Why God sent the Coronavirus

Sometimes we receive signals from heaven, shocks that help humanity return to the right path. Periodically, we are the recipients of messages that force us to control the direction we have given our life, and reevaluate if it is the right one. Suddenly all our fundamental points, our choices, our beliefs, are called into question. Where once we were simply having a walk, with no previous notice, what once was safe and calm,  suddenly becomes dangerous. And our goal changed dramatically from having a relaxing walk, to saving our lives.

The world was so busy in its run to have more money, more power, more economic influence, that it did not realize that a  tiny creature that can be seen only through a microscope, was silently entering into the daily life of a seventh of the world’s population.

Everyone was so busy with the goal of being the first, of becoming the most powerful country in the universe, there was no time to remember the main goal we were created for. Until a tiny creature called Coronavirus, a submicroscopic infective particle that the human eye cannot see, started affecting our daily life, forcing millions of people to call into question their life structure, bringing hundreds of countries to think about the real definition of wellbeing, forcing factories and economic entities  to cut their sales forecast 35%. And requiring a whole society to stop and think about its own value system. When everything is good, we concentrate on mundane goals and we tend to set aside our soul. Our main worry is about the money we have in our bank accounts, which new brand we are going to buy, what title there will be printed on our next business card. But as something goes wrong on our path, we run back to those forgotten layers of our soul, where the most important things of our life lay in silence, waiting to be discovered again.

The Midrash says that when Titus destroyed the Sanctuary of Jerusalem, he thought he defeated G-d. So G-d sent him a microscopic mosquito that entered his brain through his ear and annoyed him unendingly, until it drove him to death.

Sometimes these tiny and imperceptible beings bring back us human beings to the right dimension.

Gheula Canarutto Nemni

Il primo contagiato dal Coronavirus fu Tito

Ogni tanto dal Cielo arrivano delle scosse, dei richiami più o meno forti che riallineano l’umanità.

Periodicamente vengono generati dei messaggi, degli inviti a riflettere sulla direzione che si sta dando alla propria vita.

E all’improvviso tutti i punti fermi, tutte le decisioni, le sicurezze, le scelte, vengono rimesse in discussione.

Ci sono volte in cui la strada piana su cui si sta camminando, magari con la semplice intenzione di godersi la passeggiata, si trasforma senza preavviso in un sentiero pericoloso e pieno di insidie e l’unico scopo diventa quello di trarsi in salvo.

Il mondo era così impegnato nella sua corsa verso il denaro, il potere, i sogni di espansione che quasi non si è accorto di come una minuscola creatura, visibile solo al microscopio, si stesse insinuando silente nella quotidianità di un settimo della popolazione del nostro pianeta.

Così impegnati nella lotta di chi sarebbe arrivato per primo, di chi avrebbe potuto fregiarsi del titolo di potenza mondiale, da perdere di vista il vero obiettivo per cui l’essere umano è stato creato.

Finchè è arrivata una creatura dal nome di Coronavirus.

Una particella infettiva di dimensioni submicroscopiche che sta costringendo giorno dopo giorno sempre più persone a rimettere in discussione la propria struttura di vita, intere nazioni a ripensare a cosa si intenda per benessere della popolazione, aziende e colossi a tagliare le proprie previsioni di fatturato del 35%, un’intera società a pensare quale sia la propria scala dei valori.

Perché in fin dei conti i nostri principi di vita sono posizionati lungo una scala.

Quando tutto va bene scendiamo comodi verso i livelli più bassi, lasciandoci alle spalle lo spirito e l’anima e ci preoccupiamo di quanto denaro avremo in banca a fine anno, di quale brand mostreremo ai nostri amici sulla nostra nuova borsa, di quale titolo sarà stampato sul nostro prossimo biglietto da visita.

Ma appena qualcosa nel percorso si incaglia, la prima cosa che facciamo è riguardare indietro, volgere lo sguardo verso gli scalini alti di cui abbiamo volutamente ignorato l’esistenza e pensare che forse lì in fondo, proprio in quei luoghi dello spirito dimenticati da tempo, stanno le cose preziose per le quali vale davvero la pena di battersi.

