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Gheula Canarutto Nemni

Nella diversità siamo tutti uguali

L’olio ebraico che alimenta le candele

Venerdì 11 dicembre 1931.

Mancano poche ore al tramonto.

La signora Rachel Posner ha appena finito di apparecchiare la tavola per lo shabat e di preparare le candele per l’ottava ed ultima sera di chanukah.

Il candelabro è posto sul davanzale della finestra, ben visibile a chi guarda da fuori, così da realizzare al meglio il pirsuma nisa, far conoscere al mondo il miracolo della festa.

Sul palazzo di fronte sventola una bandiera che in pochi anni rappresenterà lo sterminio di sei milioni di ebrei.

Rachel decide di immortalare l’immagine in una fotografia, sulla quale, una volta sviluppata, scrive

“Chanuka 5692. Juda verrecke, die Fahne spricht. Juda lebt ewig, erwidert das Licht – Chanuka 5692. Giudea muore, dice la bandiera. Giudea vivrà per sempre, rispondono le candele”.

La natura è regolata da un principio immutabile: dal nulla non si potrà mai generare qualcosa.

Dal primo momento della creazione è entrato in vigore il principio di Lavoisier, nulla si crea, nulla si distrugge, tutto si trasforma.

Per generare energia, è necessario partire da qualcosa di pre- esistente La capacità di dare vita a qualcosa dal vuoto assoluto appartiene solo ed esclusivamente a D-o.

Per dare origine alla fiamma ebraica, per fare in modo che continui ad illuminare il mondo, è necessario che la fiamma prenda vita da qualcosa che già esiste.

Quando i greci invasero la terra di Israele capirono che, per dominare davvero il popolo ebraico, sarebbe stato prima di tutto necessario eliminare tutto ciò che nutriva la loro vitalità. Ed iniziarono a vietare l’osservanza delle mizvoth. Sapevano che la fiamma degli ebrei sarebbe rimasta accesa finchè la Torà l’avrebbe alimentata.

I tedeschi continuarono il loro lavoro. E prima di accanirsi sul corpo degli ebrei, attaccarono la loro anima. Appiccarono il fuoco a libri e rotoli della Torà, sperando che quei roghi rappresentassero l’inizio della fine del popolo ebraico.

Quando le finestre di una casa si trovano troppo in alto rispetto alla strada, il candelabro va posto di fronte alla mezuzah, sulla cui pergamena si trova lo Shemà Israel.

Ne parlerai quando ti trovi in casa tua, quando cammini per la strada, quando ti corichi e quando ti alzi, sta scritto.

Fai permeare la Torà e le mizvoth in ogni cosa che fai, in ogni parte di te stesso, nella tua esistenza.

Giudea muore, vorrebbero poter dire i nostri nemici. E noi continuiamo a studiare la Torà, ad osservare le mizvoth, a fare rispondere anno dopo anno dalla fiamma delle nostre candele,

Giudea vivrà per sempre.

Gheula Canarutto Nemni

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Perché gli ebrei sono da sempre così odiati? Perché in molti sono gelosi della loro ricchezza

Schermata 2018-11-25 alle 16.24.57Caro figlio, 

mi domandi come sia possibile che l’antisemitismo sia ancora oggi così vivo dopo migliaia di anni, per quale motivo il mondo non abbia ancora smesso di odiarti, mi chiedi il perché di un pregiudizio così forte ed ininterrotto nei tuoi confronti. 

Là fuori sentirai delle giustificazioni, qualcuno proverà a dirti che le motivazioni per un astio profondo si devono trovare per forza anche in chi lo subisce,  ti proveranno a spiegare il loro odio con il fatto che il popolo a cui appartieni è sempre stato tra i più ricchi del mondo e che in molti erano e sono ancora, gelosi di quella ricchezza. E forse tenteranno di risvegliare in te un senso di colpa per depistarti. 

Le vere risposte però non provengono mai da fuori, da chi non ti conosce davvero. Per capire la verità devi cercare dentro a te stesso, nella tua storia, all’interno delle pagine che i tuoi antenati hanno offerto al mondo. 

Tutto è iniziato con la caparbietà del tuo patriarca Abramo, nella sua ricerca incessante di D-o e nella sua condivisione del monoteismo con i suoi contemporanei, uomini che si inchinavano ad idoli e statue. 

