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Gheula Canarutto Nemni

Nella diversità siamo tutti uguali

Scusatemi per la mia follia ma sono ebreo…

Scusatemi, ma sono ebreo.

Per questo il momento prima mi vedete concentrarmi, chiudere gli occhi e pregare con profondità assoluta. E il momento dopo potrete osservarmi mentre canto e ballo a più non posso.

Potrete cogliermi mentre imploro D-o con le lacrime agli occhi e il nodo alla gola. E magari in quel mentre proclamo a squarciagola parole di gioia.

Scusatemi, ma sono stato creato in questo modo un po’ instabile.

Suono per 48 ore un corno d’ariete simile al pianto di un figlio, digiuno per 25 ore per ottenere il perdono assoluto e potere ricominciare da capo e quando giungo al culmine della mia spiritualità e una nuova pagina bianca viene offerta alla mia vita, invece di stare tranquillo nei miei nuovi propositi, mi auto inietto overdosi di felicità senza limiti.

Cosa ci posso fare? Sono stato programmato in questo modo.

Lamentatevi con il mio Creatore se avete qualche rimostranza da fare. Se vi piacerebbe avermi più equilibrato, più allineato, più contenuto e controllato.

Se state cercando un popolo costante nel tempo, avete sbagliato indirizzo. Noi siamo come la luna. Ogni giorno diversi dal giorno prima.

Scusateci, ma siamo ebrei.

E non ci potrete mai vedere fermi allo status quo, soddisfatti al 100% di quello che abbiamo raggiunto.

Non ci potrete mai cogliere mentre piantiamo il cartello ‘arrivo’ perché per noi ogni traguardo è solo un nuovo punto da cui riprendere a correre.

Scusateci ma ci è impossibile stare fermi.

E quando D-o ci comanda di essere felici, pur essendo consapevole che la felicità è un sentimento e non un pensiero razionale che si può facilmente dominare, quando ci chiede ‘fate entrare la gioia nei vostri animi’ poche ore dopo kipur in cui le lacrime inondavano i nostri visi, viriamo secondo le Sue indicazioni.

Scusandoci nuovamente per la nostra ecletticita’, domandiamo perdono se nei prossimi giorni ci vedrete accantonare la ragione, il pilpul, le ore trascorse a  studiare e discutere le pagine di Tora’.

Saremo impegnati a celebrare il semplice, al di sopra della logica, fatto di essere stati scelti per fare parte di questo popolo che si muove dalle lacrime al sorriso, dalla fede assoluta allo studio più profondo, a passi di danza.

Chag sameach e buona festa della gioia

Gheula Canarutto Nemni

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Dove si trova la vera casa degli ebrei?

Dove si trova la mia casa? Si chiedeva spesso.

Alzò lo sguardo verso il palazzo che aveva davanti. Questo è l’indirizzo che scrivo sotto alla voce ‘residenza’, pensò poco convinto.

Anche i miei nonni avevano una casa, in una bella via del centro. Ma un giorno qualcuno è arrivato e ha detto: ‘questa non è più vostra’. Due lacrime gli scesero lungo le guance.

La mia casa, quella vera, non possono essere queste quattro mura, non può consistere in questo insieme di pietre che per migliaia di anni, senza sosta, mi hanno preso, restituito per poi riprendersi di nuovo e restituirmi ancora, disse a se stesso.

Non è il posto dove lavoro, il mio ufficio, il palazzo in cui entro ogni giorno per svolgere l’attività attraverso cui mi presento al mondo, riflette’ guardandosi intorno mentre posava la sua grossa cartella piena di documenti.

Un momento prima sei un ingegnere, poi qualcuno ti licenzia, c’è la crisi e il giorno dopo non sei più nulla.

Casa deve essere qualcosa che c’è a prescindere da tutto il resto, pensò mentre si sedeva nella poltrona della sua sala.

Un luogo in cui potere sempre tornare anche se fuori tirano nuove correnti di pensiero, cambiano umori politici e le mode di passaggio.

La casa deve essere un punto fermo, resistente a tempeste, uragani, marce militari, distanze fisiche e allontanamenti, pensò mentre chiudeva la porta blindata.

Nessun ladro dovrebbe poterla svuotare, nessun malintenzionato dovrebbe poterla varcare.

La vera casa dovrebbe essere un luogo inespugnabile, invalicabile dagli altri.

