibizioni false, con le quali convincere, impietosire o commuovere’. E’ questo il giudizio che il quotidiano dei comunisti, quale viene definito Il Manifesto, esprime su chi la pensa in maniera diversa?

A questa pantomima Ovadia fa seguire ‘deliranti motivazioni’ degli ebrei che non desiderano sfilare accanto a chi inneggia alla loro morte. Delirante è uno stato di alterazione mentale di chi immagina realtà inesistenti. Il Manifesto ritiene deliranti le motivazioni dei parenti di Mireille Knoll, dei genitori dei quattro ragazzi uccisi nell’Hypercasher, delle famiglie distrutte dall’attentato alla scuola ebraica di Tolosa, della madre di Ilan Halimi torturato e assassinato nelle periferie di Parigi? Pensa che sia delirante chi teme per la propria vita quando accompagna i figli alla scuola ebraica ogni giorno?

Moni Ovadia prosegue raccontando che Netanyahu fa una ‘propaganda pagliaccesca’, facendo dimenticare al lettore che questo premier è stato eletto democraticamente da milioni di persone o forse gli elettori sono, per il vostro quotidiano, dei pagliacci.

Le comunità ebraiche non vogliono sfilare accanto ai palestinesi. ‘E perché no?’ si domanda l’attore. ‘Per pedissequo ossequio allo scellerato progetto segregazionista e razzista del premier israeliano Netanyahu’. E’ possibile definire scellerato un progetto che prevede un milione di arabi integrati all’interno dello stato? E’ segregazionista un progetto secondo il quale nel parlamento siedono arabi accanto ad ebrei? Oppure scellerato e segregazionista è il progetto che ha reso quasi tutti gli stati arabi judenfrei?

Il Manifesto desidera che il lettore si faccia l’idea che in Israele ci sia ‘un’alleanza con i peggiori fanatici religiosi’ come dice Ovadia, che si immagini un regime teocratico mentre Israele è una democrazia come l’Italia?

Il Manifesto è d’accordo con il definire gli ebrei che si rifiutano di sfilare accanto a persone che urlano ‘a morte gli ebrei’, ‘ufficio stampa e propaganda del governo ultrareazionario e segregazionista oggi in carica in Israele’?

No, Moni Ovadia, non pensiamo che ‘questi siano i pensieri del solito estremista, veterocomunista, ebreo antisemita solo perché condanna la politica di Netanyahu e dei suoi fanatici alleati colonizzatori compulsivi’ come lei conclude nell’articolo.

Pensiamo che se Il Manifesto si considera ancora una testata giornalistica e crede nel confronto civile tra parti che la pensano in maniera diversa, i suoi direttori dovrebbero delle scuse agli ebrei italiani.

Non siamo ‘degli imbecilli che scambiano critiche politiche ed etiche per antisemitismo’. Siamo persone che crediamo nella libertà di pensiero, nel libero arbitrio di pensarla diversamente da lei, da voi, persone che hanno verso il proprio vissuto, verso la storia e gli eventi recenti, una opinione e dei sentimenti diversi. Non siamo imbecilli. E sappiamo ancora distinguere tra un pezzo degno di venire pubblicato su un giornale che si definisca tale e un insieme di righe dettate dall’odio, dalla rabbia e dalla mancanza di rispetto assoluta.

Gheula Canarutto Nemni

qui di seguito l’articolo di Moni Ovadia

Il Manifesto 26 aprile 2018

Moni Ovadia

La pantomima delle comunità ebraiche (di Roma e non solo) che non partecipano alla Manifestazione unitaria del 25 aprile, giorno della liberazione dal nazifascismo, si ripete mestamente. Uguale il gesto sdegnato, uguale la delirante motivazione.

E la delirante motivazione è che «nella manifestazione sfilano le bandiere di coloro che settanta anni fa furono alleati dei carnefici nazisti». Quali? Quelle dei risorgenti partiti neonazisti est europei polacchi, ungheresi, ucraini?