E’ continuato con il suo anticonformismo, con la sua ricerca di ospiti da sfamare nel deserto, con la sua brama di fare del bene, mentre intorno le città di Sodoma e Gomorra bruciavano a causa della malvagità nei confronti del prossimo. 

Suo figlio Isacco ha proseguito la strada del padre, donando all’umanità la forza spirituale di mettere da parte se stessi in nome di un bene superiore. 

Giacobbe, con il suo rifiuto di adeguarsi alle pratiche commerciali disoneste di Labano e con la sua eterna lotta con il fratello Esaù, simbolo di coloro che recludono D-o in angoli remoti della propria vita.   

Giuseppe, venduto come schiavo in una terra sconosciuta, condannato ingiustamente alla prigione, che non si perse d’animo e continuò ad alimentare la propria fede in D-o, diventando il vice del faraone. 

E poi i tuoi padri sono arrivati davanti al Monte Sinai e lì, in mezzo al deserto, D-o ha scelto il tuo popolo come portavoce della Sua legge e dei Suoi valori.

In quel momento sei diventato parte di una nazione di lottatori per i diritti civili, 

di liberatori di schiavi al settimo anno di schiavitù, 

di contadini che fanno riposare la terra, 

di allevatori a cui è imposto per legge il rispetto degli animali e della natura,

di datori di lavoro che non possono ritardare il salario dei propri lavoratori nemmeno di un giorno.

Nella tua storia re e leader semplici pastori sono diventati re e leader, scelti per i propri meriti e non per la classe sociale di appartenenza. 

Da allora il welfare sociale non è più una scelta discrezionale e chi guadagna ha l’obbligo di contribuire alla società con il 10% degli utili prodotti. 

Nelle famiglie i mariti si impegnano con un contratto matrimoniale a rispettare le mogli, a mantenerle, ad onorarle più di se stessi.

Le donne del tuo popolo sono state profetesse, giudici e non hanno mai smesso di trasmettere ai  propri figli il coraggio di credere, anche se questa perseveranza è stata ripagata per migliaia di anni  con persecuzioni e condanne. 

Appartieni a individui polemici, dubbiosi, sperimentatori, incapaci di accettare lo status quo delle cose. Sognatori, visionari, per i quali i limiti sono il prossimo traguardo da superare. 

La tua nazione crede nella sacralità della vita a ogni costo, nel valore del respiro anche del nemico più agguerrito.

Quando tra la maggior parte delle persone regnava l’analfabetismo, i padri dei tuoi padri scrivevano poemi, libri, trattati legali e di astronomia. L’istruzione, lo studio, la conoscenza sono stati gli ingredienti quotidiani con cui hanno nutrito se stessi e i loro figli. 

E’ un pilastro del credo a cui appartieni sapere che D-o ha scelto l’essere umano come partner per migliorare il Suo creato.

La tua fede si basa sulla  consapevolezza che ognuno, da Mosè all’uomo più semplice,  nasce con lo scopo e la capacità di fare del mondo un posto superiore rispetto a quello che si è trovato.

Nel Talmud, nell’ambito di una disputa legale, un rabbino disse: che i muri dell’edificio crollino se ho ragione. E i muri crollarono. Che i muri tornino integri se la ragione sta dalla mia parte, disse l’altro. E i muri si raddrizzarono. Cosa faceva D-o mentre i Suoi figli discutevano sulle sue leggi? Venne domandato al profeta Elia. D-o rideva e diceva: mi hanno vinto i miei figli, mi hanno vinto i miei figli. 

Gli ebrei, questo popolo così inviso e odiato, sono figli di un D-o che li sfida a superarLo. 

Figlio mio, quando ti domandi perché l’antisemitismo scorra ancora nelle vene dell’umanità, per quale motivo questo odio atavico rimanga immutato sia quando gli ebrei vivono in maniera aderente alla propria legge, sia quando tentano di assimilarsi e di fare dimenticare chi sono, perché il mondo disprezzi gli ebrei sia quando sono ricchi sia quando sono poveri (sì perché di ebrei poveri ce ne sono purtroppo tanti),

la risposta la trovi nelle pagine della tua storia, nel modo di vivere, nei principi e valori che il popolo ebraico ha introdotto nell’umanità e difeso a costo della loro vita stessa. 