Un posto dove solo io, in qualsiasi momento, posso entrare e uscire a piacere, pensò

incamminandosi lungo la strada.

Quel percorso, non lo faceva da tempo.

Le sue gambe compivano passi come se fossero memori di qualcosa di cui lui stesso non era a conoscenza.

Sembravano pervase da una consapevolezza atavica, remota, da una reminiscenza lontana e fievole ma sempre presente.

Arrivò a vie che gli sembrava fossero da sempre appartenute ai suoi percorsi, incrocio volti all’apparenza sconosciuti che emanavano un senso di famiglia e di pace.

Aveva camminato per migliaia di anni, senza sosta, lungo sentieri impervi e pericolosi.

Scusi, sa dove è la mia casa? Domandò a un passante.

Quale casa sta cercando?

Quella vera, che le apparterrà per sempre? Gli chiese.

Si guardi dentro, prosegui’ l’anziano signore.

Non capi’ subito.

Lei è ebreo.

La casa di un ebreo sta nella sua anima.

In quel puntino che si mette da parte in silenzio e che senza preavviso si risveglia tutto d’un colpo.

La casa è li’, nell’identità che tace e si mescola con ciò che sta intorno e un giorno all’anno, più forte di qualsiasi peccato e trasgressione, di qualsiasi inciampo e digressione, di qualsiasi strada sbagliata e tentativo di abbandono, si incammina a testa alta verso se stessa.

Ho vagato per così tanto tempo alla ricerca di qualcosa che mi portavo addosso?

Il vecchio gli sorrise e gli disse qualcosa.

L’uomo si svegliò. Del sogno che aveva fatto ricordava solo l’ultima frase.

Oggi è Yom Kipur. Il giorno dell’anno in cui l’ebreo, ovunque si trovi, riapre la porta della sua vera casa.

Gmar chatima tova’ e buon ritorno a casa

Gheula Canarutto Nemni

Se sono stato in grado di vedere più lontano è perché mi sono messo sulle spalle di giganti ( Isaac Newton)

Chi sono io per potere fare questo? Ci domandiamo così spesso.

Non è a me, non a una persona del mio livello, che questo messaggio si indirizza, ci ripetiamo fermando il nostro progresso.

Sono stata invitata negli Stati Uniti quest’estate a tenere una serie di conferenze a un raduno di sei giorni che ha raccolto 1500 ebrei.

Persone di tutti i retaggi culturali, religiosi, geografici.

Ebrei assetati di storia, di conoscenza di sé, dei prossimi passi da compiere.

Ebrei che si sono svegliati al mattino presto nei pochi giorni che avevano di vacanza, per cercare di assorbire lezioni, messaggi, valori, della religione in cui sono nati, ma di cui nessuno gli ha mai insegnato niente.

Desiderosi di capire, di colmare un vuoto identitario, di recuperare anni in cui hanno vissuto in un modo troppo simile al mondo di fuori.

In ogni momento libero, da speaker mi trasformavo in ascoltatrice.

Ho così sentito i racconti di figli di superstiti della Shoà, non immaginavo ce ne fossero così tanti e il loro desidero di uscire dalla bolla di sperata sicurezza in cui i genitori li avevano protetti.

Ho raccolto testimonianze di persone cresciute senza Shabat, senza sapere cosa sia una mezuzah, gente senza un D-o di Abramo, Isacco e Giacobbe a cui rivolgersi.

Ebrei che hanno scoperto a 50 anni di appartenere a un popolo da sempre perseguitato.

E che, invece di fuggire da questa identità scomoda, hanno provato a tuffarvici dentro.

Dopo sei giorni ho capito che davanti non avevo semplici persone ma eroi.

Eroe non è solo chi si butta nell’acqua per salvare qualcuno che sta affogando.

Eroe è chi osa e ri-osa, ogni giorno, uscire dalla propria area di sicurezza, dalle proprie abitudini.

La parola eroe deriva dal greco ed è colui che è dotato di forza prodigiosa, che è in grado di compiere imprese celebri.

L’impresa più celebre che un uomo possa compiere è liberarsi dalle consuetudini, da ciò che ha già acquisito ed andare oltre.

La forza prodigiosa non ce l’ha chi butta giù muri con una spallata e sconfigge sei nemici in una volta.