Racconta il midrash che quando Tito distrusse il santuario di Gerusalemme, pensò di avere trovato il punto debole di D-o e di averLo sconfitto. D-o ,per insegnargli la Propria onnipotenza, gli mandò una microscopica zanzara che si insinuò nel suo cervello, creando a Tito così tanto disagio da portarlo alla morte.

A volte sono proprio queste invisibili creature a riportare l’uomo nella sua giusta dimensione.

Con la preghiera che D-o porti la guarigione a tutti i malati e che ponga fine alle malattie in tutto il mondo

Gheula Canarutto Nemni

Il segreto per riuscire a realizzare i propri sogni

L’uomo arrivò con due piccole valigie. Accanto a lui sua moglie e un piccolo gruppo di persone.

Si guardò intorno, dentro al buio delle case immaginò fiamme di candele che illuminano, nelle strade silenti visualizzò parate di bambini che sfilano al suono delle parole dei propri avi.

Dopo il suo arrivo il quartiere iniziò a venire abitato dai suoi studenti che ogni giorno aumentavano di numero.

Avrebbe potuto accontentarsi di quello che aveva costruito, dei servizi che aveva messo in piedi nel suo quartiere per le persone che gli stava accanto.

Ma lui era un uomo che vedeva la parola ‘arrivo’ come una espressione da abolire e l’aggettivo ‘soddisfatto’ come un punto di non ritorno.

E così prese i suoi studenti e a uno a uno li contagiò con i propri sogni.

‘Vedi quella terra lontana?’

‘Quel paese senza traccia di spiritualità?’

gli rispondeva attonito lo studente di turno. ‘Sì, esatto, proprio quello’

ribatteva il maestro con un grande, enorme, sorriso.

‘Tu vai lì e portaci più luce possibile’

‘Io?’

domandava lo studente ventenne esterrefatto dopo essersi guardato intorno e avere capito di essere l’unico destinatario di quel messaggio.

‘Per crescere bisogna allontanarsi dall’area in cui ti senti comodo, solo la sfida farà uscire il meglio del tuo potenziale. Ora vai e mandami belle notizie’.

‘Nella mia sfida mi sento un po’ solo’,

gli disse una volta un ragazzo che si era perso d’animo.

‘Ognuno è un emissario di luce arrivato in terra per elevare il mondo intorno. Non ti perdere d’animo. Una sola candela può illuminare un’intera stanza’

‘Sono molto soddisfatto del risultato raggiunto’

accennò il manager riferendosi ai progetti educativi che aveva finanziato.

‘Io no, gli rispose. Perché chi rimane statico sta già iniziando il proprio declino’.

‘Da dove prenderò la forza di affrontare questa grande sfida?’

‘Dentro di te hai tutta la forza del mondo. Noi ebrei attingiamo l’energia direttamente dalla fonte’

Per conoscere un artista basta guardare le sue opere,

per capire chi è il Rebbe basta scrivere su Google ‘Chabad’, vedere i 7.440.000 risultati e ricordare che 70 anni fa un Beth Chabad nella Piazza Rossa di Mosca poteva solo essere un sogno di una persona immersa nel sonno,

che 70 anni fa una chanukià accesa nel centro di Berlino sarebbe stata il gesto di un folle,

che 70 anni fa erano i nazisti quelli capaci di ricordare a un ebreo la propria identità dimenticata e non dei ragazzi barbuti in mezzo a Tel Aviv o a FifthAvenue.

Il 10 di shvat di 70 anni fa il Rebbe è uscito allo scoperto, contaminando i suoi discepoli con il suo sogno di un mondo  illuminato dalla luce della Torà, investendoli della missione di contagiare altri e poi altri e altri ancora con una grande visione: fare della terra una dimora per D-o più grande ancora dei Cieli. 