Il dittatore tedesco che assassinò sei milioni dei tuo i fratelli disse che gli ebrei hanno causato due ferite all’umanità: la circoncisione come ferita sul corpo e la coscienza come ferita dell’anima. 

Ricordati,

chi la pensa diversamente,

chi insegna che non c’è bisogno di un tramite per parlare con D-o,

chi rompe gli schemi e cerca di smuovere gli individui dallo status quo in cui si trovano,

chi non rinuncia ai propri valori anche nei momenti in cui crederci significa essere totalmente controcorrente,

è un elemento scomodo per le società.

Nel mondo servono masse appiattite e silenti per governare senza intralci. 

Se continuano a odiarti sii felice. 

Significa che non hai ancora smesso di darti da fare, che stai continuando a fare sentire la tua voce, che stai continuando il lavoro scomodo iniziato dai tuoi antenati, quello di essere senza compromessi la coscienza viva del mondo.  

Gheula Canarutto Nemni

October 1943. When the Holocaust arrived to the Ghetto of Rome

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October 16th 1943

It was shabbat and the third day of sukkot.

The adults woke up in the middle of night at the noise of shotguns and shouts. The children ran into their parents bed. When everything became silent again, they finally  fell asleep.

In the courtyard of the synagogue the sukkah was waiting for the Jews of Rome to enter and pronounce a blessing.

The prayer shawls were bent the previous day and were waiting to be worn again.

The perfume of the cedar and of the myrtle wafted in the air of the dark synagogue.

It was October 16th, 1943

It was supposed to be another festival day.

Men, women and children were ready to wear their best outfits and walk in the ghetto streets wishing one to the other ‘shabbat shalom e chag sameach’.

The tables were still to be set with the little amount of food that you could buy  with the food ration cards.

A few days before that day, the Nazis had summoned up the chiefs of the Jewish community and threatened them to deport 200 Jews if they did not bring 50 kilos, 100 pounds, of pure gold, in thirty six hours.

The Jews of Rome showered in the office of the Jewish community and offered wedding rings, earrings received for the anniversary, necklaces belonged to the grandmother, until the amount of gold was reached. The gold was collected and brought to the SS col. Herbert Kappler. The Jews of the Ghetto thought this was the price they had to pay to survive the war.

But after a few days, the regular noises of via Portico d’Ottavia, via S. Ambrogio and via del Pianto, were interrupted by the strong noise of the trucks engines and motorbikes, of the soldier boots and of the barking dogs.

Orders shouted in German replaced the joyous festival songs, human beings were thrown into trucks as they were mere objects, mothers and fathers cried feeling on their own skin the imminent detachment from their children, babies were thrown into strangers arms with the hope to save them from deportation and death.

The square was full of people whose dreams, projects, thoughts, were so similar to those of their fellow citizens.

The Jews of Rome had woke up until the previous day, to go and work and earn their livelihood  as millions of other Italians.

But that day they have been reminded of their difference. They have been loaded on trucks and sealed trains which destination is written in giant characters: Auschwitz, a name they have never heard before. Their guilt is irreparable. They are the offspring of Abraham, Isaac and Jacob.

October 16th, 2018.

When you walk in the streets of the ghetto, if you turn down your eyes on the street, you can read the name, the date of birth and death, of the Italian Jews whose life was interrupted by a murderous hate.

In those same streets where trucks loaded Jews, you can see children coming out from the Jewish school and  walking with their kippah, their yarmulke, on their heads, while hundreds of tourists are eating in the kosher restaurants.

In the Tempio Centrale, the main synagogue, you can hear the same sounds that have been heard with almost no interruption for the last two thousand years.

Our brothers, who were deported and who never came back,

We will catch your prayers where they were interrupted,

We will open your prayer shawls that you have never opened again,

We will say the kiddush that you couldn’t recite anymore,

We will celebrate the festivals, pesach, Shavuot, that you could not share with your beloved and we will finish that sukkot that you were suddenly deprived from.

They have tried to annihilate our bodies in endless ways.

But our spirit, our soul, our attachment to G-d, are indestructible and above all.

Am Israel Chai.