La forza prodigiosa appartiene a chi si alza al mattino e, attraverso pensiero, parole e azioni nuove e diverse, sfida il proprio status quo e le proprie certezze.

Ci hanno insegnato che grande è più di piccolo, ma forse non ci hanno detto tutta la verità.

Perché a volte i piccoli, quelli che partono da livello più bassi, sono loro a essere i più grandi.

È facile camminare su un sentiero che qualcun altro ha già solcato prima di noi.

È così difficile intraprendere un cammino e non fermarsi davanti al vuoto, all’ignoto, a ciò che non si è mai sperimentato prima e che non ci è mai appartenuto.

Si dice che mashiach arriverà nei nostri tempi perché, pur essendo noi dei nani spirituali, stiamo sulle spalle dei nostri antenati che erano dei giganti.

Ma forse mashiach arriverà nei nostri giorni anche perché oggi più che mai nel nostro popolo si trovano i baalei teshuva, eroi che hanno deciso di lasciarsi il vuoto ebraico alle spalle per farsi carico di nuove mizvoth, mai provate prima.

Al livello in cui stanno i baalei teshuva’, nemmeno i più giusti, i più tzadikim, stanno.

Gigante non è chi nasce già alto. Ma chi prova ogni giorno a superare il livello in cui si trovava il giorno precedente.

Gheula Canarutto Nemni

Have you ever been empowered? Lessons from Jli, the Jewish National Retreat

A call for the survival of the Jewish nation

Dear friends of the Left Wing,

Dear friends of the Right Wing,

What you are going to read is a call for survival.

Survival of a nation that was able to live up to day thanks to unending miracles. While today that same nation is at risk of implosion.

Our nation is famous for its different thoughts and approaches.

Mental maps so different, one from the other, that they helped us grow up.

The four sons of the Hagada have their own ways to interpret history; the 12 tribes each had its special way of serving G-d.

The Jewish nation nurtured itself on the diversity of opinions, of the different waves of thought.

Discussion, divergency of points of views is one of the holding columns that preserved our nation’s life.

One directional thoughts are not part of our Jewish DNA.

The prophets fearlessly opposed themselves to kings, Moses discussed with G-d.

The Talmud is but the result of unending discussions and dissertations.

However, during the last few months, a part of this equilibrium broke. Discussions are not simple exchanges anymore, but poisoned arrows. Different opinions have become like stones that contribute to the building of walls to separate people who see the world in different ways.

To save with words migrants, we are destroying our nation.

By deciding Israeli policy sitting around a coffee table and tapping on Facebook, we are dividing Jews into bad and good.

To comment on the policy of an American president, we throw away 3300 years of survival.

Something is wrong here.

G-d didn’t make us survive until today to be like this.

He doesn’t want to see his nation nation falling out due to unuseful discussions that move only the keyboard keys and nothing more.

We didn’t survive until now to slay each other on social media and divide people into Right and Left, like they were road signs.

We are sinking our boat with our own hands, the same boat that miraculously resisted the worst storms.

If we Jews are still here today it’s because G-d knows we can contribute an added value.

He trusts that we won’t get lost in the waves of unuseful words directed at a policy that someone else is already deciding.

We are here to do, to help advance, to add more light and values.

We are here to unite people under the umbrella of universal rights, rights that we taught the world.

We are here to say what others are not brave enough to pronounce.

The Jewish soul, of every single Jew on earth, receives its vitality from the deepest level of G-d.

Two of us have three opinions, but what really counts is our essence. That is the same, undifferentiated, indistinct, soul. An essence that does not look leftwards or rightwards but only upwards, towards its Creator.

Our sanctuary was destroyed because Jews, instead of being one against their enemy, got divided internally.

And they didn’t realise that in this way, when everyone sits around his/her own table and refuses to hear what the other one is saying, when we shout on Facebook and Twitter, on mass media, we are playing into the favour of our enemies, helping them in their strategy of our destruction.

And our enemy just needs to sit there and watch and wait.

Hillel and Shamai wore different lenses through which they saw the world. One had lenses of pity, the other of rigor.

Each of them interpreted law in his own way. If they lived today there would be shirts with ‘I am with Hillel’ and ‘only Shamai is right’.

There would be meetings, public demonstrations, provocations. In their period diversity was an opportunity for growth. Today, we would not be same nation without their discussions, which G-d Himself as referee.

Who, at a certain point said: this and this are my living words.

