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Gheula Canarutto Nemni

Nella diversità siamo tutti uguali

16 ottobre 1943

16 ottobre 1943

E’ shabat e il terzo giorno della festa di sukot.

Gli adulti sono stati svegliati nel corso della notte dal rumore di spari e di grida. I bambini sono corsi nei letti dei genitori per cercare conforto dallo spavento di quei rumori funesti. Finalmente hanno tutti ripreso sonno.

Nel cortile del Tempio la sukà aspetta che gli ebrei romani entrino dentro a fare una brachà.

I talitot, ripiegati il giorno prima, sono in attesa di venire di nuovo indossati. Il profumo di cedro e delle foglie di mirto, inondano la sala buia della sinagoga.

Correva il 16 ottobre 1943.

Avrebbe dovuto essere un altro giorno di festa.

Uomini, donne e bambini avrebbero indossato i propri vestiti migliori e si sarebbero riversati nelle strade del ghetto augurandosi ‘shabbat shalom e chag sameach’.

Le tavole sarebbero state imbandite a festa con il poco cibo acquistabile con le tessere annonarie.

Invece i rumori quotidiani di via Portico d’Ottavia, di via S. Ambrogio e di via del Pianto sono stati improvvisamente interrotti dai motori rombanti di camion e motociclette, dagli stivali dei soldati e dai latrati die cani.

La confusione gioiosa della festa è stata rimpiazzata da ordini urlati in tedesco, da esseri umani gettati come oggetti, da pianti disperati di madri e padri che sentivano sulla propria pelle il dolore del distacco imminente dai propri figli, da pianti strazianti di figli gettati in braccio a sconosciuti con la speranza di strapparli alla deportazione e alla morte.

La piazza si riempie di persone con sogni, progetti, pensieri, simili a quelli dei propri concittadini.

Esseri umani che si sono svegliati fino al giorno prima per andare a lavorare e guadagnarsi da vivere come milioni di altre persone. Individui caricati su camion e treni piombati con l’accusa di essere la stirpe di Abramo, Isacco e Giacobbe.

Corre il 16 ottobre 2018.

Nelle strade del ghetto, se si volge lo sguardo a terra si possono leggere i nomi, le date di nascita e di morte, delle persone strappate alla vita da un odio assassino.

Nelle stesse strade escono bambini con la kipà in testa dalla scuola ebraica, intorno ci sono decine di ristoranti kasher.

Nel Tempio Centrale risuonano gli stessi suoni che si sono uditi per quasi  duemila anni fa.

Fratelli deportati e mai più ritornati, riprenderemo le vostre preghiere da dove sono state interrotte,

riapriremo il vostro talit che non avete mai più riaperto,

faremo il kidush che voi non avete mai più potuto fare,

celebreremo le feste, pesach, shavuot che non avete mai più vissuto

e termineremo il sukot che vi hanno rubato.

 

Hanno provato ad annientare i nostri corpi in tutti i modi.

Ma il nostro spirito, la nostra anima, il nostro attaccamento a D-o sono indistruttibili e al di sopra di tutto.

Am Israel Chay

Gheula Canarutto Nemni16 ottoibre 1943

 

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E se tu fossi più potente di quello che pensi?

Tutto iniziò da lì.

Da quei minimi, silenziosi, quasi impercettibili, atti immorali.

Il degrado non ebbe inizio tutto d’un colpo, ma seguì una lenta, continua e inarrestabile, evoluzione.

Erano passati 1656 anni dalla creazione del mondo, dall’istante in cui Adamo era stato cacciato dal giardino dell’Eden.

La voce di D-o che domandava ad Adamo: dove sei?

sembrava far parte di un passato molto remoto.

Gli uomini iniziarono rubando piccole somme di denaro, così limitate da non essere nemmeno prese in considerazione dalla legge.

Le loro anime, abituate alle piccole trasgressioni, si fecero forza e osarono di più.

Diventò consuetudine prendere la donna d’altri, dare vita a relazioni proibite senza vergogna.