No, quelle dei palestinesi, che secondo la pagliaccesca propaganda di Benjamin Netanyahu avrebbero convinto il «mansueto» Führer Adolf Hitler, contro la sua volontà e disponibilità verso gli ebrei, a sterminarne invece sei milioni.

Anche 500.000 Rom e Sinti, tre milioni di slavi, decine di migliaia di disabili (inferiori rispetto alla «razza pura»), di antifascisti, migliaia di omosessuali, testimoni di Geova e di socialmente emarginati, senza dimenticare milioni e milioni di civili sovietici. Ma costoro poco interessano ai dirigenti delle comunità ebraiche. Che accetterebbero volentieri i vessilli di ogni altro popolo oppresso che volesse sfilare nelle manifestazioni del 25 aprile per rivendicare i propri diritti. Ma i palestinesi no! E perché no? Per pedissequo ossequio allo scellerato progetto segregazionista e razzista dle premier israeliano Netanyahu.

Che in alleanza con i peggiori fanatici religiosi intende far sparire i palestinesi in quanto popolo e nazione, per dare legittimità alla grande Israele fondata sul logoro mitologema della «Terra promessa» e poi ridurli in minuscoli bantustan concessi dall’effendi israeliano.

Ho già scritto a questo proposito, proprio sul manifesto in occasione della stessa manifestazione dello scorso anno.

Ma in questo anniversario vorrei aprire una prospettiva altra. Gli organizzatori dell’evento del 25 aprile dovrebbero disinteressarsi delle decisioni della comunità ebraica di Roma o di altre comunità ebraiche. Dichiarino la piena e naturale apertura alla partecipazione del mondo ebraico ma non si facciano condizionare da esso su chi debba partecipare o meno al corteo. Il 25 aprile è soprattutto e più di tutto il giorno degli antifascisti di qualsivoglia orientamento.

Le comunità dell’ebraismo siano le benvenute in quanto tali, ma se non tali e se si comportano da ufficio stampa e propaganda del governo ultrareazionario e segregazionista oggi in carica nello stato di Israele, non hanno motivo di sfilare con l’antifascismo.

Un governo antifascista non opprimerebbe mai un altro popolo, non lo deprederebbe delle sue legittime risorse, non ruberebbe il futuro ai suoi figli, non colonizzerebbe le terre assegnategli dalla legalità internazionale come sistematicamente e perversamente fa il governo Netanyahu sorretto dal presidente americano Trump che si appresta all’affrontoa est di spostare l’ambasciata Usa a Gerusalemme (occupata a Est).

E se qualcuno pensa che questi siano i pensieri del solito estremista, veterocomunista, «ebreo antisemita», si legga le dichiarazioni del presidente del Congresso Mondiale Ebraico, Ronald Lauder, ebreo americano aderente al partito repubblicano, pubblicate dal New York Times in questi giorni con questo titolo: Israel’s self inflicted wounds (le ferite autoinflitte di Israele), nel quale cui dopo una premessa fatta di dichiarazioni d’amore legittimo per Israele e captazio benevolentiae, condanna la politica di Netanyahu e dei suoi fanatici alleati colonizzatori compulsivi come suicidaria e invisa alla vasta maggioranza di ebrei della diaspora.

Alla faccia degli imbecilli che scambiano critiche politiche ed etiche per antisemitismo.

Quando il 25 aprile l’Anpi sfila accanto ai nuovi fascisti

Buon 25 aprile a voi che nascondendovi sulle montagne e rischiando la vita giorno e notte, avete combattuto affinché le dittature e i governi di pochi diventassero ricordi storici di un passato sepolto.

Che la vostra memoria possa esserci d’aiuto a ricordare quanto sangue ha dovuto essere sacrificato per liberare la storia dal razzismo e garantire diritti uguali per tutti.