What you read is an invitation.

To stay together, and to discuss in a respectful and civil way.

We are surrounded on the right and on the left by enemies. Let’s not break into factions of right and left.

We are truly a small number of people, yet of we stay together we become many tiny surviving miracles.

Only together can the weak light of one become the brightest.

Gheula Canarutto Nemni

Appello per la sopravvivenza del popolo ebraico

Cari amici ebrei di sinistra,

cari amici ebrei di destra,

quello che leggerete nelle prossime righe è un appello per la sopravvivenza.

Sopravvivenza di un popolo che è arrivato miracolosamente alla data di oggi e che rischia pericolosamente di implodere.
Il nostro popolo è noto per le differenze di pensiero. Le mappe mentali così diverse tra loro ci hanno da sempre fatto crescere.
I 4 figli della hagadà hanno ognuno il loro modo di interpretare la storia, le dodici tribù hanno ognuna il suo modo speciale di servire D-o.
Il popolo ebraico si è alimentato della diversità di opinione, si è nutrito delle differenti correnti di pensiero.

La discussione, la divergenza di punti di vista, è una delle colonne portanti che ha tenuto in vita il nostro popolo.

L’univocità di pensiero non fa parte del dna ebraico.
I profeti si sono opposti ai re, Mosè ha discusso con D-o.
Il Talmud non è altro che il risultato di interminabili discussioni e argomentazioni.

In questo ultimo periodo però qualcosa si è rotto. Le discussioni non sono più semplici scambi, ma dardi avvelenati. Le opinioni sono diventate mattoni che erigono muri tra chi la pensa in maniera diversa.

Per salvare a parole i migranti, stiamo spaccando davvero il nostro popolo.
Per decidere la politica di Israele seduti ai tavolini del bar e su Facebook, dividiamo davvero gli ebrei in buoni e cattivi.
Per commentare la politica di un presidente americano, gettiamo al vento 3300 anni di storia di sopravvivenza,

Stiamo sbagliando qualcosa.
Non è per questo che D-o ci ha fatto arrivare fin qua.                                                             Non per vedere il Suo popolo esaurirsi a vicenda su discussioni sterili che, oltre al rumore della tastiera, non portano a nessun reale cambiamento nel mondo.
Non per vederci scannare sui social media e catalogare le persone come direzioni stradali, destra, sinistra.
Non per vedere il Suo popolo darsi da fare per affondare la barca con le proprie mani, quella barca che miracolosamente ha resistito fino ad oggi alle tempeste peggiori.       Non siamo ancora qui per spaccarci in correnti di pensiero così vorticose da creare mulinelli letali per la nostra nazione.

Se siamo giunti fino a questo momento della storia dell’umanità è perché D-o sa che possiamo dare un valore aggiunto.
È perché ha fiducia in noi, Suo popolo, che non ci perdiamo in ondate di parole inutili su cose che là fuori qualcuno sta già decidendo.
No. Noi siamo qui per fare, per fare progredire, per immettere luce, valori, esempi.
Siamo qui per unire gli individui sotto all’ombrello dei principi universali che noi stessi abbiamo insegnato al mondo.
Siamo qui per dire quello che gli altri non sono in grado di pronunciare.
L’anima degli ebrei, di tutti gli ebrei indistintamente, riceve la vitalità dal livello più profondo e alto di D-o.
Due di noi hanno tre opinioni, ma quello che conta è la nostra essenza. Uguale, indistinta, indifferenziata. Un’essenza che non guarda a destra e a sinistra ma solo in alto, verso Chi l’ha creata.
Il nostro santuario è stato distrutto perché gli ebrei invece di unirsi contro i loro nemici si sono divisi all’interno. Non rendendosi conto che quando facciamo così, quando ognuno si siede al suo tavolo e rifiuta di sentire cosa sta dicendo l’altro, quando si urlano le nostre diatribe e i nostri conflitti su facebook, nei programmi televisivi, nelle testate giornalistiche, facciamo il gioco del nostro nemico. Lo aiutiamo. Non deve fare altro che stare a guardare.

Centimetro dopo centimetro creiamo noi stessi le falle che rischiano di fare affondare la nave che ci ha portato in salvo.