Gheula Canarutto Nemni

16 ottobre 1943

16 ottobre 1943

E’ shabat e il terzo giorno della festa di sukot.

Gli adulti sono stati svegliati nel corso della notte dal rumore di spari e di grida. I bambini sono corsi nei letti dei genitori per cercare conforto dallo spavento di quei rumori funesti. Finalmente hanno tutti ripreso sonno.

Nel cortile del Tempio la sukà aspetta che gli ebrei romani entrino dentro a fare una brachà.

I talitot, ripiegati il giorno prima, sono in attesa di venire di nuovo indossati. Il profumo di cedro e delle foglie di mirto, inondano la sala buia della sinagoga.

Correva il 16 ottobre 1943.

Avrebbe dovuto essere un altro giorno di festa.

Uomini, donne e bambini avrebbero indossato i propri vestiti migliori e si sarebbero riversati nelle strade del ghetto augurandosi ‘shabbat shalom e chag sameach’.

Le tavole sarebbero state imbandite a festa con il poco cibo acquistabile con le tessere annonarie.

Invece i rumori quotidiani di via Portico d’Ottavia, di via S. Ambrogio e di via del Pianto sono stati improvvisamente interrotti dai motori rombanti di camion e motociclette, dagli stivali dei soldati e dai latrati die cani.

La confusione gioiosa della festa è stata rimpiazzata da ordini urlati in tedesco, da esseri umani gettati come oggetti, da pianti disperati di madri e padri che sentivano sulla propria pelle il dolore del distacco imminente dai propri figli, da pianti strazianti di figli gettati in braccio a sconosciuti con la speranza di strapparli alla deportazione e alla morte.

La piazza si riempie di persone con sogni, progetti, pensieri, simili a quelli dei propri concittadini.

Esseri umani che si sono svegliati fino al giorno prima per andare a lavorare e guadagnarsi da vivere come milioni di altre persone. Individui caricati su camion e treni piombati con l’accusa di essere la stirpe di Abramo, Isacco e Giacobbe.

Corre il 16 ottobre 2018.

Nelle strade del ghetto, se si volge lo sguardo a terra si possono leggere i nomi, le date di nascita e di morte, delle persone strappate alla vita da un odio assassino.

Nelle stesse strade escono bambini con la kipà in testa dalla scuola ebraica, intorno ci sono decine di ristoranti kasher.

Nel Tempio Centrale risuonano gli stessi suoni che si sono uditi per quasi  duemila anni fa.

Fratelli deportati e mai più ritornati, riprenderemo le vostre preghiere da dove sono state interrotte,

riapriremo il vostro talit che non avete mai più riaperto,

faremo il kidush che voi non avete mai più potuto fare,

celebreremo le feste, pesach, shavuot che non avete mai più vissuto

e termineremo il sukot che vi hanno rubato.

 

Hanno provato ad annientare i nostri corpi in tutti i modi.

Ma il nostro spirito, la nostra anima, il nostro attaccamento a D-o sono indistruttibili e al di sopra di tutto.

Am Israel Chay

Gheula Canarutto Nemni16 ottoibre 1943

 

E se tu fossi più potente di quello che pensi?

Tutto iniziò da lì.

Da quei minimi, silenziosi, quasi impercettibili, atti immorali.

Il degrado non ebbe inizio tutto d’un colpo, ma seguì una lenta, continua e inarrestabile, evoluzione.

Erano passati 1656 anni dalla creazione del mondo, dall’istante in cui Adamo era stato cacciato dal giardino dell’Eden.

La voce di D-o che domandava ad Adamo: dove sei?

sembrava far parte di un passato molto remoto.

Gli uomini iniziarono rubando piccole somme di denaro, così limitate da non essere nemmeno prese in considerazione dalla legge.

Le loro anime, abituate alle piccole trasgressioni, si fecero forza e osarono di più.

Diventò consuetudine prendere la donna d’altri, dare vita a relazioni proibite senza vergogna.

Quando D-o si affacciò al mondo e vide da dove era tutto partito e a che punto era arrivato, dichiarò che l’uomo aveva superato ogni limite.

Dopo centovent’anni mandò il diluvio, spazzando via ogni cosa all’infuori di Noach, Noè e la sua arca.