Quando D-o si affacciò al mondo e vide da dove era tutto partito e a che punto era arrivato, dichiarò che l’uomo aveva superato ogni limite.

Dopo centovent’anni mandò il diluvio, spazzando via ogni cosa all’infuori di Noach, Noè e la sua arca.

Questa settimana Vogue Arabia racconta la storia di Ahed Tamimi, la ragazza diciassettenne diventata simbolo della ‘resistenza palestinese’.

Una ragazza cresciuta in una famiglia definita di ‘attivisti’ dai media italiani e internazionali.

Una famiglia che le ha insegnato a farsi portavoce di messaggi come ‘Ciascuno deve fare la sua parte, accoltellando, lanciando pietre o cercando il martirio’.

Qualche settimana, su Vanity Fair, Daria Bignardi ha definito Ahed Tamimi ‘un’icona palestinese’.

Quando D-o decise di distruggere l’intera umanità con il diluvio, non lo fece né per la gravità degli atti immorali né per l’idolatria.

La terra si era riempita di hamas, di furti, dice la Torà.

Il mondo civile aveva concesso spazio a piccole, quasi innocue, trasgressioni alla legge.

E da lì è iniziato tutto.

Il declino di una società non arriva tutto d’un colpo. Inizia lentamente. Con qualche parola, con alcune immagini, con silenzi assensi.

Il mondo civile oggi concede spazio a interviste innocue, a manifestazioni pacifiche, all’uso di parole che lentamente, continuamente e inarrestabilmente, si insinuano nell’immaginario collettivo, facendo risorgere un nuovo antisemitismo.

Non esiste una trasgressione troppo piccola.

Non esiste una parola che non abbia il suo peso.

Fare passare una terrorista per un’icona è un piccolo, silente passo verso la formulazione di una nuova moralità di cui si conosce l’inizio.

E di cui si dovrebbe temere la continuazione.

Un piccolo passo può avere un enorme peso. Nel bene e nel male.

Gheula Canarutto Nemni

Why Condé Nast and Vogue do not respect Jews

An open letter to Robert A. Sauerberg, president and CEO of Condé Nast.

On October 4, 2018, Vogue Arabia published a letter by Ahed Tamimi, the Palestinian teenager who is becoming an icon, despite the culture she represents.

My name is Raya Schijveschuurder. Today I would be 31 years old.

I would be probably married and I would have my own children.

They would be the same age of my little brothers who were 2 and 4 years old when they were killed together with my parents and me, inside a pizza store in Jerusalem, seventeen years ago.

We were a happy family until 2 pm of August 9th 2001. We were eight children, four girls and four boys, the perfect balance. My parents were still young, 43 and 41 years old.

But that day we were hungry.

And we wished for a pizza and some Coke.

And my parents decided to take us to Sbarro, one of the most famous pizza stores of Jerusalem.

I chose a pizza with mushroom and olives topping.

And my mother asked me: are you sure you will like it?

These were the last words I heard from her.

A few minutes Ahlam Tamimi brought Izzadin al Masri until the entrance of Sbarro.

Tamimi knew perfectly the store would be packed at that hour. She had been studying that place for a long time.

Al Masri had a guitar with him, but from that guitar no music note would have been played.

As he entered the store that guitar played a death music, throwing 20 pounds of nails, screws and explosives in men, women and children bodies.

We have just washed our hands as Jews use to do before eating the bread.

But I never ate that pizza.

I was blown up and killed by nails that pierced my heart, my liver, my vital organs.

In a few seconds my parents, my brothers, Shoshana Greenbaum, a pregnant woman, other ten people and me, were transformed in shreds of meat.

My grandparents were Dutch.

During the war they were deported from Holland to concentration camps.

They survived to all their families and tried to build a normal life in that same country that offered them death.

They pushed their children to go and live in Israel, the only place in the world where Jews would never be discriminated for their religion.

My parents tried to build a new life in that tiny country.

But Ahlam Tamimi decided that even there Jews do not have the right to live.

When they announced in the radio there had been a martyrdom attack at the Sbarro restaurant and that three people were killed, I admit I was a little bit disappointed because I had hoped for a larger toll’, she tells in an interview.