Gheula Canarutto Nemni

Dedicated to our anti-zionist friends

Don’t be surprised when I tell you that in order to understand what anti-zionism really is, we have to travel back in time to 3500 years ago.

Specifically, we go back to the accursed meeting between Jacob and Esau, during which the latter had planned to kill his brother because he had “stolen” his father’s blessing, the act formally acknowledging the firstborn as the principal heir.

Esau was really born first, but in a moment of great hunger he had sold his birthright to his younger twin in exchange of a bowl of lentils. Regardless of this legal transaction, Esau wanted to vindicate his birthright and vowed revenge against his brother.

Back in 1100, Rashi the commentator explained that a war between the two sides was avoided by a mere miracle, but the stage was set: Esau and his descendants would hate Jacob and his progeny for eternity.

Joseph, Jacob’s son, traveled to Egypt and soon became the Pharaoh’s vizier. Regardless of his having saved Egypt from terrible famine and having replenished the royal finances through some strategic moves, his progeny was enslaved because it was considered a menace to the country’s internal order.

It was the year 1312 before our Common Era and a community that taught monotheism and that respected each individual’s life regardless of social status, could undermine Egypt’s stability from the ground up. The young Jewish males were trained and then used to make the bricks used to build the pyramids, while the men were subjected to grueling work.

The Jewish people would be extinct if God hadn’t freed them during the renown Exodus.

History continues with the Jewish people conquering the land of Israel and the several attempts of the world powers of the time, such as the Assyrian and Babylonian Empires as well as the Roman Empire, to beat and wipe out those people who were monotheists of unwavering faith, intellectuals and promulgators of universal rights.

The rights of women, slaves, foreigners and immigrants were considered dangerously destabilizing values for those societies based on the clear distinction between the privileged classes, on subservient classes and on the deprivation of all the rights of the people they conquered.

Let’s travel forward in time and get to the Inquisition. A thorn in the Jews’ side is that they know that it is possible to coexist in absolute respect for the different and with who prays to a different God. Yet, the Church of the time didn’t like diversity and the Jewish people’s values were the opposite to all that was necessary to retain its power over the people. The Church needed ignorant followers who could easily be trained to have unconditional, reverential respect towards the clergy.

The real danger of the Jewish people was that they could read and write, they taught the poorer classes how to study, and they treated their own slaves with respect. This modus operandi was a serious menace to the Church’s hegemony. Massive anti-Semitic propaganda was carried out: the Jews were accused of deicide, of spreading the plague, of lending money at rates of interest (that really happened considering that the Jews were forbidden by local political and religious authorities to carry out all professional activities). In religious sermons, the Jews were described as diabolical, deceitful and disloyal beings.

Let’s travel geographically this time, and move towards Russia, in the Ukraine to be exact.

The Jews were used by the czar’s regime as scapegoats against whom the people’s discontent was directed to. The Jewish people were too curious intellectually, too skilled commercially and stubbornly bound to a faith that didn’t let them lose their heart or identity, even in the darkest moments.

Then it was the turn of the nazis and the fascists, who found fertile ground in centuries old anti-semitic propaganda. The Jews represented a foreign body, an alternative thought, a refusal to comply. They were a group of people who always aimed for the top and were able to rise from the ashes and get back in the game. Without the Jews the world could become a cleaner, better place, they said. Nazism and Fascism drew on the ancestral accusations of deicide, usury and conspiracy to build the greatest racial campaign of all time.

On the Berlin walls there were no posters advertising cars or tomato sauces, but representations of hooked noses, sharp fingers holding the planet, satanic faces that lead the way towards Auschwitz, Bergen Belsen and Mauthausen for those people who were dangerously and persistently different.

After the second world war, mankind tried to set itself free from that irrational anti-semitic feeling that had caused the death of six million Jews.

The Jewish people were not seen as usurers anymore, they didn’t spread the plague and even the Church promoted them from evil beings to older brothers.