Hillel e Shamai possedevano ognuno lenti diverse, a base di pietà e di rigore, attraverso le quali guardare il mondo. Ognuno di loro interpretava la legge a modo suo.                    Se avessero vissuto oggi avremmo avuto le magliette con ‘io sto con Hillel’ e ‘solo Shamai ha ragione’. Ci sarebbero stati raduni, messaggi collettivi, provocazioni, da parte di uno e dell’altro gruppo. Ai loro tempi invece la diversità di pensiero era opportunità di crescita. Oggi non saremmo chi siamo senza le loro discussioni che come arbitro ne hanno avuto uno di eccezione.

D-o stesso.

Che a un certo punto disse: sia queste che quelle rappresentano la parola divina.

Quello che avete letto è un invito.
Invito a stare insieme, al confronto pacifico, allo scambio civile di opinioni diverse.

Siamo accerchiati da nemici a destra e a sinistra. Non spacchiamoci tra destra e sinistra.

Siamo pochi, ma quando siamo uniti diventiamo tanti piccoli, infinitesimi miracoli di sopravvivenza. Solo insieme la luce fioca di ognuno può diventare una luce potente.

Gheula Canarutto Nemni

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Dedicato ai Mosè che si fanno chiamare Antonio

Ci sono certi ebrei che hanno dimenticato cosa significhi essere ebrei.

Per i quali una stella di Davide è solo un solco sottile nel proprio subconscio.
Ci sono certe persone che nascono da famiglie ebraiche e non sanno nemmeno di essere connessi ai propri fratelli.

Individui non consci degli effetti che una loro singola parola può avere su fratelli a loro sconosciuti.
Esistono persone che non immaginano di essere collegate ad altri ebrei da legami così stretti ed inevitabili.
Ci sono ebrei che in casa si fanno chiamare Mosè mentre per la strada preferiscono farsi chiamare Antonio, persone che non distinguono il tramonto del venerdì da quello degli altri giorni della settimana, per i quali le tre stelle del sabato sera non sono diverse da quelle cadenti nelle notti di mezza estate.
Uomini e donne che ritrovano il D-o dei propri avi solo per le 25 ore del giorno di kipur, quando varcano la soglia di una sinagoga, si coprono la testa con la kipà e cercano di cogliere qualche parola di quella lingua che i loro trisnonni leggevano senza problemi.
Poi è venuto il Rebbe.
E ci ha insegnato che ci sono certi ebrei che hanno dimenticato cosa significhi essere ebrei perché probabilmente non hanno mai avuto qualcuno che gliel’abbia insegnato.
Ebrei che non sanno di avere fratelli sparsi in giro in tutto il mondo, pronti a lottare per loro e a difenderli di fronte a chiunque, perché non ne hanno mai incontrato uno.

Che non immaginano di possedere, ma magari vorrebbero avere così tanti legami indissolubili con persone che non sono della loro famiglia.
Persone a cui nessuno si è seduto vicino per spiegare che l’effetto dirompente della parola di un ebreo sulla vita di milioni di altri deriva dal fatto che siamo tutti parte indissolubile di D-o stesso, che proveniamo tutti dallo stesso respiro divino.
Quei Mosè che si nascondono sotto i panni di Antonio che forse non sanno quanto un loro piccolo, infinitesimo passo verso D-o e la propria identità, abbia una risonanza infinita nei cieli. Perché probabilmente nessuno gli ha mai detto che chi dà una svolta spirituale alla propria vita raggiunge livelli molto più alti di chi, in quei sentieri, ci ha sempre camminato.

Forse molte spaccature all’interno del popolo ebraico sparirebbero in un attimo se tutti leggessero le parole del Rebbe.

Siamo una sola cosa in due modi: nella nostra essenza e nel nostro carattere. Nella nostra essenza siamo una sola anima che deriva da una sola fonte. Nel nostro carattere siamo ognuno complementare all’altro, nessuno è davvero completo, ognuno di noi contribuisce a ciò che manca nell’altro, ognuno aggiunge perfezione all’altro. Come in un enorme mosaico, stando uno accanto all’altro rendiamo l’intero completo. Nessuno è perfetto senza tutti gli altri. E ognuno di noi è incompleto finché anche uno solo manca. Gheula Canarutto Nemni

Lettura riservata alle persone di religione ebraica. Se non sei ebreo sei pregato di non andare avanti a leggere

 

Se non sei ebreo non leggere queste righe.
Difficilmente ti riguardano.