‘Have you ever thought about the families, the children, who were victims of this attack?’ Tamimi smiles ‘No’.

Ahed Tamimi, the seventeen years old teenager who became the symbol of ‘Palestinian resistance’ was brought up in these values. Ahlam Tamimi is her aunt. Her family was defined by international media as an ‘activist family’

Vogue Arabia, a magazine that belongs to Conde Nast group, has just published Ahed Tamimi letter.

In this letter Tamimi writes: I wanted to become a football player but I don’t play here because there is no time. Instead, I have been involved in demonstrations and confrontations with the Israeli army since I was a child.

 

I went on Conde Nast code of Ethics, where you can find the following words:

Reaching more than 270 million consumers across Europe, the Middle East, Asia and Latin America, we are committed to delivering beautiful, influential content and brand experiences for individuals who demand to be inspired.

And I asked myself:

Does Conde Nast think Ahed Tamimi words should inspire  its readers?

Does Conde Nast agree that children, instead of becoming football players, should be raised in the dream to become martyrs one day?

“I hope that everyone will take part in the demonstrations as this is the only means to achieve the result. Whether it is stabbings or martyrdom operations or throwing stones, everyone must do his part and we must unite in order for our message to be heard that we want to liberate Palestine”

These are the words that Tamimi says on Facebook to her followers. 

We pride ourselves in respecting the individual no matter what gender, race, religion or orientation. We are committed to doing business in an ethical way, with honesty, integrity and humanity.

This is the message you can find on Conde Nast website.

Dear Conde Nast, mr. Robert A. Sauerberg,

you have proved to be committed to doing business.

But with this article that celebrates a teenager who was raised in death and martyrdom values, a girl whose aunt helped killing more than 15 human beings guilty of being Jews, you have not only lost many Jewish readers..

You have lost your commitment to integrity and humanity.

Gheula Canarutto Nemni

Excuse me, but I am Jew

Excuse me, but I am a Jew.
This is why a few seconds ago you could see me concentrating and praying with the deepest intentions. And now I am dancing and singing with all my passion.
You can catch me while I am begging G-d and tears are flowing on my face. And in the same time I am shouting joyous words.
I beg you pardon, but I was planned to be an unstable creature.
For 48 hours I blow a horn which sound is similar to the cry of a son, I fast for 25 hours to get all my past mistakes erased and when I arrive to the maximum level of spirituality, when a new page is offered to my life, instead of keeping calm and thoughtful, I inject myself overdoses of joy.
What can I do? I was programmed in this way.
Go and complain with my Creator if you don’t like me as I am.
If you wish to have me more aligned, more balanced and controlled.
If you were looking for a nation that is always constant and the same during time, you arrived to the wrong address.
We Jews are like the moon. Every day we are different than the previous one.
We hope you will excuse us, but we are Jews.
And you can never see us stopping at a certain point or 100% satisfied of what we have reached.
You can never catch us with the ‘arrival’ sign in our hand, because for us every finishing line is a new starting point.
We beg your pardon but we are unable to stop.
And when G-d commands us to be happy, though He knows that happiness is a feeling and feelings are quite impossible to impose on someone, when He asks ‘let the joy enter in your hearts’ a few hours away from our Yom Kippur cries, we do our best to shift our state of mind according to His will.
Excusing us once again for our eclecticism, we beg your pardon already for the coming days, during which we will put aside our reason and logic, pilpul and discussion on the Torah.
We will be very busy celebrating the simple and above every logic fact, that we have been chosen to be part of this nation.
A nation that has never stopped during the last three thousand years,
moving from tears to smiles, from the deepest faith to the greatest discussion, at a dance pace.
Chag sameach!
Gheula Canarutto Nemni
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We are dwarfs on the shoulders of giants…

I’ve repeated many times in my life

Who am I to do this?

This message  is definitely not for me…

I’ve repeated these sentences many times in my life.

Until I’ve been invited as a speaker to Jli, the Jewish National Retreat.

And there 1200 people, from different cultural, religious and geographical backgrounds, made me change my mind.