Questa settimana Vogue Arabia racconta la storia di Ahed Tamimi, la ragazza diciassettenne diventata simbolo della ‘resistenza palestinese’.

Una ragazza cresciuta in una famiglia definita di ‘attivisti’ dai media italiani e internazionali.

Una famiglia che le ha insegnato a farsi portavoce di messaggi come ‘Ciascuno deve fare la sua parte, accoltellando, lanciando pietre o cercando il martirio’.

Qualche settimana, su Vanity Fair, Daria Bignardi ha definito Ahed Tamimi ‘un’icona palestinese’.

Quando D-o decise di distruggere l’intera umanità con il diluvio, non lo fece né per la gravità degli atti immorali né per l’idolatria.

La terra si era riempita di hamas, di furti, dice la Torà.

Il mondo civile aveva concesso spazio a piccole, quasi innocue, trasgressioni alla legge.

E da lì è iniziato tutto.

Il declino di una società non arriva tutto d’un colpo. Inizia lentamente. Con qualche parola, con alcune immagini, con silenzi assensi.

Il mondo civile oggi concede spazio a interviste innocue, a manifestazioni pacifiche, all’uso di parole che lentamente, continuamente e inarrestabilmente, si insinuano nell’immaginario collettivo, facendo risorgere un nuovo antisemitismo.

Non esiste una trasgressione troppo piccola.

Non esiste una parola che non abbia il suo peso.

Fare passare una terrorista per un’icona è un piccolo, silente passo verso la formulazione di una nuova moralità di cui si conosce l’inizio.

E di cui si dovrebbe temere la continuazione.

Un piccolo passo può avere un enorme peso. Nel bene e nel male.

Gheula Canarutto Nemni

Why Condé Nast and Vogue do not respect Jews

An open letter to Robert A. Sauerberg, president and CEO of Condé Nast.

On October 4, 2018, Vogue Arabia published a letter by Ahed Tamimi, the Palestinian teenager who is becoming an icon, despite the culture she represents.

My name is Raya Schijveschuurder. Today I would be 31 years old.

I would be probably married and I would have my own children.

They would be the same age of my little brothers who were 2 and 4 years old when they were killed together with my parents and me, inside a pizza store in Jerusalem, seventeen years ago.

We were a happy family until 2 pm of August 9th 2001. We were eight children, four girls and four boys, the perfect balance. My parents were still young, 43 and 41 years old.

But that day we were hungry.

And we wished for a pizza and some Coke.

And my parents decided to take us to Sbarro, one of the most famous pizza stores of Jerusalem.

I chose a pizza with mushroom and olives topping.

And my mother asked me: are you sure you will like it?

These were the last words I heard from her.

A few minutes Ahlam Tamimi brought Izzadin al Masri until the entrance of Sbarro.

Tamimi knew perfectly the store would be packed at that hour. She had been studying that place for a long time.

Al Masri had a guitar with him, but from that guitar no music note would have been played.

As he entered the store that guitar played a death music, throwing 20 pounds of nails, screws and explosives in men, women and children bodies.

We have just washed our hands as Jews use to do before eating the bread.

But I never ate that pizza.

I was blown up and killed by nails that pierced my heart, my liver, my vital organs.

In a few seconds my parents, my brothers, Shoshana Greenbaum, a pregnant woman, other ten people and me, were transformed in shreds of meat.

My grandparents were Dutch.

During the war they were deported from Holland to concentration camps.

They survived to all their families and tried to build a normal life in that same country that offered them death.

They pushed their children to go and live in Israel, the only place in the world where Jews would never be discriminated for their religion.

My parents tried to build a new life in that tiny country.

But Ahlam Tamimi decided that even there Jews do not have the right to live.

When they announced in the radio there had been a martyrdom attack at the Sbarro restaurant and that three people were killed, I admit I was a little bit disappointed because I had hoped for a larger toll’, she tells in an interview.

‘Have you ever thought about the families, the children, who were victims of this attack?’ Tamimi smiles ‘No’.

Ahed Tamimi, the seventeen years old teenager who became the symbol of ‘Palestinian resistance’ was brought up in these values. Ahlam Tamimi is her aunt. Her family was defined by international media as an ‘activist family’

Vogue Arabia, a magazine that belongs to Conde Nast group, has just published Ahed Tamimi letter.