Now they are Israelis, they have their own Army, a place where they cannot be mass slaughtered and where nobody will force them to sew a yellow star on their jackets.

Nowadays they are not represented with hooked noses but with long shotguns.

They don’t greedily spread their fingers on the globe but on a tiny plot of land.

They don’t have satanic faces but they wear military helmets.

The Jewish people have shed their skin.

Now they are zionists.

Mankind tries to forget the hatred directed at the Jews but it’s almost impossible to eradicate an idea that’s been passed along from generation to generation.

Antisemitism, after centuries of brain washing, cannot simply vanish into thin air.

Just like an hibernating animal, it just took a break to then wake up more ferocious than ever.

Anti-Jewish hatred has been lying dormant, waiting to reappear in a new guise.

Being anti-Jew is not trendy, high tech is not reconcilable with those who hate regardless.

But if we call it anti-zionism, it’s a whole different story.

Not Judaean anymore, the Jews have become respectable.

Regardless of all conflicts and wars – 90.000 dead in Iraq and in Yemen, 70.000 dead in Afghanistan, 200.000 victims in Syria, Israelis have become a current issue. Basically they are nothing but a few million Jews who have miraculously survived the continuous extermination attempts, a group of  people who tries and hopes to give their children a better future.

The label “Israeli” indicates, once again, the fearsome Jews.

In one of his eight homilies written in 386 against the Jews, John Chrysostom said that “Nothing is more miserable than than those people who never failed to attack their own salvation.”

The early man hated what he was scared of and in some level even the modern man is primitive. Hatred against the Jews is an inferiority complex in disguise. Back in 1958, Herman Hesse said that “toward the very old and very intelligent Jewish people the less intelligent sections of another race feel competitive envy and a shaming inferiority, and the more blatantly this base feeling parades as superiority, the more surely fear and weakness are behind it.”

Call them Judaeans, infidels, Jews, the Jewish race, Israelis – the Torah has said that more than three thousand years ago.

Esau and his descendants will never cease to hate Jacob and his progeny.

Yet, it’s written that, despite of all this eternal hatred, us Jews will never cease to exist.

Am Israel Chay.

Gheula Canarutto Nemni

Voi che odiate Liliana Segre, gli ebrei e Israele

Voi che odiate il nostro popolo, 

Voi che non siete ancora riusciti a liberarvi di quel rancore gratuito che vi hanno instillato per secoli verso i figli di Giuda, 

voi che sognate nel 2019 di spazzarci via dalla faccia della terra, 

o che ancora ci dite: tornatene a casa tua, ignari del fatto che la nostra casa si trovava qui prima della vostra 

Maurizio Scoccimarro che auguri a Liliana Segre di trasformarsi in cenere, 

Chef Rubio che accosti allo stato di Israele l’aggettivo nazista,

Tutti coloro che rievocano le tragedie del nostro passato e ironizzano sui nostri morti, 

Vi siete mai domandati come un essere umano marchiato a fuoco come una bestia da un altro individuo, possa trovare dentro di sé una rinnovata fiducia verso il genere umano? 

Vi siete mai fermati ad immaginare come un bambino strappato dalle braccia dei genitori all’età di sei anni, possa dopo vent’anni mettere al mondo dei figli a sua volta?

Se vi avessero obbligati a marciare sulla neve gelata per chilometri e chilometri, con i piedi coperti da uno straccio, sapendo che al primo barcollamento qualcuno vi sparerà in faccia, avreste trovato la forza di sognare un futuro migliore? 

Se vi avessero nutrito solo di acqua e bucce di patate bollite e ammassato in baracche tra pidocchi e tifo, se aveste visto i vostri compagni  di tragedia lasciarsi morire e pregare solo di non riaprire più gli occhi il mattino dopo, avreste trovato dentro di voi di nuovo le parole per chiedere a D-o la vita e l’amore? 