I found Jews thirsty for their history, for their identity, for the next steps to undertake.

Jews who woke up so early every morning, in the few days they had of vacation. Every minute was an opportunity to absorb messages, values, lessons from a religion in which they are born but of which no one wanted to teach them anything about.

Jews eager to fill a void in their soul, to recover from years lived in a too similar way to the outer world.

Jews who wished to be Jewish again.

I was called to be a speaker, but I became a full time listener.

I heard so many stories about people whose parents were Holocaust survivor, I never imagined there were so many still.

I listened to their wish to get out from the safety bubble their parents tried to protect them in.

I sat beside people who grew up without Shabat, without a mezuzah on their door. And without Abraham’s, Isaac’s or Jacob’s G-d.

Jews who found out they belong to a chosen and persecuted nation a few minutes before their parents passed away.

And instead of running away from this uncomfortable identity, they jumped into it with all their mights.

I spent six days with these people and I understood that they were not simple people. But heroes.

A hero is not only a person who jumps into the water to save a drowning fellow.

A hero is a person who dares again and again, leaving its comfort zone, its habits, its safe areas and dares to face the unknown.

The word hero comes from Greek and it means ‘a person who is admired for its courage and outstanding achievments’.

The most outstanding achievement a human being can reach is to try and free himself from his habits, from his usual way and go further.

The couarge does not belong only to those who defeat their enemies.

The courage belongs to those who get up in the morning and challenge their status quo and their own certainties through new thoughts, words and actions,

It’s easy to walk in a path where you’ve already walked in before.

It is much harder to undertake a new path in an unknown place, that has never belonged to us.

Our sages say that moshiach will come in our times beacuse we are dwarfs on the shoulders of our ancentors, who were giants,

But maybe moshiach will come in our days also because now more than ever before, our nation is being enriched by baalei tshuva, Jews who are leaving the void of their souls and coming back home.

In the place where a Baal Teshuva, a returnee to Judaism, stands, a completely righteous person cannot stand.

A giant is not a person who was born tall. A giant is a person who tries to surpass every day the level of the prevoious day.

Thank you to all my new Jli teachers.

And a special thank you to all the amazing staff of Jli who worked so hard for making that miracolous week come true.

Gheula Canarutto Nemni

Scusatemi per la mia follia ma sono ebreo…

Scusatemi, ma sono ebreo.

Per questo il momento prima mi vedete concentrarmi, chiudere gli occhi e pregare con profondità assoluta. E il momento dopo potrete osservarmi mentre canto e ballo a più non posso.

Potrete cogliermi mentre imploro D-o con le lacrime agli occhi e il nodo alla gola. E magari in quel mentre proclamo a squarciagola parole di gioia.

Scusatemi, ma sono stato creato in questo modo un po’ instabile.

Suono per 48 ore un corno d’ariete simile al pianto di un figlio, digiuno per 25 ore per ottenere il perdono assoluto e potere ricominciare da capo e quando giungo al culmine della mia spiritualità e una nuova pagina bianca viene offerta alla mia vita, invece di stare tranquillo nei miei nuovi propositi, mi auto inietto overdosi di felicità senza limiti.

Cosa ci posso fare? Sono stato programmato in questo modo.

Lamentatevi con il mio Creatore se avete qualche rimostranza da fare. Se vi piacerebbe avermi più equilibrato, più allineato, più contenuto e controllato.

Se state cercando un popolo costante nel tempo, avete sbagliato indirizzo. Noi siamo come la luna. Ogni giorno diversi dal giorno prima.

Scusateci, ma siamo ebrei.

E non ci potrete mai vedere fermi allo status quo, soddisfatti al 100% di quello che abbiamo raggiunto.

Non ci potrete mai cogliere mentre piantiamo il cartello ‘arrivo’ perché per noi ogni traguardo è solo un nuovo punto da cui riprendere a correre.

Scusateci ma ci è impossibile stare fermi.