In this letter Tamimi writes: I wanted to become a football player but I don’t play here because there is no time. Instead, I have been involved in demonstrations and confrontations with the Israeli army since I was a child.

 

I went on Conde Nast code of Ethics, where you can find the following words:

Reaching more than 270 million consumers across Europe, the Middle East, Asia and Latin America, we are committed to delivering beautiful, influential content and brand experiences for individuals who demand to be inspired.

And I asked myself:

Does Conde Nast think Ahed Tamimi words should inspire  its readers?

Does Conde Nast agree that children, instead of becoming football players, should be raised in the dream to become martyrs one day?

“I hope that everyone will take part in the demonstrations as this is the only means to achieve the result. Whether it is stabbings or martyrdom operations or throwing stones, everyone must do his part and we must unite in order for our message to be heard that we want to liberate Palestine”

These are the words that Tamimi says on Facebook to her followers. 

We pride ourselves in respecting the individual no matter what gender, race, religion or orientation. We are committed to doing business in an ethical way, with honesty, integrity and humanity.

This is the message you can find on Conde Nast website.

Dear Conde Nast, mr. Robert A. Sauerberg,

you have proved to be committed to doing business.

But with this article that celebrates a teenager who was raised in death and martyrdom values, a girl whose aunt helped killing more than 15 human beings guilty of being Jews, you have not only lost many Jewish readers..

You have lost your commitment to integrity and humanity.

Gheula Canarutto Nemni

Excuse me, but I am Jew

Excuse me, but I am a Jew.
This is why a few seconds ago you could see me concentrating and praying with the deepest intentions. And now I am dancing and singing with all my passion.
You can catch me while I am begging G-d and tears are flowing on my face. And in the same time I am shouting joyous words.
I beg you pardon, but I was planned to be an unstable creature.
For 48 hours I blow a horn which sound is similar to the cry of a son, I fast for 25 hours to get all my past mistakes erased and when I arrive to the maximum level of spirituality, when a new page is offered to my life, instead of keeping calm and thoughtful, I inject myself overdoses of joy.
What can I do? I was programmed in this way.
Go and complain with my Creator if you don’t like me as I am.
If you wish to have me more aligned, more balanced and controlled.
If you were looking for a nation that is always constant and the same during time, you arrived to the wrong address.
We Jews are like the moon. Every day we are different than the previous one.
We hope you will excuse us, but we are Jews.
And you can never see us stopping at a certain point or 100% satisfied of what we have reached.
You can never catch us with the ‘arrival’ sign in our hand, because for us every finishing line is a new starting point.
We beg your pardon but we are unable to stop.
And when G-d commands us to be happy, though He knows that happiness is a feeling and feelings are quite impossible to impose on someone, when He asks ‘let the joy enter in your hearts’ a few hours away from our Yom Kippur cries, we do our best to shift our state of mind according to His will.
Excusing us once again for our eclecticism, we beg your pardon already for the coming days, during which we will put aside our reason and logic, pilpul and discussion on the Torah.
We will be very busy celebrating the simple and above every logic fact, that we have been chosen to be part of this nation.
A nation that has never stopped during the last three thousand years,
moving from tears to smiles, from the deepest faith to the greatest discussion, at a dance pace.
Chag sameach!
Gheula Canarutto Nemni
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We are dwarfs on the shoulders of giants…

I’ve repeated many times in my life

Who am I to do this?

This message  is definitely not for me…

I’ve repeated these sentences many times in my life.

Until I’ve been invited as a speaker to Jli, the Jewish National Retreat.

And there 1200 people, from different cultural, religious and geographical backgrounds, made me change my mind.

I found Jews thirsty for their history, for their identity, for the next steps to undertake.

Jews who woke up so early every morning, in the few days they had of vacation. Every minute was an opportunity to absorb messages, values, lessons from a religion in which they are born but of which no one wanted to teach them anything about.

Jews eager to fill a void in their soul, to recover from years lived in a too similar way to the outer world.

Jews who wished to be Jewish again.

I was called to be a speaker, but I became a full time listener.

I heard so many stories about people whose parents were Holocaust survivor, I never imagined there were so many still.