Vi siete mai chiesti da dove i superstiti del peggior inferno in terra mai esistito, abbiano preso la forza di ritornare nei posti in cui li hanno perseguitati e proprio lì si battano ancora per proporre commissioni per contrastare odio, razzismo e antisemitismo?

Siamo figli di Abramo. Discendenti di un uomo che non ha avuto timore di discutere con D-o pur di salvare Sodoma e Gomorra, le città più malvagie sulla faccia della terra, un individuo che non ha mai perso la fiducia nella capacità del genere umano di liberarsi dal male e ricominciare la ricerca del bene. Ti prego D-o, se fossero solo cinquanta i giusti di queste città, salveresti anche i malvagi in loro merito? E se fossero quaranta o trenta o venti o dieci? Siamo progenie di un individuo che sognava di portare la luce anche nelle società più votate al male.

Discendiamo da un uomo che ha inventato il primo accanimento terapeutico per l’umanità.

E così, anche quando ci troviamo circondati da persone che ci augurano la morte, non rinunciamo a provare a trasmettere la nostra immutabile e, nonostante tutto, incorruttibile, fiducia nell’essere umano e la sua capacità di uscire dal buio ideologico in cui è immerso. 

Gheula Canarutto Nemni

La notte dei cristalli. Io non voglio ricordarla

Kristallnacht. Quando ricordare non serve

L’odore delle lettere bruciate riempiva l’aria di Berlino, Vienna e Praga.
Le discussioni di Rav e Shmuel, di Hillel e Shamai, sorvolavano i tetti delle case tedesche, austriache e ceche, alla ricerca di una nuova mente che le studiasse e di una nuova bocca che le dibattesse.
Le fiamme che lambivano i cieli trascinavano con sé le note del cantore, le melodie delle feste, i pianti dei digiuni. Non era la prima volta che volavano in quel modo. Né sarebbe stata l’ultima.
Correva la notte tra l’8 e il 9 novembre del 1938.
Migliaia di libri persero la vita nei roghi di quelle due notti, la frase profetica scritta da Heinrich Heine nel 1823 ‘Chi brucia i libri, presto o tardi arriverà a bruciare esseri umani’, aveva iniziato a diventare realtà.
Le pagine, ridotte a mucchi di cenere, ritornarono alla terra da cui erano venute.
Era stata ufficialmente dichiarata guerra al popolo ebraico.
E per l’ennesima volta nella storia, i nemici avevano dimostrato di conoscere il cuore nevralgico di questa nazione. La guerra contro gli ebrei non poteva venire combattuta solo con armi convenzionali.
Per annientare questo popolo così ostinatamente resistente era necessario adottare una strategia diversa.
Per fare della terra un posto Judenfrei bisognava colpirli nell’anima.
E così vennero accatastati migliaia di volumi del Talmud, uno sopra all’altro, perché da lì gli ebrei prendono il loro vigore intellettuale.
E alle fiamme vennero aggiunti degli Shulchan Aruch, il codice di leggi, perché senza la bussola spirituale gli ebrei perdono la direzione da seguire.
Vennero sfondate le porte delle sinagoghe, appiccato il fuoco alle sedie, ai leggii, alle mura dei luoghi da cui fino a pochi attimi prima si levavano melodie e preghiere, sradicati rotoli della Torà dalle arche sante.
Le fiamme bruciarono le pergamene e le promesse di amore reciproco fatte tra D-o e gli ebrei.
Ancora una volta nella storia i nemici del popolo ebraico avevano mostrato di sapere.
Che il segreto di sopravvivenza, la linfa vitale, l’energia essenziale per resistere e continuare a illuminare, di questa nazione che misteriosamente è riuscita ad attraversare secoli di storia, si trova nelle pagine di quei libri, nelle vitalità di quelle sinagoghe, nella voce dei bambini che studiano le parole, le regole, la filosofia a loro tramandate. Nelle preghiere che accompagnano i loro momenti di ogni giorno, nelle domande rivolte a D-o invece che all’uomo da Lui creato, nella fede nel loro Creatore.
Sono passati 81 anni da allora.
Venerdì 8 e sabato 9 novembre, riempiamo le sinagoghe, apriamo i libri ebraici che non abbiamo mai avuto tempo di studiare e di leggere, organizziamo gruppi di studio, dedichiamo qualche minuto per riportare alla vita ciò che i nostri nemici hanno provato ad estirpare dalla faccia della terra.
Trasformiamo le fiamme dei roghi in una fiamma ebraica ancora più viva.