Se non sei ebreo non ti sei mai sentito braccato.
Non ti sei mai trovato di fronte a un mondo che valuta le tue azioni con standard altissimi mentre chiude gli occhi sulle azioni degli altri, a iniziare da quelle dei tuoi nemici, giustificandone ingiustizie e immoralità assoluti.

Se non sei ebreo non leggere queste righe. Non ti immedesimeresti mai in questo sentimento di rabbia, di impotenza, nei confronti dell’umanità che continua imperterrita da migliaia di anni a mentire sul tuo conto e a inventare false accuse contro di te basate sul nulla.

Se non sei ebreo non puoi capire come ci si senta a fare uscire i propri figli con la kipà in testa come se indossassero la divisa dell’esercito nemico, a camminare per la strada e sentirsi urlare ‘assassino di bambini!’ quando tu non faresti del male nemmeno ad un insetto.

Non puoi immaginare lo stato d’animo di un ebreo che apre le notizie e trova una serie infinita di righe faziose, basate su due o tre agenzie di stampa che raccontano la realtà attraverso filtri distorti dalla mancanza di obiettività.

Intere pagine false che accendono l’immaginario collettivo facendoci ritornare con il naso aquilino e le dita ad artiglio.

Notizie che ci trasformano in bevitori di sangue, in assetati di potere e di terra. In persone insensibili al dolore e alla sofferenza degli altri. Questi ebrei, da vittime disperate a carnefici senza cuore…

Se non sei ebreo non ti soffermare a cercare di capire. Non c’è logica nell’odio contro gli ebrei, nell’antisemitismo, non c’è nulla che possa giustificare il giudizio di persone che, senza nemmeno conoscerci, ci dipinge come i peggiori esseri umani nella propria immaginazione

Solo un ebreo può percepire sulla propria pelle i commenti perfidi di persone buone con tutti, anche con i cani randagi, ma con gli ebrei no perché loro si sa, hanno sempre torto.

Siamo soli, cari ebrei, siamo soli tra settanta lupi affamati.
Siamo soli, ma lo siamo sempre stati.
Gli amici vanno e vengono. I nemici? La storia non ce li ha mai fatti mancare. Mai.

Ma forse siamo soli anche perché le nostre manie danno fastidio.
La mania di portare luce, anche se fuori regna il buio profondo, l’abitudine tutta ebraica di non illuminare mai solo le proprie stanze, ma indirizzare le fiamme delle proprie candele anche verso le stanze degli altri. Perché, così ci insegnano da quando siamo piccoli, l’ebreo non può mai pensare solo a se stesso.

Quel sentimento connaturato che ci fa piangere per Ronen Lubarsky, soldato ucciso da una ‘innocua lastra di marmo’ come se l’avessimo conosciuto da quando è nato, che ci fa percepire profondo nel cuore il grido di dolore della madre che ha appena perso il figlio soldato.

Quella paura che ci attanaglia l’anima quando vengono sparati missili a 3600 chilometri da casa nostra e sentiamo che la nostra vera casa è più lì in mezzo al deserto e alla nostra storia dove possiamo essere chi siamo, che qui, nelle quattro mura dove viviamo ogni giorno sotto agli sguardi accusatori di chi non sa nemmeno chi siamo.

Se non sei ebreo non potrai mai capire a fondo le parole di Golda Meir quando diceva che la punizione peggiore per un soldato di Israele è essere costretto ad uccidere il proprio nemico.

Se non sei ebreo e sei arrivato fino in fondo a queste righe, prendi un minuto del tuo tempo prezioso per interrogare la tua obiettività morale e cercare di capire come hai permesso alle notizie faziose di farti dimenticare le tragedie che avvengono a poche migliaia di chilometri da dove vivi e farti focalizzare solo sulla necessità del popolo ebraico di difendersi da chi li vorrebbe di nuovo nelle camere a gas.

E se sei ebreo ricordati.

Se D-o ti ha fatto arrivare fino ad oggi, facendoti sopravvivere tra chi ti avrebbe voluto spazzare via dalla faccia terra, è perché hai ancora una missione da portare a termine.
Continuare a essere la voce fuori dal coro, la fede dove non c’è più speranza, la coscienza che ostacola l’assuefazione alla normalità del male.