I listened to their wish to get out from the safety bubble their parents tried to protect them in.

I sat beside people who grew up without Shabat, without a mezuzah on their door. And without Abraham’s, Isaac’s or Jacob’s G-d.

Jews who found out they belong to a chosen and persecuted nation a few minutes before their parents passed away.

And instead of running away from this uncomfortable identity, they jumped into it with all their mights.

I spent six days with these people and I understood that they were not simple people. But heroes.

A hero is not only a person who jumps into the water to save a drowning fellow.

A hero is a person who dares again and again, leaving its comfort zone, its habits, its safe areas and dares to face the unknown.

The word hero comes from Greek and it means ‘a person who is admired for its courage and outstanding achievments’.

The most outstanding achievement a human being can reach is to try and free himself from his habits, from his usual way and go further.

The couarge does not belong only to those who defeat their enemies.

The courage belongs to those who get up in the morning and challenge their status quo and their own certainties through new thoughts, words and actions,

It’s easy to walk in a path where you’ve already walked in before.

It is much harder to undertake a new path in an unknown place, that has never belonged to us.

Our sages say that moshiach will come in our times beacuse we are dwarfs on the shoulders of our ancentors, who were giants,

But maybe moshiach will come in our days also because now more than ever before, our nation is being enriched by baalei tshuva, Jews who are leaving the void of their souls and coming back home.

In the place where a Baal Teshuva, a returnee to Judaism, stands, a completely righteous person cannot stand.

A giant is not a person who was born tall. A giant is a person who tries to surpass every day the level of the prevoious day.

Thank you to all my new Jli teachers.

And a special thank you to all the amazing staff of Jli who worked so hard for making that miracolous week come true.

Gheula Canarutto Nemni

Scusatemi per la mia follia ma sono ebreo…

Scusatemi, ma sono ebreo.

Per questo il momento prima mi vedete concentrarmi, chiudere gli occhi e pregare con profondità assoluta. E il momento dopo potrete osservarmi mentre canto e ballo a più non posso.

Potrete cogliermi mentre imploro D-o con le lacrime agli occhi e il nodo alla gola. E magari in quel mentre proclamo a squarciagola parole di gioia.

Scusatemi, ma sono stato creato in questo modo un po’ instabile.

Suono per 48 ore un corno d’ariete simile al pianto di un figlio, digiuno per 25 ore per ottenere il perdono assoluto e potere ricominciare da capo e quando giungo al culmine della mia spiritualità e una nuova pagina bianca viene offerta alla mia vita, invece di stare tranquillo nei miei nuovi propositi, mi auto inietto overdosi di felicità senza limiti.

Cosa ci posso fare? Sono stato programmato in questo modo.

Lamentatevi con il mio Creatore se avete qualche rimostranza da fare. Se vi piacerebbe avermi più equilibrato, più allineato, più contenuto e controllato.

Se state cercando un popolo costante nel tempo, avete sbagliato indirizzo. Noi siamo come la luna. Ogni giorno diversi dal giorno prima.

Scusateci, ma siamo ebrei.

E non ci potrete mai vedere fermi allo status quo, soddisfatti al 100% di quello che abbiamo raggiunto.

Non ci potrete mai cogliere mentre piantiamo il cartello ‘arrivo’ perché per noi ogni traguardo è solo un nuovo punto da cui riprendere a correre.

Scusateci ma ci è impossibile stare fermi.

E quando D-o ci comanda di essere felici, pur essendo consapevole che la felicità è un sentimento e non un pensiero razionale che si può facilmente dominare, quando ci chiede ‘fate entrare la gioia nei vostri animi’ poche ore dopo kipur in cui le lacrime inondavano i nostri visi, viriamo secondo le Sue indicazioni.

Scusandoci nuovamente per la nostra ecletticita’, domandiamo perdono se nei prossimi giorni ci vedrete accantonare la ragione, il pilpul, le ore trascorse a  studiare e discutere le pagine di Tora’.

Saremo impegnati a celebrare il semplice, al di sopra della logica, fatto di essere stati scelti per fare parte di questo popolo che si muove dalle lacrime al sorriso, dalla fede assoluta allo studio più profondo, a passi di danza.

Chag sameach e buona festa della gioia

Gheula Canarutto Nemni

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