Gheula Canarutto NemniSchermata 2019-11-07 alle 17.14.44.png

Quando qualcuno mi fermò per strada e mi disse: Voi ebrei siete un popolo di squilibrati

Scusi ma queste settimana davvero non posso. Abbiamo un’altra festa.

Beati voi, mi risponde il mio interlocutore, sempre a festeggiare.

Troppo lunga da spiegare questa nostra strana celebrazione.

In cui si cucinano pasti per sfamare centinaia di persone per poi a distanza di otto giorni ritrovarsi a digiunare per venticinque ore, in cui ci si inzuppa sotto alla pioggia perché qualsiasi sia il momento dell’anno in cui cade sukot, quello sarà il periodo delle prime piogge, in cui si sta alzati tutta la notte per pregare D-o che sigilli il nostro anno per il bene anche se la sera dopo dovremo ballare con i rotoli della Torah senza sosta e senza nessuna musica di accompagnamento se non la voce già roca.

In cui bisogna essere felici solo perché siamo ebreo e perché siamo stati scelti per portare il volere di D-o in questo mondo.

Noi ebrei il nostro equilibrio interiore siamo capaci di trovarlo solo se siamo totalmente squilibrati.

A Rosh Hashana facciamo un passo indietro da noi stessi, ci rimettiamo sotto al giogo divino e dichiariamo per 48 ore: D-o sei tu il re, noi non siamo nulla.

A Yom kipur ci rimpossessiamo della nostra vita e per 25 ore facciamo esami di coscienza per ritrovare il nuovo punto di partenza e capire che direzione dare alle nostre giornate future.

E poi arrivano sukot e simchat Torah. In cui ci buttiamo a ballare e a cantare, in cui accantoniamo la razionalità, i calcoli e i ragionamenti fatti fino a poco prima e ci lasciamo trascinare solo dalla gioia di essere chi siamo.

Questo mese un po’ fuori dall’ordinario ci racconta che per trovare la giusta via bisogna qualche volta muoversi da un estremo all’altro. Come un corridore che si tira un po’ indietro prima dello scatto iniziale e sembra quasi che indietreggi e perda terreno, ma poi appoggia i piedi nella posizione di partenza e quasi quasi appare incollato e immobile nel punto in cui si trova. E quando inizia la corsa si butta in avanti e proprio grazie a quel primo indietreggiamento e al successivo bilanciamento corre verso il traguardo.

Noi piccoli ed effimeri esseri umani per potere fare della nostra vita la somma di momenti di valore e significativi, non possiamo mai permetterci di stare fermi.

L’introspezione va bene, ma non deve durare troppo a lungo.

L’umiltà è necessaria ma senza esagerazione.

E poi viene la gioia. Perché senza di quella è impossibile andare avanti.

Per potere procedere nella vita abbiamo bisogno di momenti in cui accantonare logiche e ragionamenti e semplicemente lasciare che siano le passioni vere e profonde, la fede che scaturisce dal semplice fatto di essere al mondo, a guidarci.

D-o ci vuole squilibrati, non ci vuole fissi su una condizione ma vuole che continuiamo a muoverci senza sosta , perché solo così possiamo avanzare.

Quando vi domanderanno perché la maggior parte dei fondatori della psicanalisi, della psichiatria e della psicologia, della logopedia, siano ebrei, cercate nel calendario ebraico la risposta.

E se vi dicono che gli ebrei sono degli squilibrati, ringraziate per il complimento. Significa che non state mai fermi.

La staticità è già discesa, dice l’ebraismo.