Gheula Canarutto Nemni

P.s un grazie dal profondo del cuore a quelli che, seppure non ebrei, si caricano di oneri per difendere noi e il diritto di ogni individuo a essere rispettato

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L’ebreo questa strana e fastidiosa creatura…

Quando D-o ha creato il mondo, si è guardato intorno e ha detto.

Vorrei dare vita a una creatura diversa, in grado di portare avanti imperterrito il Mio messaggio, un individuo che, anche sotto tortura, minacciato e scacciato, non smetta mai di amare Me e i Miei precetti.

Vorrei creare una persona che, di fronte alla derisione degli altri, alla emarginazione e pregiudizi, continui a trasmettere con orgoglio la propria identità.

Vorrei un essere le cui azioni non passino mai inosservate, le cui parole abbiano un peso maggiore di tutte le altre, il cui pensiero sia in grado di cambiare il destino di tanti.

Ci vorrebbe un essere resistente agli urti, pensò.

Impiegò molti anni per progettarlo e pianificarlo.

Finalmente, 2448 anni dopo la creazione, venne alla luce l’ebreo.

Persona dotata di ottimismo assoluto, mentre gli Egizi preparano il cemento con i suoi neonati e nel loro sangue ci fanno il bagno, l’ebreo  prepara i tamburi in vista del giorno in cui sarebbe stato liberato dalla schiavitù e promosso al grado di popolo.

Individuo la cui fede si rafforza davanti agli ostacoli, che si dà il nome di Macabi e raccoglie adepti al grido di: chi è per D-o, si unisca a me,  nel momento in cui i greci ne disonorano le donne e dissacrano il santuario.

Fiero della propria identità al punto di coprirsi gli occhi e urlare Shema’ Israel, D-o è il nostro D-o, D-o è uno, mentre il fuoco avvolge il suo corpo e il pubblico guarda estasiato l’autodafé bruciare, mentre gli urlano marrani!, maiali! perché ha osato continuare a servire D-o di nascosto.

Imperterrito, testardo, saldo nei propri principi, quando arrivano i cosacchi per ucciderlo e spogliarlo di ogni bene e lui, per l’ennesima, infinitesima, volta, si mette in fuga, la prima cosa che mette in salvo sul carro, accanto ai suoi figli, non sono i beni terreni, ma i rotoli della Torà, quella Torà che lo rende così diverso e inviso al mondo.

Attaccato alle proprie tradizioni, mentre viene trascinato nei forni e ridotto a fumo nei cieli, l’ebreo raccomanda ai propri figli di non abbandonare quella strada da cui è arrivato con tanta fatica, di non dimenticare le regole che l’hanno accompagnato fino a quel momento, di non smettere di trasmettere ai discendenti ciò che i suoi padri gli hanno insegnato.

Quando nell’anno 2448 i discendenti di Abramo, Isacco e Giacobbe sentirono la voce di D-o proclamare la Propria unicità e l’obbligo di crederci, quando il dovere di onorare il padre e la madre, il non rubare, non rapire e non uccidere, furono messi sullo stesso piano della fede in un D-o unico, l’ebreo capì che non aveva più scampo.

Il suo destino sarebbe stato segnato per sempre.

Non avrebbe più potuto permettersi di vivere in nome di se stesso, non avrebbe più goduto della libertà assoluta di pensare, parlare ed agire, come un individuo a se stante.

Ai piedi di quel monte l’ebreo è stato nominato sacerdote al servizio divino, diffusore eterno di valori morali, collante tra spirito e materia, portavoce di D-o e delle Sue leggi.

Anche volendo, non avrebbe più potuto liberarsi di quell’identità a lui destinata.

Da quel momento in avanti, un ebreo che non rispetti la propria ebraicità, non viene rispettato dal mondo.

Davanti  a quel monte, capì che…

…l’ebreo e i precetti divini sono una sola cosa.

…essere ebrei è un percorso ad ostacoli, uno slalom tra chi ne vuole la sparizione dalla terra.

…essere ebrei non è una scelta, ma un onore imposto alla nascita.

Se D-o ha deciso di affidargli questa missione impossibile, di continuare a illuminare il mondo con gli insegnamenti della Torà, quella antica, datata e così sorprendentemente attuale, legge, è perché D-o si fida del popolo ebraico.

E sa che anche le acque più turbolenti non potranno estinguerne la fede, quella fiamma che brucia in eterno dentro al cuore di ogni ebreo.

Gheula Canarutto Nemni

 

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