E quando D-o ci comanda di essere felici, pur essendo consapevole che la felicità è un sentimento e non un pensiero razionale che si può facilmente dominare, quando ci chiede ‘fate entrare la gioia nei vostri animi’ poche ore dopo kipur in cui le lacrime inondavano i nostri visi, viriamo secondo le Sue indicazioni.

Scusandoci nuovamente per la nostra ecletticita’, domandiamo perdono se nei prossimi giorni ci vedrete accantonare la ragione, il pilpul, le ore trascorse a  studiare e discutere le pagine di Tora’.

Saremo impegnati a celebrare il semplice, al di sopra della logica, fatto di essere stati scelti per fare parte di questo popolo che si muove dalle lacrime al sorriso, dalla fede assoluta allo studio più profondo, a passi di danza.

Chag sameach e buona festa della gioia

Gheula Canarutto Nemni

Dove si trova la vera casa degli ebrei?

Dove si trova la mia casa? Si chiedeva spesso.

Alzò lo sguardo verso il palazzo che aveva davanti. Questo è l’indirizzo che scrivo sotto alla voce ‘residenza’, pensò poco convinto.

Anche i miei nonni avevano una casa, in una bella via del centro. Ma un giorno qualcuno è arrivato e ha detto: ‘questa non è più vostra’. Due lacrime gli scesero lungo le guance.

La mia casa, quella vera, non possono essere queste quattro mura, non può consistere in questo insieme di pietre che per migliaia di anni, senza sosta, mi hanno preso, restituito per poi riprendersi di nuovo e restituirmi ancora, disse a se stesso.

Non è il posto dove lavoro, il mio ufficio, il palazzo in cui entro ogni giorno per svolgere l’attività attraverso cui mi presento al mondo, riflette’ guardandosi intorno mentre posava la sua grossa cartella piena di documenti.

Un momento prima sei un ingegnere, poi qualcuno ti licenzia, c’è la crisi e il giorno dopo non sei più nulla.

Casa deve essere qualcosa che c’è a prescindere da tutto il resto, pensò mentre si sedeva nella poltrona della sua sala.

Un luogo in cui potere sempre tornare anche se fuori tirano nuove correnti di pensiero, cambiano umori politici e le mode di passaggio.

La casa deve essere un punto fermo, resistente a tempeste, uragani, marce militari, distanze fisiche e allontanamenti, pensò mentre chiudeva la porta blindata.

Nessun ladro dovrebbe poterla svuotare, nessun malintenzionato dovrebbe poterla varcare.

La vera casa dovrebbe essere un luogo inespugnabile, invalicabile dagli altri.

Un posto dove solo io, in qualsiasi momento, posso entrare e uscire a piacere, pensò

incamminandosi lungo la strada.

Quel percorso, non lo faceva da tempo.

Le sue gambe compivano passi come se fossero memori di qualcosa di cui lui stesso non era a conoscenza.

Sembravano pervase da una consapevolezza atavica, remota, da una reminiscenza lontana e fievole ma sempre presente.

Arrivò a vie che gli sembrava fossero da sempre appartenute ai suoi percorsi, incrocio volti all’apparenza sconosciuti che emanavano un senso di famiglia e di pace.

Aveva camminato per migliaia di anni, senza sosta, lungo sentieri impervi e pericolosi.

Scusi, sa dove è la mia casa? Domandò a un passante.

Quale casa sta cercando?

Quella vera, che le apparterrà per sempre? Gli chiese.

Si guardi dentro, prosegui’ l’anziano signore.

Non capi’ subito.

Lei è ebreo.

La casa di un ebreo sta nella sua anima.

In quel puntino che si mette da parte in silenzio e che senza preavviso si risveglia tutto d’un colpo.

La casa è li’, nell’identità che tace e si mescola con ciò che sta intorno e un giorno all’anno, più forte di qualsiasi peccato e trasgressione, di qualsiasi inciampo e digressione, di qualsiasi strada sbagliata e tentativo di abbandono, si incammina a testa alta verso se stessa.

Ho vagato per così tanto tempo alla ricerca di qualcosa che mi portavo addosso?

Il vecchio gli sorrise e gli disse qualcosa.

L’uomo si svegliò. Del sogno che aveva fatto ricordava solo l’ultima frase.