Per due giorni guarderemo in avanti solo attraverso la lente della felicità di essere ebrei e di essere stati scelti come rappresentanti di D-o e della Sua Torah.

E questa passione sarà quella che ci permetterà di aprire sipari su scenari nuovi, mai visti prima e di raggiungere punti in cui non avremmo mai pensato di potere arrivare.

Felice festa della Torah!

Gheula Canarutto Nemni

Our life is a museum of illusions…

I have been to the museum of illusions in Vienna with my children. As we entered we saw pictures that appeared totally different according to the side you were looking from. Rooms painted with diagonal stripes made people appear as giants in one corner and as dwarfs in the opposite one.

Holograms, steady objects hit by an intermittent light that made them appear as they were in a perpetual movement.

We walked into a giant kaleidoscope and, though the footboard we were onwas not moving, we felt like fluctuating in the air.

I have never experienced illusions from so close.

I have never experienced something that actually does not exist.

When we left the museum I started looking around. Cars, shops, people who ran in the streets. Were they real? What if everything around me was different from it seemed to be?

What if our material desires were only a deceiving need created by our materialistic soul? What if our daily run, which we are convinced is so necessary for us, goes in the opposite direction of our true goal?

Maybe G-d is challenging us hoping that soon or late we open our eyes and we realize that our life should be very different from what society is telling us? What if one day we just open our eyes and we realize that the aim we were created for is so different from what we have always believed?

There is a chassidic story about a poor man who travels in the world in search of richness. He happens to arrive on an island where diamonds are scattered everywhere while the most precious thing is onions. You earn in onions, you pay in onions, your wealth is calculated in onions. Days go by and he slowly forgets about the real world and the fact that if he simply picked up some diamonds from the floor, he could become very rich. On the island he becomes a very wealthy persons. After ten years he goes back home with a carriage full of onions. Look what I brought you! He says to his astonished wife. You’ve been away for home for ten years and this is all you could earn? She asks desperately. Onions?

In our life everything depends on the perspective we use to look at things. Reality changes according to the lenses we wear. One day we will realize that we have lived all our life as in a long dream. A dream made of wishes that do not belong to us, needs that are not ours, material things that should guarantee us happiness and joy but as we buy them, nothing changes inside ourselves.

And G-d hides Himself behind the illusion of this world and waits patiently that we open the curtain, we move the veil and we discover our spirituality and our real aim.

Gheula Canarutto nemni

Siamo un mondo di illusi

Sono stata al museo delle illusioni con i miei figli. Ci hanno accolto fotografie che guardate da diverse angolature rivelano immagini totalmente diverse.

Stanze con righe in diagonale che fanno sembrare le persone in un angolo come dei nani e nell’angolo opposto come giganti.

Ologrammi, oggetti immobili irradiati da luce intermittente che li fa apparire come se fossero in movimento perpetuo.

Una pedana ferma immersa in un grande caleidoscopio che da’ la sensazione di fluttuare anche se si sta totalmente fermi.

Non avevo mai provato così da vicino una illusione. Non avevo mai percepito in prima persona qualcosa che in realtà non esiste.

Quando sono uscita ho iniziato a guardare il mondo intorno a me. Le macchine, i negozi, le persone che correvano.

E se tutto non fosse come davvero si vede?

Se la realtà fosse diversa da quella che ci appare?

Se il nostro desiderio di materialità fosse una necessità illusoria che ci crea l’anima materialistica per spingerci a correre verso una meta cercando di farci dimenticare il nostro vero obiettivo?

E se tutto questo fosse una sfida che

D-o ci lancia aspettando e sperando che prima o poi apriamo i nostri occhi e realizziamo che la vita dovrebbe essere molto diversa da quella che la società intorno ci vuole vendere?

Se un giorno aprissimo gli occhi e capissimo che lo scopo per il quale siamo stati creati non è quello che abbiamo sempre creduto?