Buon 25 aprile ai soldati ebrei che riposano nei cimiteri italiani dopo avere attraversato mari e monti per liberare l’Italia e l’Europa dalle aberrazioni naziste e fasciste, ragazzi che hanno lasciato la terra di Israele nella quale erano appena approdati, che hanno convinto i loro generali a riunirli in battaglioni di idealisti,

voi della Brigata Ebraica che non avete voluto delegare l’onore di combattere per vedere l’alba di una nuova era in cui gli ebrei non sarebbero stati perseguitati e massacrati, in cui la vita umana sarebbe diventata un valore supremo.

Buon 25 aprile a voi che sfilate nelle vie delle città italiane che sono state liberate da uomini audaci, caparbi, che hanno visto nella democrazia e nella libertà, l’unica via per governare in maniera giusta il popolo.

E a voi dell’Anpi,

voi che scrivete sulle vostre pagine ‘ci aspettiamo che tutti accolgano con fraternità tutti i simboli delle formazioni combattenti e partigiane della Resistenza e della Guerra di Liberazione che sfileranno con noi’ e che dichiarate che ‘durante il 25 aprile la priorità è la risposta al fascismo di ieri e al fascismo di oggi’

fermatevi un attimo a guardare accanto a chi state sfilando.

Domandatevi se i partigiani, quelli veri, avrebbero  camminato accanto a persone il cui ideale supremo è guerra contro chi non professa la stessa religione, il cui sogno più grande è l’annientamento di uno stato in cui vivono i figli e i nipoti di quei rari scampati alla macchina di morte del nazismo e del fascismo.

Chiedetevi se dando voce e spazio a persone che si fanno saltare sugli autobus e nei bar per fare a pezzi più civili ebrei possibili, invece di portare alto il vessillo della democrazia non lo state calpestando a terra e disonorandolo.

State passeggiando accanto a individui che distorcendo il valore della resistenza, fanno uso dei propri figli come scudi umani, mettono rampe di missili all’interno di ospedali e di scuole, caricano di tritolo bambini di dieci anni promettendo loro paradisi e gioia eterna.

Se questi sono i valori fondamentali che volete ‘siano condivisi molto largamente per un momento di festa inclusivo e aperto a tutti coloro che condividono i valori posti alle fondamenta della nostra Repubblica’ come si legge sul vostro sito,

se questi pensate siano i principi per i quali i veri partigiani si sono sacrificati,

se pensate che vedendovi sfilare accanto a chi urla nel 2018

‘a morte gli ebrei!’

e inneggia alla guerra santa per riportare la macchina della storia indietro al medioevo,

se ritenete i loro ideali di distruzione e di morte, allineati ai vostri,

non scrivete sul vostro sito che ‘le ragioni del 25 aprile stanno come monito e risposta per non soccombere ai vecchi e ai nuovi fascismi’.

Società civile è Israele che con il suo milione di arabi insegna al mondo cosa significhi la vera convivenza tra i popoli, che permette ai suoi deputati arabi che siedono nel parlamento israeliano, di urlare contro lo stato in cui vivono.

Mentre nei paesi arabi limitrofi vengono massacrati uomini, donne e bambini nel silenzio complice e assassino di tutti, compreso il vostro.

Stati in cui nessun ebreo può entrare se non vuole uscirci in una cassa da morto.

I veri partigiani si sono sacrificati in nome di valori che nei vostri cortei, state offuscando.

E voi oggi, sfilando accanto a quei gruppi che inneggiano la distruzione di una democrazia per instaurare una teocrazia, state dando voce al vecchio antisemitismo che si è ripresentato puntuale, stavolta indossando kefiah al posto della croce uncinata.

Gli slogan vuoti a cui non fanno seguito azioni allineate, non sono questi che hanno permesso alla democrazia di scrivere una nuova pagina della nostra storia.

I nuovi fascisti stanno sfilando accanto a voi, si stanno facendo largo nella società democratica facendo uso dei vostri stendardi.

Le nuove pagine della storia le state scrivendo anche voi, ANPI e sono l’introduzione a un domani in cui anche le vostre bandiere verranno bruciate.

Gheula Canarutto Nemni

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