Oggi è Yom Kipur. Il giorno dell’anno in cui l’ebreo, ovunque si trovi, riapre la porta della sua vera casa.

Gmar chatima tova’ e buon ritorno a casa

Gheula Canarutto Nemni

Se sono stato in grado di vedere più lontano è perché mi sono messo sulle spalle di giganti ( Isaac Newton)

Chi sono io per potere fare questo? Ci domandiamo così spesso.

Non è a me, non a una persona del mio livello, che questo messaggio si indirizza, ci ripetiamo fermando il nostro progresso.

Sono stata invitata negli Stati Uniti quest’estate a tenere una serie di conferenze a un raduno di sei giorni che ha raccolto 1500 ebrei.

Persone di tutti i retaggi culturali, religiosi, geografici.

Ebrei assetati di storia, di conoscenza di sé, dei prossimi passi da compiere.

Ebrei che si sono svegliati al mattino presto nei pochi giorni che avevano di vacanza, per cercare di assorbire lezioni, messaggi, valori, della religione in cui sono nati, ma di cui nessuno gli ha mai insegnato niente.

Desiderosi di capire, di colmare un vuoto identitario, di recuperare anni in cui hanno vissuto in un modo troppo simile al mondo di fuori.

In ogni momento libero, da speaker mi trasformavo in ascoltatrice.

Ho così sentito i racconti di figli di superstiti della Shoà, non immaginavo ce ne fossero così tanti e il loro desidero di uscire dalla bolla di sperata sicurezza in cui i genitori li avevano protetti.

Ho raccolto testimonianze di persone cresciute senza Shabat, senza sapere cosa sia una mezuzah, gente senza un D-o di Abramo, Isacco e Giacobbe a cui rivolgersi.

Ebrei che hanno scoperto a 50 anni di appartenere a un popolo da sempre perseguitato.

E che, invece di fuggire da questa identità scomoda, hanno provato a tuffarvici dentro.

Dopo sei giorni ho capito che davanti non avevo semplici persone ma eroi.

Eroe non è solo chi si butta nell’acqua per salvare qualcuno che sta affogando.

Eroe è chi osa e ri-osa, ogni giorno, uscire dalla propria area di sicurezza, dalle proprie abitudini.

La parola eroe deriva dal greco ed è colui che è dotato di forza prodigiosa, che è in grado di compiere imprese celebri.

L’impresa più celebre che un uomo possa compiere è liberarsi dalle consuetudini, da ciò che ha già acquisito ed andare oltre.

La forza prodigiosa non ce l’ha chi butta giù muri con una spallata e sconfigge sei nemici in una volta.

La forza prodigiosa appartiene a chi si alza al mattino e, attraverso pensiero, parole e azioni nuove e diverse, sfida il proprio status quo e le proprie certezze.

Ci hanno insegnato che grande è più di piccolo, ma forse non ci hanno detto tutta la verità.

Perché a volte i piccoli, quelli che partono da livello più bassi, sono loro a essere i più grandi.

È facile camminare su un sentiero che qualcun altro ha già solcato prima di noi.

È così difficile intraprendere un cammino e non fermarsi davanti al vuoto, all’ignoto, a ciò che non si è mai sperimentato prima e che non ci è mai appartenuto.

Si dice che mashiach arriverà nei nostri tempi perché, pur essendo noi dei nani spirituali, stiamo sulle spalle dei nostri antenati che erano dei giganti.

Ma forse mashiach arriverà nei nostri giorni anche perché oggi più che mai nel nostro popolo si trovano i baalei teshuva, eroi che hanno deciso di lasciarsi il vuoto ebraico alle spalle per farsi carico di nuove mizvoth, mai provate prima.

Al livello in cui stanno i baalei teshuva’, nemmeno i più giusti, i più tzadikim, stanno.

Gigante non è chi nasce già alto. Ma chi prova ogni giorno a superare il livello in cui si trovava il giorno precedente.

Gheula Canarutto Nemni

Have you ever been empowered? Lessons from Jli, the Jewish National Retreat

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