C’è una storia chassidica che racconta di un uomo povero in viaggio alla ricerca della ricchezza. Nei suoi pellegrinaggi approda su un’isola in cui i diamanti si raccolgono per le strade e la ricchezza si calcola in cipolle. Guadagni in cipolle, paghi in cipolle. Lentamente, con il passare degli anni l’uomo si abitua al nuovo modo di ragionare. Dimentica che nel mondo da cui proviene diventerebbe ricchissimo raccogliendo giusto qualche diamante da terra e corre ogni giorno senza sosta per accumulare cipolle. Dopo dieci anni torna a casa dalla famiglia e con uno sguardo trionfante mostra alla moglie un carro zeppo di cipolle. La moglie lo guarda disperata.

Sei stato lontano da casa per per dieci anni per accumulare cipolle?

Nella vita tutto dipende dalla prospettiva con la quale guardiamo, dalle lenti che indossiamo.

Un giorno ci accorgeremo che abbiamo vissuto la nostra vita come in un sogno. Un sogno dettato da una società che ci vuole tutti appiattiti su desideri che non ci appartengono, su necessità di cui non abbiamo alcun bisogno, su oggetti che dovrebbero garantirci la felicità appena acquistati e che invece ci lasciano sorprendentemente indifferenti.

E D-o si nasconde dietro all’illusione del mondo e aspetta con pazienza che noi apriamo il sipario sulla verità e Lo ritroviamo.

Gheula Canarutto nemni

L’ebraismo è una religione da bambini

Per sapere chi si è, è importante voltarsi indietro e scoprire da dove si viene.

Per capire dove andare è essenziale guardare alle proprie origini, volgere lo sguardo verso il solco che gli antenati hanno tracciato.

Il nostro popolo è nato in una maniera molto particolare. D-o non si è rivelato a una sola persona domandandole di portare il Suo messaggio ad un intero popolo.

Non ha eletto qualcuno per essere il Suo messaggero prediletto.

Ci ha chiamati in raccolta tutti indistintamente, uomini, donne e bambini, davanti ad un monte basso, piccolo, senza nessun tratto distintivo particolare.

E lì, prima di riunire i saggi del popolo ha detto: le donne, rivolgetevi a loro per prime. Perché saranno loro a lasciare un tratto indelebile nella vita dei loro figli e a decidere in che strada andranno.

Poi ha domandato che Gli venisse dato un garante, qualcuno che si sarebbe preso cura di tramandare la Torah che stava per dare.

Gli vennero offerti diversi personaggi importanti, persone di spicco e autorevoli, ma li rigettò.

Furono i bambini, non gli adulti di oggi ma quelli di domani, che scelse come propri testimonial nel mondo.

I primi attimi di vita del nostro popolo ci raccontano che se si desidera diventare davvero grandi non è necessario compiere passi giganti.

Non sono indispensabili pedigree, formazioni particolari, background autorevoli.

Non sono le cose sorprendenti, i gesti da prima pagina, che ci costruiscono come persone.

Sono le piccole cose, gì individui che potrebbero sembrarci di secondo piano, sono i minimi dettagli che danno vita a un grande progetto.

Datemi le donne, potenti nelle loro gesta silenti, datemi i bambini, la loro innocenza e caparbietà nell’ottenere le cose più semplici.

Riuniteli davanti a un monte piccolo, basso, senza pretese, che passerà alla storia per il luogo dove avvenne la prima rivelazione divina a una intera nazione.

Cominciate la vostra storia da quei piccoli particolari, da quelle fasce di società che in molti tendono a sottovalutare.

E solo allora potrete definirvi uomini, saggi del popolo.

Solo quando avrete imparato a riconoscere l’importanza delle persone che vi sembrano piccole, delle cose che vi appaiono quasi insignificanti, solo allora sarete degni di essere chiamati nazione.

Con l’augurio che gli insegnamenti della Torah accompagnino ogni piccolo passo della nostra vita, trasformandolo in un momento importante.
Gheula Canarutto Nemni